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	Commenti a: Il falso radicalismo dei radicali	</title>
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		<title>
		Di: arduino		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-168142</link>

		<dc:creator><![CDATA[arduino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jun 2012 08:32:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167862&quot;&gt;Vincenzo Cucinotta&lt;/a&gt;.

Sono d&#039;accordo con lei, non ha senso continuare la discussione, la sua risposta è senz&#039;altro esaustiva e anche molto retrò, molto anni 70.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167862">Vincenzo Cucinotta</a>.</p>
<p>Sono d&#8217;accordo con lei, non ha senso continuare la discussione, la sua risposta è senz&#8217;altro esaustiva e anche molto retrò, molto anni 70.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167950</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2012 05:48:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi trovo d&#039;accordo su tutto, ma proprio su tutto: impostazione del discorso, contenuti e concetti con 

Andrea Inglese, 

e questo mi fa proprio piacere!
Il punto sono i metodi di lotta. I metodi di lotta, aggiungo, sono di per sé radicali o meno: i metodi nonviolenti per loro natura sono più radicali di quelli violenti e contribuiscono a radicalizzare la lotta! Ma non bisogna confondere metodi nonviolenti con metodi semplicemente senza l&#039;uso della violenza.
Stavolta Vincenzo Cucinotta e Stan vi vedo dall&#039;altra parte del &quot;fronte&quot;... ma con immutato sentimento di vicinanza.
Poi ovviamente occorre anche guardare a quale scopo sono utilizzati i metodi. Quando Pannella digiunava per la fame nel mondo, era un radicale; quando digiuna per dare spazio ai radicali in tivù è solo un poveraccio, forse un uomo che aspira al martirio. 

Un piccolo dettaglio sulle frasi di Gandhi citate da dado e riprese da Andrea Inglese. Sono le stesse sempre sponsorizzate dai radicali, che si professano ancora nonviolenti (sic!), per giustificare la loro adesione a ogni tipo di guerra dal 1991 a oggi.

