Bolaño e i suoi prosecutori

9 giugno 2012
Pubblicato da

di Giuseppe Zucco

Se negli ultimi tempi, al culmine del più classico percorso di pellegrinaggio, non solo avete consumato le ginocchia sul marmo delle cattedrali di 2666 (Adelphi, 2009) e Detective selvaggi (Sellerio, 2003), e avete inclinato il capo penitente dentro il santuario di Stella distante (Sellerio, 1999) e La letteratura nazista in America (Sellerio, 1998), e avete sgranato il respiro davanti al tempio incompiuto e auto-saccheggiato de Il terzo Reich (Adelphi, 2010) e I dispiaceri del vero poliziotto (Adelphi, 2012), ma con il più struggente atto di fede vi siete spinti in punta di piedi dentro la sagrestia delle collezioni di saggi, interviste e testi di conferenze di Tra parentesi (Adelphi, 2009) e L’ultima conversazione (Sur, 2012), molto probabilmente il nome di Rodrigo Rey Rosa vi suonerà parecchio familiare.

Roberto Bolaño, soprattutto nelle interviste, con l’abituale candore degli scrittori sudamericani, davanti al fucile spianato della più insidiosa tra le domande, quale scrittore vivente ammiri e leggi di frequente?, non ha mai smesso di articolare il nome di questo scrittore guatemalteco, perlopiù sconosciuto in Italia, se non – apprendo da una veloce ricerca sulla rete – per la fulminea apparizione sul mercato editoriale di Giungla di pietra (Cargo, 2006).

È anche per questo che il suo nome, impilato bene in vista sullo scaffale delle novità di una libreria, mi salta immediatamente agli occhi. Severina (Feltrinelli, 2012), il nuovissimo libro di Rodrigo Rey Rosa, posizionato lì da manine molto consapevoli, non è il coronamento di una perfetta strategia di marketing, ma la casualità che governa la direzione fatale di due innamorati. Perfino la bandella che fascia il libro, e che sullo sfondo di un cartoncino giallo riporta il blurb delle seguenti perentorie dichiarazioni di Bolaño, Il miglior tessitore di storie, la stella più luminosa della mia generazione, appare la conferma di un destino.

Rodrigo Rey Rosa, in realtà, sarebbe un nome da pugile esemplare. Non sfigurerebbe in un racconto di Hemingway, tantomeno in uno di Garcia Marquez. Con questo fantasma in calzoncini e guantoni, una volta a casa, respinto il fastidio per il modo in cui è stato licenziato il libro – il corpo del carattere per i più politicamente corretti ipovedenti, la pagina poco sfruttata, il testo stiracchiato sulla carta per conquistare la cima delle cento pagine, come se dovesse a tutti i costi elevarsi alla misura di un romanzo breve, piuttosto che a quella di un racconto lungo – affondo nel territorio aperto della finzione.

Il romanzo breve o il racconto lungo, perlomeno in principio, dispiega l’inesauribile fervore con cui una ragazza – non più giovanissima, i capelli neri, l’aria giudiziosa – infila una libreria e sottrae senza ritegno un numero considerevole di libri. Se non fosse che un libraio presunto scrittore parecchio solitario ma con l’occhio lungo se ne accorge, la inchioda alle proprie responsabilità, e ancora prima di metterle le mani addosso e perquisirla, se ne innamora. La corrente elettrica che solca queste pagine è proprio quella di una storia d’amore – delle più classiche, in verità: con il suo indispensabile corredo di romanticismo, tragedia, delirio.

Il libro lo si legge facile, le frasi rapide o distese girano bene – come direbbe lo scrittore fantasma di Philip Roth – la relazione amorosa arroventa fino a illuminare il destino a cui si consacreranno i due innamorati, l’idea che la letteratura possa diventare carne viva e motore del mondo è stilizzata ricorrendo a soluzioni immediatamente efficaci, a cominciare dai personaggi, una ladra di libri, un librario presunto scrittore innamorato di una ladra di libri, la loro decisione di rubare e leggere libri per la vita intera, come se i libri subissero il completo dominio dei lettori, e l’editoria e la distribuzione fossero appena l’inevitabile incidente in cui incorre tanto la scrittura quanto la lettura. Ma una volta esaurito il libro, qualcosa non torna, soprattutto la fiducia illimitata che Roberto Bolaño, di cui si accetterebbe a prescindere qualsiasi considerazione, ha riposto in questo scrittore.

