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	Commenti a: La censura, la sofferenza, lo scandalo	</title>
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		Di: Ares		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ares]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:58:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non amplifichiamo la tragedia, non è dignitoso, e lasciamo tutto nella sfera privata.. la vergogna è insopportabile, sono daccordo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non amplifichiamo la tragedia, non è dignitoso, e lasciamo tutto nella sfera privata.. la vergogna è insopportabile, sono daccordo.</p>
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		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162777</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:34:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Capisco il punto e penso di condividere abbastanza, per quel che mi riguarda. Infatti una cosa che mi sarebbe piaciuta approfondire è come mai il film iraniano sia un&#039;opera infinitamente più complessa dello spettacolo italiano-occidentale. Dal punto di vista della costruzione narrativa, dei piani di lettura che si sovrappongono, non certo quello della produzione. In questo, per dire, si distingue molto dal cinema volutamente lento e povero (banché &quot;bello&quot;) di Kiarostami. Ha, giusto per capirci, la complessità di un romanzo del primo Novecento, dove oltre alla capacità di rappresentare la società attraverso una storia privata, un dramma borghese, entra pure una riflessione sulle menzogne, gli equivoci, i silenzi, insomma i problemi di comunicazione che rendono ancora più soli i singoli con i loro fardelli.

Mentre il dramma messo in scena ha questa elementarità di cui si diceva. In realtà, pur con la merda di cui si è discusso tanto, ho visto uno sforzo di non assecondare un&#039;estetica della decomposizione. Nei limiti del possibile, quando si mette in scena la disperazione e l&#039;umiliazione, sembra esserci stata una ricera di misuratezza, di non-spettacolarizzazione nient&#039;affatto scontata.

Per me la domanda è piuttosto: dobbiamo davvero tornare a un grado quasi zero di linguaggio per affrontare certi nodi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Capisco il punto e penso di condividere abbastanza, per quel che mi riguarda. Infatti una cosa che mi sarebbe piaciuta approfondire è come mai il film iraniano sia un&#8217;opera infinitamente più complessa dello spettacolo italiano-occidentale. Dal punto di vista della costruzione narrativa, dei piani di lettura che si sovrappongono, non certo quello della produzione. In questo, per dire, si distingue molto dal cinema volutamente lento e povero (banché &#8220;bello&#8221;) di Kiarostami. Ha, giusto per capirci, la complessità di un romanzo del primo Novecento, dove oltre alla capacità di rappresentare la società attraverso una storia privata, un dramma borghese, entra pure una riflessione sulle menzogne, gli equivoci, i silenzi, insomma i problemi di comunicazione che rendono ancora più soli i singoli con i loro fardelli.</p>
<p>Mentre il dramma messo in scena ha questa elementarità di cui si diceva. In realtà, pur con la merda di cui si è discusso tanto, ho visto uno sforzo di non assecondare un&#8217;estetica della decomposizione. Nei limiti del possibile, quando si mette in scena la disperazione e l&#8217;umiliazione, sembra esserci stata una ricera di misuratezza, di non-spettacolarizzazione nient&#8217;affatto scontata.</p>
<p>Per me la domanda è piuttosto: dobbiamo davvero tornare a un grado quasi zero di linguaggio per affrontare certi nodi?</p>
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		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162726</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 22:12:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando una civiltà diventa vecchia c&#039;è di tutto. Fanatici che non hanno la minima cognizione di civile convivenza e autori che non hanno ancora compreso che la cura di un mondo esteticamente decomposto non è amplificare la decomposizione estetica a dismisura. L&#039;articolo in sé è bellissimo. Ma gli uni e gli altri non mi piacciono di principio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando una civiltà diventa vecchia c&#8217;è di tutto. Fanatici che non hanno la minima cognizione di civile convivenza e autori che non hanno ancora compreso che la cura di un mondo esteticamente decomposto non è amplificare la decomposizione estetica a dismisura. L&#8217;articolo in sé è bellissimo. Ma gli uni e gli altri non mi piacciono di principio.</p>
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		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162716</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 18:33:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei dire due parole sul film Una separazione, secondo me molto bello e significativo nel panorama iraniano, un film che dice molto anche a noi occidentali e che accomunerei a un altro film notevole, il coreano Poetry (uscito l&#039;anno scorso), per la tematica della donna che va a curare un uomo anziano (in quel caso anche con implicazioni sessuali).

