La moglie del colonnello

5 aprile 2012
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Esce oggi, per le Edizioni Anordest, il romanzo di Carlos Alberto Montaner, La moglie del colonnello, tradotto da Marino Magliani. Per gentile concessione dell’editore, ecco un’anteprima del capitolo VIII:

Il convegno ebbe inizio esattamente alle dieci del mattino, come da programma. La piccola sala conferenze, situata al primo piano dell’hotel, e ben rinfrescata, era piena. Non era difficile. Ospitava appena quaranta persone: trentasei del pubblico, sedute sulle sedie imbottite ed eleganti, più il presentatore, il moderatore, il relatore e un discussant, seduti al tavolo. Il professor Martinelli, col tono rilassato di chi ha una lunga esperienza in simili discussioni pubbliche, richiamandosi alle consuetudini, compresa la rituale battuta spiritosa, diede il benvenuto ai partecipanti. Poi ringraziò l’UNESCO per la sponsorizzazione, il Mecenate Palace per l’ospitalità e spiegò in parole semplici la procedura: si sarebbero riuniti ogni giorno alla stessa ora, da lunedì a venerdì, per una settimana, avrebbero ascoltato una relazione e poi l’avrebbero discussa. La sessione terminava all’ora di pranzo, all’una del pomeriggio, e fino al giorno seguente erano tutti liberi di godersi le bellezze di Roma. Le cinque relazioni e i commenti in un se¬condo tempo sarebbero stati raccolti in un volume pubblicato dall’università. Gli interpreti avrebbero tradotto in simultanea nelle tre lingue della conferenza: italiano, spagnolo e inglese.
Per tracciare il percorso, il professor Martinelli cominciò con la propria relazione, intitolata: “Le impronte cerebrali del linguaggio erotico, il tono della voce e l’intensità della luce.” L’esperimento neurolinguistico descritto dal professor Martinelli consisteva nel chiedere a dieci donne e dieci uomini, laureati, di età tra i venticinque e trentacinque anni, di ascolta¬re con degli auricolari alcuni testi di letteratura erotica letti da attori e lettrici in tre toni diversi e con diverse intensità di luce. Nella prima atmosfera, l’illuminazione era totale, diurna, e la voce sembrava giungere da circa dieci metri di distanza, come se arrivasse da una tribuna. Nella seconda, la voce si avvicina¬va fino a tre metri e la luce si faceva soave, fino a ottenere un ambiente complice. Nella terza, la voce diventava una specie di sussurro all’udito, e il luogo dove si realizzava l’esperimento restava nella penombra. Mentre i soggetti ascoltavano i testi, alcuni elettrodi collegati alle loro teste registravano le attività cerebrali con lo scopo di identificare le reazioni fisiologiche e l’esatto punto in cui queste avvenivano. Siccome i testi erano sincronizzati con l’encefalometro, si riuscì a capire perfetta¬mente quali parole o frasi ottenessero il maggiore effetto sulla gran parte delle persone che si erano prestate all’esperimento, e quale importanza avevano l’illuminazione o la distanza della voce. Tra i venti partecipanti furono intenzionalmente scelti due omosessuali e due lesbiche, per provare a scoprire se esi¬stessero relazioni tra le preferenze sessuali e le zone illuminate.
I dati ottenuti rivelarono delle estremità sorprendenti. Gli stessi testi, ascoltati a varie distanze e in diverse condizioni di illuminazione, influenzavano diverse zone del cervello. La scrittrice scelta, Anaïs Nin, autrice di incandescenti diari, non produceva gli stessi effetti a dieci metri, a tre, o sussurrando da vicinissimo. Il cervello non registrava neppure negli stessi punti, quando la luce era rispettivamente intensa, ridotta o inesistente. C’era infine una differenza notevole, a seconda che si trattasse di omosessuali, lesbiche o eterosessuali. La zona del cervello dei maschi omosessuali, illuminata dall’effetto dei testi letti, coincideva con quella delle donne eterosessuali, men¬tre le risposte fisiologiche nel cervello delle due lesbiche erano più vicine a quelle nel cervello degli uomini.