Gandhi voleva solo dire che il violento ha più coraggio del codardo, del vile, dell&#039;impotente (vile e codardo erano parole che usava più spesso di impotente per indicare l&#039;uomo che non ha il coraggio di reagire alle ingiustizie). Il violento cerca di reagire all&#039;ingiustizia, ma utilizza un metodo improduttivo. Nell&#039;induismo, dove c&#039;è il culto e la casta dei guerrieri, il combattente è sempre degno di considerazione. Di per sé conta di più l&#039;animo con cui combatte piuttosto che il come, con quali mezzi. E&#039; risaputo infatti che la Gita indù narra di come Krishna induca a combattere Arjuna contro la tribù dei suoi parenti in nome della... nonviolenza! Tornando al discorso, la violenza per Gandhi può essere prologo alla nonviolenza in quanto segno di coraggio, la viltà no, in quanto segno di mancanza di coraggio. Gandhi considerava gli indiani un popolo indolente, spesso rassegnato e incapace di reagire all&#039;oppressione come anche alle calamità naturali e alla miseria (in questo era molto occidentale). Diceva addirittura che erano diventati effeminati. Talvolta preferì scuoterli financo incitandoli alla violenza, come quando si prodigò per arruolarli al fianco del Regno Unito durante la prima guerra mondiale. Per lui partecipare alla guerra poteva essere un modo per stimolarli all&#039;azione, renderli coraggiosi e prepararli alla nonviolenza, che richiede ancora più coraggio della violenza. In questo senso, è possibile passare dalla violenza alla nonviolenza, con un sovrappiù di coraggio, ma non è possibile farlo per il vile. Passare dal violento al vile in questo senso non è possibile, non potendosi perdere il coraggio, ma può essere che il violento sia reso impotente, se viene contrastato efficacemente e non trova altri metodi di lotta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovo d&#8217;accordo su tutto, ma proprio su tutto: impostazione del discorso, contenuti e concetti con </p>
<p>Andrea Inglese, </p>
<p>e questo mi fa proprio piacere!<br />
Il punto sono i metodi di lotta. I metodi di lotta, aggiungo, sono di per sé radicali o meno: i metodi nonviolenti per loro natura sono più radicali di quelli violenti e contribuiscono a radicalizzare la lotta! Ma non bisogna confondere metodi nonviolenti con metodi semplicemente senza l&#8217;uso della violenza.<br />
Stavolta Vincenzo Cucinotta e Stan vi vedo dall&#8217;altra parte del &#8220;fronte&#8221;&#8230; ma con immutato sentimento di vicinanza.<br />
Poi ovviamente occorre anche guardare a quale scopo sono utilizzati i metodi. Quando Pannella digiunava per la fame nel mondo, era un radicale; quando digiuna per dare spazio ai radicali in tivù è solo un poveraccio, forse un uomo che aspira al martirio. </p>
<p>Un piccolo dettaglio sulle frasi di Gandhi citate da dado e riprese da Andrea Inglese. Sono le stesse sempre sponsorizzate dai radicali, che si professano ancora nonviolenti (sic!), per giustificare la loro adesione a ogni tipo di guerra dal 1991 a oggi.</p>
<p>Gandhi voleva solo dire che il violento ha più coraggio del codardo, del vile, dell&#8217;impotente (vile e codardo erano parole che usava più spesso di impotente per indicare l&#8217;uomo che non ha il coraggio di reagire alle ingiustizie). Il violento cerca di reagire all&#8217;ingiustizia, ma utilizza un metodo improduttivo. Nell&#8217;induismo, dove c&#8217;è il culto e la casta dei guerrieri, il combattente è sempre degno di considerazione. Di per sé conta di più l&#8217;animo con cui combatte piuttosto che il come, con quali mezzi. E&#8217; risaputo infatti che la Gita indù narra di come Krishna induca a combattere Arjuna contro la tribù dei suoi parenti in nome della&#8230; nonviolenza! Tornando al discorso, la violenza per Gandhi può essere prologo alla nonviolenza in quanto segno di coraggio, la viltà no, in quanto segno di mancanza di coraggio. Gandhi considerava gli indiani un popolo indolente, spesso rassegnato e incapace di reagire all&#8217;oppressione come anche alle calamità naturali e alla miseria (in questo era molto occidentale). Diceva addirittura che erano diventati effeminati. Talvolta preferì scuoterli financo incitandoli alla violenza, come quando si prodigò per arruolarli al fianco del Regno Unito durante la prima guerra mondiale. Per lui partecipare alla guerra poteva essere un modo per stimolarli all&#8217;azione, renderli coraggiosi e prepararli alla nonviolenza, che richiede ancora più coraggio della violenza. In questo senso, è possibile passare dalla violenza alla nonviolenza, con un sovrappiù di coraggio, ma non è possibile farlo per il vile. Passare dal violento al vile in questo senso non è possibile, non potendosi perdere il coraggio, ma può essere che il violento sia reso impotente, se viene contrastato efficacemente e non trova altri metodi di lotta.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167862</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jun 2012 19:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@arduino
Gli altri non potrebbero rivendicare? Non solo potrebbero, ma ritengo sia inevitabile, qualunque sia la mia o la sua opinione, è nei fatti che le azioni politiche utilizzano gli strumenti che ritengono adeguati. 
Lei pretende che io mi occupi delle questioni a cui lei tiene ma che a me sembrano falsi problemi, e lo fa nella maniera più radicale, sin dall&#039;inzio escludendo qualsiasi discussione sul merito degli obiettivi. Trovo tutto questo ben strano, anche lei dovrebbe trovarlo strano, io penso. Dopodichè, penso che questa discussione si sia prolungata sufficientemente da non richiedere ulteriori puntate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@arduino<br />
Gli altri non potrebbero rivendicare? Non solo potrebbero, ma ritengo sia inevitabile, qualunque sia la mia o la sua opinione, è nei fatti che le azioni politiche utilizzano gli strumenti che ritengono adeguati.<br />
Lei pretende che io mi occupi delle questioni a cui lei tiene ma che a me sembrano falsi problemi, e lo fa nella maniera più radicale, sin dall&#8217;inzio escludendo qualsiasi discussione sul merito degli obiettivi. Trovo tutto questo ben strano, anche lei dovrebbe trovarlo strano, io penso. Dopodichè, penso che questa discussione si sia prolungata sufficientemente da non richiedere ulteriori puntate.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: arduino		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167725</link>

