Dresden Story

2 febbraio 2012
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Da il Reportage n.9, gennaio-marzo 2012

Nel “mattatoio” di Dresda (con lo sguardo di Vonnegut)

di

Francesco Forlani

La prima immagine è quella di “Accattone”. Perché la scena finale è stata girata sul Ponte Testaccio, spalle al mattatoio. Tempo fa mi sono infilato nella vecchia struttura del macello e ho seguito con gli occhi il percorso che facevano gli animali appesi ai ganci, probabilmente urlando o tacendo. La riflessione è su come un luogo possa custodire la memoria della sofferenza, conservare le grida o il silenzio.

La seconda immagine è la cupola monca del “Mattatoio n.5”, quello del romanzo di Kurt Vonnegut ambientato a Dresda e riguarda anche il labirinto mentale che bisogna risolvere per arrivarci. Per la colonna sonora della versione cinematografica del libro diretta da George Roy Hill, Glenn Gould eseguì musiche di Johann Sebastian Bach. Anche Pasolini, per “Accattone” e il suo mattatoio, scelse le musiche del grande compositore tedesco. La musica è tutto e la musica è in questi luoghi o a un’ora da Dresda: nella vicina e detestata Lipsia giace il corpo del compositore, alla Thomaskirche (Centro di Lipsia), dove ebbe luogo la prima della Passione secondo S. Matteo. Nei tre giorni in cui sono stato là, prima di approdare a Dresda, ho visto ogni volta fiori diversi. Dapprima c’erano dei girasoli ad incorniciare il marmo, poi sono venute le rose.

Dresda rimane il sogno segreto mai raggiunto dal compositore, il sogno di una vita che gli desse più agio e fama. Una città la cui architettura suggeriva il tema delle variazioni, la dimensione polifonica della sua poetica. Scrisse Christoph Münch: “Quello che Bach riesce a realizzare a livello musicale, cioè una musica barocca tedesca ottenuta dalla sintesi di influenze italiane e francesi,  trova il suo corrispettivo a livello architettonico nello Zwinger di Dresda di Matthäus Daniel Pöppelmann: il culmine di un’epoca artistica europea”. Arrivato a Dresda, dopo avere lasciato le valigie in albergo, è dalle porte di questa pura meraviglia che sono entrato nella città vecchia o di quello che ne rimaneva.

 

Nella Frauenkirche

La sala è gremita. Per vedere il documentario sulla storia della  Frauenkirche, la Nôtre Dame di Dresda, si pagano due euro. Il Besucherzentrum è ospite del Kulturpalast, icona della Ddr, la cui facciata principale è occupata dal gigantesco dipinto della Der Weg der roten Fahne (La via della bandiera rossa) di Gerhard Bondzin. Nella parte iniziale del documentario si vedono alcune incisioni che raffigurano gli operai al servizio del re che cominciarono a costruire la chiesa. Poi, con passo lento, si arriva al 15 febbraio del 1945. Nel film si vedono poche immagini, le carlinghe dei bombardieri che scaricano la tempesta di fuoco sui tetti di Dresda. Poi, a seguire, le immagini dei relitti che sembrano di navi affondate sulla luna. “Dresda ormai era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano”, scrive Vonnegut.

Tra le immagini della distruzione si infila come una scheggia sotto l’elmetto il fotogramma della statua di Martin Lutero, prostrata sul piazzale davanti alla Frauenkirche abbattuta. È talmente potente che quando esco dalla sala la vado immediatamente a vedere ed è un sollievo trovarla così fiera e dritta come la chiesa ricostruita in un moderno mosaico di resti e di invenzione. Anche faccia a terra, rimaneva umana e struggente. Quando poi entro nella “Nostra Signora” quasi non mi sembra possibile che si possa ricostruire dal nulla, dal vuoto, dopo un mezzo secolo d’ibernazione comunista, la volta di una cattedrale. E accendo una candela perché porti fortuna, ai miei fratelli e sorelle che ci credono, anche a loro.