Dopo la lettura della conferenza del professor Martinelli, giunse l’inevitabile dibattito. Cosa si cercava di dimostrare? Non rispose nessuno. Non c’era un’ipotesi preconcetta, ma il tentativo di capire come il discorso erotico e il cervello interagissero tra loro. Sarebbe stato possibile, un giorno, usare queste conoscenze per costruire messaggi di seduzione? Certamente, disse Martinelli. Lo fanno già, intuitivamente, i comunicato¬ri. Chi parla frequentemente in pubblico ha sperimentato la differenza che esiste nella risposta dei presenti quando si parla loro quietamente, con la bocca che sfiora il microfono – il che crea, nell’ascoltatore, l’illusione di sentirsi parlare da molto vicino – oppure quando ci si allontana e si alza la voce, indebolendo la sensazione di vicinanza. Era la differenza tra l’arringa e la petizione intima. Entrambe rappresentavano delle forme di conquista, ma in modi diversi. L’esperimento di Martinelli dimostrava forse che non esisteva un cervello omosessuale, ma c’erano solo cervelli di maschio o di femmina, verso cui propendevano le persone che si sentivano attratte da individui dello stesso sesso? In assoluto: non era possibile sapere se fossero omosessuali perché avevano caratteristiche cerebrali del sesso opposto oppure se avessero queste caratteristiche cerebrali per altre incomprensibili ragioni. La neurolinguistica, spiegò, nonostante fosse nata nel XIX secolo, non era ancora una scienza esatta, ma una disciplina ancora vaga, che tentava di consolidare i suoi principi.
A Nuria, che avrebbe dovuto leggere la sua conferenza il giorno seguente, piacquero sia la spontaneità del dibattito, che il carattere leggermente scabroso del tema scelto. Martinelli era senza dubbio un buon conferenziere, privo di quell’insopportabile arroganza intellettuale che affligge alcuni accademici. Pure, la colpì il fatto che il professore guardasse spesso lei, quando alzava gli occhi dalle carte, ma forse la cosa che più la sorprese fu l’emotività degli interventi che seguirono, come se la parola sesso contenesse una carica magica. Di colpo, tutti quei raffinati professori citavano il testo di Anaïs Nin tratto dai suoi ampi diari (“cubana come lei, figlia di padre e madre cubani, ma di cultura francese” osservò Martinelli nel corso della conferenza, indicando Nuria) e facevano considerazioni sull’autrice, sul suo insaziabile desiderio bisessuale, sulle relazioni incestuose che, ormai giovane adulta, aveva mantenute con suo padre senza il minimo senso di colpa, e i suoi amori tormentati con Henry Miller. Erano erotici, i testi di Anaïs? Sì, ma, a giudicare dalla conferenza di Martinelli, l’intensi¬tà dell’effetto sarebbe dipesa dalla distanza e dalla luce, quasi come se si trattasse di un fenomeno fisico.
Quando terminò la sessione, il professor Martinelli si avvicinò a Nuria e la invitò a pranzare per discutere la conferenza che lei doveva leggere il giorno seguente: “Il linguaggio politico, la dissonanza cognitiva e la nevrosi.” Nuria accettò volentieri l’invito, e si accorse che il professore, mentre conversava e la guardava negli occhi, inclinava la testa verso di lei e, ogni tanto, le toccava l’avambraccio, col gesto universale di chi corteggia, al quale lei rispose, automaticamente, toccandosi e aggiustandosi i capelli, con un leggero nervosismo che non provava da anni.
Camminarono per un buon tratto, fino a Trastevere, il vecchio e delizioso quartiere medievale diviso dal fiume Tevere, nel centro storico di Roma. Mentre il professore le spiegava i segreti della antica città, ogni tanto, per farle cambiare marcia¬piede o per proteggerla gentilmente da un pericolo inesistente, la sua mano riandava contro il gomito di Nuria. Finché non giunsero a un’accogliente trattoria all’aria aperta, protetta dal sole da un clemente telone, situata accanto alla chiesa di Santa Cecilia, patrona dei musicisti.
«Perché patrona dei musicisti?» chiese Nuria, interessata, appena si sedettero.
«È una delle più deliranti fantasie cristiane. La leggenda dice che il giorno del suo matrimonio con Valeriano, un ragazzo ricco del patriziato romano, pagano, mentre i musici suonavano melodie, Cecilia iniziò a cantare al Dio dei cristiani. Le piaceva così tanto cantare che continuò a farlo anche dopo che la decapitarono. Questa è quella che si chiama una vera vocazione».
«Lei era cristiana?»
«Sì, suo padre era un illustre senatore che decise di darla in sposa per curarla dai suoi trasporti mistici. Fu lui a combinare il matrimonio».
«E cosa successe?»
«Successe la peggior cosa: sembra che Cecilia provasse orrore per le relazioni sessuali, e la prima notte di nozze fece credere al suo giovane e inesperto marito che un angelo era incaricato di proteggere la sua verginità perché lei aveva fatto voto di castità, offrendo a Cristo la sua verginità. Se lui avesse tentato di penetrarla, l’angelo l’avrebbe sgozzato. Questa cosa degli angeli e della verginità sembra essere una debolezza del cristianesimo. Uno mise incinta Maria senza neanche toccarla, e quest’altro era disposto a uccidere, pur di proteggere l’imene di Cecilia».