		<dc:creator><![CDATA[arduino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 22:32:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167706&quot;&gt;Vincenzo Cucinotta&lt;/a&gt;.

Non mi sono spiegato. Non intendo dare un giudizio in questa sede sul fascismo, stato etico eccetera, anche se ovviamente nutro giudizi duramente negativi su di essi. 

Semplicemente mi chiedo se movimenti che si ispirano a questi principi politici non possano anch&#039;essi rivendicare il diritto a una escalation contro lo stato, qualora lo stato si opponga alla loro realizzazione, una volta che sia riconosciuto in linea teorica e nella pratica politica questo diritto a altri soggetti politici che sentiamo più vicini. In altre parole, se per i NO TAV diventa politicamente accettabile alzare il livello dello scontro, per quale motivo non dovrebbero rivendicare questa prerogativa anche i peggiori movimenti della destra nostrana?

 Chi è il supremo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167706">Vincenzo Cucinotta</a>.</p>
<p>Non mi sono spiegato. Non intendo dare un giudizio in questa sede sul fascismo, stato etico eccetera, anche se ovviamente nutro giudizi duramente negativi su di essi. </p>
<p>Semplicemente mi chiedo se movimenti che si ispirano a questi principi politici non possano anch&#8217;essi rivendicare il diritto a una escalation contro lo stato, qualora lo stato si opponga alla loro realizzazione, una volta che sia riconosciuto in linea teorica e nella pratica politica questo diritto a altri soggetti politici che sentiamo più vicini. In altre parole, se per i NO TAV diventa politicamente accettabile alzare il livello dello scontro, per quale motivo non dovrebbero rivendicare questa prerogativa anche i peggiori movimenti della destra nostrana?</p>
<p> Chi è il supremo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167706</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 20:01:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167696&quot;&gt;arduino&lt;/a&gt;.

Cioè, per te, se ho capito bene, ciò che non va in un tentativo di secessione, nel fascismo, lo stato etico, o iniziative razziste starebbe nelle forme di lotta? 
Non sei in grado, neanche se ti impegni, a discernere tra i differenti obiettivi? Mi pare che dovresti fare chiarezza dentro te stesso, o forse più semplicemente non sollevare argomenti chiaramente pretestuosi tanto per contraddire chi non ti va.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167696">arduino</a>.</p>
<p>Cioè, per te, se ho capito bene, ciò che non va in un tentativo di secessione, nel fascismo, lo stato etico, o iniziative razziste starebbe nelle forme di lotta?<br />
Non sei in grado, neanche se ti impegni, a discernere tra i differenti obiettivi? Mi pare che dovresti fare chiarezza dentro te stesso, o forse più semplicemente non sollevare argomenti chiaramente pretestuosi tanto per contraddire chi non ti va.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: arduino		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167696</link>

		<dc:creator><![CDATA[arduino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 18:13:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167474&quot;&gt;Vincenzo Cucinotta&lt;/a&gt;.

Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.

OK. Sostituisci &quot;Non voglio il TAV&quot; con
- voglio la secessione della Padania
- voglio mandare via gli extra-comunitari
- voglio costituire un&#039;area franca libera dall&#039;oppressione fiscale
- voglio rinverdire i fasti fascisti di Mussolini
- voglio imporre le leggi della mia religione come leggi dello stato

e così via.

