Intervista a Valerio Evangelisti

12 marzo 2012
Pubblicato da

 a cura di Tiziano Colombi

One Big Union è l’ultimo romanzo dello scrittore bolognese padre di Eymerich l’inquisitore catalano la cui saga ha raggiunto i lettori di tutto il mondo. Qui però si racconta altro. L’epopea è quella degli Industrial Worker of the World, il sindacato rivoluzionario che, tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, provò a organizzare precari, bracciati, manovali, immigrati e disoccupati. Storia di una sconfitta.

Il suo romanzo racconta la fine di un’utopia, quella del sindacalismo rivoluzionario americano. Anche oggi i sindacati appaiono in gravi difficoltà. Quale pensa sarà il loro destino?

Sui destini lascio decidere gli dei, personalmente non posso conoscerlo. Noto però che una parte del sindacalismo italiano, quello di base ma anche una parte di quello un tempo detto “confederale” (soprattutto la FIOM), sembra porsi il problema del precariato. La tragedia dei nostri giorni, almeno in Italia. Se queste forze sapessero unirsi, gran parte del cammino sarebbe fatta.

 Gli IWW ricorrevano, talvolta, al consapevole uso della forza. Oggi i movimenti sembrano non essere in grado di gestire lo scontro radicale. Sempre più spesso appare  controproducente.

Gli IWW teorizzavano, è vero, l’uso della forza. Raramente la praticavano, però era sempre contro cose, non persone. Per esempio le trebbiatrici, o i campi incendiati. Si trattava della risposta di un proletariato quasi schiavizzato a una condizione invivibile.

La violenza è stata, ed è, un elemento centrale delle dinamiche della società capitalistica. Oggi però è stigmatizzata. Media e commentatori si rifiutano perfino di analizzarne la natura. Lei come interpreta tale atteggiamento?

Il più delle volte, la violenza delle classi subalterne è difensiva. Reagisce a un’aggressione scatenata contro una protesta. Lo si è visto, di recente, nelle rivolte dell’Africa del Nord. Se vogliamo venire all’Italia, le presunte violenze dei No Tav sono state di reazione. Nessuno di loro aveva in mente uno scontro programmatico. Aggrediti mentre affermavano un diritto, si sono difesi come potevano. Quasi tutti i feriti sono dalla loro parte.

Le politiche liberiste hanno, di fatto, fallito. Eppure si fatica a trovare strade alternative. Su Carmilla lei ha scritto recentemente “il capitalismo non entra mai in crisi finale da solo, senza una spinta energica che lo butti gambe all’aria “. Da dove pensa debba arrivare questa spinta? E quale sarà il ruolo della politica?

La spinta non può arrivare che dall’organizzazione in controsocietà di quanti il liberismo lo subiscono sulla loro pelle. La politica, se intesa quale politica istituzionale, oggi serve a poco, visto che i normali meccanismi costituzionali sono soppiantati da centri di comando su scala continentale, o addirittura planetaria, sottratti a ogni controllo. La domanda va però posta al movimento reale. Non a chi, come me, può magari sollevare problemi, ma non additare soluzioni.

Gli uomini che i rappresentanti degli IWW tentavano di organizzare erano sostanzialmente manovalanza non specializzata composta di analfabeti e immigrati. Individui essenziali per il buon funzionamento del capitalismo vorace dei primi anni del ‘900. Queste figure permangono ancora oggi?

Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di figure del genere per funzionare. Forza lavoro a prezzo bassissimo, utile anche per fare pressione su quella più solida, cosciente e organizzata, fino a dissolverla.

Possiamo far rientrare in questa categoria anche quanti, pur dotati di un alto livello di istruzione, non accedono ad un mercato del lavoro in grado di garantirne l’emancipazione sociale e salariale?

Sì. Sono le nuove forme dell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx.

Gli IWW usavano per comunicare con i proprio iscritti fumetti e canzoni popolari. Unico mezzo per rendere accessibile a tutti la propaganda sindacale. Oggi i nuovi media possono svolgere il medesimo compito?

