Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.

3 febbraio 2012
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[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un’immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche qui, facevo sopratutto riferimento a forme di narrazione audio-video tipiche del documentario. Caminiti prende invece in considerazione un ampio spettro di letteratura di finzione. ]

di Lanfranco Caminiti

* Nella Compagnia degli uomini, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è Il mercante di Venezia di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?

* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto Too big to fail, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del quantitative easing, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.

Anche Margin call, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di Americani [Glengarry Glen Ross, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c’è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.

Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è Wall Street di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con Wall Street. Il denaro non dorme mai, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la greed, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.

*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello The Corporation [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente anche sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, si capisce narrativamente come non succede altrimenti.

Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di La 25a ora di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.

* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. Inenarrabile. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.

(…)

* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò Cosmopolis, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, overnight] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.

In un testo su «Die Zeit», La fine del capitalismo, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola Crisi finanziaria». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.

* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare qualcosa, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?

Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.

* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma delle misure varate dai governi europei contro la crisi. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell’intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos per uscire dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], The Global Minotaur. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una Modest proposal for overcoming the euro crisis. Il titolo Modest proposal è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.

* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della controcrisi. Sembra quasi la stessa cosa, ma in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.

(…)

* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per convenzione narrativa, essi incarnano la soluzione del problema, sono la riforma. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.

Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.

In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla controcrisi, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente credibile. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?

* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una situazione altamente narrativa. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.

* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della lectio, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di ragionevolezza, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.

La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’insourcing, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come salvezza le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.

La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito Manhattan Transfer di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?

* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in Sunset Park.

Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha già parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – Storie della mia gente – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. La dismissione il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. Il declino dell’impero Whiting [Empire Falls] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?

* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’Arcipelago Gulag o a Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.

Viviamo già in questa impossibilità?

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58 Responses to Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.

  1. Vincenzo Cucinotta il 3 febbraio 2012 alle 11:15

    Ho provato a dare una rapida scorsa a questo che considero un contributo molto interessante a una discussione sulla crisi.
    Mi vengono subito alla mente delle obiezioni che butto giù come mio contributo a un ulteriore sviluppo dell’argomento, senza la pretesa di avere colto perfettamente il senso del contributo postato nè di esprimere tutto ciò che penso in proposito.
    Malgrado quindi la ragionevolezza delle argomentazioni di Caminiti, mi pare di dovere contestare due punti fondamentali che non mi convincono.

    La prima riguarda la differente situazione tra europei ed americani nei confronti della crisi. Secondo Caminiti, gli americani hanno vissuto sulla loro pelle l’impatto del primo ordine, dico con parole mie, della crisi, mentre in europa abbiamo una crisi del secondo ordine, cioè indiretta.
    Questo è certamente vero, ma possiamo davvero far coincidere l’america con quel migliaio di dipendenti della Lehman falliti o con chi ha perso la casa (che tra l’altro aveva ottenuto altrettanto improvvisamente, anzi insperatamente)?
    La crisi finanziaria, a me pare ovvio, è essenzialmente un evento che produce i propri effetti secondo tempi e modi mediati dal potere politico, e questo non mi pare differire apprezzabilmente tra europa ed america.
    Vorrei ricordare che nei primi anni novanta, a seguito di una crisi congiunturale molto meno profonda dell’attuale, un certo numero di americani divennero da un giorno all’altro homeless, e questo mi pare più un dato strutturale di quel paese che un problema di dove la crisi scoppia, perchè a me pare piuttosto che è proprio la dimensione globale della crisi che la caratterizza.
    Una volta quindi che il sistema bancario globale ha dichiarato fallimento nel 2008, i governi di tutto il mondo terrorizzati dall’eventualità, per altro certamente drammatica, hanno scelto di tamponare la situazione che rimane a tutt’oggi senza via d’uscita date le sue dimensioni, lasciando che nel frattempo la crisi si propagasse all’intera economia. Non vorrei insomma che confondessimo la crisi vera che è ancora davanti a noi, come un evento inevitabile nel giro di pochi anni, con ciò che sta dietro di noi, l’innesco della crisi.

    La seconda questione che non mi convince è che la rappresentazione della crisi dia un contributo a chiarirne la vera natura. Su questo andrei più cauto. E’ certamente vero che i protagonisti dei fatti siano persone in carne ed ossa, ma stiamo attenti perché guardare con la lente d’ingrandimento un oggetto non è che ce ne riporti una visione più realistica. Se guardiamo al singolo speculatore e gli attribuiamo le caratteristiche più infami nel repertorio più ampio delle caratteristiche umane, non è che capiamo qualcosa di più, anzi non riusciamo a comprendere la dimensione collettiva dei comportamenti, come un certo sistema di relazioni sociali, ma anche di strutture istituzionali, sia in grado di determinare certi comportamenti. Perché, mi chiedo, dobbiamo trattare i nostri simili come dei bambini che possono capire solo passioni umane e niente dei numeri e del loro contenuto informativo?
    Ancora ritorna la questione della narrazione. Probabilmente a causa della stessa scelta del termine, si finisce col confondere ciò che potrei chiamare weltanshaug con romanzesco o qualcosa di simile. Sembra insomma che per mobilitare le persone, si debba tradurre la realtà a loro misura, e che questa misura debba essere alquanto bassina, mentre a me parrebbe che dovremmo piuttosto smentire i luoghi comuni che respiriamo in questa società, sollecitare quindi una riflessione meno angusta, in grado di mettere in crisi le certezze più ferme.
    Mi fermo qui, perché mi rendo conto di avere già esagerato.

  2. diamonds il 3 febbraio 2012 alle 11:44

    c’è un film quasi omonimo all’opera citata all’inizio di questo pamphlet,”nella società degli uomini” del regista e drammaturgo Labute.”Il film racconta di Chad e Howard, due uomini in carriera, trentenni, arrivisti e frustrati, che a causa della loro insoddisfazione amorosa e lavorativa decidono di attuare un piano atroce ed alquanto cinico, nei confronti di una ragazza sorda. La ragazza in questione è Christine, dattilografa che lavora presso il loro ufficio, che i due uomini corteggiano in momenti diversi, illudendola ed abbandonandola in seguito, per ridere di lei”.Ma prima della parola fine c’è pure tempo perchè uno dei due intordi l’altro quasi a incarnare un agnizione sheakesperiana.Il tutto probabilmente inteso nel senso che se il far west era quello che cercavamo dobbiamo anche preoccuparci di andare ai cocktail con la pistola camminando nel traggito al centro della strada onde evitare di essere travolti da operatori finanziari che hanno appena stilato un bilancio della propria carriera lasciando che fosse la coscienza a certificarlo e piovono dalle finestre quasi a soddisfare la vendetta sacrosanta di un dio donna partorito nel diluvio

    http://ftp.skazzka.com/Музон/Scrubs OST/Scrubs season 3 OST/CD2/26. Weathergirls – It’s Raining Men.mp3

  3. andrea inglese il 3 febbraio 2012 alle 11:47

    Qui c’è un punto importante toccato da Vincenzo C, che scrive:
    “E’ certamente vero che i protagonisti dei fatti siano persone in carne ed ossa, ma stiamo attenti perché guardare con la lente d’ingrandimento un oggetto non è che ce ne riporti una visione più realistica. Se guardiamo al singolo speculatore e gli attribuiamo le caratteristiche più infami nel repertorio più ampio delle caratteristiche umane, non è che capiamo qualcosa di più, anzi non riusciamo a comprendere la dimensione collettiva dei comportamenti, come un certo sistema di relazioni sociali, ma anche di strutture istituzionali, sia in grado di determinare certi comportamenti.”

    In realtà, ci sono diversi modi per restituire intelligibilità alla crisi, attravverso una trasposizione narrativa, che sappia cogliere il peso del singolo, senza amputarlo da una dinamica più “strutturale”. Il problema chiave è in ogni caso quello delle responsabilità. Nessun appello ad anonime forze del sistema può cancellare la questione della responsabilità. Ma questo non vuol dire neppure accontentarsi di un discorso moralistico, additando qualche capro espiatorio. Vedi cosa ho scritto su questo punto, nel mio articolo di dicembre:

    “Non è sufficiente additare, da un punto di vista politico, l’azione avida, l’agente senza scrupoli. Bisogna delineare un intero mondo, per comprendere come, nel corso del tempo, siano maturate le condizioni di una tale crisi. Ed è quello che Inside Job riesce a fare, permettendo di vedere quali statuti sociali, CV, discorsi ipocriti, stili di consumo, astuzie legali, tracotanze di classe, sotterfugi intellettuali, strumenti scientifici o pseudo tali, alleanze politiche, conflitti d’interesse siano necessari per preparare un crollo mondiale del sistema finanziario.

    Ma nel momento in cui un Ferguson riesce a evocare lo specifico mondo che ha prodotto la crisi, anche ci permette di seguire la pista politicamente più feconda: l’individuazione di quelli che, con Frédéric Lordon, potremmo chiamare architetti e guardiani di mondi. Scrive Lordon: “Dobbiamo assolutamente distogliere lo sguardo dagli individui, considerati unici autori dei loro atti e desideri, per cogliere quelle che sono le strutture che configurano, (…) definiscono gli interessi degli agenti e fissano il margine di manovra concesso loro per perseguirli. (…) Poiché, se incriminare la responsabilità degli agenti una volta che sono inseriti nelle strutture è perfettamente vano, ben diversamente risulta la questione della responsabilità di coloro che hanno installato le strutture e di coloro che hanno lavorato alla loro eternità”[4].”

  4. lanfranco caminiti il 3 febbraio 2012 alle 13:07

    qualche precisazione.
    l’articolo non fa un’analisi della crisi e delle sue nature strutturali o congiunturali, ma prova a interrogarsi sul meccanismo narrativo, sui dispositivi con cui è stata e viene ancora raccontata. nei fatti, mentre negli stati uniti s’è sviluppato un discorso pubblico che ha “personalizzato” la crisi (che è anche alla base della protesta, indirizzata verso wall street, che è esattamente il contrario dell’impersonale), in europa la crisi è impersonale (i mercati, la speculazione, i debiti pubblici, le generazioni, il lassismo dei governi e della politica, ecc ecc), è “oggettiva” (anche il portogallo, anche la grecia ecc ecc).
    io credo che questo meccanismo sia uno dei motivi dell’impotenza politica della protesta europea. perché se te la devi prendere con un “sistema” e non con un inner circle ben definito, o rovesci il sistema o protesti rabbiosamente contro il mondo ma non si sa esattamente contro chi ce l’hai.
    io credo pure che questo dispositivo narrativo sia la forza dei governi di commissari in italia e in grecia, i tecnici che approntano riforme, anch’esse oggettive e ineludibili, quando è evidente che nessun intervento tecnico sia oggettivo e è piuttosto il risultato di scelte (lasciamo da parte che le scelte siano ponderate, frutto di lunghe elaborazioni e di biografie). ma mettere in costituzione il pareggio di bilancio, non si può proprio dire che sia una cosa “oggettiva”.
    non credo affatto che la forma del “saggio” sia altina e quella del “romanzo” sia bassina, per parlare di crisi.
    anzi, direi proprio che molte delle articolate esposizioni della tecnocrazia di bruxelles e della bce benché zeppe di numeri e statistiche siano spazzatura, o tutt’al più congetture e non hanno niente di incontrovertibile.
    il problema che mi pongo nell’articolo è: come è stato possibile in europa che la narrazione della crisi abbia seguito questo andamento? ovvero, come è stato possibile che il “saggio tecnico” abbia prevalso sulla percezione comune (siamo nella merda) e fin qui si può capire ma anche sull’elaborazione narrativa? c’è una assenza narrativa?

  5. giorgio mascitelli il 3 febbraio 2012 alle 14:52

    Articolo interessantissimo. Provo a dire alcune cose sulle sollecitazioni poste:
    1.Esiste uno scarto centro-periferia, la narrativa di questi fenomeni è più forte dove esiste materiale di prima mano, il capitalismo italiano, ma anche quello europeo è marginale.
    2. Esiste un fattore culturale: in america molta gente, anche di livello alto crede nel sogno americano del capitalismo, in Italia c’è un cinismo di fondo, anche il più sfegatato berlusconiano sta dalla parte del capitalismo come i suoi antenati sono stati dalla parte degli spagnoli ecc. Era solo nei distretti del nord che esisteva o forse esiste una fiducia cieca nel capitalismo, ma non in quello finanziario che ha prodotto la crisi.
    3. In Italia la narrazione di Berlusconi come causa di tutti i mali è stata la principale narrazione, per di più narrato come aberrazione nazionale.

  6. mario rossi il 3 febbraio 2012 alle 18:36

    La narrazione statunitense costruisce paradigmi simbolici, quella europea, ed italiana in particolare, si inchioda alle esperienze particolari. Ma i particolarismi se non evocano grandi esperienze collettive (la povertà, la guerra, l’affermazione della borghesia, il boom, l’emigrazione, l’urbanizzazione delle grandi città, che sono stati i temi della magnifica narrazione italiana del novecento), sono come dati freddi, valgono solo per chi li vive o per chi li studia. Manhattan Transfer taglia trasversalmente, nella maniera magnifica di Dos Passos, la società americana, creando personaggi forti, archetipici, calati in un contesto vitale realistico. All’Italia manca, con rare eccezioni e mi sembra che in questo il cinema oggi sia avanti alla letteratura, una narrazione che abbia la presunzione di usare o creare simboli ed archetipi, forse perché si teme di non saperli dosare e di non riuscire ad evitare di essere retorici. Sappiamo usare l’ironia, potrebbe essere un buon veicolo per raggiungere una rappresentazione evocativa.
    Se si raccontano fatti personali bisogna aspettare la grande tragedia collettiva per veder narrata la crisi in un modo sentito collettivamente. Così come se si usano i dati occorre aspettare la stessa tragedia per veder animarsi la partecipazione attiva alla politica degli italiani.
    In realtà spero di sbagliarmi e che qualcuno mi smentisca segnalando letture che mi piacerebbe scoprire.

