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	Commenti a: An Exciting Mission	</title>
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		<title>
		Di: Federico Luisetti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/#comment-165078</link>

		<dc:creator><![CDATA[Federico Luisetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 May 2012 17:55:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie a Monica per il suo destabilizzante resoconto, che ha colto benissimo lo spirito anomico di questo incontro, dove non si voleva celebrare nessuna tradizione accademica o politica ma invece mettere a contatto - con tutti i rischi impliciti in questa operazione - prospettive ed esperienze radicali di autonomia, facendo risuonare continenti e posizioni teoriche non assimilabili.

Un tema che è emerso con forza è l&#039;aspetto &quot;selvaggio&quot; che l&#039;autonomia (o meglio, la post-autonomia) sta assumendo sia in Europa che nelle Americhe. In Europa come costruzione anti-capitalistica di una “antropologia politica selvaggia” (Joost de Bloois), che sfidi dalla parte della vita, e dunque di un certo primitivismo biopolitico, i principi etico-politici dell’homo economicus occidentale. Nelle Americhe, come rivendicazione di un pensiero decoloniale ed indigenista, in grado di decostruire i dispositivi politico-concettuali della cultura liberale. 
A mio avviso, queste sensibilità testimoniano di un distacco dai principi più eurocentrici del marxismo e dell’operaismo, e radicalizzano invece gli aspetti etico-antropologici della critica della civiltà: da Nietzsche a Pierre Clastres, da Spinoza a Tiqqun …
Un commento a margine. Il mio collega Emilio del Valle Escalante (maya k’iche’), originario del Guatemala e studioso (indigeno) di letteratura indigena, avrebbe dovuto partecipare al convegno e inteloquire con gli intellettuali latinoamericani che hanno dato voce alla critica decoloniale – tra i quali Gustavo Esteva e Catherine Walsh. Purtroppo non ha potuto esserci, ma ho raccolto alcune sue idee che voglio condividere con il vostro blog “indiano”. A suo avviso, nelle Americhe, è importante distinguere tra le prospettive decoloniali indigene e l’indigenismo degli intellettuali di origine europea o meticci, legati prevalentemente al contesto politico e culturale europeo o nord-atlantico. Critici come Esteva e Walsh sono tra i rappresentanti più noti di questo decolonialismo per l’Occidente, ma trovano ben poca risonanza tra gli intelletuali indigeni, che non si definiscono più in rapporto ad una America “Latina” ma ad un continente americano inteso come “Abya Yala” (secondo la proposta dell’Aymara Takir Mamani) .

Un&#039;altra piccola precisazione: ad organizzare con me questo convegno-assemblea sono stati, a UNC-Chapel Hill, John Pickles (geografo) e Wil Kaiser (studioso di letteratura americana). Un ruolo fondamentale l&#039;hanno avuto anche, a distanza, Vincenzo Binetti (Ann Arbor, Michigan), Joost de Bloois e Frans-Willem Korsten (Paesi Bassi).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a Monica per il suo destabilizzante resoconto, che ha colto benissimo lo spirito anomico di questo incontro, dove non si voleva celebrare nessuna tradizione accademica o politica ma invece mettere a contatto &#8211; con tutti i rischi impliciti in questa operazione &#8211; prospettive ed esperienze radicali di autonomia, facendo risuonare continenti e posizioni teoriche non assimilabili.</p>
<p>Un tema che è emerso con forza è l&#8217;aspetto &#8220;selvaggio&#8221; che l&#8217;autonomia (o meglio, la post-autonomia) sta assumendo sia in Europa che nelle Americhe. In Europa come costruzione anti-capitalistica di una “antropologia politica selvaggia” (Joost de Bloois), che sfidi dalla parte della vita, e dunque di un certo primitivismo biopolitico, i principi etico-politici dell’homo economicus occidentale. Nelle Americhe, come rivendicazione di un pensiero decoloniale ed indigenista, in grado di decostruire i dispositivi politico-concettuali della cultura liberale.<br />
A mio avviso, queste sensibilità testimoniano di un distacco dai principi più eurocentrici del marxismo e dell’operaismo, e radicalizzano invece gli aspetti etico-antropologici della critica della civiltà: da Nietzsche a Pierre Clastres, da Spinoza a Tiqqun …<br />
Un commento a margine. Il mio collega Emilio del Valle Escalante (maya k’iche’), originario del Guatemala e studioso (indigeno) di letteratura indigena, avrebbe dovuto partecipare al convegno e inteloquire con gli intellettuali latinoamericani che hanno dato voce alla critica decoloniale – tra i quali Gustavo Esteva e Catherine Walsh. Purtroppo non ha potuto esserci, ma ho raccolto alcune sue idee che voglio condividere con il vostro blog “indiano”. A suo avviso, nelle Americhe, è importante distinguere tra le prospettive decoloniali indigene e l’indigenismo degli intellettuali di origine europea o meticci, legati prevalentemente al contesto politico e culturale europeo o nord-atlantico. Critici come Esteva e Walsh sono tra i rappresentanti più noti di questo decolonialismo per l’Occidente, ma trovano ben poca risonanza tra gli intelletuali indigeni, che non si definiscono più in rapporto ad una America “Latina” ma ad un continente americano inteso come “Abya Yala” (secondo la proposta dell’Aymara Takir Mamani) .</p>
<p>Un&#8217;altra piccola precisazione: ad organizzare con me questo convegno-assemblea sono stati, a UNC-Chapel Hill, John Pickles (geografo) e Wil Kaiser (studioso di letteratura americana). Un ruolo fondamentale l&#8217;hanno avuto anche, a distanza, Vincenzo Binetti (Ann Arbor, Michigan), Joost de Bloois e Frans-Willem Korsten (Paesi Bassi).</p>
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		Di: silvia contarini		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/#comment-165071</link>