Una separazione critica sia la cultura religiosa sia la cultura borghese, moderna, diciamo laica, per quel che di laico ci può essere in Iran.
La famiglia laica presenta una donna che vuol emigrare poco sensibile alle esigenze del padre del marito, e che rinuncia alla figlia senza troppi problemi. Una donna cui interessa raggiungere i suoi obiettivi, una vita comoda, senza troppo pensare alla verità nel caso giudiziario che investe il marito. Il marito, dal canto suo, pur perorando una causa giusta, in cui vuole scoprire la verità, mente su una questione marginale ma che lo manderebbe in prigione e una volta scoperto dalla figlia, lascia a lei la crudele libertà di decidere se lui deve dire o meno la verità davanti al magistrato. La figlia undicenne (che forse ha commesso un furto in casa) si trova infine lei stessa a dover dire se il padre ha mentito o meno, ricoprendo così il ruolo di una ragazza troppo presto cresciuta, se non emancipata, a cui la situazione e la laicità aperta dei genitori impongono di prendersi responsabilità non sue.
La famiglia religiosa propone un marito violento e ottuso, un personaggio veramente irritante, e una donna petulante e che è la causa di tutto il conflitto con le sue negligenze verso l&#039;anziano che deve curare e con la sua richiesta di risarcimento per un fatto non comprovato: tale sarebbe il comportamento di una persona sinceramente religiosa. A rendere il tutto più antipatico sono i continui richiami della donna ad Allah, che ogni volta sarebbe testimone di quel che ha fatto e di quel che sarebbe successo (ovviamente a sua discolpa), anche se lei stessa non ha capito bene cosa è successo - solo alla fine la donna si riscatta e dimostra un sano attaccamento alla verità. Sempre a lei spetta la scena, riportata da Helena e da tutti i critici, nonché da i trailers, in cui chiede al telefono se lo stato permette a una donna-badante di pulire un uomo che si lorda dei propri liquidi, scena che, per la serietà con cui viene fatta una richiesta che noi occidentali stimiamo ridicola, provoca al pubblico in sala un accenno di riso involontario. A me per la verità non ha provocato questa reazione, ero anzi piuttosto immerso nella serietà della richiesta. Molto più fastidio mi ha dato la scena in cui il marito chiede a lei di commettere peccato, mentendo, cercando di persuaderla dicendole che si sarebbe preso su di sé, di fronte ad Allah, la colpa di quel peccato. Ipocrisia allo stato puro, espressa in una forma che pare consentita dalla religione stessa: questa mi sembra la critica più forte alla religione, più ancora che allo stato teocratico, che il film esplicita.  
La critica mi sembra dunque estesa a ogni livello rappresentato: coppia laica, coppia religiosa, stato, religione, in un continuo vortice di caduta e riscatto che evita di far passare il discorso come assoluto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei dire due parole sul film Una separazione, secondo me molto bello e significativo nel panorama iraniano, un film che dice molto anche a noi occidentali e che accomunerei a un altro film notevole, il coreano Poetry (uscito l&#8217;anno scorso), per la tematica della donna che va a curare un uomo anziano (in quel caso anche con implicazioni sessuali).</p>
<p>Una separazione critica sia la cultura religiosa sia la cultura borghese, moderna, diciamo laica, per quel che di laico ci può essere in Iran.<br />
La famiglia laica presenta una donna che vuol emigrare poco sensibile alle esigenze del padre del marito, e che rinuncia alla figlia senza troppi problemi. Una donna cui interessa raggiungere i suoi obiettivi, una vita comoda, senza troppo pensare alla verità nel caso giudiziario che investe il marito. Il marito, dal canto suo, pur perorando una causa giusta, in cui vuole scoprire la verità, mente su una questione marginale ma che lo manderebbe in prigione e una volta scoperto dalla figlia, lascia a lei la crudele libertà di decidere se lui deve dire o meno la verità davanti al magistrato. La figlia undicenne (che forse ha commesso un furto in casa) si trova infine lei stessa a dover dire se il padre ha mentito o meno, ricoprendo così il ruolo di una ragazza troppo presto cresciuta, se non emancipata, a cui la situazione e la laicità aperta dei genitori impongono di prendersi responsabilità non sue.<br />
La famiglia religiosa propone un marito violento e ottuso, un personaggio veramente irritante, e una donna petulante e che è la causa di tutto il conflitto con le sue negligenze verso l&#8217;anziano che deve curare e con la sua richiesta di risarcimento per un fatto non comprovato: tale sarebbe il comportamento di una persona sinceramente religiosa. A rendere il tutto più antipatico sono i continui richiami della donna ad Allah, che ogni volta sarebbe testimone di quel che ha fatto e di quel che sarebbe successo (ovviamente a sua discolpa), anche se lei stessa non ha capito bene cosa è successo &#8211; solo alla fine la donna si riscatta e dimostra un sano attaccamento alla verità. Sempre a lei spetta la scena, riportata da Helena e da tutti i critici, nonché da i trailers, in cui chiede al telefono se lo stato permette a una donna-badante di pulire un uomo che si lorda dei propri liquidi, scena che, per la serietà con cui viene fatta una richiesta che noi occidentali stimiamo ridicola, provoca al pubblico in sala un accenno di riso involontario. A me per la verità non ha provocato questa reazione, ero anzi piuttosto immerso nella serietà della richiesta. Molto più fastidio mi ha dato la scena in cui il marito chiede a lei di commettere peccato, mentendo, cercando di persuaderla dicendole che si sarebbe preso su di sé, di fronte ad Allah, la colpa di quel peccato. Ipocrisia allo stato puro, espressa in una forma che pare consentita dalla religione stessa: questa mi sembra la critica più forte alla religione, più ancora che allo stato teocratico, che il film esplicita.<br />
La critica mi sembra dunque estesa a ogni livello rappresentato: coppia laica, coppia religiosa, stato, religione, in un continuo vortice di caduta e riscatto che evita di far passare il discorso come assoluto.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162711</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 17:55:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162679&quot;&gt;helena janeczek&lt;/a&gt;.