  7. lanfranco caminiti il 4 febbraio 2012 alle 08:23

    mi pare acuta l’osservazione (mascitelli) sulla narrazione berlusconiana precedente.
    potremmo – almeno per l’italia – dirla così: l’affabulazione berlusconiana nascondeva e falsificava il reale, ovvero la crisi.
    averne dovuto prendere atto ha significato e ha corroborato la «torsione narrativa» rappresentata da monti: la sobrietà, il tecnicismo, la competenza i dati lo spread ecc ecc.
    io temo che in questa “trappola narrativa” sia caduta molta sensibilità culturale italiana, che ha vissuto come una vera e propria offesa personale l’affabulazione berlusconiana e vive come una liberazione i suoi attuali silenzi.
    l’esaltazione della “differenza di stile” tra i due tempi fatta dai kingmaker di monti (da napolitano a scalfari al sole 24ore ecc) mi pare vada in questo senso.
    credo sia accaduto lo stesso in grecia: alla falsificazione in bilancio (i dati manipolati dai governi precedenti) è poi subentrata la crisi e ora papademos (speculare a monti, come biografia e “stile”).
    il rigore è per principio spassionato, freddo: la tirata (fatta da monti, che quando esula dal tono professorale prende cantonate, una conferma dell’importanza di attenersi strettamente invece al “mandato narrativo”, sull’eccessivo buonismo dei governi succedutisi, come se un governo invece dovesse essere cattivo e sprezzante) mi pare esemplare.
    altra osservazione acuta mi pare quella (rossi) sulla difficoltà (o sull’assenza) nella narrazione italiana di creare archetipi narrativi in grado di tradursi in simboli e direi io in “locuzioni pubbliche”, comuni.
    però, è davvero difficile fare del precariato un personaggio del tempo. il precariato vive in un tempo sospeso, tra il “non più” (il lavoro e reddito garantito) e il “non ancora” (il lavoro e reddito garantito). per principio, da un tempo sospeso non viene narrazione (sia che si creda nei principi aristotelici della narrazione, sia che si creda nella fine del romanzo), ma aforismi, gag, metafore. la devastazione del precariato è un carattere tipicamente mediterraneo (neanche europeo) e men che meno americano, mentre è assolutamente simile la distruzione del lavoro. la mobilità del lavoro e sociale americana (non solo quella magnificamente narrata nel novecento, ma anche quella più recente) ha un gradiente inimmaginabile per l’italia, dove può solo suonare sinistra una frase come quella di monti sulla “monotonia del posto fisso” (non perché sia sbagliata di suo).

  8. lanfranco caminiti il 4 febbraio 2012 alle 08:33

    aggiungo questo: la forbice narrativa nella quale ci troviamo vede da un lato il tecnicismo saggistico, statistico e fattuale del governo monti (iper-oggettivo) e dall’altro il biografismo del precariato (iper-soggettivo).
    forse una crepa in questa distanza narrativa può aprirsi non tanto nell’epicizzare il precariato, quanto nel drammatizzare l’azione del governo, nel personalizzarla, nel mostrarne i risvolti, nel personaggizzarla. le lacrime della fornero erano un ottimo pretesto. però, è diventato grottesco o sprezzante – io stesso, mica mi tiro indietro – il commento. invece.

    • mario rossi il 5 febbraio 2012 alle 01:17

      concordo su questo, e proprio pensando ai film di Moretti (Il Caimano, Habemus Papam) Sorrentino (il Divo) e al momento non mi vengono in mente altri titoli, che personaggizzano il potere, ho scritto che il cinema è, seppur leggermente, avanti alla letteratura.
      Considererei però soprattutto Tutta la Vita Davanti di Virzì, che attraverso una sorta di epica estetica (ambienti, inquadrature e luci) e costruzione di personaggi che sembrano attingere tipicità dalla commedia all’italiana, ma che risultano drammaticamente realistici, ha fatto un lavoro che definirei paradigmatico sul precariato. Ed anche per questo mi ero riferito all’opportunità di sfruttare le doti ironiche italiane.
      Un osservazione anche sul tempo sospeso. Non porta con se la tragedia dell’incompiuto, di una forza repressa e inespressa? Credo che sia una figura retorica in se, capace di creare un personaggio protagonista di un nuovo conflitto drammatico tra classi e generazioni, come poi sembra stia avvenendo nella realtà.
      Il precariato, come quel lavoro fisso salariato sottopagato che non è più in grado di soddisfare le esigenze minime di una esistenza dignitosa, a causa dell’eccessivo costo delle abitazioni e dei servizi, sono al momento realtà troppo poco diffuse per farsi simboli della società e restano chiuse nella forbice tra l’oggettività dei dati e la soggettività delle esperienze, ma la drammatizzazione, sia con canoni aristotelici sia del non romanzo, secondo me ha un margine, gli autori dovrebbero rischiare di passare per demagoghi o retorici ma se lavoreranno sapientemente non saranno né l’uno né l’altro, per inserire la narrazione della crisi anche partendo da un punto di sospensione.
      Tanto perché se non faccio un esempio, come si faceva a scuola, mi sembra di non aver detto niente, ne farò uno più facéto che serio. Se Gantenbein fosse un precario ed uno dei suoi doppi e antagonisti fosse Monti, il non romanzo di Frisch (Il mio nome sia Gantenbein) sarebbe un buon paradigma della crisi in un’atmosfera di sospensione. Anziché l’identità personale in astratto il suo tema sarebbe l’identità sociale e Gantenbein, oltre a lottare con l’emergere di un altro se stesso, potrebbe fingersi cieco per far commuovere il Ministro del Lavoro e ottenere condizioni sociali migliori, anziché per attirare semplicemnte l’attenzione di una donna.
      (tanto per fare un esempio con un pò dell’ironia che avevo chiamato in causa, non per burlarmi di un libro che ho amato)

  9. elio_c il 4 febbraio 2012 alle 08:54

    Raccontabilità della crisi, ovvero il suo concretizzarsi in storie individuali, artisticamente arrangiate, capaci di mobilitare “immaginazioni e affetti”: chi non la subisce va a finire che se la gode proprio, questa crisi, come Lucrezio nell’ “E’ dolce contemplare..”. Io penso che sarebbe invece più urgente comprendere quando e come il mondo sia totalmente sfuggito ad una comprensione individuale: sento dire che vi sono 500 TRILIONI di “derivati”, titoli di preteso possesso finanziario sopra ad un “PIL mondiale” decine di volte più piccolo. Sembra una pazzia totale – incostituzionale a dir poco – eppure tali “pretese” possono evidentemente venir fatte “valere”, pian piano, spremendo intere nazioni ed intere classi sociali. Cercare lumi nelle vicende personali, Berlusconi o Gekko che siano, mi sembra idiota. Bisognerebbe ripartire da cosa è (e quindi cosa è stato) il denaro, le banche, i governi, perché è mi sembra ormai ovvio che il “mainstream” mente spudoratamente.

  10. gina il 4 febbraio 2012 alle 10:49

    conosco lanfranco dai tempi di rekombinant (hello) e con lo stesso spirito di allora la butto li: in europa la non narrazione è portata avanti dalla germania, che non è gli stati uniti. Ho parecchio a che fare col ceto medio tedesco, soprattutto la mattina presto, e a farla da padrone:) è il RITORNELLO del sacrificio, in particolare il sacrificio PERSONALE che la classe media ha sopportato dopo la caduta del muro (ci abbiamo smenato un po’ tutti in qualità di vita, ma lavoriamo più o meno tutti almeno fino a che gli arabi e i cinesi…quindi che cazzo vogliono quei fancazzisti dei greci e compagnia cantante)(quanto ai film citerei anche un texmex, il meticcio sleep dealer)

  11. Vincenzo Cucinotta il 4 febbraio 2012 alle 12:19

    Direi che infine si torna sempre sul concetto di narrazione. Tenterò allora di essere più esplicito.
    Se la crisi in cui siamo piombati viene descritta come un fatto che riguarda uno stretto circolo di persone, il cosiddetto establishment finanziario, non è che la si è tradotta in termini più concreti, la si è piuttosto fraintesa, se ne da’ una descrizione tanto parziale da risultare falsa.
    L’alternativa che vedo è trarre da questa specifica crisi l’idiozia degli assiomi su cui questo mondo capitalistico si basa. Se per capire questo, la gente deve studiare, che studi, non è che posso raccontargli frottole solo perchè le frottole sono facilmente comprensibili.
    Rimango dell’opinione che ci sono dei concetti complessi che non possono essere semplificati senza introdurre una grave distorsione nel loro significato.
    Mutatis mutandis, è ciò che osservavo nei libri di osservazioni scientifiche per le scuole medie dove concetti come l’atomo vengono introdotti con un’ipersemplificazione che secondo me provoca più danni che vantaggi, rendendo poi difficile allo studente di correggere quei concetti imprecisi nei corsi successivi.
    Tornando al nostro tema, la comprensione della natura della crisi e della difficoltà di uscirne, come dell’impossibilità di farlo in una cornice di economia di mercato è vitale per intraprendere qualsiasi percorso politico. E’ impersonale, poco attraente? Ed allora teniamoci le minchiate che dicono i cittadini tedeschi, con la conseguenza di rinfocolare gli odii tra una nazione e l’altra. Far capire come la categoria della frugalità e laboriosità opposta all’allegro spendere del fannullone di turno sia una sciocchezza, richiede studio, bisogna capire la natura del denaro, far capire l’interdipendenza economica, concetti che non sono così ovvii, ma dove sta l’alternativa, nel continuare a far governare gente il cui compito è quello di menitre e confondere le acque?

  12. elio_c il 4 febbraio 2012 alle 13:21

    Beh, Vincenzo, ho dato un’occhiata al tuo blog: secondo te il “il concetto di sovranità si è sempre accompagnato alla facoltà propria del sovrano di avere il privilegio unico di potere stampare moneta, e cioè di potere contrarre debiti teoricamente illimitati” e ritieni “l’obbligo del pareggio di bilancio, la più idiota e micidiale norma che si poteva inserire”. Insomma sei un keynesiano e per te il male si concentra tutto quanto nel “neoliberismo”. Perché ti agiti tanto? La tua posizione è già ben sostenuta, dai Krugman, ai Bernanke, dagli Obama fino ai due super-Mario . Vi si oppongono, parrebbe, soltanto i tedeschi che peraltro hanno perso due guerre mondiali e non dovrebbero quindi neppure fiatare. Tutta qui la tua “critica”?

  13. Vincenzo Cucinotta il 4 febbraio 2012 alle 14:37

    @Elio
    Ti vorrei dare un consiglio, non dovresti saltare a conclusioni affrettate.
    Così, iscrivermi ai keynesiani mi pare un’operazione del tutto impropria. Quella frase che tu hai riportato io la riconfermermo parola per parola, perchè è la verità. Non basta quindi che Keynes la pensi analogamente su questo aspetto perchè tutti coloro che convengono su questo punto siano keynesiani.
    Forse, faccio prima a dire il mio punto di vista in maniera sintetica.
    La crisi è data dall’enorme moltiplicarsi di titoli sul mercato globale, per un ammontare di circa nove volte il PIL mondiale. Se in un primo tempo si trattava di titoli soprattutto legati ai mutui subprime, oggi prevalgono i CDS, titoli derivati in funzione assicurativa. Non solo ci sono titoli in circolazione in quantità non corrispondente a una reale ricchezza, ma la quantità tende a crescere fortemente nel corso del tempo. E’ evidente che la liquidità che gli stati forniscono al sistema bancario globale non sarà mai sufficiente alle esigenze legate al rimborso di tali titoli fittizzi. Pertanto, l’aumento di liquidità tanto invocata da USA e regno unito in particolare, non può chge tradursi in un ritardo del momento della resa dei conti. Quando anche la moneta risulterà così abbondante da non avere più valore, allora sì che scoppierà un big bang sui cui esiti non si riesce a fare previsioni. Purtroppo, non si può esclòudere che si finisca con l’innescare conflitti anche all’interno dell’area Nato, tanto per capirci.
    Chiarita la natura della crisi che nasce fuori dall’europa, non si può però tacere su quanto invece accade in questi mesi in europa.
    Così, Monti e la Merkel che mettono al centro dei problemi finanziari i disavanzi dei bilanci pubblici, fanno un’operazione di disinformazione.
    Senza neanche entrare nel merito dei provvedimenti economici adottati, rimane sul fondo questa colossale operazione culturale per distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi equiparando i debiti pubblici a quelli privati.
    Insomma, essere contro il fiscal compact non significa essere a favore di keynes, oggi tra l’altro declinato esclusivamente in chiave monetarista.
    La mia opinione è che questi governanti di infima qualità non sanno che pesci prendere, non possono non comprendere che nel giro di pochi anni vi sarà un’insolvenza generalizzata del sistema finanziario, tant’è che a partire dalla BCE si finanzia il sistema bancario a condizioni di favore (potremmo dire gratis), e il rigore nei bilanci statali è solo un’operazione di occultamento del disastro prossimo venturo.
    Ora converrai con me che non seguo Keynes, almeno lo spero.
    L’unica proposta sensata sarebbe quella di accordarsi per una riduzione generalizzata del valore facciale dei titoli, ma non sarà mai assunta perchè certificherebbe il fallimento del sistema bancario. Per questo, sono convinto che la soluzione stia nell’uscire dal capitalismo, un’opportunità formidabile a cui apparentemente non siamo pronti, ammettiamolo. Le mie risorse sono tutte impegnate nel contribuire a questa preparazione.

