Ma io, veramente, dov’ero, dove mi trovavo? / Sono semplicissimo a segnalarmi

21 febbraio 2012
Pubblicato da

di Daniele Poletti

L’ultimo numero (7) della rivista indipendente di arti e letteratura dia•foria è dedicato al poeta torinese Augusto Blotto.
Con Augusto Blotto ci troviamo di fronte a un vero e proprio caso letterario, dove la disattenzione delle patrie lettere e della critica (eccettuati gli ultimi 10 anni forse), risultano direttamente proporzianali – tuttavia lo sbilanciamento rimarrebbe – alla mole di materiale prodotto da questo poeta, in sessanta anni di scrittura. Ma Blotto non è solo il regno della quantità: come ricorda il critico Sandro Montalto, ci sono pochi altri autori che possono vantare una così vasta produzione (si ricordano Abramo Martini, Giovanni Stefano Savino) e una altrettantanto imperturbata qualità poetica.
All’incontro con la scrittura blottiana si ha l’impressione di essere quasi disarmati, ovvero di dover deporre le armi, abbandonare le proprie consolidate certezze, per poter accogliere –meglio per essere investiti da- una lingua trasversale, totalmente funambolica, che pretende di esaurire la totalità del reale e del dicibile.
Le reazioni di fronte a tanto disipiegamento di mezzi sono generalmente due e nette: il rifiuto categorico, sfumato da un lieve sorriso di sufficienza o da un moto quasi di sdegno; oppure la fascinazione immediata.
Seguendo questa seconda via, che promana però da un primo livello irrazionale, ci troviamo, infatti, nel bel mezzo di un concerto per grande orchestra, diciamo Amériques di Edgard Varèse. Con il verso blottiano la poesia riacquista la dignità di musica, ma una musica densa, stordente alla fine, per aver trascinato la mente di chi legge in un vorticoso fluire sdruccioloso di frasi che, arrivate al punto fermo, hanno alterato la bussola e creato una forma rara di atassia emozionale. Non è prevedibile quale situazione, paesaggio, immagine, il poeta possa proporci, non dietro l’angolo del verso, ma spesso già a metà di esso. Tutto ciò pone un immediato confine con tanta della poesia haikuista o orazionale/perorativa, cui ci siamo (forse) abituati in questi anni.
Aver indicato Varèse come corrispettivo sonoro non è casuale. Blotto si inserisce nella storia della poesia italiana come un grande, appartato innovatore (i libri pubblicati per Rebellato sono precedenti e coevi al Gruppo ’63), che non arriva mai alla rarefazione – almeno fino ad oggi –, a lavorare per sottrazione. Anzi, la sua poesia rappresenta un’iperfetazione dei sensi, quasi verrebbe voglia di accostarla all’esperienza del cut-up burroughsiano, del collage più sfrenato, in cui trovano spazio un colore dell’alba, una notizia letta sulla civetta dell’edicola, un’imprecazione sentita in treno, etc. intersecantesi. Ma la regìa di Blotto è molto più strutturata ed arguta, seppure più impersonale, per così dire: attraverso il cammino e il dispiegamento dei sensi (come un verme ricco di villi recettori, dice l’autore) egli va a registrare tutto ciò che trova sulla sua strada, senza cercare alcunché, indifferentemente come uno strumento, un tramite, nell’ambizione di restituire quel cambiamento continuo del punto di vista e quella mutevolezza insite in un percorso di spazio e di tempo.
È palpabile in questo sforzo, che produce per l’appunto una scrittura pregna e lussureggiante, l’enorme potenziale delle possibilità del dire, l’inesausta articolazione, che in parte esperiamo leggendo e in parte intravediamo o sogniamo in prospettiva.
Per questi motivi abbiamo accostato Blotto più volentieri a Edgard Varèse che non al Luigi Nono di Fragmente-Stille, an Diotima, ad esempio.