«Dio mio, e Valeriano tentò lo stesso, dopo una tale minaccia?» domandò Nuria divertita.
«Ma no! Chiamò suo fratello Tiburzio e gli raccontò la sto¬ria. Valeriano doveva essere un tipo abbastanza innocente e impressionabile, come suo fratello. I due andarono da Urbano, il vescovo cattolico, che li convinse dei pregi del cristianesimo, li battezzò e li portò a credere che la verginità di Cecilia fosse riservata a Dio. Secondo Urbano, il Signore era molto contento che la ragazza non scopasse e utilizzasse un cilicio sotto la tunica per castigare la carne. Uno dei grandi misteri del cristianesimo consiste nel riuscire a capire perché Dio sia così felice che la gente soffra e non scopi. Ma potrebbe essere un rimasuglio del paganesimo. Le sacerdotesse erano venerate per il loro voto di castità. Le reclutavano quando erano bambine, sotto i dieci anni, e per tre decenni dovevano tenere vivo il fuoco in onore della dea Vesta e mantenersi vergini. Il castigo che toccava loro se lasciavano che il fuoco del tempio si spegnesse, o se spegnevano il fuoco che sicuramente sentivano tra le gambe, era di esser sepolte vive».
Più che il divertente sarcasmo del professor Martinelli, a colpire Nuria furono certe parole del suo vocabolario, come “scopare”. Era la prima volta che il professore usava una parola volgare, come se il rapporto tra loro all’improvviso avesse as¬sunto una dimensione più intima. Tutto ciò le piacque. «Ma perché hanno decapitato Cecilia? La decapitazione era per non voler scopare?» ora era lei che adoperava quella parola spagnola, un po’ strana nel suo vocabolario cubano, accettan¬do i nuovi termini della conversazione.
«No, ai pagani non importava se i cristiani scopavano o no. Le autorità giustiziarono i fratelli Valeriano e Tiburzio, accusati di aiutare i cristiani e, soprattutto, di non abiurare il cristianesimo. Quest’incombenza toccò a un prefetto di nome Almachio, che non sembrava essere una cattiva persona. Egli cercò di persuadere i fratelli ad abbandonare le superstizioni cristiane e a sacrificare qualche animale agli dèi per evitare problemi, ma quei ragazzi erano davvero testardi. Con Cecilia ebbe un comportamento più umano. Provò ad asfissiarla o a spaventarla con una specie di bagno di vapore molto caldo, perché dicesse dov’erano i soldi e i vestiti di Valeriano e Tiburzio, ma lei sostenne che quei soldi erano destinati a soccorrere i poveri. Sudò per tutto un giorno e una notte senza piegarsi, così Almachio perse la pazienza e ordinò a uno dei soldati di tagliarle la testa. Il sicario fece un lavoro maldestro, le diede tre colpi e la decapitò, ma per tre giorni la testa di Cecilia continuò a parlare e a persuadere i Romani dei valori del cristianesimo. Sembra che, ogni tanto, cantasse pure, altro comportamento che, a quanto pare, diverte molto Dio. Egli ama che gli si levino canti».
«Vedo che non sei molto cristiano» disse Nuria ridendo.
«Ti sbagli. Diciamo che sono un cristiano non credente, come quasi tutti gli italiani. Il cristianesimo è ciò che ci resta della grandezza di Roma. Grazie al cristianesimo non è sparita la nostra civiltà. Diventammo cristiani per non smettere di essere Romani. Il paganesimo si mascherò col cattolicesimo, il Sommo Pontefice si fece Papa, il tribuno della plebe si fece vescovo, e Roma continuò a vivere nella nuova stagione, ma ormai senza la grazia e l’allegria di sempre, perché il cristianesimo, come tutte le religioni che provengono dal padre Abra¬mo (ebrei, cristiani, musulmani) ha una componente triste e dogmatica, tipica del monoteismo».
«Sei un pagano!» disse Nuria divertita. «Un pagano moderno!»
«Tutti noi italiani lo siamo» rispose Martinelli con lo stesso tono giocoso. «È ugualmente difficile credere nell’esistenza di un dio o di mille, così io preferisco il politeismo, non per adorarli, ma per negarli. Da molti anni mi sono dichiarato poliateo. Preferisco non adorare molti dei, anziché non adorarne soltanto uno. A Roma arrivammo ad avere trentamila dei. Però mi piace moltissimo pensare che quelle potenti entità siano lì per proteggerci o per renderci la vita impossibile. Mi è sempre parso saggio che i Romani avessero delle loro divinità familiari».
«Bene, allora se fossi credente quale sarebbe il tuo dio preferito?» chiese Nuria, assecondando il gioco.
Valerio Martinelli smise di sorridere, la guardò fisso per alcuni secondi, il tempo sufficiente perché il clima della conversazione si facesse più intimo, e posò dolcemente la sua mano destra sopra quella di Nuria.