Concordo su tutto. Avrei dovuto mettere la faccina sorridente quando scrivevo &quot;razzismo&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162679">helena janeczek</a>.</p>
<p>Concordo su tutto. Avrei dovuto mettere la faccina sorridente quando scrivevo &#8220;razzismo&#8221;.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162697</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:42:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi è tornata in mente una battuta di luttazzi(forse)che recitava più o meno così:&quot;prossimamente Sharon uscirà dal coma.Col carro armato&quot;.E poi quell&#039;altra che io ricordavo sul jazz anche se in realtà è attribuita a Murakami(1Q84)&quot;se non lo capisci senza che te lo spieghi, non lo capiresti anche se te lo spiegassi.&quot;A proposito di sensibilità dico 

http://195.122.253.112/public/mp3/Queen/Queen%20&#039;Seven%20Seas%20Of%20Rhye&#039;.mp3]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi è tornata in mente una battuta di luttazzi(forse)che recitava più o meno così:&#8221;prossimamente Sharon uscirà dal coma.Col carro armato&#8221;.E poi quell&#8217;altra che io ricordavo sul jazz anche se in realtà è attribuita a Murakami(1Q84)&#8221;se non lo capisci senza che te lo spieghi, non lo capiresti anche se te lo spiegassi.&#8221;A proposito di sensibilità dico </p>
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		<title>
		Di: AMA		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162681</link>

		<dc:creator><![CDATA[AMA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 23:25:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pulire il culo ai propri padri senza tante moine, magari dando una sistemata anche ai loro cateteri, rifuggendo la crisi mistica. O prendere una badante. Una infermiera. Pragmatica. Attenta all&#039;improbabile inatteso schizzo. Affrontare comunque la cosa con un certo equilibrio. Come facciamo tutti, senza indugiare su compiacimenti estetici. Ma se proprio merda deve essere, che sia quella di Steve McQueen in Hunger. 