 

Una città in miniatura

La sera è calda a Dresda e sull’Elba, attraversando il ponte, il Friedrich-August-Brücke, si vedono alcune coppie stese a prendere il sole e che aspettano il crepuscolo. Direzione, il quartiere a nord. Da qui, precisamente da Francoforte, arrivarono le flottiglie d’aerei che rasero al suolo la città. Poi attraverso un quartiere che sembra assecondare lo spirito unito dei popoli, lungo la Alaunstrasse, piena di gallerie d’arte e teatri, e arrivo allo Scheune, antico fienile dove tra i legni scuri dell’interno e i giardini si mangia indiano. Una coppia di panettieri bavaresi mi chiede di sedersi allo stesso tavolo. Non ci capiamo ma il ragazzo sciorina il suo personalissimo sillabario italiano: arrivederci, Jesolo, Verona, Adriano Celentano. Terminato il mio breve pasto spiego loro, senza farmi comprendere, che devo andare: lui mi ascolta in silenzio, fa uno sforzo titanico per capirmi. Poi si illumina e mi fa: tu, arrivederci? E gli rispondo: Ja, io arrivederci. Sulla strada del ritorno respiro l’aria di questa parte della città, un quartiere che sa di futuro, di vita. Le ragazze sono molto belle e i ragazzi se ne escono dai supermercati con delle cassette di birra. Un italiano non riuscirebbe a organizzare la sbronza in modo così consapevole.

Dresda è una città in miniatura e ogni piccola cosa, dettaglio barocco, ricorda il tesoro fragile di questa cultura. Ecco perché nel romanzo di Vonnegut la scena del soldato americano, prigioniero, impiegato dai tedeschi a prestare soccorso tra le macerie, muore. “Un’intera città finisce in cenere, e muoiono migliaia e migliaia di persone. E poi questo soldato americano viene arrestato tra le rovine per aver preso una teiera; gli fanno un regolare processo e lo fucilano”, scrive Vonnegut.

Nel film, nella stessa scena, si vede un soldato americano sporgersi verso Pilgrim e mostrargli il trofeo appena trovato fra le macerie. Non è una teiera  ma una bambolina di porcellana, una fanciulla minuta, dagli azzurri tempera tipici di qui e un ufficiale tedesco che lo sorprende nell’atto di sciacallaggio involontario lo fa arrestare e fucilare sul campo. La morte ha un prezzo, sempre. Come la bellezza in tempo di guerra.

 

Il bombardamento

“Dipinsi la sposa del vento a memoria, quando fra me e lei era già finito tutto. Non mi piace ripensare a quel periodo; l’unica cosa che ricordo volentieri è il viaggio a Napoli e a Venezia che facemmo insieme. Furono giorni meravigliosi”,  scrive Oscar Kokoshka nelle sue memorie. Mentre attraverso le sale della mostra che gli hanno dedicato al Kupferstich-Kabinett a commuovermi sono proprio le istantanee di quella fuga, disegni lievi, lascivi del non ancora perduto amore. L’amore del pittore per Alma Mahler. Ancora musica. Sono convinto che il successo dei cori qui in Germania sia dovuto al tentativo di fare della parola un canto e di cantare insieme nella costruzione di una lingua comune. L’incantevole Dresda, mi viene da dire mentre con lo sguardo abbraccio le facciate, ricostruite, le rifacciate pastello, rosa, celeste, ocra. “Quelle connerie la guerre” canta Jacques Prévert nella sua Barbara e questo sembra dirci l’idiota Billy Pilgrim, il protagonista di “Mattatoio n.5” che come il buon soldato Svejk, prodotto dall’immaginario di una capitale, Praga, che da qui si potrebbe raggiungere a piedi lungo l’Elba, alla maniera di Peter Sellers in “Oltre al giardino”, mette un grano di buon senso nella ruota della storia fino a fare inceppare l’ingranaggio. Solo gli idioti possono salvare il mondo dagli stupidi, penso.

Già, la guerra. Che nei disegni di Kokoshka appare in un tiro di artiglieria dove il fumo e le fiamme avvolgono le facce dei soldati. Si può essere scrittori senza essere stati soldati? In un passaggio Pilgrim racconta di un libro che sta leggendo, dedicato a Louis-Ferdinand Céline, che a sua volta aveva scritto: “L’arte non è possibile senza una danza con la morte, scrisse. La verità è morte, scrisse. Io l’ho combattuta per bene finché ho potuto… ho ballato con lei”.

Circa 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie, questo il bilancio di quelle due notti di bombardamento, 13 e 14 febbraio 1945. La cosa migliore l’ha scritta lo storico Frederick Taylor: “La distruzione di Dresda ha un sapore epico e tragico. Era una città meravigliosa, simbolo dell’umanesimo barocco e di tutto ciò che c’era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista. In un certo senso, la tragedia fu un perfetto esempio degli orrori del modo di concepire la guerra nel XX secolo”. In una delle vetrine del Museo della città di Dresda si vede l’enorme bossolo di una bomba esplosiva usata dall’aviazione inglese. Sembra un bouquet di fiori, un vaso liberty, dalle forme di  porcellana, sbeccato.

