Persefone (poesie inedite 2010-2012)

27 febbraio 2012
Pubblicato da

di Federico Italiano

PULENDO LE SARDINE CON MATHILDA

Le avevamo adagiate
nell’acqua della tazza

per farle scongelare, per scioglierle
dalla gelata corazza

della loro ultima acrobazia acquatica.
Scivola sulle vertebre

il pollice, spalando
con l’unghia le interiora.

Cede invece il tuo quando
l’origami amaranto delle branchie

schizza fuori da sotto la mandibola.
Attenta, sta’ sul tavolo. Il sangue

non è colore. Meglio se cola
sui fogli di giornale –

li ho messi di proposito,
credimi, amore, non fa differenza.

Immagina milioni di sardine argentate
che dall’Agulhas bank,

in possente migrazione, inebriate
dal plancton, si dirigono verso Est.

Avanzano incuranti dell’alleanza
tra i tattici delfini

e le sule tuffatrici, scartando
quando possono le fauci sornione

di squali e capodogli – e dell’otaria
la sinuosa incursione.

No, non c’è alcuna storia,
amore, sulla carta.

*

NOCI

sunt qui honori nomen interpretentur
et Iovis glandem esse dicant.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia

Son passati tredici anni da quando
ci nutrimmo di noci in una camera
di frontiera ed il gelo intirizziva

i pensieri del fuori, conciliando
l’intimità e la missione angelica
di comò, flaconcini e portafogli.

La busta in cui trasferisti le noci
la custodii, svuotata di gherigli
gusci e briciole, nella mia credenza,

dove trattenne per mesi il profumo
tuo dolce (dell’ampolla-stella-blu),
suggerendo leggende sull’assenza.

Son passati tredici anni da quando,
quasi assiderati dal sagittario,
fondammo la nostra cooperativa

genetica, sgranocchiando l’ausiliario
lipide dell’autunno – quelle noci
che alcuni dissero glande di Giove.

*

UN MATERASSO GIGANTE, TATUATO
di brani, diagrammi e carte geografiche –
lo percorrevo a gattoni finché

qualcuno cominciò ad affettarlo
come fossero carni di cetaceo.
“Bistecche di capodoglio à la Stubb”,

gridavano, spartendosi costate
perlacee e incontenibili,
e mentre un marinaio

m’indicava l’accetta
con cui fendere il colpo, sentii passi e
voci nel corridoio dell’hotel.

Riemersi ai suoni di una lingua slava,
di un trolley che rollava
e d’ante cigolanti.

*

LA PERFEZIONE DEL SOMMERGIBILE

Un pigiama gessato, una maglietta
di lana bianca e pantofole in feltro.
Siede a un tavolo di legno massello,

la luce piegata sul foglio e intorno
odore di creosoto.
Karl Hans Janke progetta

e disegna, nel profondo del secolo,
navi e stazioni spaziali, un arrota-
lamette per rasoi e sottomarini,

portapacchi per bicicli, elicotteri
a giroscopio e navigatori, mentre
una tisana coadiuva la luna

nell’eclissare la rotondità
della solitudine. “Umanità,
per te progetto”. E disegna, erogando

visioni in forma di brevetti, in rosso
sottolineando il peso
delle glosse che ordinate si flettono

intorno al curvo dettato del lapis
e indiziano l’ammanco
di senso, l’incalcolabile fisica

del suo convincimento.
Ingegneria infrantasi sull’estetica
– folle è chi vuole colmare distanze

varando navi di carta. Riportano
che per un tempo si barcamenò
riparando casseruole e foggiando

giocattoli. Dicono che dal giorno
in cui gli prescrissero un’esistenza
sorvegliata in Sassonia (tra gli affabili

dottori di un fu castello di caccia)
perfetta e inestinguibile divenne
la sua schizofrenia.

*

SYMPOSIUM. PAUSE

I

Che fare con quest’elfo giudizioso
che mi coglie luppolo sotto agli occhi

con quest’orchestrazione progressiva
del piacere – tra arance e porcellana,

tra terrore e illazione –
che lentamente introduce all’inane.

Negli specchi contempliamo la gloria
di una negoziazione ancora giovane

e ci si unisce sotto sopracciglia
loquaci, speculando sul faux pas

che ha già biforcato le nostre vie.

II

Tra l’Alaska e le sue unghie d’uva scura
c’era solo un tè al rum e la brochure
del programma teatrale.

Tra le luci urbane delle sue gote
e il Cathay, solo invenzioni di un naufrago
sperduto, supplichevole, eccitato.

III

Per il momento, indugia tra i cristallini
sarcofagi di farfalle e coleotteri

che un collezionista obliquo dispose
alle pareti, insieme

ai simulacri cartonati (e tascabili)
d’esemplari trofei di caccia:

teste di cervi, bufali e leoni,
pieghevoli, pratici, eco-zoofili.

Per il momento, indugia tra gli spiedi
cadenzati di un locale brasiliano

cercando di spillare
al cuoco eccessivamente laconico

una minima epigrafe
sulle carni sapientemente offerte

ma ciò che resta è lamb e sirloin-steak
e il ballo del cameriere gaudioso.