Noi occidentali soffriamo tantassimo. Abusiamo di droghe e di psicofarmaci, dati alla mano. Siamo fragili. Basta un nonnulla per farci avere un attacco d&#039;ansia. Ma non siamo ancora al delirio dello Scambio simbolico e la morte di Baudrillard. Siamo di sicuro molto ma molto annoiati di fronte alla banalita&#039; di certe rappresentazioni. E prima di farci smuovere il culo dalla poltrona ce ne vuole.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pulire il culo ai propri padri senza tante moine, magari dando una sistemata anche ai loro cateteri, rifuggendo la crisi mistica. O prendere una badante. Una infermiera. Pragmatica. Attenta all&#8217;improbabile inatteso schizzo. Affrontare comunque la cosa con un certo equilibrio. Come facciamo tutti, senza indugiare su compiacimenti estetici. Ma se proprio merda deve essere, che sia quella di Steve McQueen in Hunger. </p>
<p>Noi occidentali soffriamo tantassimo. Abusiamo di droghe e di psicofarmaci, dati alla mano. Siamo fragili. Basta un nonnulla per farci avere un attacco d&#8217;ansia. Ma non siamo ancora al delirio dello Scambio simbolico e la morte di Baudrillard. Siamo di sicuro molto ma molto annoiati di fronte alla banalita&#8217; di certe rappresentazioni. E prima di farci smuovere il culo dalla poltrona ce ne vuole.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: helena janeczek		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162679</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:42:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162672&quot;&gt;lorenzo galbiati&lt;/a&gt;.

Lorenzo, un po&#039; grossolanamente. Può esserci intolleranza reattiva antimaschile, anticlericale ecc. Ma non esistono dei contesti rappresentativi della vita sociale dove un cattolico o un uomo eterosessuale è discriminato, mi pare.
Non lo dico per polemica, ma per chiarire.

Poi ho detto che la paura di confrontarsi con la sofferenza più elementare mi pare più grande negli uomini, ma non investe solo loro.

C&#039;è una grande differenza se ti occupi di estranei o dei tuoi genitori. Perché quelli ti smuovono tutt&#039;altri strati, hanno scritto la tua storia, nel bene o nel male.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162672">lorenzo galbiati</a>.</p>
<p>Lorenzo, un po&#8217; grossolanamente. Può esserci intolleranza reattiva antimaschile, anticlericale ecc. Ma non esistono dei contesti rappresentativi della vita sociale dove un cattolico o un uomo eterosessuale è discriminato, mi pare.<br />
Non lo dico per polemica, ma per chiarire.</p>
<p>Poi ho detto che la paura di confrontarsi con la sofferenza più elementare mi pare più grande negli uomini, ma non investe solo loro.</p>
<p>C&#8217;è una grande differenza se ti occupi di estranei o dei tuoi genitori. Perché quelli ti smuovono tutt&#8217;altri strati, hanno scritto la tua storia, nel bene o nel male.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162676</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:03:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162636&quot;&gt;NeGa&lt;/a&gt;.

