CHARLES DICKENS [1812-2012] Lento, grave, silenzioso, s’accostò il fantasma.

24 marzo 2012
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OLIVER TWIST Fred Barnard [ 1875 ]
Per favore, Signore, posso averne un’altra pochina?

di Orsola Puecher

Da quasi due secoli, sopravvivendo a traduzioni in tutte le lingue e persino a quelle riduzioni ad usum Delphini che una volta si regalavano ai fanciulli, i personaggi dei romanzi di Charles Dickens, archetipi di qualità e difetti molto umani, infestano amabilmente il suo variegato e vastissimo pubblico di grandi e piccini, lettori semplici o raffinati esegeti che siano. In un alone di mestizia e monito etico, che nemmeno il canonico, ma sempre travagliato, lieto fine riesce a cancellare, ecco allora Oliver Twist venduto dal direttore dell’orfanatrofio all’impresario di pompe funebri Mr. Sowerberry per aver osato chiedere ancora un po’ di minestra, e messo a dormire nel sotterraneo popolato di bare scoperchiate. Ecco il piccolo David Copperfield staffilato ingiustamente dal patrigno Mr. Murdstone, ed ecco la silenziosa e tenace Amy Dorrit nata alla Marshalsea, la prigione dei debitori, mai tanto minacciosa come negli odierni tempi di crisi, nel suo accidentato percorso di riscatto sociale. E in quale epoca non c’è un qualche Mr. Merdle, nome omen, affarista truffatore che trascina tutti nella sua rovina finanziaria? O un avaro Scrooge con il suo insperato emendarsi in una notte? Insieme al fantasma lento, grave, silenzioso di Cantico di Natale, che sporge la sua mano cerea dal manto nero, sfilano come spiriti di un epoca senza tempo cattivi d’elezione e orfanelli maltrattati, comprimari tratteggiati con ironia, figurine ad acquerello di una lanterna magica, tremolanti e vive, ad accrescere e insieme esorcizzare la paura dell’abbandono, la crudeltà delle ingiustizie e i rovesci della sorte che insidiano tutti i destini. Per l’orfano di qualsiasi cosa che si nasconde in ognuno di noi, non possiamo non dirci dickensiani. Nel bene e nel male.
 
Quel Dickens verso cui ammette un profondo debito letterario anche un altro suo piccolo lettore:

Franz Kafka
DIARI
8 ottobre 1917 [800-840]

 
L’ammirazione è un termine di confronto: per Kafka è un modello inarrivabile la macchina romanzesca dickensiana, la struttura, che però quando sembra andare con il pilota automatico della convenzione, si rivela crudele dietro la maschera del sentimentalismo traboccante, e quindi è da superare. L’epigonismo, in cui Kafka si classifica con estrema chiarezza critica, deve riuscire a oltrepassare, a scardinare, a rendere diversa la struttura della trama con le luci taglienti della sua epoca. Bisogna far saltare con le mine dell’inconscio i massi di rozza caratterizzazione di Dickens. Ma insieme Kafka nota quanto la concretezza sfumi nell’uso di metafore astratte: la fervida gotica immaginazione di Charles Dickens si scontra suo malgrado continuamente con l’aspirazione a uniformarsi al realismo vittoriano e agli stilemi dell’epoca. Dei suoi romanzi la dark side è quella che resta più efficacemente impressa e le situazioni penose e oscure finiscono per avere il sopravvento su ogni soluzione di happy end.
In Kafka il processo avviene in senso inverso: il realismo delle descrizioni sconfina volontariamente nell’immaginario, reso verosimile dalla loro minuziosa esattezza che riesce a renderlo reale agli occhi del lettore. La realtà ha improvvisi scarti e il passaggio di stato è magistralmente, dickensianamente, costruito.
Nell’incipit del Il fuochista il lento avvicinarsi della nave, il delinarsi della Statua della Libertà che brandisce una spada, torreggiando minacciosa come una divinità guerriera dell’ostile metaforico Nuovo Mondo, si discosta e scarta senza alcuno sforzo dalla verità oggettiva del placido simbolo della democrazia americana, che in realtà brandisce invece una illuministica e prosaica fiaccola.
 

Quando il sedicenne Carlo Rossmann, mandato in America dai suoi poveri genitori dopo che una domestica lo aveva sedotto e gli aveva messo al mondo un figlio, a bordo della nave che avanzava a piccola forza entrò nel porto di New York, pensò che la statua della Libertà, già da un pezzo visibile, splendesse sotto una luce più intensa. Il braccio che brandisce la spada sembrava essersi appena alzato, intorno alla figura spiravano fresche correnti.
“Com’è alta!” fece tra sé, mentre la folla dei facchini, che passavano sempre più numerosi, sebbene lui non volesse muoversi,finiva con lo spingerlo contro il parapetto.