  14. andrea inglese il 4 febbraio 2012 alle 15:09

    Vincenzo, scrive:

    “La crisi è data dall’enorme moltiplicarsi di titoli sul mercato globale, per un ammontare di circa nove volte il PIL mondiale. Se in un primo tempo si trattava di titoli soprattutto legati ai mutui subprime, oggi prevalgono i CDS, titoli derivati in funzione assicurativa.”
    Già, ma ti sei domandato perché? Ti sei chiesto come mai tutto a un tratto nel cuore del capitalismo anglosassone le cose hanno preso questa direzione? Dal momento che lamenti ogni volta analisi parziali, ristrette, non abbastanza graduali, comincia a chiederti da dove viene la crisi finanziaria?

    su quanto dice Giorgio Mascitelli,
    la nostra mononarrazione berlusconiana ha costituito un alibi enorme per non pensare in un’orizzionte europeo e mondiale le difficoltà crescenti che l’organizzazione capitalistica pone alle odierne democrazie liberali. Questo alibi ha funzionato innanzititto per il PD, ma anche per tutti quanti, intellettuali e opinionisti, hanno esibito un atteggiamento critico in questi anni. Il bersaglio Berlusconi era davvero facile. Così come facile la cura di tutti mali: via lui (perché arrestato o perché per miracolo perde le elezioni) torna il sereno.
    Chi avesse seguito in questi anni gli sviluppi del capitalismo statunitense – e sto parlando del periodo che precede la crisi e la prepara, ovvero fine anni Novanta inizio Duemila – avrebbe ad esempio scoperto che il conflitto d’interessi è il pane quotidiano del normale funzionamento del capitalismo USA, e che casi come Enron già presentavano tutti gli ingredienti che hanno contribuito su scala molto più ampia al crollo del sistema finanziario statunitense. Semplicemente, questo tipo di attenzione alla cultura e alle specifiche condizioni politiche ed economiche del nuovo capitalismo della deregulation non ha destato che timidissimo interesse in Italia. Per noi il conflitto d’interesse era un’anomalia circoscritta al personaggio Berlusconi.

  15. elio_c il 4 febbraio 2012 alle 15:23

    Grazie Vincenzo, la tua posizione mi è ora largamente comprensibile. Da parte mia, mi è difficile immaginare cosa possa significare, in una società a così alta specializzazione come la nostra, uscire dal “capitalismo”. Gran default dei titoli finanziari a parte, come si coordinerebbero gli sforzi economici senza gli indicatori costituiti dai prezzi e dai relativi profitti? Con la vecchia fallimentare “programmazione” sovietica? Un buon punto sarebbe già comprendere come questi assurdi strumenti finanziari abbiano potuto silenziosamente costituirsi, alle spalle delle collettività ignoranti, e che cosa continui a garantire loro credito e potere di ricatto. E qui naturalmente si arriva al ruolo delle banche, centrali e commerciali, ed al loro intrecciarsi con i governi che ne hanno “socializzato” le scommesse perdenti. Ed è a questo punto che il “mainstream” improvvisamente tace, oppure ripete la consueta collezione di screditate favolette, tutte chiuse nella dialettica fra il poliziotto buono (Sir Keynes) e quello cattivo (Friedman).

  16. Vincenzo Cucinotta il 4 febbraio 2012 alle 16:02

    @Andrea
    Beh, non dirò niente di nuovo ricordando la straordinaria immissione di liquidità da parte della Federal Reserve dalla fine degli anni 90 come di9sperato tentativo di stimolare una crescita che non ne voleva sapere di ripartire. Le banche, inondate di dollari, pensarono bene di lanciarsi in speculazioni finanziarie perfino bizzarre con la nota vicenda dei mmutui subprime (ricordo che si arrivò a concedere prestiti che partivano perfino con tassi attivi, cioè all’inizio il beneficiario invece di pagare interessi, li percepiva).
    Presumibilmente, questa difficoltà a ripartire con la crescita negli USA è correlata alla galoppante crescita dei paesi BRICS o almeno di alcuni di loro. Il centro dell’impero non intendeva ammettere di essere diventato meno potente.
    Più interessanti sono le conseguenze di tutto ciò, e la principale, forse ancora più importante della crisi vera e propria, è la perdita di sovranità statale, perfino degli stessi USA che vedono in Obama un presidente debolissimo assolutamente impotente rispetto all’establishment finanziario in grado di controllare il congresso e procedere in prima persona a gestire il mondo intero.
    Per questo, è necessario ribadire con forza il principio di sovranità, non certo per una strana forma di nazionalismo, ma perchè dietro la perdita di sovranità, viene la perdita di ogni dimensione di democrazia.

  17. Vincenzo Cucinotta il 4 febbraio 2012 alle 16:22

    @Elio
    Dobbiamo svelare un complotto, se ho capito bene le tue parole?
    Per me, nel comportamento delle banche anglosassoni non vi è nulla di occulto. Dopo decenni di trionfo dell’ideologia liberista, dopo che abbiamo osannato il profitto, la competitività come bene assoluto, uno potrebbe chiedere perchè le banche non avrebbero dovuto compiere delle operazioni che servivano a fare maggiori profitti, dove sta il mistero, è tutto chiaro.
    A dire il vero, a me pare che la questione fondamentale non è cercare i responsabili, ma capire cosa fare di questa montagna di titoli. Se i detentori non sono disposti a bruciarli, come del resto è ovvio, si va al disastro annunciato. Avremmo bisogno di governanti forti in grado di imporre un nuovo ordine a livello di mercati fianzairi, assistiamo invece ai balbettii di chi pensa che il mercato, invece di costituire il problema, rappresenta il nostro giudice.
    Se quindi i sostenitori del capitalismo non sanno proporre una soluzione a problemi innegabili della situazione odierna, non è lecito che chi al capitalismo si oppone la consideri un’opportunità verso un differente ordine mondiale?
    Sulla pianificazione, la penso in maniera differente da te, ci può essere una buona pianificazione e una cattiva, come del resto il mercato non ha mai fornito un criterio indiscutibile per compiere scelte economiche ottimali, è solo un sistema autocompatibile, cioè che si autocertifica.

  18. elio_c il 4 febbraio 2012 alle 17:02

    @Vincenzo
    Lasciamo stare i complotti, semmai sarebbe utile precisassi che cosa accetti e che cosa rifiuti del sistema attuale. Ho l’impressione che molti pensino ad un sistema grossomodo come l’attuale soltanto provvisto di qualche “correttivo” che obblighi gli attori ad essere più onesti e/o meno avidi.

    • Vincenzo Cucinotta il 5 febbraio 2012 alle 08:45

      Che domandona! C’ho scritto un libro su queste questioni!
      Dirò soltanto che non credendo ai principoi liberali (non solo quindi in versione liberista), non credo all’economia di mercato e credo invece alla tanto vituperata pianificazione economica in chiave ambientalista.
      Non solo la massimizzazione della crescita agitata dai liberali come la prova incontrovertibile del proprio successo non è un criterio accettabile, ma anzi è palesemente da evitare dato che ormai ci confrontiamo con i limiti delle risorse naturali.
      In tali condizioni il criterio del massimo profitto non è più accettabile, bisogna che la comunità decida collettivamente dove crescere e dove decrescere (fare autobus invece di automobili, per dirla in uno slogan). Una volta stabilito il piano economico, nulla a mio parere vieta che un privato copra una parte di quella produzione su cui si è deciso di puntare. Ciò che non è accettabile è che un singolo individuo stabilisca cosa la gente deve consumare.
      Pert me quindi, il problema del potere è quello centrale, e parlare solo di distribuzione del reddito occulta il problema principale.
      Da queste brevi note, si capisce che io sono contro il capitalismo ma anche in disaccordo col marxismo.

      • elio_c il 5 febbraio 2012 alle 09:10

        OK, grazie Vincenzo. Se una simile presentazione sintetica fosse prontamente disponibile, per esempio sul profilo – magari limitatamente a coloro che ritengono di aver raggiunto sulla materia un grado di conoscenza “prescrittiva” – allora gli scambi potrebbero certamente diventare meno ridondanti.

        Ora capisco e penso di adottare nei tuoi confronti la stessa combinazione di rispetto (sul piano ideale) e scetticismo (su quello pratico) che riservo al marxismo, intervenendo localmente e senza necessità di rompere :-) Ciao

  19. helena janeczek il 5 febbraio 2012 alle 00:16

    Quando lessi il romanzo “Il capitale umano” di Stephen Amidon, che inscena lo sgretolarsi di due (o più) famiglie perché due padri sono coinvolti nella gestione o nell’investimento su un hedge fund, ho pensato:”però guarda sti americani”.
    Era il 2004 e da noi la parola hedge-fund era arabo per la stragrande maggioranza dei non-economisti.
    Questo per dire che gli Stati Uniti hanno senza dubbio una tradzione differente riguardo alla capacità della lettertura e del cinema di rappresentare il mondo comune, la società o come preferite chiamarlo.
    Le ragioni riguardano il loro essere centro del mondo e noi periferia, ma forse anche il contrario- ossia che si sono trovati alla periferia, quando in Europa il modernismo ha preso forme sempre più radicali di messa in discussione della rappresentazione “realistica” (per farla semplice). Così loro hanno avuto sia Henry James che Edith Wharton, poi sia Faulkner che Hemingway e Steinbeck, poi Carver e il grande romanzo postmoderno, ma anche nelle forme di romanzo più di ricerca c’è stata una, seppur spesso assai problematizzata, capacità di continuare a dare rappresentazione al mondo comune.
    Poi, come dice Giorgio, hanno il sogno americano condiviso, il sogno in cui il successo coincide con il merito e con la responsabilità dell’individuo. Per cui la denuncia del sogno tradito è uno dei più potenti motori di narrazione a partire dal Vietnam. Il crollo di Lehmann Bros., l’affaire Maddoff sono, in qualche modo,anch’essi topoi del sogno tradito.
    Sono d’accordo che sia importante che esistano opere che facciano capire cosa è successo nel 2008. Però il rischio che tale rappresentabilità di un momento senz’altro decisivo diventi preponderante e quindi semplificatorio lo vedo anch’io.
    Infatti, non è solo la maggiore debolezza della nostra cultura che qui nel vecchio Continente facciamo più fatica.
    Persino molti degli simpatici analisti economici internazionali, quelli sempre più critici della loro disciplina, hanno parlato a riguardo della Grecia di “Greek Tragedy”.
    La politica e i ricchi del proprio paese corrotti, la speculazione, le Bce e la Germania: è parecchio più difficile rappresentare questa morsa stritolatrice da più fronti, con alcuni poteri che se ne fottono di ogni vincolo verso la polis, altri che invece credono di agire per dovere di rimetterla sulla retta via.
    (e sono d’accordo con Gina).
    Cosa si può rappresentare se non i cittadini greci e italiani, che per ironia della sorte, devono andare a fare la spesa alla Lidl?
    Perché, Scalfari a parte (che mi sembra uno dei pochi a non aver davvero capito il rovescio della medaglia, nella sua senilità baronale e vanesia), buona parte della sinistra italiana più istintuzionale si barcamena così tanto in sostegno di Monti?
    Perché è meglio di Berlusconi e l’ha scelto Napolitano. Ok, questa l’abbiam capita.
    Perché rischiavamo di fallire e non c’era alternativa.
    La prima cosa mi pare abbastanza incontestabile. La seconda non lo è nell’ordine delle possibilità che non voglio chiamare astratte o teoretiche, ma che oggi nel contesto di potere europeo sono praticamente quasi irrealizzabili da chi si trova nella posizione dell’Italia o degli altri paesi cosidetti periferici, costretti a affrontare la crisi singolarmente.
    Ovunque, con governi eletti o tecnocratici, la cura imposta è la medesima: l’austerità, i sacrifici, le liberalizzazioni, le riforme.
    Con dall’altra parte la minaccia di un disastro sociale ancora maggiore.
    Non è vero? Ci sarebbe chi è in grado di rinegoziare il debito (con l’audit o in altri modi) e farci uscire dall’euro in modo non rovinoso? C’è chi ha la forza per dire: qui cambiamo politica, investiamo sul welfare, sulla ricerca, sull’ambiente, sulla cultura, sui beni comuni perché solo così riusciamo a campare e magari persino a crescere e voi Bce, Germania o altri, se volete salvaguardare la UE e quindi anche voi stessi, ci dovete aiutare (noi stati e non banche) senza strozzinarci?
    Dico oggi oggi?
    Leggo i giornali tedeschi e in genere non quelli più conservatori, dove la crisi europea va sotto il nome di “Schuldenkrise” – “crisi del debito”. Insomma nella definzione l’interpretazione viene data come dato di fatto. E lì scrivono che da quando c’è Monti la Merkel si è vista in difficoltà, difficoltà aumentata con Sarkò che dopo la batosta della tripla A e in visione delle elezioni si è fatto meno zerbino.
    C’è una parte di sinistra moderata che appoggia Monti perché, in effetti, crede nel suo liberismo ed è contenta che sia lui a sporcarsi le mani.
    E un’altra che pensa semplicemente che forse è in grado di contrattare, a livello europeo, qualcosa in cambio di quelle lacrime e sangue imposte ovunque.