 

Slaughterhouse 

Le città non le conosci durante il weekend. No, per capire a fondo una città bisogna darle appuntamento il lunedì, quando, senza trucco e – in genere – con una pioggia battente, ti confessa ancora bella, seppure indifesa: ecco, questa sono io. E scopri che è bella davvero.

Alle due vado in piazza dell’Opera, perché ho letto un annuncio che diceva: “Dear Guests of Dresden and the Hostel Die Boofe. We offer from Thursday to Sunday every day a new city tour in english language! In the footsteps of Kurt Vonnegut – Slaughterhous 5 Tour”. Ma di Vonnegut non esiste traccia. Al museo della città in un angolo che offre una nutrita bibliografia dell’eccidio di Dresda, “Mattatoio n.5”, manca. E a chiunque abbia chiesto dell’opera, dalla ragazza dell’accueil, con il piercing e gli occhi profondi, alla gentilissima cameriera del Der Löwe o all’autista di un pullman che fa il tour della città, nessuno sa chi sia Kurt Vonnegut. Kurt come Kurt Erich Suckert, Malaparte, raschiato via dalla memoria della città a cui aveva dedicato il suo romanzo più importante: “La pelle”. E mentre mi aggiro per la città solo, come un uomo alla ricerca di una donna, il cielo è di un azzurro glaciale, distante, sovrano in terra. Tra La pelle di Malaparte e Il mattatoio di Vonnegut c’è uno stesso cielo a farla da padrone.

Una delle scene più potenti ambientate a Napoli è nel romanzo di Malaparte: “Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde”. Lo stesso strappo tra la realtà degli uomini e quella delle cose naturali ci appare in un passaggio del capolavoro di Vonnegut: “Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come puu-tii-uiit?”.

All’una e mezza di lunedì, dopo aver percorso la terrazza panoramica dell’Elba, il balcone sull’Europa, mi guardo intorno e aspetto. Aspetto fino alle due e un quarto. Mi sono aggirato per la piazza sperando che uno dei vari gruppi di turisti che facevano capannella fosse quello giusto. Mi avvicinavo sperando di sentire parlare inglese, perché, com’è scritto in una guida, la Slaughterhouse (Schlachthaus), il mattatoio interessa solo a loro. Ci sono portoghesi, austriaci, spagnoli, ma nessun inglese e soprattutto nessun gruppo, come al contrario avevo immaginato, una setta segreta, una banda di sovversivi che si era messa in viaggio per arrivare fin lì. Così decido di prendere un taxi e mi accorgo solo a metà strada che sto davvero ripercorrendo la strada di Billy Pilgrim. Scrive Vonnegut: “Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane. Ci tornai con un vecchio commilitone, Bernard V. O’Hare, e là facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove rinchiudevano, di notte, i prigionieri di guerra”.

Quando arriviamo nella zona industriale chiedo all’autista se conosce Kurt Vonnegut, lo scrittore, preciso. Risponde facendomi segno di no. Quasi glielo leggo negli occhi che tutta questa cosa per lui ha dello stravagante. Che senso ha, con tanta bellezza che c’è nella città storica, venire fin qui? A un macello! Che se proprio si amano gli animali c’è lo zoo, che qui è famoso davvero. Gli chiedo di fare il giro fino alla collinetta, che è accanto alla fermata del tram. Scendo e cerco di memorizzare tutto. La visione che doveva essere di chi si trovava lì le notti del 13 e del 14 febbraio appare chiara e distinta da lì. E sicuramente, in pieno carnevale, si era fatto spaventare dal rombo impazzito del cielo che aveva partorito dal nulla 796 Avro Lancaster e nove De Havilland Mosquito e, a seguire, i  B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 1.250 tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie. Erano passati tutti da lì prima di abbattersi sulla città, di modo che non è difficile immaginare che faccia avesse l’inferno a chi si fosse trovato su quella collina.

Mentre torno in albergo mi rimane impressa nella pellicola che ho in mente la silhouette del mattatoio. Spettrale, maestoso, al punto da ricordarmi la Frauenkirche. Mentre preparo le valigie mi chiedo se tutto questo sia mai accaduto. Se esista una città chiamata Dresda e se ne abbia davvero percorso le strade. Se esiste un romanzo chiamato “Mattatoio n.5” e se è vero che a volte i romanzi danzano con la morte. Così sulla strada del ritorno in Italia apro a caso il libro di Vonnegut e vi trovo scritto: “È tutto accaduto, più o meno. Ecco”. Penso.

 

 

 

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