IL FUOCHISTA
Un frammento [ 1913 ]

 
In Cantico di Natale, un Natale che Dickens rivendica come momento sociale in cui lo spirito capitalista di utilitarismo si fa da parte, con l’utopia di fondare le relazioni sociali sull’etica dell’amore e non del danaro e del profitto, c’è un perfetto compendio dei motivi e dello stile dickensiano. Si possono immaginare i caseggiati londinesi giocare a nascondino in una loro fantasiosa infanzia edile, vedere seduto nella nebbia british il Genio dell’inverno assorto in una lugubre meditazione e dal momento in cui il picchiotto della porta della casa di Scrooge si trasforma nel viso del defunto socio, il mistero dilaga e la realtà non ha più pace e confini definiti. Il tutto sempre con una scrittura moderna, veloce, con frasi e paragrafi brevi, che non indugia in descrizioni prolisse, e una lingua diretta: ironica, colloquiale ma drammatica quando serve.
 

BENJAMIN BRITTEN A Ceremony of Carols
In Freezing Winter Night

 

Cantico di Natale [ 1843 ]

PREFACE
I have endeavoured in this Ghostly little book, to raise the Ghost of an Idea, which shall not put my readers out of humour with themselves, with each other, with the season, or with me. May it haunt their houses pleasantly, and no one wish to lay it.
Their faithful Friend and Servant,
C. D.
December, 1843.

PREFAZIONE
Ho tentato in questo libretto spettrale, di risvegliare lo Spirito di un’idea, che non metterà di cattivo umore i miei lettori verso se stessi, gli uni verso gli altri, verso il tempo o verso di me, Che possa infestare le loro case amabilmente, e che nessuno desideri cacciarlo.
Il loro fedele amico e servitore.
C. D.
Dicembre 1843

BENJAMIN BRITTEN A Ceremony of Carols
Wolcum Yole

 

The Morgan Online Ehxibitions [ pag. 8 ]

da Stave 1: Marley’s Ghost


Stave 1: Marley’s Ghost
Scrooge took his melancholy dinner in his usual melancholy tavern; and having read all the newspapers, and beguiled the rest of the evening with his banker’s-book, went home to bed. He lived in chambers which had once belonged to his deceased partner. They were a gloomy suite of rooms, in a lowering pile of building up a yard, where it had so little business to be, that one could scarcely help fancying it must have run there when it was a young house, playing at hide-and-seek with other houses, and forgotten the way out again. It was old enough now, and dreary enough, for nobody lived in it but Scrooge, the other rooms being all let out as offices. The yard was so dark that even Scrooge, who knew its every stone, was fain to grope with his hands. The fog and frost so hung about the black old gateway of the house, that it seemed as if the Genius of the Weather sat in mournful meditation on the threshold.
Now, it is a fact, that there was nothing at all particular about the knocker on the door, except that it was very large. It is also a fact, that Scrooge had seen it, night and morning, during his whole residence in that place; also that Scrooge had as little of what is called fancy about him as any man in the city of London, even including — which is a bold word — the corporation, aldermen, and livery. Let it also be borne in mind that Scrooge had not bestowed one thought on Marley, since his last mention of his seven years’ dead partner that afternoon. And then let any man explain to me, if he can, how it happened that Scrooge, having his key in the lock of the door, saw in the knocker, without its undergoing any intermediate process of change — not a knocker, but Marley’s face.


Stanza I: Lo spirito di Marley
Scrooge fece il suo malinconico desinare nell’usata malinconica osteria. Dié una scorsa a tutti i giornali e si sprofondò nel suo squarcetto, ammazzò la serata e si avviò a casa per mettersi a letto. Abitava un quartiere, o meglio una sfilata di stanze, già un tempo proprietà del socio defunto, in un vecchio e bieco caseggiato che si nascondeva in fondo ad un chiassuolo. Davvero, quel caseggiato in quel posto non si sapeva che vi stesse a fare: si pensava, mal proprio grado, che da bambino, facendo a rimpietterelli con altre case, si fosse rincattucciato lì e non avesse più saputo venirne fuori. Oramai s’era fatto vecchio ed arcigno. Non ci abitava che Scrooge: tutte le altre stanze erano date via in fitto per studi di commercio. Era così buio il chiassuolo, che lo stesso Scrooge, pur conoscendolo pietra per pietra, vi brancolava.. La nebbia incombeva così spessa davanti alla porta scura della casa, da far credere che il Genio dell’inverno stesse lì a sedere sulla soglia, assorto in una lugubre meditazione.
Ora, certo è che il picchiotto della porta, oltre ad essere massiccio, non aveva in sé niente di speciale. È anche certo che Scrooge, da che abitava lì, l’aveva visto mattina e sera; E lo stesso Scrooge, inoltre, era dotato di così temperata fantasia quanto alcun’altra persona nella City di Londra, compresi, con rispetto parlando, tutti i membri del corpo municipale. Si badi altresì a questo che Scrooge non aveva pensato un sol momento a Marley, dopo averne ricordato la morte, quel giorno stesso avvenuta sette anni addietro. E dopo di ciò, mi spieghi chi vuole come seguisse che Scrooge, ficcata che ebbe la chiave nella toppa, vide nel picchiotto, da un momento all’altro, non più un picchiotto, ma il viso di Marley