    Insomma tutto questo mi sembra molto più difficile da rappresentare.

    • mario rossi il 5 febbraio 2012 alle 02:37

      Anch’io non credo che si possa raccontare tutta la crisi con un opera (personalmente, anche se il mio giudizio è irrilevante, lo sostenvo anche tra i commenti all’articolo di Andrea Inglese di dicembre), però chi ha la voce per cantare (o scrivere) ed ha la passione politica, non è bello che si ritragga e si interessi d’altro.
      Le varie sfaccettature della crisi potrebbero essere raccontate da molti romanzi, film, documentari, oggettivi o soggettivi, simbolici, epici o di storie personali (le storie personali, se si rendono epici alcuni aspetti, possono essere fortemente simboliche, io credo), e se si creerà un movimento di opere seguirà un movimento di fruitori e le opere saranno lette, guardate, ripensate, ripetute.
      Per quanto alla differenza tra narrazione statunitense e italiana (poco fa ho scritto anche sopra in risposta a Caminiti), si potrebbe compensare la drammaticità del tradimento del sogno americano con il tradimento dell’identità nazionale, del patto sociale, dell’idea di dignità (nella società in genere a tutti i livelli, non solo nel lavoro).
      Mi sembra che intendi dire che è difficile prendere posizione, date le condizioni. Ma l’autore che volesse esporsi e raccontare individuerà sicuramente qualcosa che non gli piace, qualcosa che lo insospettisce, allora focalizzerà su quello il suo discorso, non dovrà mica dare la ricetta per uscire dalla crisi o per arrestare i colpevoli. Contribuirà a far nascere degli interrogativi, metterà ancora più in crisi la crisi. Qualcuno si sforzerà per rispondere, altri faranno altre domande. Qualcuno si arrabbierà, altri racconteranno anche questo. Il fatto che al momento non si veda una soluzione o che non si sappia bene con chi arrabbiarsi di più e chi seguire, non vuol dire che si deve ritrarsi. Anzi, vuol dire che bisogna sforzarsi per capire, per fare quel poco di costruttivo che si può, chi scrivendo, chi lavorando, chi protestando. Intanto si potrebbe cercare di trovare un nuovo senso alla parola dignità, dignità che manca agli esclusi, e che manca spesso ai privilegiati.
      Per fortuna è ora tarda, così smetto.

  20. lanfranco caminiti il 5 febbraio 2012 alle 10:01

    comincio a incuriosirmi per alcune pieghe della discussione (tralascio quelle sulla globalizzazione e la finanza, non perché non importanti ma perché a queste voglio arrivare, non da queste partire). domando:
    – è colpa di roland barthes se in europa non si riesce a raccontare la crisi? robbe-grillet (o perec) non ci sarebbero piuttosto andati a nozze con lo spread?
    – l’irrapresentabilità della crisi non azzanna proprio quella irrapresentabilità della vita che costituirebbe per benjamin la crisi del romanzo europeo (sempre vera e sempre falsificabile)?
    – che dicotomia è quella tra la grossolanità della finzione (la tragedia, il romanzo, il teatro) e la finesse dell’analisi scientifica? il macbeth sarebbe quindi solo la storia di un povero pazzo e non la rappresentazione perenne del potere? luciano canfora (uno storico) non può che saccheggiare la storia e l’immaginario della tragedia greca per raccontarci il potere nella civiltà occidentale. pericle era un tiranno, eppure la “narrazione periclea” è diventata nei secoli la fondazione della democrazia (di volta in volta acconciata), machiavelli “fonda” l’idea repubblicana su una interpretazione narrativa di tito livio che era uno storico attento ai fatti.
    – se dicotomia c’è, e c’è, è tra l’esperienza e la rappresentazione. ma nessuno può sostenere che la rappresentazione dell’esperienza del credito bancario attraverso un grafico sia “il reale” e non piuttosto propriamente una narrazione (ovvero, una finzione), che la rappresentazione di un sondaggio sia “il reale” e non piuttosto propriamente una narrazione (una finzione). che so, per dire, il “madoff dei parioli” mostrava dei grafici di andamento degli interessi agli investitori (oltre che consegnare loro questi interessi). erano quei grafici, il reale? o non piuttosto una finzione? la manipolazione dei dati – che ora sarebbe il disvelamento di un trucco, di una truffa – non è esattamente il principio della narrazione?
    – la grossolanità di una storia è data spesso dalla eccessiva fissità dei personaggi, dal mostrarceli privi di sfaccettature, ambiguità, contraddizioni, dalla loro mancanza di “grandezza”. se c’è una storia grossolana che circola oggi è proprio quella che il potere fa della crisi e della sua gestione.
    – ci sono stati esempi italiani di scrittura narrativa attenta al mondo della finanza (ai suoi prodromi, ai suoi meccanismi): per esempio, cito l’avoledo di “breve storia di lunghi tradimenti”. non sono un critico ma un lettore: qualcosa mi sembrò avesse assorbito un eccesso di attenzione – la trama, una volontà didascalica, didattica di spiegare, mostrare, far capire – e difettato di una debolezza di descrizione dei personaggi e della loro interazione.
    – questo è un problema della didattica (dell’analisi fattuale): non emoziona. il governo monti sembra farsene scudo, di questa assenza emotiva (a parte le lacrime della fornero), come di una mentalità giusta e equa. che, di converso, addita ogni rappresentazione non scientifica come iniqua e ingiusta.
    – ingiusta finirebbe così con l’essere ogni grossolana esperienza che non si spurga di passionalità nel passaggio alla rappresentazione.
    – io invece credo che stia proprio qui il punto. l’esperienza del popolaccio (disoccupazione, crisi, mancanza di credito, difficoltà nell’acquisto, riduzione dei consumi, assottigliamento ei risparmi, crescita dell’indebitamento familiare, spesso illegale) non ha alcun riscontro di “grande racconto”. forse accadrà dopo, quando la crisi sarà passata. però, “i tessitori” di hauptmann – una grossolana e didascalica tragedia tedesca sul passaggio dai telai a mano a quelli industriali, con il luddismo dietro, il lastrico e la scomparsa di un “mondo” – fu scritta invece nel pieno di quel passaggio epocale.
    – keynes era un magnifico narratore.

    • gina il 5 febbraio 2012 alle 14:00

      si si, addirittura non so se hauptmann lo riporta, i tessitori individuarono pure il banchiere, dietro l’industriale. e poi ci sono pure le riflessioni di qualcuno sul pauperismo. ma come dire, nel frattempo dev’essere successo qualcosa di grosso:). concordo comunque sulle emozioni (anche per questo citavo sleep dealer, per luz, e la narrazione delle emozioni), idem per quanto riguarda l’essenza dell’assenza di metafora, e qui mi viene in mente mombasa, haupstrasse verso nairobi. fuori da un gigantesco capannone stazionano centinaia di persone. fuochi accesi, gente che cucina, galline che razzolano madri che allattano, qualche accenno di tenda,una partita a calcetto. chiedo a quello che guida cosa fanno quelli li fuori. mi dice aspettano il loro turno, che licenzino qualcuno dalla fabbrica. fuori uno dentro l’altro.(qui da noi ti dicono se non ti va bene così, quella è la porta, oltre quella porta c’è n’è a centinaia pronti a prendere il tuo posto. oggi, quando mi capita, mi assale l’odore di fritto che viene dall’androne)

    • andrea inglese il 5 febbraio 2012 alle 17:14

      Il pezzo di Lanfranco, e già vari commenti, hanno messo tanta carne al fuoco; a me preme isolare alcune questioni specifiche.

      L’interesse di questo saggio sta innanzitutto nel rifiutare un pregiudizio largamente diffuso che tende a distinguere letteratura, come discorso di finzione, da analisi politiche o economiche, come discorso di realtà. Questo primo pregiudizio è già stato messo in questione sia all’interno degli studi propriamente letterari sia da teorici che s’interessano alle caratteristiche del discorso scientifico. Esiste oggi una comunità di persone, provenienti da varie discipline, che riconosce una funzione conoscitiva insostituibile anche a quelli che chiamiamo generi di finzione. Queste forme di narrazione contribuiscono in modi specifici a costruire l’immagine del mondo reale di cui ogni società ha bisogno. Ovviamente questo avviene in virtù anche di altre forme di discorso, in primis quelle riconducibili alle discipline scientifiche.

      Se amputassimo dall’immagine del mondo reale che abbiamo tutto quanto pertiene all’ambito della letteratura e delle arti avremmo inevitabilmente un’immagine più povera del mondo, anche se avrà tutti i sigilli della scientificità. (Ovviamente una caso simile non potrebbe mai compiutamente realizzarsi perché esiste un territorio inveitabilmente comune in cui mettono radici forme diverse di discorso: quello ordinario, quello letterario, quello della scienza.)

      Ora, il punto fondamentale da comprendere, per ciò che riguarda un evento come la “crisi finanziaria”, è che questa crisi ha una portata propriamente antropologica. Essa rivela non solo uno specifico evento di carattere, mettiamo, finanziario (crisi del credito per diffusione incontrollata di titoli tossici). Essa può, a leggerla nella sua ampiezza e profondità sociola, rivelare la cultura del tardo capitalismo, ossia un’insieme di pratiche, valori, passioni, oggetti, linguaggi, modelli relazionali. Penetrare in una narrazione articolata della crisi, che non si limiti appunto ai grafici e alle questioni tecniche d’ingenieria borsistica o monetaria, significa comprendere appieno la portata di un’aberrazione. Attenzione, non di un errore di semplice politica economica o di regolazione finanziaria. Il mondo che ha partorito Enron e tutto quanto ne è seguito è una sorta di mondo alla rovescia, una forma specifica di male radicale, di alienazione storica.

      Questa dimensione è ovviamente completamente “rimossa” dal discorso che della crisi ne offre oggi la tecnocrazia europea. Ed è ineccepibile il discorso di Caminiti su questo. Così come, questa dimensione, emerge invece in seno a quella società stessa che ha prodotto l’aberrazione. E qui non si tratta di giocare al rialzo con i toni drammatici, ma si pone lo stesso problema che si pone nel comprendere certe altre aberrazioni di carattere storico: lo scoppio della I guerra mondiale, l’avvento del nazismo.
      William Sheridan Allen ha scritto una fitta e straordinaria opera: “Come si diventa nazisti”. Oggi, si tratta di scrivere “Come si diventa dei protagonisti della crisi finanziaria”. (O come si diventa degli adepti della cultura tardo-capitalistica.) Naturalmente la crisi conta in quanto evento rivelatore: illumina il prima – le condizioni che l’ahhno prodotta -, e il dopo, gli effetti disastrosi che essa ha prodotto.
      Coloro che pensano che in tutto ciò le narrazioni romanzesche, ma anche i drammi teatrali, le frammentazioni poetiche, le installazioni, i video, le performance, ecc. coloro che pensano che tutto ciò non abbia rilevanza nella nostra comprensione non solo della crisi, ma anche del mondo in cui vorremmo vivere, si rifanno a un vecchio pregiudizio. Non si tratta di sceglier una forma discorsiva o l’altra, una strategia iconica o l’altra. Si tratta di pensare l’articolazione spesso critica e dialettica di queste diverse visuali sul mondo. E pensare come questa articolazione sia già una pratica politica.

      (Marx è stato uno straordinario lettore di Balzac, come non si stanca mai di ripetere un filosofo come Rancière. Quanta intelligenza sociale, tratta dal romanzo “realista” del primo ottocento, è confluita nell’elaborazione teorica di Marx?)

  21. Pensieri Oziosi il 5 febbraio 2012 alle 13:04

    Il saggio di Caminiti mi è piaciuto. Mi soffermo però sui due punti che meno mi sono piaciuti: l’apertura e la chiusa.

    Scrive al primo punto Caminiti: in fin dei conti, cos’altro è Il mercante di Venezia di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds?

    No, è la riscossione del collaterale. Questa confusione tra collaterale e CDS ben evidenzia il rischio che il fruitore di una narrazione privo degli appropriati strumenti interpretativi possa essere indotto in errore. Insomma, i limiti della narrazione come veicolo di rappresentazione sono ben presenti anche nella fruizione, non soltanto nella creazione.

    Conclude Caminiti: Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.

    Questa è una riduzione ad una dimensione del totalitarismo, che è un fenomeno che coinvolge molti altri aspetti della vita (anzi tutti, per definizione). Ironicamente, trovandosi all’interno stesso di una narrazione, questo passo evidenzia proprio i rischi di appiattimento e di ipsersemplificazione portati dalla narrazione.