Allora è legittimo per quelli che nutrono questi per loro nobili aspirazioni aumentare il livello dello scontro, visto che lo stato stesso poni vincoli e limiti al libero dispiegarsi di queste aspirazioni? Oppure esiste una superiore entità intellettuale che si avochi il diritto / dovere di decidere della legittimità dei movimenti a alzare il livello dello scontro con lo stato?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167474">Vincenzo Cucinotta</a>.</p>
<p>Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.</p>
<p>OK. Sostituisci &#8220;Non voglio il TAV&#8221; con<br />
&#8211; voglio la secessione della Padania<br />
&#8211; voglio mandare via gli extra-comunitari<br />
&#8211; voglio costituire un&#8217;area franca libera dall&#8217;oppressione fiscale<br />
&#8211; voglio rinverdire i fasti fascisti di Mussolini<br />
&#8211; voglio imporre le leggi della mia religione come leggi dello stato</p>
<p>e così via.</p>
<p>Allora è legittimo per quelli che nutrono questi per loro nobili aspirazioni aumentare il livello dello scontro, visto che lo stato stesso poni vincoli e limiti al libero dispiegarsi di queste aspirazioni? Oppure esiste una superiore entità intellettuale che si avochi il diritto / dovere di decidere della legittimità dei movimenti a alzare il livello dello scontro con lo stato?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167537</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 19:09:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167480&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Cioè, tu vorresti che io dicessi ai vallegiani cosa fare di specifico? Eh no, non sono così presuntuoso, mi pare che essi abbiano la competenza e la sapienza per scegliere cosa specificamente fare, io non mi metterò in cattedra a spiegargli quanto sono stati monelli, questo non lo farò. 
Forse l&#039;esempio del TAV contribuisce a chiarire il mio pensiero. La dimensione nazionale del problema TAV sta nella scelta di politica industriale, dei trasporti, del famoso modello di sviluppo. Ma non direi mai che le forme di lotta per contrastare il piano TAV sia un problema nazionale, è un problema di chi concretamente agisce sul campo: per questo dico che parlare delle forme di lotta costituisce una forma di distrazione dalle questioni politiche centrali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167480">andrea inglese</a>.</p>
<p>Cioè, tu vorresti che io dicessi ai vallegiani cosa fare di specifico? Eh no, non sono così presuntuoso, mi pare che essi abbiano la competenza e la sapienza per scegliere cosa specificamente fare, io non mi metterò in cattedra a spiegargli quanto sono stati monelli, questo non lo farò.<br />
Forse l&#8217;esempio del TAV contribuisce a chiarire il mio pensiero. La dimensione nazionale del problema TAV sta nella scelta di politica industriale, dei trasporti, del famoso modello di sviluppo. Ma non direi mai che le forme di lotta per contrastare il piano TAV sia un problema nazionale, è un problema di chi concretamente agisce sul campo: per questo dico che parlare delle forme di lotta costituisce una forma di distrazione dalle questioni politiche centrali.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167480</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 10:38:39 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42581#comment-167480</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167474&quot;&gt;Vincenzo Cucinotta&lt;/a&gt;.