Per il momento, indugia
prende appunti nel tempo dell’attesa.

IV

In una mano teneva una tazza
di caffè nero e nell’altra gli appunti

popolati da greche, ghirigori
e disegni più o meno decifrabili:

la sagoma di una cincia, il dettaglio
occhio-bocca di un capodoglio, un pene

una daga romana, un aeroplano,
tutti scalfiti in penna a sfera blu.

Mi consigliò la tartina al salmone,
burro ed aneto – che marca discreta

i dominî del Nord. Citò Culpeper,
un botanico inglese, e disegnò

la pianta dell’anethum graveolens
nell’angolo bianco delle sue note.

Bevve un sorso di caffè e mi guardò
sperduto, supplichevole, eccitato.

VI

“Che bel nome, Persefone”
le disse il relatore
dopo il suo paper sulle specie alloctone.

VII

CARMEN ET ERROR

Quando rimase solo,
si ritirò nei quartieri invernali
del Café Luxembourg

e rinvigorito da un croque-monsieur
lesse l’Ovidio tiepido
della Loeb Classical Library, comodo

tra i tacchi e le borsette
di nereidi dai capelli verde-mare.
Non sono due crimini –

poesia ed errore – ma le facce
di un’unica medaglia:
poiché non c’è equivoco, fallo o sbaglio

che non venga sancito
dalla suprema finzione del giusto
e non c’è poesia alcuna

senza fraintendimento.

VIII

Tra le grotte calcaree di Lagoa Santa
e l’eloquenza delle tue caviglie
di seta, consumammo

la voglia e optammo (temporaneamente)
per una vita ritirata, in bianco
coloniale,

nel tentativo di salvaguardare
i nostri fossili, nel gran rifiuto
di cattedre ed onori.

Piogge infinite lambivano i nostri
archivi tropicali
mentre argentei insetti strutturalisti

ci rovistavano impietosi il copri-
materasso nella strenua ricerca
di chissà quale linea telegrafica.

Finché perdemmo la voglia ed uscimmo
dalle grotte, dagli alberghi calcarei,
dalle camere della sovvenzione.

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4 Responses to Persefone (poesie inedite 2010-2012)

  1. nc il 27 febbraio 2012 alle 08:47

    belle, piaciute molto.

  2. Antonio Coda il 27 febbraio 2012 alle 12:00

    Sono frastornato dalla prima lettura, le leggerò ancora, andranno lette con tanta di quell’attenzione.. c’è qualche termine che dovrò cercare sul vocabolario, qualche locuzione che mi è apparsa oscura, qualche forzatura di alliterazione, alcune parole accoppiate con un effetto di una quasi sgredevole prevedibilità pubblicitaria, però: però il senso del parlato poetico è al di sopra di tutte le sospettate e forse inutilmente calcate sfasature dovute a una prima lettura: questo mio commento è scritto di getto, come preseguendo lo slancio che possiedono tutte le parole poetiche qui dette, sparse in un insieme di bellezza.

  3. véronique vergé il 28 febbraio 2012 alle 11:20

    Sono meraviglie. Leggevo musica nella profondità del mare. Mi sembrava avere raggiunto un mondo di colori: ogni parola come vegetazione marina. Camera tropicale dove il sogno è sempre nel fluire del sogno o sotto la luce di
    una cucina crudele; tra coltello, sangue, ultima vita delle sardine. Il café du Luxembourg diventa l’oceano della poesia, dell’ombra verde.

    Come si mescola il sogno con la poesia. Quando è vita. Questa notte ho sognato che incontravo Andrea- Tornavo a vederlo- ho dimenticato la città- Era un sogno molto bello. E questa mattina leggo poesie scelte da lui- che mi fanno pensare quanto è bella la musica della poesia.

  4. marco mastronunzio il 1 marzo 2012 alle 09:21

    F.I. è poeta di cui conosco i versi da tempo, versi in cui ritrovavo quasi sempre il ‘ritrovarsi’ incessante che la scrittura dovrebbe offrire, versi che temevo di aver perduto – ma che invece trovo ora qui, non nuovi (per fortuna), epprò forse più vigorosi, secchi, perentori, decisi (anche nel componimento più lungo che per la stessa sua geometria tenderebbe a diluirli).
    Non sono un critico, ma un assiduo lettore e soprattutto un geografo – e raramente ne ho letta così poetica, di geografia.
    Ché di questo si tratta: del passaggio, della transumanza costante tra una geografia poetica e una poesia geografica. Anzi, meglio: questa è a un tempo poesia della ‘geografia col dito sull’atlante’, l’immaginazione geografica della nostra formazione indelebile, zoo(ittio)-poesia, fito-poesia, poesia ‘regionale’, talasso-poesia, eco-poesia che non necessita di nessuna ecocriticism. Abitare, muoversi, mangiare, cucinare, produrre l’ambiente circostante: questa è poesia della nostra quotidianità.



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