  22. lanfranco caminiti il 6 febbraio 2012 alle 06:10

    assolutamente daccordo con la “sintesi” fatta da andrea inglese nell’ultimo post.
    dopodiche, ripeto l’altro punto centrale del mio testo, un po’ bruscamente: perché la scrittura europea [non tutta, cito a esempio contrario un bellissimo intervento di ingo schultze sulla crisi, solo che, ahinoi, ha scelto il “silenzio”] si sta facendo intortare dalla tecnocrazia?
    perché in italia “accettiamo” il governo monti [il racconto che il governo monti fa di se stesso] come rimedio ineluttabile, quand’esso è un approfondimento della crisi [recessione, avvitamento dell’insolvenza] e una non-rimozione delle sue cause?
    non c’è già in questo atteggiamento una introiezione della sconfitta e dell’impotenza della politica [il berlusconismo trionfante e inamovibile, una gratitudine per la tecnocrazia e la crisi che l’ha rimosso: è questo, a mio avviso, il peccato] e della democrazia? un auto-esilio al silenzio?
    e infine: la tecnocrazia non è proprio la crisi della narrazione, l’impossibilità a elaborare l’esperienza in forma narrativa condivisibile?
    alla dispepsia narrativa sul berlusconismo, ha fatto seguito l’afasia [perlopiù] e l’urlo [raro]. sono le forme espressive del momento: l’una e l’altro non sono narrazione.
    qui stiamo. la “sentinella democratica” di tanta scrittura italiana del periodo berlusconiano s’è addormita.
    dopo il florilegio dell’allegoria storica e metastorica per raccontare il berlusconismo, la realtà della crisi è abbandonata a se stessa. o meglio: la descrizione del potere della crisi è abbandonato a se stesso. come se fossimo in un interludio, in cui il potere [finanziario, militare, economico, esecutivo e legislativo] fosse diventato neutro. fisico, un fenomeno naturale.
    così, la crisi è neutrale, come una’ccelerazione di particelle o la spettrografia dei colori di un frutto. come si può raccontare, dunque, una cosa neutrale? solo la scienza potrebbe, no? l’intervento sulle pensioni equivarrebbe a quello di una radioterapia su una formazione tumorale. e che, non la fai, la radioterapia? come cazzo ci hanno convinto di questo? perché ce la beviamo?
    due precisazioni ai pensieri oziosi, senza voler sembrare ostinato.
    la prima: la libbra di carne di shylock effettivamente non è un cds [visto che non si paga un premio parcellare per ammortizzare l’eventuale default], ma non è neppure un collaterale [perché non c’è deposito della libbra a copertura del rischio, in quanto essa rimane nel corpo di antonio]. l’elaborazione dei derivati e dei futures al tempo di shakespeare erano quello che erano. mi è sembrato comunque che la forma del patteggiameno [della copertura assicurativa del rischio della bancarotta, che in effetti a un certo momento è data per certa] si avvicinasse più a quella di uno swap che di un collaterale. non ce ne faccio una barricata, ma so perfettamente cosa ho scritto.
    la seconda: certo che il totalitarismo è tant’altro. ho espresso quel mio convincimento [il totalitarismo come morte della narrazione] pensando a una idea di baricco che considera il nazismo sia stato una grande narrazione [ovviamente, senza alcun compiacimento]. non sono d’accordo non perché non capisca il senso dell’affermazione di baricco [la capacità di offrire una “illusione narrativa” pur spregevole ma convincente e coinvolgente a un popolo], ma perché credo nella forza democratica della narrazione. il discorso è così complesso [narrazione e comunità, ideologia e comunità], e a esempio toccherebbe anche la questione del rapporto tra religione [che è la più straordinaria delle narrazioni, la più miracolosa] e comunità, oggi con l’islam, che può essere risultata tranchante.
    la tecnocrazia non è una forma di totalitarismo rovesciato [la delega, il disimpegno emotivo invece dell’entusiamo e della mobilitazione, della complicità], l’uno e l’altro nell’avocare a sé “il discorso”?

  23. Vincenzo Cucinotta il 6 febbraio 2012 alle 08:26

    Purtroppo, non vedo molto dialogo nella successione dei commenti, non vedo alcun tentativo di risposta alle obiezioni che ho posto, ed avevo scelto di tacere, non ha senso ribadire più volte lo stesso concetto.
    Però, non posso proprio tacere su ciò che Caminiti dice nel suo ultimo intervento.
    Qui, a mio parere, ci sta un grave errore, confondere Monti e la sua pretesa di essere un tecnocrate con la descrizione della crisi in numeri.
    Qui, la sconfessione di Monti e dell’establishment politico-finanziario che lo sostiene non può basarsi sul parlare d’altro, lasciando loro il monopolio dei famosi numeri e grafici, ma al contrario nell’entrare nel merito di quegli stessi numeri pretesi oggettivi. I numeri in sè non costituiscono ideologia, è la loro interpretazione, il considerare il numero A invece di quello B come descrittore che costituiscono ideologia.
    L’ideologia in verità, preesiste ai numeri, e li utilizza strumentalmente. Per combattere Monti e la sua vasta compagnia che è diffusa per molti governi europei, non dobbiamo abbandonare i numeri, gli faremmo un favore gigantesco, dobbiamo piuttosto disvelare la sua natura ideologica, questa a mio parere dev’essere la missione.
    Se si entra in quest’ottica, chiunque contribuisca a questo fine fa qualcosa di prezioso, sia esso un economista, un regista o uno scrittore. Non è il mezzo che fa la differenza (il numero piuttosto che il film), ma la propria visione del mondo.
    C’è un’ideologia che non dovremmo confondere con il totalitarismo. E’ la stessa confusione in cui cade perfino la grande Arendt, che fa coincidere i due termini, mentre ideologia è un termine di applicazione più vasta. Nessun sistema politico, nessuna società può vivere senza condividere alcuni elementi di fondo di concezione della realtà. Si può discutere se sia adeguato il termine ideologia, o se è meglio parlare di weltanschaug, ma io lascerei da parte il totalitarismo per la società in cui viviamo oggi.

    • andrea inglese il 6 febbraio 2012 alle 13:46

      Caro Vincenzo,
      dalle tue e da altre risposte, mi rendo conto – come già sospettavo scrivendo il mio pezzo sulla narrazione e la crisi – che viene posta una questione inusuale e che ciò genera immediatamente malintesi. Tu giustamente richiami a un’attenzione nei confronti dei tuoi commenti. Io ti richiamo a un’attenzione nei confronti, ad esempio, del mio pezzo, che per altro è in perfetta sintonia con quello di Caminiti, anche se gli orizzonti esplorati sono diversi. Provo a ribadire il punto succintamente. Magari non ci capiamo, nel qual caso – come sempre dico – pazienza. Uno scrive sperando che qualcuno capisca quanto sta dicendo. La pretesa che tutti capiscano, è abbastanza megalomane.

      Nessuno sta proponendo un aut aut netto: gli economisti tacciano, largo ai menestrelli! Cancelliamo i grafici, tutti in scena!
      Vedi, anche se tu avessi per caso straordinario LA soluzione per uscire dalla crisi, ossia dalle contraddizioni del capitalismo, per realizzare uno stato che pianifichi la rivoluzione ecologica, ecc. ecc., avresti bisogno di convincere le gente, che TU, e non Monti, o Draghi, o la cancelliera tedesca, ecc., hai la soluzione. Persuadere. Muovere emozioni, immagini di un futuro diverso, assieme a calcoli costi-benefici, ecc.
      Non solo. Ma nel momento in cui tu ti presentassi in TV con i TUOI grafici, e le TUE cifre – e mettiamo che siano quello giuste – nello studio televisivo ci sarebbero altre tre economisti, ministri delle finanze, consulenti finanziari, che tirerebbero fuori i LORO grafici.
      Cosa significa, allora? Che i tuoi grafici non servono? Non hanno un loro ruolo nel progetto di mutare il mondo? Significa semplicemente che, da soli, non bastano.
      Ora, questa idea non è una bizzarria mia o di Caminiti, ma di uno dei più stimati economisti eterodossi francesi, che collabora stabilmente con “Le monde diplomatique”. Ti incollo qui, il pezzo dove parlo della sua posizione. Che mi sembra illuminante.

      “Frédéric Lordon, economista spinoziano, collaboratore di “Le Monde diplomatique”, ha realizzato una trasposizione teatrale della crisi in alessandrini (D’un retournement l’autre. Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatres actes, et en alexandrins, Seuil, 2011). Il risultato estetico è poco convincente, ma i motivi di una tale esercizio sono da considerare con attenzione. Li esprime in « Surréalisation de la crise », il saggio che chiude il volume. I discorsi veri, le analisi corrette non hanno mai, per forza propria, guidato il mondo, nonostante alcuni universitari siano portati a credere il contrario. “Dovranno quindi arrendersi all’idea che, di tutti i discorsi, quello dell’astrazione è fin dall’inizio il meno capace, proprio perché si svolge in un’atmosfera povera di affetti – constatazione che non toglie nulla alla fondatezza di questi sforzi, ma chiede semplicemente di rivedere al ribasso le aspettative pratiche e politiche”. Se la verità non è portata dalla passione, essa rimane inefficace, fluttuante come un sogno, incapace di radicarsi nelle attitudini. “Il capitalismo non resiste forse all’oltraggio abnorme della crisi presente, non si mantiene in piedi nell’inverosimile sprofondamento intellettuale e morale che dovrebbe inghiottirlo? Contro i vantaggi inerziali della dominazione, tutti i mezzi sono buoni, tutto va preso in considerazione, cinema, di finzione o documentaristico, letteratura, foto, fumetti, istallazioni, tutti i procedimenti vanno considerati per poter realizzare delle macchine produttrici di affetti.” (da “Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia”)

      • Vincenzo Cucinotta il 6 febbraio 2012 alle 14:21

        Sì, ma dove la sta la contraddizione tra noi, mi pare che io dicessi le stesse cose.
        Ho scritto:
        “Se si entra in quest’ottica, chiunque contribuisca a questo fine fa qualcosa di prezioso, sia esso un economista, un regista o uno scrittore. Non è il mezzo che fa la differenza (il numero piuttosto che il film), ma la propria visione del mondo.”
        A me, rispetto alle cose che tu dici, preme solo sottolineare la fine della frase riportata, la differenza la fa la propria visione del mondo. In questo senso, il fatto che si tratti di film o romanzo non è che mi tranquillizzi di per sè, bisogna cioè entrare nel merito della specifica opera.
        Mi sembrava piuttosto di cogliere nelle parole di Caminiti una contrapposizione tra numeri patrimonio di Monti e opere di fiction patrimonio dell’opposizione, questo non lo potrei sottoscrivere.
        Poi, io sono più portato a sottolineare l’aspetto ideologico alternativo che qualsiasi progetto politico deve avere, e mi rendo conto che in una società che si pretende non ideologica, si può fare fatica a seguirmi su questo terreno.

        • andrea inglese il 6 febbraio 2012 alle 15:00

          Ok, ci siamo. E sono d’accordissimo sul principio generale che evochi: ossia non ha senso opporre in sé opere di finzione (d’opposizione) e narrazione esperta (tecnocratica).
          Ma: intanto Caminiti presenta una serie selezionata di opere, e dice: queste opere, sopratutto statunitensi, sono state in grado di raccontare aspetti importanti della crisi. Quali opere possiamo trovare in Europa, che battono gli stessi sentieri? Quindi il criterio selettivo è presente, e certo va ricordato.

          Sul tema opere-ideologia, le cose si fanno poi più complesse. Ma qui bisognerebbe scrivere un saggio apposito. Ci sono modi molto diversi attraverso cui un romanzo, un documentario, un film si possono porre nei confronti dell’ideologia. Io innanzitutto sarei attento alla loro portata critica: queste opere sono importanti perché sono capaci di mostrare, rendere visibili, comprensibili emotivamente, realtà che un certo discorso ideologico cancella, riduce, distorce.
          Il cuore dottrinario dell’ideologia del neoliberismo anglosassone è un mantra estremamente ripetitivo e povero: è un discorso che presenta una visione del mondo talmente parziale e riduttiva, che hai i tratti della vera psicosi, basandosi su una quantità di negazione di ciò che è reale.
          Nel momento in cui una narrazione va a riempire tutti i “bianchi” lasciati nel paesaggio dalla nenia neoliberista, già contribuisce a costituire una visione del mondo alternativa, anche se questa visione non ha bisogno per esistere di accompagnarsi anche a una “politica economica” già formulata, e pronta all’uso.
          Spero di essermi fatto capire.

  24. elio_c il 6 febbraio 2012 alle 10:48

    Mi sembra ben illusorio pensare che le vaghe epifanie largamente sentimentali ed estetiche che si possono trarre da cine e romanzi possano scuotere l’enorme “implicito” che fornisce a Monti la sua sorprendente (specie in campo internazionale) disinvoltura: quello che senza la collaborazione della più ristretta tecnocrazia finanziaria il sistema si blocca e non esisterebbe “capopolo” in grado di rianimarlo, insomma che un’autentica “rivoluzione” entro un sistema fragile come il nostro (così dipendente da un commercio internazionale entro il quale godiamo ancora di “termini” di scambio imperialmente privilegiati) avrebbe effetti catastrofici.
    Non solo manca la competenza specifica (ben difficile da abborracciare) ma mancano soprattutto le informazioni privilegiate. Chi conosce i reali rapporti fra FED e BCE, fra BIS e FMI? E le trilaterali, i Bildberg eccetera. Eh già, cospirazionismo.. noo è tutto razionale, le costituzioni mica sono finzioni.
    Io dico che siamo patetici, nessuno escluso. E poi queste finzioni di competenza.. collaterale o CDS? .. oh già, perché se metto il mio campo di patate a garanzia di un debito porto qualche carriola di terra in banca: ma cosa mai cambierà la precisazione “tecnica” entro un discorso fumoso in partenza e in arrivo?
    E si pretende di venderci anche libri sopra?

    • Vincenzo Cucinotta il 6 febbraio 2012 alle 11:23

      Ad Elio, di cui mi sorprende una sorta di furore strano per uno scettico com’egli si dichiara, vorrei chiedere come fa a sorprendersi se rivoluzione coincide con catastrofe, cosa ci può essere di sorprendente in ciò. Però è un’osservazione significativa perchè sembra indicare una incapacità delle persone a rinuncie e sofferenze.
      Dall’altra parte però, vorrei fare notare che giudicare le cose staticamente non mi sembra il modo migliore. E’ vero, l’Italia è ancora malgrado tutto una nazione privilegiata, ma quanto a lungo lo sarà? Non è forse più interessante considerare la tendenza, come va variando la situazione piuttosto che giudicarla allo stato presente delle cose?