a vincenzo
&quot;Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.&quot;
Mi spieghi concretamente cosa significa aumentare il livello dello scontro? La tua frase è apodittica, ma un po&#039; vaga. Puoi fare degli esempi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167474">Vincenzo Cucinotta</a>.</p>
<p>a vincenzo<br />
&#8220;Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l’alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur.&#8221;<br />
Mi spieghi concretamente cosa significa aumentare il livello dello scontro? La tua frase è apodittica, ma un po&#8217; vaga. Puoi fare degli esempi?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167474</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 09:58:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42581#comment-167474</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167309&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Inizio a rispondere su quanto scrivi nel primo dei due commenti che mi rivolgi. 
Il mio discorso è del tutto generale, non è che io mi riferisca specificamente alle cose scritte in risposta all&#039;articolo di Lombardini che tu hai postato. Poi, se preferisci scambio di opinioni a dibattito, non ho certo obiezioni in proposito. Diamo per scontato che la pensiamo allo stesso modo? Su questo andrei più cauto, e non credo che sia necessario fare una tale premessa, si scrive ciò che si pensa e si verificano convergenze e dissensi. 
Le analisi di classe penso siano sempre utili, ma non mi pare fosse questo il problema che ponevo, anzi citavo le classi per dire che questo rappresenta comunque un punto di vista già specifico, e non è detto che tutti ci si riconosca in esso. 
Su ALBA, dovrei scrivere a lungo, non condivido per niente il modello di organizzazione proposto, che vedo che tu al contrario condividi con entusiasmo. Ci sarà occasione di tornarci, ma qui lo citavo solo pe dire che nel documento di fondazione la gran parte delle cose dette riguardavano appunto aspetti organizzativi e non di programma. 
Tu dici poi bene quando affermi che le questioni delle forme di lotta siano già oggi di attualità. 
Vorrei quindi chiarire un possibile malinteso che il mio precedente intervento potrebbe aver creato. Anch&#039;io apprezzo il modo di porre il problema di dado, l&#039;unica obiezione era il modo apodittico in cui egli pone la questione degli interessi contrapposti, come se fossero un dato primitivo. Io non lo credo perchè non ho una visione marxiana e la sua dicotomia struttura e sovrastruttura, penso che anche gli interessi che ognuno di noi manifesta siano frutto di una convinzione e subiscano così l&#039;azione condizionante della cultura dominante. 
Il caso che tu appropriatamente citi del TAV è un caso non solo di enorme importanza in sè, ma anche emblematico di quanto sia inadeguato porre l&#039;alternativa tra violenza e non violenza. Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l&#039;alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur. Questo mi pareva avessi detto sin dai primissimi interventi e confermo. Con il che io affermo che questo è un falso problema, e quindi ritengo che sia più importante occuparsi d&#039;altro. 
Ad esempio, sarebbe fondamentale trasformare pezzi di lotte particolari e separate in un progetto politico complessivo, certamente articolato al suo interno in maniera adeguatamente flessibile, ma comunque con un elemento di unificazione che tra l&#039;altro evita di trasformare una sconfitta particolare in una sconfitta totale e storica: si perde su un punto, ma si vince su di un altro. 
Ci manca questo, manca un po&#039; in tutto il mondo, certamente manca in occidente, non vi è un progetto politico complessivo e come tale rivoluzionario, manca anzi perfino la consapevolezza che di questo ci sia bisogno, e quindi non si dedicano energie a un tale progetto. 
Semmai si pensa a un progetto complessivo, si torna a Marx ed ai fantasmi storici che evoca. Anche questo però richiederebbe ben più spazio di discussione e così mi fermo qui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167309">andrea inglese</a>.</p>
<p>Inizio a rispondere su quanto scrivi nel primo dei due commenti che mi rivolgi.<br />
Il mio discorso è del tutto generale, non è che io mi riferisca specificamente alle cose scritte in risposta all&#8217;articolo di Lombardini che tu hai postato. Poi, se preferisci scambio di opinioni a dibattito, non ho certo obiezioni in proposito. Diamo per scontato che la pensiamo allo stesso modo? Su questo andrei più cauto, e non credo che sia necessario fare una tale premessa, si scrive ciò che si pensa e si verificano convergenze e dissensi.<br />
Le analisi di classe penso siano sempre utili, ma non mi pare fosse questo il problema che ponevo, anzi citavo le classi per dire che questo rappresenta comunque un punto di vista già specifico, e non è detto che tutti ci si riconosca in esso.<br />
Su ALBA, dovrei scrivere a lungo, non condivido per niente il modello di organizzazione proposto, che vedo che tu al contrario condividi con entusiasmo. Ci sarà occasione di tornarci, ma qui lo citavo solo pe dire che nel documento di fondazione la gran parte delle cose dette riguardavano appunto aspetti organizzativi e non di programma.<br />
Tu dici poi bene quando affermi che le questioni delle forme di lotta siano già oggi di attualità.<br />
Vorrei quindi chiarire un possibile malinteso che il mio precedente intervento potrebbe aver creato. Anch&#8217;io apprezzo il modo di porre il problema di dado, l&#8217;unica obiezione era il modo apodittico in cui egli pone la questione degli interessi contrapposti, come se fossero un dato primitivo. Io non lo credo perchè non ho una visione marxiana e la sua dicotomia struttura e sovrastruttura, penso che anche gli interessi che ognuno di noi manifesta siano frutto di una convinzione e subiscano così l&#8217;azione condizionante della cultura dominante.<br />
Il caso che tu appropriatamente citi del TAV è un caso non solo di enorme importanza in sè, ma anche emblematico di quanto sia inadeguato porre l&#8217;alternativa tra violenza e non violenza. Infatti, se io non voglio il TAV e per ridiscutere una tale scelta basta manifestare pacificamente, allora manifesterò pacificamente, ma se il potere non ritiene di tenere conto del parere di pacifici cittadini, allora l&#8217;alternativa è tra aumentare il livlelo dello scontro o rinunciare a svolgere il proprio legittimo ruolo politico, tertium non datur. Questo mi pareva avessi detto sin dai primissimi interventi e confermo. Con il che io affermo che questo è un falso problema, e quindi ritengo che sia più importante occuparsi d&#8217;altro.<br />
Ad esempio, sarebbe fondamentale trasformare pezzi di lotte particolari e separate in un progetto politico complessivo, certamente articolato al suo interno in maniera adeguatamente flessibile, ma comunque con un elemento di unificazione che tra l&#8217;altro evita di trasformare una sconfitta particolare in una sconfitta totale e storica: si perde su un punto, ma si vince su di un altro.<br />
Ci manca questo, manca un po&#8217; in tutto il mondo, certamente manca in occidente, non vi è un progetto politico complessivo e come tale rivoluzionario, manca anzi perfino la consapevolezza che di questo ci sia bisogno, e quindi non si dedicano energie a un tale progetto.<br />
Semmai si pensa a un progetto complessivo, si torna a Marx ed ai fantasmi storici che evoca. Anche questo però richiederebbe ben più spazio di discussione e così mi fermo qui.</p>
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		Di: stan		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/29/il-falso-radicalismo-dei-radicali/#comment-167319</link>