Nega, non credo sia questione di diverso schema mentale, credo 
- di conoscere poco il teatro rispetto ad altre arti
- che il teatro sia per tutti una forma di arte più difficile da avvicinare rispetto a cinema, letteratura, musica: pochi ne parlano, pochi sono i &quot;teatri&quot; (e molti gli &quot;spettacoli&quot;) che vanno in scena, più difficile è la fruizione domestica. Per es. mi pare che la Sanzio non andasse in scena a Milano dal 2001, e ora se dovessi aspettare Manfredini quanto aspetterei? Per un frequentatore ancora poco &quot;istruito&quot; come me intanto, in attesa che arrivino i teatri, va bene anche farsi una cultura con i classici e con teatri (o spettacoli, come vuoi) fatti su testi di una certa levatura da attori sopra la media, come considero per es. Gifuni ne L&#039;ingegner Gadda va alla guerra, che se non è teatro non chiamerei comunque intrattenimento. Cercherei insomma di non essere rigido nella tua schematizzazione, di cogliere le sfumature nel mezzo, che sono poi quelle presenti tra categorie applicabili a tutte le arti, credo, ossia classico/sperimentale, commerciale/d&#039;autore, o prodotto commerciale/opera d&#039;arte. 
Poi ci vogliono gli agganci, persone che diano dritte, meglio se addetti ai lavori, e ti ringrazio per le tue. L&#039;anno scorso per es. ho scoperto I cenci, messo in scena qui a Milano da una compagnia di dilettanti, grazie ad un&#039;amica, e mi è piaciuto più di qualunque altro visto con Invito a teatro, per dire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162636">NeGa</a>.</p>
<p>Nega, non credo sia questione di diverso schema mentale, credo<br />
&#8211; di conoscere poco il teatro rispetto ad altre arti<br />
&#8211; che il teatro sia per tutti una forma di arte più difficile da avvicinare rispetto a cinema, letteratura, musica: pochi ne parlano, pochi sono i &#8220;teatri&#8221; (e molti gli &#8220;spettacoli&#8221;) che vanno in scena, più difficile è la fruizione domestica. Per es. mi pare che la Sanzio non andasse in scena a Milano dal 2001, e ora se dovessi aspettare Manfredini quanto aspetterei? Per un frequentatore ancora poco &#8220;istruito&#8221; come me intanto, in attesa che arrivino i teatri, va bene anche farsi una cultura con i classici e con teatri (o spettacoli, come vuoi) fatti su testi di una certa levatura da attori sopra la media, come considero per es. Gifuni ne L&#8217;ingegner Gadda va alla guerra, che se non è teatro non chiamerei comunque intrattenimento. Cercherei insomma di non essere rigido nella tua schematizzazione, di cogliere le sfumature nel mezzo, che sono poi quelle presenti tra categorie applicabili a tutte le arti, credo, ossia classico/sperimentale, commerciale/d&#8217;autore, o prodotto commerciale/opera d&#8217;arte.<br />
Poi ci vogliono gli agganci, persone che diano dritte, meglio se addetti ai lavori, e ti ringrazio per le tue. L&#8217;anno scorso per es. ho scoperto I cenci, messo in scena qui a Milano da una compagnia di dilettanti, grazie ad un&#8217;amica, e mi è piaciuto più di qualunque altro visto con Invito a teatro, per dire.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/#comment-162672</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 21:40:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41592#comment-162672</guid>

					<description><![CDATA[L&#039;ultimo commento di Helena mi sembra molto bello per la sua sensibilità, la stessa presente nella seconda parte del suo articolo, quella che avrebbe dovuto, credo, nei suoi propositi, far scattare nei commenti la riflessione sulla rappresentazione della sofferenza, cosa che non è avvenuta direi soprattutto a causa del mio primo egoistico commento, che ha portato la discussione sul valore dell&#039;arte dell&#039;ultimo Castellucci e su cosa sia il teatro.

A mia parziale discolpa però (lo so, me la canto e me la suono da solo) c&#039;è il fatto che volendo impostare il discorso sulla discussione del valore artistico di un&#039;opera, si evitano le questioni riguardanti lo scandalo e la censura (presenti nel titolo dell&#039;articolo e un po&#039; fuorvianti secondo me con le intenzioni del pezzo) e anche quelle riguardanti la sua presunta o reale religiosità o antireligiosità (che secondo me sono del tutto soggettive) e si entra dritti nel tema di cui tratta, perché per parlare e valutare del/il come lo tratta escono i nostri pensieri e sistemi di valori in proposito.