    • andrea inglese il 6 febbraio 2012 alle 12:34

      a elio,
      in genere mi trovo in sintonia con i tuoi interventi, quanto a quest’ultimo:

      “Mi sembra ben illusorio pensare che le vaghe epifanie largamente sentimentali ed estetiche che si possono trarre da cine e romanzi possano scuotere l’enorme “implicito” che fornisce a Monti la sua sorprendente (specie in campo internazionale) disinvoltura:”

      se lo radicalizzi un po’ riesci anche tu ad attingere a quella bella disinvoltura di “con Dante non si mangia il panino” (da Monti a Tremonti, perché no?); davvero la lettura dei quotidiani e delle pagine culturali ha così devastato in te l’idea di che cosa possa essere la letteratura?

      • elio_c il 6 febbraio 2012 alle 21:04

        @Vincenzo e Andrea

        Si è trattato di uno sfogo, non fateci troppo caso.
        Ciao

  25. paolo durando il 6 febbraio 2012 alle 14:20

    Trovo molto interessante questo dibattito e mi scopro ad ammirare la consapevolezza culturale, l’intelligenza creativa e, infine, la passione letteraria, che anima alcuni degli interventi. Mi resta, però, un senso di disagio per la presunzione di competenza, la sicumera che qui e là traspare, l’aria di voler dare ad intendere di “saperla lunga”, di essere scafati interpreti del dietro-le-quinte, quel benaltrismo in fondo comodo e anche rassicurante. Mi viene anche in mente che la letteratura, e l’arte in genere, non possono essere programmaticamente “democratiche”, di destra o di sinistra, come se, morta la politica, spettasse a loro raccoglierne le ceneri. Io provo, in realtà, un sentimento di inadeguatezza. Probabilmente dovrei mettermi a studiare, arrivare anch’io a poter buttare lì, con sprezzatura, il distinguo tra CDS e collaterale e dopo, prima di scriverci un romanzo sopra, parlare di “decrescita felice” agli amici davanti ad una birra. Siamo scrittori, diamine.

  26. harzie il 6 febbraio 2012 alle 15:31

    Non ho molto da aggiungere ai commenti, che mi paiono in gran parte altrettanto competenti del pezzo che li precede. Solo una glossa un po’ approssimativa che mi ronza in testa dal principio, e che riguarda il medium: l’occasione della crisi mi conferma in un timore che covo da tempo, e cioè che la letteratura, quest’arte esclusivamente verbale, non sia più in grado di elaborare narrazioni, di produrre grandi opere su temi decisivi, o che comunque, se anche ci prova, il suo sforzo rimane ancillare a quello del cinema, che è l’arte dove ormai mi paiono concentrarsi i migliori tentativi di confronto con le questioni fondamentali dell’epoca presente, se non addirittura di rinnovamento di forme e modelli attraverso cui trattarle. Spero di sbagliarmi, ma non vedo le prove. O meglio, non vedo in quale modo “specifico”, insostituibile e non ancillare, la letteratura potrebbe pretendere di affrontare tali questioni. E su questo sarei intransigente: nella misura in cui un’opera letteraria è agevolmente suscettibile di riduzione filmica, essa non ha ragion d’essere.

  27. helena janeczek il 7 febbraio 2012 alle 00:29

    Harzie, non vedo dove possa stare l’ostacolo se non nella testa di chi scrive.

    Tra l’altro mi chiedo (e vi chiedo). Ne sappiamo qualcosa di quel che possono aver elaborato scrittori, registi, teatranti greci, in questi ultimi anni? Tranne Petros Markaris, l’unico scrittore noto già anche prima, e il documentario “Debtocracy”.

    Questo anche per sottolineare, nell’occasione, che di quel che viene fatto fuori dalla rotta per l’America, facciamo fatica a essere al corrente, noi nei nostri paesi e nelle nostre lingue periferiche. Il che fa parte della tessitura del discorso dominante, tra l’altro.

    Lanfranco, se il mio commento di prima ti è parso uno svicolare per preamboli accademici (o giù di lì), cerco di chiarire un po’ meglio, senza entrare in una prospettiva di “adetti ai lavori”. Volevo solo dire che c’è anche stato un movimento interno alla cultura europea per cui per quelli che la facevano è sembrato sempre più difficoltoso poter pensare di occuparsi dei “grandi temi”. Insomma, anzicché prendere la citazione di Benjamin per una sfida, è stata vissuta piuttosto prevalentemente come un’ostacolo. Il tutto, guarda a caso, coincidente con la posizione e la percezione di una sempre crescente marginalità di chi sceglie di narrare in paesi – appunto – sempre più periferici. Per cui i temi sociali trattati da noi prima della crisi in film e libri, quasi si accontentano di una dimesione minore, la storia di precarietà, la storia con la fabbrica in Romania. E’ un allusione – in particolare – ai romanzi di Andrea Bajani che sono apprezzabilissimi.

    E’ ovvio che se i narratori (termine che non vorrei riferire solo a chi scrive) si ritirano, le altre narrazioni occupano quasi l’intero spazio sotto il cielo.
    Berlusconiana/antiberlusconiana prima, tecnocratica ora.

    Io penso che qualcosa cambierà. Però in questo caso mi piacerebbe un progetto strano, collettivo, europeo, per affrontare la questione della crisi.

  28. Pensieri Oziosi il 7 febbraio 2012 alle 00:56

    Scrive Caminiti: la libbra di carne di shylock effettivamente non è un cds [visto che non si paga un premio parcellare per ammortizzare l’eventuale default], ma non è neppure un collaterale [perché non c’è deposito della libbra a copertura del rischio, in quanto essa rimane nel corpo di antonio].

    No, no, non è necessario che il collaterale sia fisicamente depositato presso il creditore — pensa ad un mutuo sulla casa.

    Ancora Caminiti: mi è sembrato comunque che la forma del patteggiameno [della copertura assicurativa del rischio della bancarotta, che in effetti a un certo momento è data per certa] si avvicinasse più a quella di uno swap che di un collaterale.

    No, è proprio il nesso tra collaterale e credito e tra credito e CDS che sono diversi. La definizione del collaterale è parte integrante della stipulazione del credito: se non si ha l’accordo sul collaterale, non si ha il credito; se Antonio non accetta di fare da garante, Shylock non dà i soldi a Bassanio.

    Il CDS invece è un derivato su un credito, e quindi l’esistenza del credito è condizione necessaria per la stipulazione del CDS, mentre il CDS non è necessario per la stipulazione del credito. Se la libbra di carne fosse un CDS, prima Shylock darebbe i soldi a Bassanio, e poi andrebbe da Antonio a chiedergli se ha intenzione di pagare una libbra di carne a Shylock nel caso che Bassanio non restituisca il prestito. La decisione di Antonio non influenzerebbe quella di Shylock di dare i soldi a Bassanio.

    Per inciso, il CDS è solo un tipo di swap. Se dici swap da sola, la maggior parte degli operatori pensa ad un interest rate swap, il tipo di swap più comune.

    Scrive elio_c: ma cosa mai cambierà la precisazione “tecnica” entro un discorso fumoso in partenza e in arrivo?.

    Forse un punto di partenza per cercare di dipanare il discorso fumoso?

  29. Vincenzo Cucinotta il 7 febbraio 2012 alle 08:31

    Vorrei solo aggiungere alle cose che ho già scritto che rimane nella maggior parte degli interventi quella che potrei definire “opzione socialdemocratrica”.
    Insomma, è come se il virus neoliberista avesse infettato i sistemi liberaldemocratici, per cui da una parte saremmo piombati da sistemi sostanzialmente democratici a sistemi totalitari, e la sfida odierna corrispondentemente si limiterebbe quindi a sopraffare il virus per tornare allo stato di salute precedente.
    La mia opinione è che il neoliberismo sia invece la naturale evoluzione dei principi liberali, e che qyuindi la sfida sia molto più alta ed impegnativa.
    Sognare una società diversa, come dicono i marxisti, è giusto. A mio parere però, bisogna fare uno sforzo di immaginazione più grande senza timore di rimanere prigionieri anche della propria storia personale.

  30. lanfranco caminiti il 7 febbraio 2012 alle 09:22

    grazie a helena. perché mi permette ancora spiegare meglio [ringrazio tutti, in verità, perché consentono di dire meglio cose implicite nel testo, e saluto gina].
    e cioè: io non la vedo come una questione di centro/periferia [stati uniti, origine e cuore della crisi, e europa, origine e cuore della controcrisi, viziosamente speculare: la grecia, dopo la cura fmi e ue ha perduto il 9 per cento del pil].
    la vedo piuttosto come una “cessione di sovranità linguistica”, che ovviamente non è una problema di anglofilia e anglofobia e nulla ha a che vedere con la sovranità nazionale. anche di questo bisognerebbe parlare.
    voglio dire: la crisi è diventata narrativamente solo una questione “economica”. una questione di addetti, a volte anche addicted.
    io nn ce l’ho per nulla coi numeri e le statistiche.
    ma: offelé fa’ ‘l to’ meste’.
    un narratore [nel senso ampio del termine usato da helena] dovrebbe utilizzare, manipolare, infarcire di statistiche anche [alla pinchon, per dire] il suo testo, ma dovrebbe soprattutto narrare.
    e la crisi è soprattutto una drammatica condizione umana.
    famiglie che fanno i conti delle bollette da pagare, la sera, al tavolo di cucina, parlando piano perché non sentano i figli, per dire.
    la drammaticità di questa condizione viene espunta dalla freddezza dei dati.
    di più, direi: c’è una “condivisione nazionale” dei dati, come se essi fossero di per sé la verità.
    non fossero, cioè, vite, contraddittorie, ambigue e antagoniste, ma numeri.
    la rinuncia [la delega] della politica produce anche questo.
    ora, so bene che sia non solo giusto ma sacrosanto contrapporre a numeri altri numeri, per criticare, per programmare altrimenti.
    mi sembra però, che laddove questa attività ci sia stata – dico, dagli economisti, ognuno al suo posto linguistico, ripeto – si sia perso nei dettagli. o non abbia avuto la forza di diventare “altro discorso” da quello del re [monti].
    una capacità narrativa avrebbe questo di democratico [non è scontato, lo sia, certo]: ricostruire comunità linguistica sulla crisi.
    oggi, benché ci si appelli allo spirito di nazione, ai sacrifici equi, non c’è “comunità linguistica” sulla crisi: c’è prevalenza della neutralità tecnica, del linguaggio specialistico. e il linguaggio specialistico [che questo è, quello economico] non crea comunità. anzi, approfondisce un solco, richiede una delega totale [qui, era il senso del mio uso della parola “totalitaria”: il totalitarismo, a mio avviso, si nutre non solo di ideologia, ma di freddezza ragionieristica, vedi la programmazione della soluzione finale e l’impegno minuzioso dei tedeschi addetti a registrare ogni minimo aspetto, banalmente]. ma, certo, come dicevo, va usato con le pinze e cautela.
    come narratore – faccio per finta, mica lo sono – ogni discorso facessi in questo momento sarebbe “umorale” e marginale, e, come sembra condividere cucinotta, sarebbe una lingua “minore”. [c’è anche, da parte di cucinotta, una grazia octroyé a che qualunque sia la narrazione – di cinema, film, romanzo, saggio economico – ben venga].
    col cazzo, dico io.
    questa crisi è tragica, scombussolerà le nostre vite, le sta scombussolando.
    penetrerà, è già penetrata nel nostro quotidiano, nel nostro futuro prossimo.
    è una mutazione antropologica. non temporanea, ciclica. non è il ’92 e le misure di amato.
    che la narrazione di potere ha sinora corroborato con due cornici di trama: di fronte c’era la catastrofe, gli italiani danno il meglio di sé quando si devono rimboccare le maniche.
    se questa seconda è facile, benché scampanata, da rintuzzare, perché equivale alla cazzata degli “italiani brava gente”, la prima è più complessa, evoca il nostro immaginario, provoca la paura, ci sottomette al timore linguistico.
    ora, la mia domanda è: come è potuto succedere?
    cioè, perché glielo stiamo consentendo?
    c’è una debolezza narrativa? in parte sì, certo, però io non credo più di tanto, gli esempi che portavo nel testo o ho snocciolato dopo, dicono che da anni si parla di crisi del lavoro, e non tra gli addetti alla narrativa.
    allora, mi interrogo. quale parte della narrazione del potere sulla crisi sto condividendo?
    perché abbiamo ceduto la sovranità linguistica sulla crisi, che è anzitutto “materia narrativa”?
    e ancora: la crisi del lavoro non riesce a essere “comunità linguistica”, a essere “altra” narrazione condivisa. e questo lo capisco, perché essa è davvero ambigua, bifronte e contraddittoria.
    forse, sottolineo forse, la narrazione del potere – non caricaturale, potente – potrebbe invece.
    e qui, a mio avviso, gli americani sono decisamente più capaci.
    fosse pure per autenticare la propria democraticità, cioè che siano in grado di affidarsi a una narrazione democratica disvelatrice.

