Un pezzo del nostro paese.

30 maggio 2012
Pubblicato da

di Evelina Santangelo

Voglio ricordarmi:

delle parole di Nadia (operaia dell’Eurostets): «in una tenda puoi andare a dormire ma mica a lavorare… Ma si lavora per vivere, mica per morire…»

delle parole del cugino di un operaio rimasto sotto le macerie di un capannone della Haemotronic di Medolla): «Biagio non era per niente convinto di tornare al lavoro, ma non voleva perdere il posto…»

delle parole di due operai meridionali della Haemotronic di Medolla: «i soldi, tutto per il soldi… lavorare come cani e morire come cani».

Voglio ricordarmi delle parole di Michail, un operaio polacco che si è salvato dal crollo di un capannone della Bbg di Mirandola: «Avevo trovato casa e lavoro e ho perso tutti e due, non c’è più futuro in Italia per me e mia moglie».

Voglio ricordarmi dei musulmani che pregano per Mohamed, operaio della Meta di San Felice, «che non voleva tornare a lavorare, lo hanno obbligato».

E ricordarmi di Kumar che, come ripete il rappresentante della comunità dei sikh, «è dovuto andare a lavorare perché non poteva perdere il posto».

E ricordarmi di Pavel, romeno, che si è salvato dal crollo del capannone della Meta, e dice: «Non mi hanno obbligato, ma come fai a dire di no quando anche il padrone va dentro?»

Perché in queste parole, in questi brandelli di storie e spaccati di esistenze c’è in nuce un pezzo di biografia del nostro paese, del paese reale.

ps. Vorrei che queste testimonianze prese dai giornali e qui pubblicate fossero intese come un modo di custodire una memoria ancora viva che ci riguarda tutti, perché domani probabilmente non se ne ricorderà più nessuno.

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3 Responses to Un pezzo del nostro paese.

  1. gianni montieri il 30 maggio 2012 alle 21:18

  2. véronique vergé il 31 maggio 2012 alle 08:41

    Nel silenzio delle macerie, le voci sono ancora fantasmi, quelle venute da lontano, da terre straniere, ma anche quelle del paese, degli anziani, del tempo rotto. Tutti guardano l’orologia di una chiesa/ non perché segna le bellezza, ma perché parla di un tempo morto per tutti, di un tempo dove il lavoro si faceva con il rispetto della natura e degli uomini, di un tempo dove la casa riposava come il sole nel cielo, con le gambe nella terra. Oggi la terra ha una voce spaventosa: non c’è rifugio, riparo. Non si puo nascondere quello che è stato fatto veloce, senza ragione.
    Questo silenzio si parla in tutte le lingue.

    PS Per il momento non posso venire in Italia. Ma posso venire in agosto. E’ possibile aiutare?

  3. Salvatore Maresca Serra il 31 maggio 2012 alle 10:38

    Se non mantenessimo viva la memoria della storia commetteremmo un crimine anche ben peggiore, come è già accaduto.



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