L’impasto fonetico estremamente frastagliato e dinamico, vivo di un animo vigile e disincantato, reso tale anche dall’uso di registri variati e da una peculiare distillazione (comica) di diminutivi e accrescitivi, risulta poi, ad un secondo livello di lettura, ordinato in una struttura assai rigorosa e controllata. Le poesie di Blotto possono essere ricomprese nella forma canzone, con numero e lunghezza di strofe variabili, praticamente prive di rime e sotto l’insegna del verso italianissimo, l’endecasillabo. Ma appare subito evidente che le undici sillabe del Blotto (ma ci sono anche novenari e settenari molto interessanti) sono in ossequio solo al computo, perché attuano una continua deroga alla classicità, grazie alle accentazioni inusuali, alle dilatazioni o fratture in fine di verso, oltre che all’ausilio di una sintassi disorientante, che dribbla spesso il lettore, per un effetto di simultaneismo.
E fin qui potremmo, volendo dar retta solo alla musica e alla forma, accostare la poesia di Blotto all’esperienza geniale e forbitissima di Fosco Maraini de La gnosi delle fanfole, ma pensiamo che oltre al gioco (che pure c’è) e alla lingua bizzarra e apparentemente idiolettica, ci sia qualcosa di più.
Questo è il terzo livello di lettura: il progetto. La poesia di Augusto Blotto è un enorme poema, che dura da 60 anni, in cui l’autore ha registrato tutto il reale visto, percepito, sentito, attraversato. Non avulso dalla realtà, questo poema può essere inteso tuttavia come tentativo utopico di onnicomprensività, dove la poesia e il respiro (eccettuata la fase del sonno) vanno a coincidere.
Pur esistendo nel corpus pagine molto petrose, è l’elemento acqueo ciò che descrive meglio l’attitudine blottiana sia in forma che in sostanza; il flusso continuo della scrittura che vuole trasmettere con la cronaca circadiana del quotidiano, la fotografia precisa di un esserci-stato, geografico, ben definito e definibile, personalissimo, ma che attraverso l’evocazione lirica, sinestetica e verbale, aspira a rimanere poesia dell’oggi.
In questa operzione panglossiana (in senso etimologico) Blotto non si fa mancare niente, la tavolozza dei colori è quanto mai variegata, anche se ci sono grandi preferenze, le parole utilizzate (tutte presenti sul vocabolario, dice l’autore) provengono dai più diversi registri e settori e anche lingue, tale che si addiviene alla formazione di parole travestite seppur riconoscibili; sottolineature, parentesi tonde (molte) e quadre, verbificazioni, sostantivazioni avventurose; i titoli delle raccolte perfidamente bifidi, l’ironia e il comico rabelaisiano.
Si è tentato di citare qualche autore per analogia, per cercare di inquadrare meglio in quale categoria potesse e possa rientrare il poeta: Zanzotto, Cacciatore, addirittura Folengo. Potrei citare Gaetano Delli Santi, che forse è l’unico che si avvicina di più alla parola blottiana, con tutte le differenze progettuali che possono esserci; ma credo che l’unica cosa che accomuni veramente tutti questi scrittori sia l’irregolarità, chi per scrittura, chi per vita, chi per entrambe. L’impossibilità di far quadrare i conti in rapporto a una letteratura orizzontale, piana, quasi disossata.
Peter Greenaway diceva qualche anno fa: “La vita è da tutte le parti, sopra, davanti, intorno, dietro. Il cinema è solo davanti. Bisogna arrivare a un cinema cubista, dove lo schermo sia ovunque.” Che Blotto abbia indicato la via per una poesia cubista?
Nelle oltre 18.000 pagine scritte si può trovare in nuce ed ancora in fieri una nuova lingua poetica.
E pur rischiando di risultare oziosi o peggio di essere guardati con albagia, non vogliamo privarci di ricordare queste parole di Schopenhauer: “La verità e l’originalità troverebbero più facilmente posto nel mondo se per di più coloro che non sono in grado di produrle non cospirassero di comune accordo per non farle venire alla luce.”