In questo senso posso aver dato la sensazione che Helena coglie un po&#039; in tutti i commentatori, quella di voler evitare il confronto personale, carnale con la sofferenza fisica, una sensazione un po&#039; razzista, dato che Helena la associa al nostro essere maschi - ma Helena ha già spiegato nel penultimo commento che non si può discriminare chi ha un potere egemonico (Chiesa cattolica e società maschilista, entrambi associati all&#039;Occidente) e quindi presumo che le categorie discriminate oltre a dover essere più protette possono prendersi delle libertà in più rispetto alle altre.

Ora, per non deviare di nuovo il tema, dico subito che non voglio trattare qui quest&#039;ultimo argomento ripreso da un ragionamento di Helena, che cmq mi interessa moltissimo perché contenente le questioni relative ai vari tipi di intolleranze, discriminazioni e protezioni di cui gode ogni tipo di appartenenza nonché il chiedersi quale sia l&#039;incidenza delle religioni istituzionali e la cultura egemonica nella nostra società. Non ora, non qui. E nessuna provocazione per il termine &quot;razzista&quot; addebitato all&#039;impressione di Helena, diciamo che è un &quot;razzismo&quot; che accolgo con piacere perché credo sia corroborato dai fatti: noi maschi abbiamo meno confidenza con il pulire merda.