		<dc:creator><![CDATA[stan]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 13:05:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«Pochi temi hanno avuto tanto spazio nel dibattito della sinistra rivoluzionaria e dei movimenti del ‘68 e del ‘77 quale quello della violenza [...] Però ci comportavamo come se le masse fossero tendenzialmente e naturalmente favorevoli all’uso della violenza fino alla lotta armata [...] Questa unilateralità nell’affrontare il problema era la nostra forza e la nostra debolezza: perché ci consentiva di caricare di grande valore ideale la questione [...] e quindi dava impulso ad una potente carica antiautoritaria nella società, che resta tutt’ora uno dei grandi meriti del ‘68; ma nello stesso tempo faceva della violenza un aspetto programmatico così importante da trasformarsi da mezzo a fine: non già uno strumento da usare con intelligenza e moderazione, ma l’obiettivo della maggioranza delle azioni [...]. Questo errore era accentuato anche dall’impazienza di fronte alle difficoltà di diffusione di questo metodo di lotta. [...]. La confusione tra mezzi e fini, e quindi la deformazione del fine stesso [...] Nell’uso della violenza coesistevano due aspetti [...]: una sana affermazione del diritto a ribellarsi e a battersi anche violentemente per la trasformazione radicale della società (e in questo quadro la forza era finalizzata soprattutto alla conquista di obiettivi [...] e non richiedeva specialisti); e, invece, una forma di violenza “esemplare”, estetica, spesso fine a se stessa [...]. Via via che lo Stato accentuava la durezza della propria azione [...] il secondo aspetto prendeva il sopravvento. [...] Inutile dire quanto fosse estraneo tutto ciò agli obiettivi liberatori verso i quali solitamente si indirizza l’autodifesa di massa, quanto di decadente vi fosse in questa estetica e mitologia della violenza e quanto soprattutto risultasse nefasta questa immagine del movimento che si contribuiva a legittimare. [...] Quello che invece la lotta armata per bande, nella sua forma organizzata e clandestina (BR e affini) e nella sua forma “spontanea” (manifestatasi ai lati del movimento), contribuiva a mettere in chiaro, era il prevalere di una visione avanguardista, militarista e antipopolare della violenza. [...] lo scontro costante con gli apparati dello Stato [...] non valorizzava affatto il movimento ma lo impoveriva e lo isolava.»