«Cupido, naturalmente» le rispose. «I greci lo chiamavano Eros. Noi, a volte, preferiamo chiamarlo Amore. È un dio minuto, effeminato e birichino, che lancia le sue frecce quando meno ce l’aspettiamo».
Nuria si sentì arrossire. Un gradevole calore, del tutto involontario, le inumidì improvvisamente il sesso. Senza bruschezza, ritirò la sua mano sorridendo, mentre provava a nascondere un’adolescente dose di nervosismo.
«Bene, siamo venuti a parlare della mia conferenza di domani. Ciò che ho scritto ha a che fare con la mia esperienza di psicologa clinica. Solitamente trattavo persone che venivano al mio consultorio perché vittime di una curiosa nevrosi legata al linguaggio politico. Alcuni appartenevano all’ala giovanile del Partito Comunista».
«In cosa consisteva questa nevrosi?» chiese Martinelli, real¬mente interessato.
«È una sensazione di falsità che dà fastidio a molti. Nel nostro paese, ossessionati dall’unità della società, dovuta probabilmente a una certa mentalità di assedio in cui viviamo, con alle costole un nemico potente come gli Stati Uniti, senza accorgercene addestriamo le persone a nascondere le loro vere idee e le loro percezioni, e questo finisce per generare un gran¬de logorio psicologico. Quando si dice una cosa e se ne pensa un’altra, si soffre».
«Mentire fa male?» chiese Martinelli.
«Certamente. Guarda la quantità di cose che succedono quando uno mente: le mani e le ascelle sudano, la bocca si secca, il cuore accelera, la pelle arrossisce, cambia il tono della voce, e senza rendercene conto ci tocchiamo il naso o le orecchie. La reazione dell’organismo è fortissima. È come se si producesse una ribellione interna contro la menzogna».
«Allora bisogna credere alle macchine della verità» esclamò Martinelli.
«Certo, funzionano. Queste macchine non possono precisare se ciò che si dice sia vero o falso, ma provano con notevole fondatezza se in chi parla e in chi risponde alle domande vi sia dissonanza tra ciò che dice e ciò che pensa. E l’apparecchio percepisce questa dissonanza».
«Ci porta il caffè e il conto?» domandò Martinelli al cameriere.
«Sono stata molto bene» disse Nuria.
«Ti propongo quanto segue: ceniamo assieme, stasera, ma da me, nella mia suite, dove non ci disturberà nessuno. Tu deciderai quando andartene in camera tua. La cucina dell’hotel è eccellente. Chiederei al cuoco qualcosa di speciale. Finora sono io che ho parlato, ma ora voglio ascoltarti. Sono molto curioso di sapere chi sei, cosa fai, com’è Cuba, un paese che non ho mai visitato».
Nuria ci pensò qualche istante. L’invito a cena nella sui¬te del professore non era per nulla innocente. Probabile che avrebbe tentato qualche avance, ma lui stesso aveva messo in chiaro le regole: “Tu decidi quando andartene in camera tua.” Non sarebbe successo nulla che lei non avesse voluto o autorizzato. Martinelli poteva essere un seduttore, e di questo aveva già dato prova, ma non una persona persona violenta o spregevole, e lei sapeva come combattere con questo tipo di uomini.
«Sei d’accordo se busso alla porta della tua suite alle nove di sera?» Nuria accettò con un sorriso dal quale aveva eliminato qualsiasi parvenza di malizia, per riservarsi la possibilità di ritirarsi se, quella notte, il professore avesse oltrepassato il limite. Il suo messaggio gestuale era chiaro: proponeva di par¬lare, nient’altro, e non temeva di farlo nella suite del professor Martinelli.

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2 Responses to La moglie del colonnello

  1. riccardo ferrazzi il 5 aprile 2012 alle 11:46

    Sappiamo molto di Cuba, ma forse abbiamo dimenticato l’essenziale: la sua vita quotidiana è piena di consuetudini pre e post rivoluzionarie che confliggono fra loro. Guardando dal di fuori (o dall’alto) non ci si rende conti delle tragedie che questi conflitti generano nei singoli. E questa sembra essere la maledizione di tutti i tentativi di creare una società razionale: i sentimenti vengono schiacciati e repressi, ma poi riesplodono, e la pretesa razionalità va a farsi benedire. La tragedia raccontata in questo romanzo ne è un perfetto esempio.

  2. Giovanni Agnoloni il 5 aprile 2012 alle 18:27

    Come ho sottolineato nella mia recensione su http://www.postpopuli.it/5142-la-moglie-del-colonnello-di-carlos-alberto-montaner/, è un’opera dalle molteplici valenze, storiche, umane e puramente letterarie. E la traduzione di Marino Magliani la valorizza appieno. Un ottimo esordio per la collana “Célebres inéditos” delle Edizioni Anordest, diretta da Gordiano Lupi.



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