Ora, però dico la mia: più che &quot;che bisogno c’era di mettere in scena quella roba lì?” cioè un figlio che pulisce la merda del padre, per me vale che bisogno c&#039;era di metterlo in scena in quel modo iperrealistico e con uno sfondo religioso. Le risposte paiono essere:
- iperrealistico proprio perché il tema nella nostra società è rimosso
- religioso per precise intenzioni di Castellucci, che Helena riassume così: &quot;La rappresentazione della sofferenza fuori le mura della solitudine individuale ha bisogno di un terzo occhio che non sia soltanto “mio”, di una trascendenza fosse anche solo intesa come comunanza degli esseri umani. Ma tale trascendenza si fonda su una relazione diretta che ammette dubbi, pianti, grida di disperazione o di soccorso, non deleghe e mediazioni istituzionalizzate.&quot;
Ora, a me sono proprio queste due scelte, l&#039;iperrealismo e la connessione a una trascendenza che non mi hanno interessato. Quel che ci ha visto Helena nella seconda, ossia le righe citate sopra, è però molto poetico e di poesia parla anche NeGa in proposito allo spettacolo. Quindi questo depone a favore dell&#039;opera e la mia reazione istintiva (il considerare banale e per me fin troppo approfondita l&#039;associazione sofferenza volte di Gesù) potrebbe essere sbagliata. Per quanto riguarda il rapporto con la sofferenza, credo di non rientrare nel caso di maschile tipicizzato da Helena, e non solo per aver fatto per un anno, durante il servizio civile, anche il lavoro di pulire da merda e piscia degli handicappati (termine che preferisco a &quot;disabili&quot; quando una persona ha un handicap totale, fisico e mentale che identifica tutto il suo essere). Il punto quindi per me è come trattare la sofferenza e il dolore. E se ho tempo concludo il mio contributo alla discussione parlando di quel che ho visto, su questo tema, in Una separazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo commento di Helena mi sembra molto bello per la sua sensibilità, la stessa presente nella seconda parte del suo articolo, quella che avrebbe dovuto, credo, nei suoi propositi, far scattare nei commenti la riflessione sulla rappresentazione della sofferenza, cosa che non è avvenuta direi soprattutto a causa del mio primo egoistico commento, che ha portato la discussione sul valore dell&#8217;arte dell&#8217;ultimo Castellucci e su cosa sia il teatro.</p>
<p>A mia parziale discolpa però (lo so, me la canto e me la suono da solo) c&#8217;è il fatto che volendo impostare il discorso sulla discussione del valore artistico di un&#8217;opera, si evitano le questioni riguardanti lo scandalo e la censura (presenti nel titolo dell&#8217;articolo e un po&#8217; fuorvianti secondo me con le intenzioni del pezzo) e anche quelle riguardanti la sua presunta o reale religiosità o antireligiosità (che secondo me sono del tutto soggettive) e si entra dritti nel tema di cui tratta, perché per parlare e valutare del/il come lo tratta escono i nostri pensieri e sistemi di valori in proposito.</p>
<p>In questo senso posso aver dato la sensazione che Helena coglie un po&#8217; in tutti i commentatori, quella di voler evitare il confronto personale, carnale con la sofferenza fisica, una sensazione un po&#8217; razzista, dato che Helena la associa al nostro essere maschi &#8211; ma Helena ha già spiegato nel penultimo commento che non si può discriminare chi ha un potere egemonico (Chiesa cattolica e società maschilista, entrambi associati all&#8217;Occidente) e quindi presumo che le categorie discriminate oltre a dover essere più protette possono prendersi delle libertà in più rispetto alle altre.</p>
<p>Ora, per non deviare di nuovo il tema, dico subito che non voglio trattare qui quest&#8217;ultimo argomento ripreso da un ragionamento di Helena, che cmq mi interessa moltissimo perché contenente le questioni relative ai vari tipi di intolleranze, discriminazioni e protezioni di cui gode ogni tipo di appartenenza nonché il chiedersi quale sia l&#8217;incidenza delle religioni istituzionali e la cultura egemonica nella nostra società. Non ora, non qui. E nessuna provocazione per il termine &#8220;razzista&#8221; addebitato all&#8217;impressione di Helena, diciamo che è un &#8220;razzismo&#8221; che accolgo con piacere perché credo sia corroborato dai fatti: noi maschi abbiamo meno confidenza con il pulire merda.</p>
<p>Ora, però dico la mia: più che &#8220;che bisogno c’era di mettere in scena quella roba lì?” cioè un figlio che pulisce la merda del padre, per me vale che bisogno c&#8217;era di metterlo in scena in quel modo iperrealistico e con uno sfondo religioso. Le risposte paiono essere:<br />
&#8211; iperrealistico proprio perché il tema nella nostra società è rimosso<br />
&#8211; religioso per precise intenzioni di Castellucci, che Helena riassume così: &#8220;La rappresentazione della sofferenza fuori le mura della solitudine individuale ha bisogno di un terzo occhio che non sia soltanto “mio”, di una trascendenza fosse anche solo intesa come comunanza degli esseri umani. Ma tale trascendenza si fonda su una relazione diretta che ammette dubbi, pianti, grida di disperazione o di soccorso, non deleghe e mediazioni istituzionalizzate.&#8221;<br />
Ora, a me sono proprio queste due scelte, l&#8217;iperrealismo e la connessione a una trascendenza che non mi hanno interessato. Quel che ci ha visto Helena nella seconda, ossia le righe citate sopra, è però molto poetico e di poesia parla anche NeGa in proposito allo spettacolo. Quindi questo depone a favore dell&#8217;opera e la mia reazione istintiva (il considerare banale e per me fin troppo approfondita l&#8217;associazione sofferenza volte di Gesù) potrebbe essere sbagliata. Per quanto riguarda il rapporto con la sofferenza, credo di non rientrare nel caso di maschile tipicizzato da Helena, e non solo per aver fatto per un anno, durante il servizio civile, anche il lavoro di pulire da merda e piscia degli handicappati (termine che preferisco a &#8220;disabili&#8221; quando una persona ha un handicap totale, fisico e mentale che identifica tutto il suo essere). Il punto quindi per me è come trattare la sofferenza e il dolore. E se ho tempo concludo il mio contributo alla discussione parlando di quel che ho visto, su questo tema, in Una separazione.</p>
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