«Movimento Settantasette. Storia di una lotta», AA.VV., Rosenberg&#038;Sellier, 1979]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Pochi temi hanno avuto tanto spazio nel dibattito della sinistra rivoluzionaria e dei movimenti del ‘68 e del ‘77 quale quello della violenza [&#8230;] Però ci comportavamo come se le masse fossero tendenzialmente e naturalmente favorevoli all’uso della violenza fino alla lotta armata [&#8230;] Questa unilateralità nell’affrontare il problema era la nostra forza e la nostra debolezza: perché ci consentiva di caricare di grande valore ideale la questione [&#8230;] e quindi dava impulso ad una potente carica antiautoritaria nella società, che resta tutt’ora uno dei grandi meriti del ‘68; ma nello stesso tempo faceva della violenza un aspetto programmatico così importante da trasformarsi da mezzo a fine: non già uno strumento da usare con intelligenza e moderazione, ma l’obiettivo della maggioranza delle azioni [&#8230;]. Questo errore era accentuato anche dall’impazienza di fronte alle difficoltà di diffusione di questo metodo di lotta. [&#8230;]. La confusione tra mezzi e fini, e quindi la deformazione del fine stesso [&#8230;] Nell’uso della violenza coesistevano due aspetti [&#8230;]: una sana affermazione del diritto a ribellarsi e a battersi anche violentemente per la trasformazione radicale della società (e in questo quadro la forza era finalizzata soprattutto alla conquista di obiettivi [&#8230;] e non richiedeva specialisti); e, invece, una forma di violenza “esemplare”, estetica, spesso fine a se stessa [&#8230;]. Via via che lo Stato accentuava la durezza della propria azione [&#8230;] il secondo aspetto prendeva il sopravvento. [&#8230;] Inutile dire quanto fosse estraneo tutto ciò agli obiettivi liberatori verso i quali solitamente si indirizza l’autodifesa di massa, quanto di decadente vi fosse in questa estetica e mitologia della violenza e quanto soprattutto risultasse nefasta questa immagine del movimento che si contribuiva a legittimare. [&#8230;] Quello che invece la lotta armata per bande, nella sua forma organizzata e clandestina (BR e affini) e nella sua forma “spontanea” (manifestatasi ai lati del movimento), contribuiva a mettere in chiaro, era il prevalere di una visione avanguardista, militarista e antipopolare della violenza. [&#8230;] lo scontro costante con gli apparati dello Stato [&#8230;] non valorizzava affatto il movimento ma lo impoveriva e lo isolava.»</p>
<p>«Movimento Settantasette. Storia di una lotta», AA.VV., Rosenberg&amp;Sellier, 1979</p>
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