[dia•foria è una pubblicazione aperiodica, autofinanziata, mutevole nel formato – assecondando di volta in volta le esigenze di ogni singolo progetto – ma con l’obiettivo sistematico di promuovere la cultura nel senso più ampio del termine. Da ricordare la prossima uscita legata al centenario di John Cage, con 100 interventi di 100 personaggi dell’arte, della musica e della letteratura nostrani.

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Augusto Blotto

da «Ragioni, a piene mani, per l’”enfin!”»

= = = = =

Le ragionevolezze, tampoco
bella-presenza, subiscono quel repentino
foscar malato che, per esempio, il vento
veniente, non ancora udibile, violàstra
di là dai monti di legnicelli e vista
(sornione biondo scorticato, sollevarsi)
esasperata per vicinanza di terriccio?

*
Fievole un cielo soffiato dal forno
aspettante dei monti il corallo
tartaglio duro, turchese
zagaglia, sovra la gromma di calma
che possiedono certi acrocori cremisi
secco, all’improvviso, quando spegne
in conforto la cenere stracci noi
e non ci diamo ragione d’una guancia,
direi, che coli, fece giuliva
riverberata dal vermiglio, zitta
così, qui nel platiccio dell’ombra

Il fatto vero che si emettesse da spalla
e occhio questo frontal di programmi
sorregge ebben nella disperazione
imminente che pare armeggi i suoi sciacqui
in tal periodo disidratato e quieto
da far sorgere fieri dubbi; ricordo,
poi, che bruiva un chè di coperta
superiore, manona (elittra), il cavo
pomeriggio da tacchi silenti in cui morte
mi colse (o quasi)
………………………Sono persuaso
dunque dell’in-gioco cui forza è far tasca
dritta, come se ci si avvicinassero altri attori

Ma non è quello…
………………………..Che tipo di fiuto
al vestito – di lana, si sa, però individuo
il suo chiaro, marcato, pied d’poule –
osò avanzare la personcina ch’….
or colgo in scorcio, tra galleriette di roccia,
verso Elva? Meglio, in che tempo,
fermo così?
…………………Ha proprio articolato,
da pollo, gambe in quel giorno là;
lo si è potuto vedere.
…………………………….Poi scriveva.
Poi toccava magari parti nece-
-ssarie alla vita d’ogni giorno. Un pettine,
sarà stato usato Un caldo
stazionava dove non posso dire: lana,
ma come davvero nettata, senza
aderenze (che fungan rimorchio)
………………………………………….Fu
movimento, profilo, eternità
peritura……Non riesco a stoppare
quell’andamento da sogno grande, avventura
gladiolata d’azzurro per sminuzzarlo,
che portò un nome e cognome a usare mezzi
di trasporto
………………..Capisco veramente
ora e trèmolo sempre: nessuna
relazione con il percorritore
d’istanti, vestito, è il verticino implume
del trionfar [un] lampo, condizione bennata
affinché si dia un quadro preciso della storia
come si svolse in quel 14 settembre
’58, ad esempio, di Elva rivelazione
ma anche di logistica che potrei compitare
passo per passo, criticandola in quel
di ceduo ingenuo ci fosse stato
……………………………………….A lontanissimo,
come in vero e reale si è, soltanto
è concessa la franca minuzia del costituire,
testimonio complicantesi, gli atti d’aria che un
solo ma guarda giorno bonariamente eccelsero,
o sia pur epoca, volendolo (sciolti)
……………………………………………..Occupandomi
finalmente, di questa biografia che appunto
conosco, potrei liberare nuvolette
di interessanti conoscenze, palla leggera
che va a centrar po’ lo spiegare. Di certo
conquisterei una libertà così giogo
sotto-tripudiante, simile a grasso di guanciotto
che si soddisfi, tiepolesco;
………………………………….lo scanso
di responsabilità, agognato, d’ora
– con tutto lo stupore che ciò trascina,
rinnovellar sorprese in vate o speme,
cantucci continui d’incontrar qual fede –
in avanti potrà comodamente
picchiettare i miei passi, sourcillo uniforme
che se ne va, rettilineo che obeso sfuma.
(così il celestino a Dazi, a traslochi veteri)

Ma io, veramente, dov’ero, dove mi trovavo?
Sono semplicissimo a segnalarmi

Val Curone, Staffora
Val Maira
ottobre 2002

= = = = =

La modernità del sangue, assolutezza
che usa i cantini per plorare, finis
vèspera su introire singulto i colli
da cui ci avviamo ad essere, se non
abbandonati, almeno raggruppati
in sfida ringhio di esoso ribelle:
perché, in realtà, il rigoglio non ci sa-
-rebbe, ma neanche forse nel passato

Morire per donna aspetta una sera
affettuosa di attività virili
modellate in atteggiamenti da tavolo
e panca, scontroso cubo di arti,
su cui il meditare connette
bordi dei movimenti:
……………………………..altri che noi
potrebbe aver turbato tal pallore
puntinato? di viaggio con coincidenze
afferrate? di smussar decisioni
purché proseguano (e il sonno imperi)?
………………………………………………………………Federa
inzuppata di contrito, è l’anima
femminile, operaia; l’esangue
ne è la divisa, sotto i paltò snellati
da cintura: vi si cerca di dediti
conservare l’oggetto di “casa”, il rude
anemico per cui una vita si accolla
appunto “il bruno ronzare dell’oggi”
ambrato, sempre rimandante gli scopi