 
da ⇨ A CHRISTMAS CAROL [1910] di J. Searle Dawley per Edison Manufacturing Company

Marley’s face. It was not in impenetrable shadow as the other objects in the yard were, but had a dismal light about it, like a bad lobster in a dark cellar. It was not angry or ferocious, but looked at Scrooge as Marley used to look: with ghostly spectacles turned up on its ghostly forehead. The hair was curiously stirred, as if by breath or hot air; and, though the eyes were wide open, they were perfectly motionless. That, and its livid colour, made it horrible; but its horror seemed to be in spite of the face and beyond its control, rather than a part or its own expression.
As Scrooge looked fixedly at this phenomenon, it was a knocker again.
To say that he was not startled, or that his blood was not conscious of a terrible sensation to which it had been a stranger from infancy, would be untrue. But he put his hand upon the key he had relinquished, turned it sturdily, walked in, and lighted his candle.

Il viso di Marley. Non avvolgevasi già, come ogni altra cosa intorno, nell’ombra fitta; anzi raggiava un certo bagliore livido come un gambero andato a male in un oscuro ripostiglio. Non era crucciato o feroce; fissava Scrooge come Marley soleva fare, e lo fissava con occhiali da spettro alzati sopra una fronte da spettro. I capelli sollevavansi stranamente quasi mossi da un soffio o da un’aria calda; gli occhi, benché sbarrati, erano immobili; la faccia livida. Una cosa orrenda: se non che l’orrore era estraneo all’espressione di quel viso e in certo modo gli era imposto.
Scrooge si fermò e stette a guardare il fenomeno. Il picchiotto tornò ad esser picchiotto.
Non si può dire ch’egli non trasalisse e che il sangue non gli desse un tuffo, come non gli era mai avvenuto. Nondimeno riafferrò la chiave, che aveva lasciato un momento, la girò con forza, entrò e accese la candela.

John Leech [1843]

BENJAMIN BRITTEN A Ceremony of Carols
Interlude for Harp Solo

Stave IV: The Last of the Spirits
Th Phantom slowly, gravely, silently approached. When it came, Scrooge bent down upon his knee; for in the very air through which this Spirit moved it seemed to scatter gloom and mystery.
It was shrouded in a deep black garment, which concealed its head, its face, its form, and left nothing of it visible save one outstretched hand. But for this it would have been difficult to detach its figure from the night, and separate it from the darkness by which it was surrounded.
He felt that it was tall and stately when it came beside him, and that its mysterious presence filled him with a solemn dread. He knew no more, for the Spirit neither spoke nor moved.

Stanza IV: L’ultimo degli Spiriti
Lento, grave, silenzioso, s’accostò il fantasma. Scrooge, in vederselo davanti, cadde in ginocchio, perché in verità questo degli Spiriti era circonfuso di ombra e di mistero.
Un nero paludamento lo avvolgeva tutto, nascondendogli il capo, la faccia, ogni forma: solo una mano distesa sporgeva. Senza di ciò, sarebbe stato difficile discernere la cupa figura dalla notte, separarla dalle tenebre che la stringevano.
Sentì Scrooge che lo Spirito era alto e forte, sentì che la misteriosa presenza gl’incuteva un terrore solenne. Non sapeva altro, perché lo Spirito era muto e immobile.

“Cantico di Natale” di Charles Dickens
traduzione di ⇨ Federigo Verdinois
Ulrico Hoepli, 1888

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One Response to CHARLES DICKENS [1812-2012] Lento, grave, silenzioso, s’accostò il fantasma.

  1. sparz il 25 marzo 2012 alle 22:48

    assolutamente straordinario . . . . .



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