		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 16:37:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Piccola precisazione: Gustavo Esteva non si e&#039; trasferito negli USA. Vive tuttora in Messico, nello stato di Oaxaca, dove ha fondato un&#039;università: http://en.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Esteva]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Piccola precisazione: Gustavo Esteva non si e&#8217; trasferito negli USA. Vive tuttora in Messico, nello stato di Oaxaca, dove ha fondato un&#8217;università: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Esteva" rel="nofollow ugc">http://en.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Esteva</a></p>
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		Di: Sebastiano Ferrari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/#comment-165069</link>

		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano Ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 16:27:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Complimenti per la chiarezza del resoconto e l’esposizione di tutti i punti di vista che hanno animato questo insolito convegno. In un contesto universitario è plausibile che la riflessione possa spaziare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, ma proprio l’intenzione di voler spingere questo pensiero al di là del teorico per vedere come iniziative, atteggiamenti, sinergie possano avere un effetto sul reale è del tutto auspicabile. Interrogarsi, anche indirettamente, sulla terrificante pacificazione, mascherata di democrazia, in cui viviamo è un bagliore che espande i suoi riflessi a favore della maturazione di un pensiero critico che possa tradursi in azione. Le università potrebbero ri-giocare un ruolo determinante in questo processo di consapevolezza “de-territorializzando” l’ovvietà immobilistica della società in cui viviamo. Se ognuno di noi, ed in particolare chi ha il privilegio di insegnare e di condividere sapere e riflessioni, cercasse di riallacciare i vincoli recisi fra conoscenza ed etica, allora si compirebbe un passo in avanti ai danni del torpore postcapitalistico che vuol condannare la conoscenza al pragmatismo sterile o mantenerla salda ad un accademismo altrettanto vacuo che fomenta l’immobilismo. In questo senso sarebbe determinante il ruolo di chi insegna scienze umane, proprio per la natura di ciò che si insegna: la conoscenza del bello prima o poi si ricongiunge all’etica e a valori universali di giustizia e libertà. Questi valori, nonostante tutto, convivono nell&#039;uomo e nelle sue composite forme di espressione che sono anche una delle sue giustificazioni della sua esistenza al mondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Complimenti per la chiarezza del resoconto e l’esposizione di tutti i punti di vista che hanno animato questo insolito convegno. In un contesto universitario è plausibile che la riflessione possa spaziare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, ma proprio l’intenzione di voler spingere questo pensiero al di là del teorico per vedere come iniziative, atteggiamenti, sinergie possano avere un effetto sul reale è del tutto auspicabile. Interrogarsi, anche indirettamente, sulla terrificante pacificazione, mascherata di democrazia, in cui viviamo è un bagliore che espande i suoi riflessi a favore della maturazione di un pensiero critico che possa tradursi in azione. Le università potrebbero ri-giocare un ruolo determinante in questo processo di consapevolezza “de-territorializzando” l’ovvietà immobilistica della società in cui viviamo. Se ognuno di noi, ed in particolare chi ha il privilegio di insegnare e di condividere sapere e riflessioni, cercasse di riallacciare i vincoli recisi fra conoscenza ed etica, allora si compirebbe un passo in avanti ai danni del torpore postcapitalistico che vuol condannare la conoscenza al pragmatismo sterile o mantenerla salda ad un accademismo altrettanto vacuo che fomenta l’immobilismo. In questo senso sarebbe determinante il ruolo di chi insegna scienze umane, proprio per la natura di ciò che si insegna: la conoscenza del bello prima o poi si ricongiunge all’etica e a valori universali di giustizia e libertà. Questi valori, nonostante tutto, convivono nell&#8217;uomo e nelle sue composite forme di espressione che sono anche una delle sue giustificazioni della sua esistenza al mondo.</p>
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