Fui quell’inoltrantesi, betulle
chiodando di forelli il chiaro airiato
arrivante, come Docks mezzogiorno
sùdino d’arancione blu, nei porti
boreali; le ginocchia, altro che
piegarsi, seppero utilizzare
la molla del grande momento che passa, e con scudo
non ci pensammo due volte a coprire
Ifigenia, ad avanzarci di un passo
(ruotando in spazio un marchio di difesa)

L’affermazione che così si visse
riceve raggi di conforto dai modesti
cantoni che il frequentare
ci porge, fortunato cadere di stimoli
stellari, nel cosciotto perfino un po’ lepido
dell’aria abituata al qui di solo e eccello

Qual vaniglia e saliva nei giorni
lume della miseria! ci avesse schiacciato
un carro, non sentivamo niente! il nostro
posto, tutto di un erto apportare!

Poi però si tenne fede, ere
la cui sciarposa cometa mi vermiglia ancor
la fronte, come se da sotto casa
mia immaginassi il modo di vivere dentro
l’appartamento, bandierante prolungo in polvere
d’un serico, internazionale giorno a maggio

Gattinara
ottobre 2010

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da «Trascurare, non volendo, e portarsi»

DI NUOVO LA FAMOSA INDAGINE

Portento diaspro degli afflitti in pulizia,
il gatto del durare in ronzo a rassegnarsi!
……………………………………………………….E son cucce
di me, questo ritentare.
…………………………………..Accogliere
sotto mano il cervello, è prezioso, è pulito:
appennino; storie
di ruteno e famìna, incredibili
verecondie in una gorgia di persecuzioni
smottate e quasi attillato la vena d’invìo
grigio quando esso sia leggermente puzzolente,
acquata dragos’in scialbo che il comportarsi delle dorsali
piedina di unire alla vasca l’oltremare
emiliano, o perché, hanno sofferto
femminilmente, da questo letto
di misuro poco, mi struggo, vital una serietà
di sfrusci
………………….Malevolo, verde
nella valle bassa torchiaria; smentirsi
di pane che fa il meno e il cui bisunir pere
pericolo avventa, berretto, esuleante

Campitezza quasi degli abissi di miseria!
ripieghi, addestratamente arrossiti
d’ardimento, cellano la ferrettina
femminilità dei posti
…………………………….Rigoglio maciullo
viaggia fruttino come progetti: specchi’angioli
sono tondi di grassetta scintillantissima,
stuoia cipria
…………………….Il posto nuoce
a teneri vascelli, a un imbragarsi carnezze

Liquar filtrino di Marsica è dolce di fulmineo
equivoco, volgare, un eroe noce
di resineo tarchio, robustotti bastoni, come spingarde della commozione

Provveder (al minimo; noi), chiusissimo, archeggia bottoni di luccio sporco,
fastelli sono il tirato di cabotar su case

Val Borbera
maggio 1964

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4 Responses to Ma io, veramente, dov’ero, dove mi trovavo? / Sono semplicissimo a segnalarmi

  1. Fernando Bassoli il 21 febbraio 2012 alle 18:03

    Non conoscevo, interessante, grazie.

  2. nc il 21 febbraio 2012 alle 22:13

    una sensazione di meraviglia dalla lettura dei versi, un grazie per l’articolo che gratta la mia ignoranza.

  3. […] Dopo l’uscita di [dia•foria  n°7, plaquette poetica dedicata al poeta torinese Augusto Blotto, Daniele Poletti ha scritto un breve saggio di approfondimento, pubblicato proprio ieri sul blog letterario italiano Nazione Indiana. Vi invitiamo a leggerlo e a lasciare i vostri commenti, se volete, a questo indirizzo: https://www.nazioneindiana.com/2012/02/21/ma-io-veramente-dovero-dove-mi-trovavo-sono-semplicissimo-a… […]

  4. […] differenze, la lettura dei testi di Daniele ha rievocato: Marina Pizzi, Francesco Marotta, Augusto Blotto. Non a caso cito Blotto, avendo conosciuto Daniele – come si evince dal link inserito – […]



indiani