    • mario rossi il 7 febbraio 2012 alle 11:51

      il mio personale metodo per capire è semplificare. E’ un metodo dialettico che adopero nei dialoghi tra me e con gli altri, non perché io sia Socrate metempsicotizzato, ma perché credo che la chiarezza faccia emergere più facilmente la debolezza o la forza del discorso; sulla chiarezza e semplicità si può intervenire più facilmente. Quindi provo ad essere semplice.
      La debolezza narrativa che pervade l’Europa e l’Italia, a mio parere, viene dalla rinuncia al tentativo di scardinare i principi che muovono la sopraffazione. Non si può più avere paura di essere tacciati di massimalismo o demagogia, il tema della narrazione deve cominciare ad essere la messa in crisi delle basi concettuali del sistema che non funziona o di quanto non funziona in esso. Raccontare la storia patetica di un poveraccio o quella odiosa di un privilegiato non porta direttamente a pensare che il problema non sta nella loro natura personale di perdente o vincente, buono o cattivo ma sta nella dinamica e nella condizione ambientale del loro rapporto (rapporto che esiste anche se uno sta in Grecia e l’altro in Germania, perché è generato dal sistema dei rapporti di produzione che coinvolge il top manager ed il precario o lo stagionale). Il nodo, a mio avviso è questo. Non parlare solo di quanto sono buoni i perdenti e di quanto sono cattivi i vincenti, ma di quanto vale il gioco. E’ il caso forse di rispolverare un vecchio luogo comune di sinistra secondo cui “è colpa del sistema”. In questo richiamo nuovamente ad esempio di un possibile percorso il film di Virzì che avevo citato nel commento successivo a quello di Lanfranco del 4/02 sul tempo sospeso del precariato.
      A parte queste banali ma non credo inutili precisazioni (perché almeno a me serve sempre tenere a mente la direzione del discorso), adersico quasi in tutto a quanto scritto da Lanfranco Caminiti e Andrea Inglese.

    • Vincenzo Cucinotta il 8 febbraio 2012 alle 15:30

      Lanfranco, non so quanti anni hai e se hai vissuto gli anni di cui parlo (scusa la parentesi, ma se tu fossi più o meno mio coetaneo e messinese, allora ci conoscevamo da ragazzi…), ma secondo me la sconfitta culturale è avvenuta, ed è avvenuta con una radicalità estrema, alla fine degli anni 70. Tutto il resto mi appare come conseguenza di questa vittoria storica totale del capitale.
      Si dovrebbe semmai riflettere su come tutto ciò sia potuto accadere e soprattutto sul perchè non siamo stati in grado di risollevarci, discussione molto lunga e complessa che eviterei di aprire qui, anche se ne avrei di cose da dire a proposito.
      Ecco, personalmente, ma sarà sicuramente un mio limite, non vedo specifici elementi ideologici che nascono oggi in bocca al Monti di turno, tutta roba trita e ritrita per decenni, che trae la sua forza non dalla propria abilità argomentativa (ma a chi convince Monti con quella sua parlata piena di pause e di termini ambigui), ma dal naturale ossequio umano verso chi ha il potere proprio per il fatto stesso di averlo.
      Ripartire come vorrebbe Elio da un revival delle socialdemocrazie secondo me è del tutto impossibile: le socialdemocrazie si sono sempre schierate da quella parte, e le differenze sono sempre state nei toni ma non nella sostanza delle scelte. Questa alternativa non c’è, bisogna farsene alfine una ragione, e quindi ripartire da almeno trentanni fa, tutto ciò che conta è avvenuto allora.

  31. mario rossi il 7 febbraio 2012 alle 12:18

    Sulla polemica tra valore dei dati scientifici e della drammatizzazione vorrei notare che Apocalypse Now credo faccia più effetto contro la guerra dello snocciolamento su grafico e dispiegamento discorsivo storico dei dati sui danni umani e materiali della guerra in Vietnam. I dati sono freddi per chi non ha la consapevolezza storica e sociale per interpretarli, e soprattutto se non annoverano me, cioè se non ho esperienza di quanto enumerano. La drammatizzazione mi fa fare l’esperienza raccontata dai dati, successivamente potrò gustare la loro freddezza come fossero la lama di un coltellino svizzero.

    • Vincenzo Cucinotta il 8 febbraio 2012 alle 07:46

      Ma le emozioni da suscitare non costituiscono il fine, ma il mezzo: se manca il quadro complessivo che proponga uno sbocco a queste emozioni, queste rischiano di trasformarsi in frustrazioni.
      D’altra parte, si parla di ciò che sta avvenendo negli USA come se la rivoluzione fosse in corso. A me francamente non pare, non mi pare, ma potrei sbagliarmi, che gli USA siano più avanti dell’Europa sulla strada della rivoluzione. Ancora oggi, vedo i successi di quei fascistacci dei candidati repubblicani, da fare impallidire il nostro Berlusconi nazionale.

      • mario rossi il 8 febbraio 2012 alle 14:48

        Le emozioni narrative, a mio giudizio, costituiscono un mezzo per esprimere una stonatura nella realtà e per dare vita ad un conflitto tra il come si vorrebbe che fosse ed il come sembra essere, e per far scaturire una consapevolezza ed una coscienza del problema, oltre ad una domanda di soluzione, e questi sono i fini.
        La soluzione del problema è un fine indiretto che non coinvolge la narrazione, anche perché se questa possiede la soluzione non fa drammatizzazione, ma propaganda (politica, scientifica, filosofica, socio-antropologica).
        Per questo dico che in un momento critico come questo chi ha la voce non può tirarsi indietro, essendo chiaro il conflitto rischia di essere demagogico, ma non deve temere di esserlo, deve cercare di non dare facili soluzioni, deve cercare di far nascere più dubbi che può, deve approfondire più che può il conflitto. Se sarà onesto non sarà demagogico.
        Ci sono concetti che fanno ormai parte del nostro pensiero ma che è ora di verificare, serve un tagliando della motorizzazione. Ad esempio la speculazione che nomina anche elio c, dopo questo commento. Speculazione non è un concetto cattivo nel lessico del capitalismo, si è ritirato in una nicchia di negatività nell’ultimo mezzo secolo, prima riferito alla speculazione edilizia, poi a quella finanziaria, ma il termine speculazione è legato ad un principio basilare del capitalismo, l’investimento di capitale in previsione di ricavi futuri. Questo principio è passato al vaglio della realtà ormai trecento anni fa e da allora gli si rinnova la fiducia, ma comporta la disponibilità di un capitale accumulato e la possibilità di accumularne ancora.
        Al di la di dati economici che sostengono quanto la dinamica degli investimenti di capitali sia corroborante per un economia di mercato, siamo sicuri che in un mondo in cui iniziano a scarseggiare gli spazi vivibili e le risorse ambientali ci sia ancora un margine per l’accumulazione? Siamo sicuri che il cumulo non vada ridistribuito e reinvestito con finalità di utilizzo collettivo anziché di speculazione privata? Non solo, purtroppo il sistema ha dovuto alfabetizzare i sistemati per alzare il livello dei loro bisogni consumistici, ma i sistemati hanno letto tre o quattro pagine di storia e ormai è chiaro per tutti che l’accumulo difficilmente è frutto di reali meriti che non siano radicati nell’ingiustizia sociale data dalle diverse estrazioni se non dalla sopraffazione o nella mera fortuna, e probabilmente la diversa estrazione deriva da una antenata sopraffazione (viviamo in un sistema che premia per principio l’ingiustizia e la fortuna, da dove nasce la pretesa vana di meritocrazia? Ed il saperci fare all’americana io lo annovero in queste categorie), tanto più che i liberisti si appellano alle leggi di natura.
        Purtroppo io non ho un sistema alternativo da proporre, sento solo questa drammatica inadeguatezza di quello in cui vivo nei suoi principi che poi incidono nella realtà, nell’esclusione, nello sfruttamento, nella devastazione ambientale, nella disoccupazione, nella bce, i cdf, lo spred il bond e tutto quel che c’entra, e per questo sento il bisogno di narrazione e drammatizzazione che facciano nascere pensiero consapevole e costruttivo.

        • elio_c il 9 febbraio 2012 alle 11:00

          Con questa impostazione concordo totalmente. Ciò che in effetti temevo era che un gusto eccessivo, diciamo così, per gli “spiazzamenti” – per quanto artisticamente/soggettivamente fruttuosi – potesse allontanare o addirittura rendere impossibile quella “revisione dei concetti” che mi sembra urgentissima e quasi disperatamente difficile, considerata la scomunica reciproca nella quale si tengono le principali scuole di pensiero economico. Una paralisi che consente ai “poteri costituiti” di utilizzare di volta in volte le singole parti che più fanno comodo (Volcker vs Greenspan etc) senza sentirsi sottoposti ad alcun vincolo di coerenza complessiva, che non saranno certo degli accademici socialmente ricattabilissimi a poter imporre.

        • mario rossi il 10 febbraio 2012 alle 01:21

          sono ripassato a dare un’occhiata alla conversazione e mi sembra giusto puntualizzare che la definizione di emozioni narrative è relativa all’argomento qui dibattuto e funzionale a dare una spiegazione di quanto sostenuto in precedenza. Non pretende di dare un significato complessivo dei termini.

  32. helena il 7 febbraio 2012 alle 19:17

    Lanfranco, giusto per chiarire un’altro non detto. Credo che più o meno il 90% delle cose che ho scritto negli ultimi mesi, parlano della crisi. Ci riempio le mie 1800 battute settimanali sull’Unità (che, per quanto piddina, non è proprio la sede perfetta dell’ospite ingrato), ci ho fatto un pezzo lungo postato qui intitolato “Depressione”. Per strappare la rappresentazione, la lingua agli specialisti. (scusa devo scappare…semmai continuo dopo)

  33. undadoaventifacce il 8 febbraio 2012 alle 01:47

    [Piccolo innesto nella noia della notte]

    Posso avere la mira migliore del mondo
    ma a un bombardiere in volo non arrivo col fucile,
    serve la contraerea.

    E’ inutile che mi lamenti di narrazioni inadeguate
    se non dispongo dei mezzi materiali
    per imporne mezza all’attenzione.

    (Definizione)

    Costringere ad interiorizzare i rapporti di forza negativi come se fossero proprie insufficienze è la prima tecnica di domesticazione.

    (Aggiunta)

    Ora,
    se ogni giorno a cannonate a reti unificate e dai giornali
    ci chiudono nel recinto la crescita e lo spread e il debito
    delle loro spiegazioni, colpa nostra da espiare immolandoci
    c’è poco di cui ragionare: la guerra civile è già in corso.

    (Aforisma di Moccia dai Baci Perugina)

    La rivoluzione è sempre una guerra civile, ma non sempre la guerra civile è una rivoluzione.

    (Citazione quasi dotta da un’allusione quasi dotta ad uno scrittore quasi dotto)

    sol chi ha la borsa piena vive piacevolmente.

    (Chiosa)

    Certo bisogno di narrare pare a volte
    bisogno di quel male agente che consenta
    l’inizio di un intreccio narrativo
    più che sincera voglia di affrontarlo,
    il male.

    (Esteri)

    I giovani che si preparavano a innescare
    Occupy questo e quello, in America
    si passavano di mano in mano
    “L’insurretion qui vient”.
    E comunque la maggior parte degli americani
    non sta occupando da nessuna parte
    (poi, magari, al cinema ci sono andati).

    Amen.

    (Conclusione)

    La grande narrazione sarà conto orale intorno a un cerchio
    passata di voce in voce di cerchio in cerchio
    deformata arricchita deviata impreziosita travisata
    perchè senza un proprietario una fonte originaria
    modulata su ogni traccia individuale e dotata
    di una prospettiva un orizzonte un sogno ad occhi aperti

    o semplicemente (assai probabilmente) non sarà.

    In ogni caso non porrà un freno alla ruota degli errori
    e degli orrori.

    Amen.

  34. elio_c il 8 febbraio 2012 alle 11:54

    Ma bisognerà, prima o poi, aprire la pancia alla “nenia neoliberista” di quei “fascistacci” di Repubblicani, almeno per capire che cosa si possa mantenere del comune senso bottegaio. Per esempio: l’interesse è sempre “usura”? Il risparmio si può distinguere dalla speculazione?
    Ricordo che quando lessi “Furore” ne rimasi molto impressionato, poi seguì “Arcipelago gulag” e lo fui ancora di più.