Penso di sì. Per di più oggi esistono tanti mezzi in più, legati all’informatica e alla telefonia mobile. Ne abbiamo visto l’uso creativo durante molte sollevazioni recenti.

 

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OLTRE

Valerio Evangelisti, Controinsurrezioni (con Antonio Moresco), Noi saremo tutto. Entrambi i testi sono editi da Mondadori

 

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5 Responses to Intervista a Valerio Evangelisti

  1. daniele ventre il 12 marzo 2012 alle 11:39

    L’unica cosa che si può sperare è che gli aspetti propositivi della situazione tratteggiata da Evangelisti si realizzino. Al momento sembra difficile. Sembra che la storia del sindacalismo americano fin de siècle si stia ripetendo su scala globale: in Italia, in particolare, il ministro del lavoro, non potendo rimuovere quegli ostacoli che davvero allontanano l’impresa (mafie e degrado infrastrutturale), crede che l’unico mezzo per sollevare l’economia sia trasformare l’Italia in una sorta di Ecuador di lusso, un far west del diritto del lavoro con i lustrini della democrazia occidentale (condecentemente blindata). Quanto sia fallace questo assunto lo si vede analizzando il comportamento di un Marchionne. D’altro canto l’unica opposizione un po’ più vivace, la Lega, esprime solo la volontà di strumentalizzare la piccola paura del piccolo borghese del nord, con l’idea che l’unico Ecuador di lusso debba costruirsi nel mezzogiorno. E questo è solo il quadro della provincia italiana.

  2. Antonio Coda il 12 marzo 2012 alle 17:10

    Non me ne si voglia, non voglio riblaterare nessuna dicotomia necessaria -inesistente – tra il romanziere e l’intellettuale felicemente impegnato, però questa intervista, più che a uno scrittore, si sarebbe potuta fare, punto su punto, a un Landini tanto quanto ad Evangelisti! – perché la cosa trascurabile, in questa intervista, sembra propria sia che Evangelisti abbia scritto un romanzo e non un ordine del giorno.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  3. Tiziano Colombi il 14 marzo 2012 alle 15:13

    Mi sfugge quale (in buona fede) la dicotomia tra romanziere e intellettuale “felicemente impegnato”. E poi certoAntonio figurati se te ne voglio. Un saluto

  4. Antonio Coda il 15 marzo 2012 alle 10:30

    Sono del tutto convinto, infatti, che tra le due cose (romanziere e intellettuale impegnato) non ci sia separazione, ma tutt’al più fruttuosa contaminazione. La mia osservazione è che in questa intervista l’Evangelisti romanziere non traspare, viene messo immediatamente in secondo piano, e si ha come la sensazione che il suo romanzo “One Big Union” non sia che il pretesto per una discussione sindacale.

    Ti dico il punto, perché non voglio apparire inutilmente pertinace!; di Evangelisti ho letto alcuni dei libri incentrati sull’inquisitore Eymerich, però sto maturando la curiosità, l’interesse, di leggere altri dei suoi libri. Trovata questa intervista sul Nazione Indiana, l’ho letta cercandovi, magari, qualche accenno critico sulla sua produzione letteraria, invece mi è sembrato di leggere la dichiarazione stringata di un, dignitoso valido e sensato, delegato CGIL.

    Il senso è stato di squilibrio verso l’intellettuale a dispetto del romanziere, ecco, ma ho scritto questa risposta solo per provare a chiarirmi, non vogliono essere puntualizzazioni piccate.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  5. Tiziano Colombi il 15 marzo 2012 alle 11:46

    E hai centrato il punto. Io di Evangelisti conosco e apprezzo la sua produzione più “storico/politica”. Mero giudizio personale. Mi interessava per l’appunto la sua posizione di intellettuale. Mi pare infatti che tra romanziere e intellettuale oggi tenda a stendersi un confine. Forse è semplice carenza di teste pensanti o abbondanza di cattivi romanzieri. Non saprei. Certo poi possono sussistere dei limiti.



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