  35. gina il 12 febbraio 2012 alle 10:55

    daqui
    yani
    Nuovamente si spegne la luce. Quanto a lungo resteremo al buio questa volta? Mezzo minuto.
    Ci sono queste brevi interruzioni dell’elettricità, nessuno ci fa caso. Ma ogni volta potrebbe essere la volta buona, you know what I mean. Yani. L’intercalare più frequente. Un attimo di sospensione. Un attimo prima.
    Solo i computer non si spengono ai tavoli del bread republic, e ciascuno continua a digitare imperterrito la faccia illuminata dalla luce eterna del ciberspazio. Mi sono svegliato presto stamattina alle sei e tre quarti in preda a un’eccitazione pericolosa, folle. Ieri sera al Time out con una siriana un indiano due palestinesi un’italiana tre libanesi una mezza inglese e mezza non so cosa a parlare dei Grundrisse, del general intellect, della poesia dell’esaurimento dell’energia fisica e psichica, e della demografia mondiale. Nessuno fa cenno a quello che sta succedendo in Siria perché tutti lo sanno benissimo. Duecento morti al giorno a un’ora di auto da qui, e la violenza pronta a esplodere in ogni istante all’angolo di strada per ragioni imperscrutabili. Come reagirà Hezbollah al possibile crollo del regime siriano? Come reagirà Israele alla possibile reazione di Hezbollah?
    Di prima mattina vado alla pasticceria franco-svizzera il posto più delabré che conosco, che la guerra ha risparmiato e la speculazione immobiliare non ha ancora raggiunto. Per quanto? L’arcigna signora che mi porta caffè e croissant au fromage si regge a malapena nel suo grembiule bianco. Difficilmente la troverò ancora se un giorno tornerò a Beirut, ce qui va se passer bientot, j’imagine, car cette ville à capturé quelque chose de profond dans mon esprit, yani.
    Dal 12 gennaio insegno alla scuola Ashkal Alwan di Beirut. Non c’è luogo migliore per cercar di capire. La città, anche se in questo momento sembra assente e distante da ciò che sconvolge il Medio Oriente, è il centro culturale di un sommovimento che coinvolge l’intera regione. Disseminata di macerie eppure vitale, attraversata da innumerevoli linee di separazione etnica, religiosa, politica, eppure cosmopolita e vibrante, Beirut ha sopportato quindici anni di guerra civile, ha resistito e respinto l’aggressione israeliana. La scuola è un punto di incontro e discussione di gente che ha vissuto in modo consapevole esperienze molto diverse. Gli studenti ai quali insegno vengono da scuole d’arte e comunicazione, da Facoltà di Architettura o scuole di cinema della regione. Sono palestinesi, egiziani, iraqeni, libanesi, un’italiana, un francese. Il giorno successivo al massacro nello stadio di Port Said uno studente egiziano è scomparso, se n’è andato adducendo vaghe motivazioni familiari. Tutti sappiamo perché Mohammed, un tempo militante islamista e ora attivista impegnato nelle lotte operaie in una città egiziana lontana da Cairo, ha smesso di partecipare alle mie lezioni.
    Non sono in grado (né credo che lo sarò fra due settimane alla fine del mio corso) di esprimere un’opinione sistematica su quello che vedo. Sto raccogliendo testimonianze e interviste con giornalisti, attivisti artisti e studenti che hanno partecipato e partecipano alle rivolte che si stanno svolgendo nell’area. Cerco di leggere tutto quello che è alla mia portata (nelle lingue che conosco), ma anche di farmi raccontare quello che non posso leggere. Riferisco le mie emozioni, che parlano la stessa lingua di coloro la cui lingua non posso capire.

    Euforico disprezzo
    Domenica 5 febbraio ho intervistato Serene, una scrittrice egiziana che ha studiato a Madrid e ha vissuto a Londra per molti anni, e nell’ultimo anno ha partecipato intensamente alla rivoluzione egiziana. Mi ha parlato del cambiamento delle forme di coscienza collettiva e del cambiamento individuale, mi ha raccontato il coinvolgimento di attivisti di formazione islamica e l’effetto di liberazione mentale che il movimento ha prodotto su di loro, mi ha descritto il mutamento radicale della percezione e dell’auto-percezione femminile nello svolgersi del movimento. Il senso generale del nostro colloquio mi pare così sintetizzabile: al di là degli esiti politici, che in questo momento sono assolutamente aperti e impregiudicati, questo movimento ha ormai messo in moto un processo di dissoluzione del vittimismo tradizionale della cultura araba. Le tradizionali definizioni (fondamentalismo islamico, laicismo, democrazia ecc) non rendono conto in alcuna maniera del processo che si sta svolgendo, processo di rottura dei dogmi comportamentali oltre che mentali, un processo di attivazione della solidarietà collettiva.
    La testimonianza di un attivista che ha partecipato alle lotte operaie nella regione del Delta, di un artista di Alessandria, e di un giovane professore di formazione marxista conoscitore della bibliografia operaista italiana i quale insegna storia della civilizzazione islamica mi fanno pensare che l’evoluzione del processo iniziato un anno fa a Tharir Square sfugga completamente alle definizioni politiche con cui cercano di interpretarlo giornalisti occidentali e poteri politici mondiali.
    L’idea che si tratti di un movimento per la democrazia è riduttiva se non propriamente abusiva: la riduzione “democratica” del movimento ha di fatto funzionato come una trappola. Il movimento è nato da una rivolta della vita quotidiana – la lotta sociale contro lo sfruttamento e i bassi salari, la libertà sessuale, l’esplosione di comunicazione dal basso.
    La traduzione in termini di “movimento per la democrazia” lo ha ingabbiato dentro il processo elettorale. Volete la democrazia? Eccovela, hanno detto i militari. Ha così vinto la Fratellanza Musulmana, alleata con i militari, e il vecchio regime si ripresenta, mentre le condizioni di vita operaia e i salari non sono cambiati, e la pressione dal basso per il cambiamento della vita quotidiana non si interrompe.
    Ma il movimento non si è fermato né è rifluito quando la gabbia democratica è scattata, e oggi riprende nuovamente, e rischia di essere spinto verso la violenza, anche se l’effetto del movimento nella vita quotidiana è una riduzione del tasso di violenza sessuale, sociale e psicologica. Il sentimento di solidarietà diffuso nella vita quotidiana, la sensazione di partecipare a un processo di condivisione amichevole, sta agendo come un potente antidepressivo e come un rilassante della paura che dominava nella vita del paese.
    La rottura del ciclo della paura e il dissolversi della depressione è la lezione che il movimento europeo dovrebbe urgentemente apprendere. Per quanto catastrofica possa essere la vita quotidiana per chi vive sotto la costante minaccia israeliana o per chi non ha nessuna possibilità di trovare lavoro, la condizioni di allegra estraneità e di condivisione affettiva costituiscono un irreprimibile fattore di autonomia. Il movimento non si prefigge alcunché, ma crea continuamente le condizioni per sottrarsi al governo autoritario e alla depressione. Questa è la lezione che il movimento dovrebbe apprendere in Europa, dove l’assolutismo finanziario non può essere in alcun modo sconfitto per via politica, ma può essere semplicemente ignorato dissolto azzerato da una pratica di insolvenza, appropriazione e soprattutto da una pratica di condivisione esistenziale e solidarietà che renda inoperante il ricatto finanziario.
    L’allegria del disprezzo contro il dogmatismo il fondamentalismo e l’oppressione militare – questa è la lezione che dobbiamo apprendere in Europa. Disprezzo per la dittatura finanziaria, disprezzo per il ceto politico che la gestisce e la impone, disprezzo per il ceto intellettuale che la legittima. Disprezzo e allegria.

    Tristezza
    Con la breve eccezione dell’ultimo fine settimana piove da quando sono arrivato qui, un mese fa.
    Emily, l’artista palestinese che dirige il corso nel quale insegno, mi fa notare che in realtà sotto l’euforia e l’allegria sprezzante dei frequentatori del caffe Younis e del Bread Republic e dei cento locali che offrono wireless in una città in cui la connessione è rara, lenta e saltuaria, c’è una tristezza profonda. E’ vero, lo sento, oggi che la tristezza arpiona coi suoi artigli la mia anima.
    Alla galleria Agial Omar Fakhoury espone una serie interminabile di quadri pop (mi viene in mente Jasper Johns ma anche Rauschenberg). Rappresentano tutti la stessa cosa: su sfondo grigio coloratissime garritte militari, filo spinato, pneumatici accatastati, deliquescence, caos, instabilità di macerie materiche.
    Saba pittrice e architetto di origine palestinese che segue i miei corsi ha partecipato alla progettazione di un campo per palestinesi, dopo la battaglia che qualche anno fa ha portato alla distruzione completa di un campo in cui i salafiti avevano installato un loro centro di addestramento militare. I suoi lavori (meravigliose macchie di bianco e nero e grigio che disegnano città appese al cielo e liquefatto dissolversi di memorie viola e grigiastre) sono la mappatura delle macerie, e il titolo che lei propone è Building for a people without land.
    B like in Beirut di Roy Dib, interamente girato con una telecamera cellulare è una sequela di immagini graffiate che iniziano con una scena di Hamani and the rainbow, un film televisivo degli anni della guerra civile: una bambina che ha perduto la madre durante un bombardamento e corre lungo la spiaggia cantano una canzone talmente struggente che mi manca il respiro, e trascina per la mano un uomo impazzito e gli dice possiamo essere felici costruendo castelli di sabbia. Poi, in un delirio elegantissimo di colori azzurro scuro e bianco squillante, un party mascherato che ricorda la scena dell’orgia in Eyes wide shut.
    Samar è un’antropologa palestinese che ha scritto una tesi sulla crisi dell’identità maschile di coloro che hanno vissuto la sconfitta militare e politica, che è anche sconfitta di una comunità di cui i maschi si sentono i difensori. Nelle sue parole non c’è odio per gli assassini israeliani, per coloro che hanno riprodotto l’orrore, per poter riaffermare la loro identità di maschi umiliati dagli orrendi maschi nazisti in una catena infinita di rancore maschile forever.

    Macerie e rivolta

    Oltre la disfatta dell’identità euforia e rimozione.
    Le macerie sono dovunque in questa città, che da mille anni almeno è luogo di conflitto e di violenza di scontro e di incontro di intreccio e di reciproca emarginazione tra le culture del dogma e dell’appartenenza. Alla domanda sei musulmana o cristiana – che le faccio distrattamente dopo averla frequentata per tre settimane senza che questa domanda idiota mi venisse in mente – la persona con cui lavoro mi risponde: non sono niente. Sono palestinese aggiunge, ma questa parola non indica affatto il sentimento di un’appartenenza, ma il riconoscimento di una sconfitta dalla quale non dobbiamo smettere di imparare.
    L’appartenenza è l’orrore. Tutti coloro che in questa città sono miei amici sono come lei: niente. Io sono niente. Siamo niente, yani, cioè esseri umani che possono essere tutto: qualsiasi cosa la cultura e il desiderio sappiano costruire.
    Ora lo so perché Beirut è diventata in così poco tempo il posto più importante della mia mappa interiore. Perché qui c’è scritto il futuro, non il passato.
    “Beirut è la risposta artistica a condizioni che stanno diventando sempre più comuni nel mondo: guerra civile, estremismo settario, sfruttamento economico, disperazione.” (Ken Seigneurie: Standing by the ruins, 2011)
    Qui vedo le macerie dell’Europa che viene, la guerra civile e il nazismo dei prossimi dieci anni in Italia Ungheria, Spagna, Regno Unito, in Russia in Ucraina e in Grecia.
    Ma al tempo stesso vedo la rivolta che cresce tutt’intorno, il coraggio di sfidare le pallottole dei dittatori, la gioia sprezzante di chi sa che morire non è peggio che vivere da schiavi.
    “a Beirut ho acquisito il sentimento che la cultura, mentre evoca piacere, può anche preservare i valori del coraggio della generosità e della convivialità in società che sono sottoposte a conflitto civile di lunga durata.” (ibidem)
    Senza retorica e con una certa malinconia gli abitanti liberi di questa città hanno imparato a vivere in modo gioioso – talvolta euforicamente – in un panorama di macerie. Noi europei abbiamo qualcosa da imparare da Beirut: dobbiamo imparare in fretta a liberarci dal vittimismo della precarietà e dell’immiserimento. Al capitalismo predone della finanza, che ogni giorno viene a predare quello che abbiamo prodotto con il nostro lavoro dobbiamo opporre una povertà felice. Non produrremo più niente per voi. Produrremo di nascosto, nelle nostre catacombe, e non parteciperemo più al vostro consumismo e alla vostra produttività criminale.
    Saremo poveri perché chi è povero non ha nulla che gli si possa depredare. Ma saremo anche ricchi perché la nostra ricchezza non è fatta di accumulazione ma di disprezzo e di allegria, di poesia e di pane prodotto clandestinamente perché gli assassini del governo Monti non ce lo possano portare via. Pane biologico, buono come il vostro merdoso pane non potrà essere mai. Bicicletta, veloce nel traffico come le vostre merdose auto non potranno mai essere.
    E in questa città dove si incontrano i poeti e i giornalisti che arrivano dal Cairo e da Damas, da Ramallah e da Gaza impariamo la lezione della tempesta araba, che non è una lezione politica ma una lezione poetica: la riattivazione del corpo collettivo desiderante, del corpo solidale e del corpo erotico, il disprezzo (sia pure malinconico) di Magda Allam che mostra la sua fica acerba come una dichiarazione di irriducibile autonomia, con quel nastro e le scarpine rosse che ridono e gridano nel grigio.
    Qui in mezzo alle rovine imparo la lezione che servirà al movimento in tutto il mondo, e specialmente in Europa: basta col vittimismo, basta con la depressione che paralizza. Serene, la giornalista egiziana che mi ha insegnato più cose, quando le ho chiesto se non teme di poter essere vittima della vittoria islamista, mi ha detto: basta con il vittimismo che voi europei lettori di Frantz Fanon e di Samir Kassir leggete sempre nel mondo arabo. La rivolta di questi mesi spazza via il vittimismo. Non siamo vittime, siamo ribelli.
    Basta compagni con il vittimismo precario. Non siamo vittime, siamo ribelli. Ce ne fottiamo del loro salario e del loro lavoro. Ruberemo, rapineremo, arrafferemo nei grandi magazzini quello che ci occorre. Sputeremo in faccia al funzionario Goldman Sachs che ha preso il posto di Silvio Berlusconi. Anche se dovremo sfidare la galera, e le pallottole. Come Carlo Giuliani. Come trecento persone al giorno, nelle città siriane, a pochi chilometri da dove sto scrivendo.

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  37. […] di rilievo – lo ha segnalato in un bell’intervento sulle narrazioni della crisi postato su Nazione Indiana e, in integrale sul proprio sito Ambaradam, Lanfranco Caminiti, uno di quegli incorreggibili […]

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  39. Dalla parte di Penelope | Nuovosoldo il 17 febbraio 2012 alle 14:05

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  40. […] Leggevo un bell’articolo su Nazione indiana che racconta come, per esempio, la crisi finanziaria sia già diventata negli Stati Uniti spunto per fiction e film, mentre in Europa non è accaduto. […]



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