Di tutto, a lettura ultimata, perdura il granito di due impressioni: che sia un libro comune, con una scrittura per nulla trascendente, e che l’universo tascabile a cui Rodrigo Rey Rosa dà nitore e compiutezza brulichi di luoghi comuni in tutto e per tutto bolañeschi. Se non bastasse lo sfruttamento intensivo della letteratura e dei libri come materiale narrativo, della location di una pensione inospitale, di una protagonista perennemente in fuga da pedinare con il sesto senso di un detective, di una figura perturbante – qualcosa tipo il Bruciato de Il terzo Reich, qui reso con il più ordinario cadavere trattenuto in casa – di una relazione amorosa dolcissima e straziante e costantemente sull’orlo della catastrofe, di una prima persona maschile che si ripromette di congedarsi dal mondo e mettersi seriamente a scrivere, la biografia parziale di Severina, la ladra di libri, sembra esattamente riprodurre una piccola ma decisiva parte dell’educazione letteraria di Bolaño. È proprio lo scrittore cileno, che più e più volte, lungo il corso di alcune conversazioni, dà conto di come è iniziata una delle più venerate avventure letterarie: rubando i romanzi e le raccolte di racconti e poesie nelle librerie di Città del Messico, leggendo avidamente tutto ciò che l’antichissima arte predatoria consentiva di nascondere sotto le magliette e i pantaloni.

Lo sfruttamento intensivo di luoghi comuni bolañeschi, però, non implica affatto una maggiore tenuta. Quello che davvero manca in Rey Rosa, e che invece ha reso i libri di Bolaño prima una prova d’iniziazione per l’accesso a una setta segreta e poi un eccezionale oggetto di culto interplanetario, è quel continuo alternarsi nel perimetro di una pagina o di una singola frase di un concretissimo senso di disgrazia, illuminazione, noia, minaccia, tenerezza, esaltazione, sconforto, orrore, struggimento, empatia, aggressione – un’espansione cognitiva e sentimentale: una diramazione cosmica capace di ricongiungerti con tutti i tempi ed ogni creatura.

Di certo, conoscendo appena un romanzo breve o un racconto lungo, su Rodrigo Rey Rosa tocca sospendere il giudizio, magari la traduzione di un prossimo libro produrrà un’intensa folgorazione – la possibilità, delle volte, è l’unica divinità a cui votarsi. Resta però da capire come mai Bolaño abbia fatto del nome di questo scrittore un ritornello. Al di là di una pura questione di gusto, una chiave di volta potrebbe essere un minuto celeberrimo saggio di Jorge Luis Borges – scrittore tanto amato da Bolaño quanto impiegato da Rey Rosa come mezzo per accelerare lo scioglimento degli eventi scatenati dal vorticare di una ladra di libri: del resto, in un libro che racconta di libri, Borges non poteva che esserne il nume tutelare. In Kafka e i suoi precursori, Borges sostiene che ogni scrittore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro. Ecco, se è vero ciò che si è sempre detto, cioè che la grandezza di Bolaño risieda soprattutto nell’avere battezzato e diffuso tutta una nuova serie di possibilità espressive nell’arte del racconto e del romanzo – 2666 è uno degli ultimi spartiacque letterari, così come lo sono stati Underworld, Pastorale Americana, Infinite Jest – non è del tutto azzardato immaginare Bolaño come uno scrittore rivolto soprattutto al futuro, a ciò che sarebbe potuto accadere, ai possibili prosecutori più che ai precursori della sua opera. Forse, data l’abilità nello sfruttare un immaginario comune, Roberto Bolaño in Rodrigo Rey Rosa avrebbe intravisto soprattutto questo: un amico, un fratello spirituale, un continuatore, qualcuno capace di vanificare e oltrepassare il limite ultimo che l’insufficienza epatica gli stava per imporre.

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5 Responses to Bolaño e i suoi prosecutori

  1. carmelo il 9 giugno 2012 alle 18:06

    Ad aprile é uscito da Senzapatria Bolaño selvaggio, una raccolta di saggi critici sullo scrittore cileno, pubblicata in Spagna nel 2008 se ricordo bene. Alcuni forse sono datati ma nel complesso il libro é utile e aiuta a conoscere meglio l’opera narrativa di Bolaño nel contesto della letteratura latinoamericana e non solo. Strano che nessuno ne segnali la pubblicazione.

    http://www.ibs.it/code/9788897006367/bolantilde;o-selvaggio.html

    A parte pochissime eccezioni (Massimo Rizzante e Nicola Lagioia praticamente) nessun critico o accademico o non importa cosa, si é preso la briga in italia di condurre studi seri che abbiano un respiro che vada oltre l’articolo di giornale.
    Tutto il contrario di quanto avviene, in Spagna o in USA o in Francia o in Germania. Chissà perchè mi chiedo.
    Mi chiedo anche perchè non si pubblicano le sue poesie.
    Per quale arcano motivo in Italia ancora non si pubblicano le sue poesie?
    Perchè zucchi, non sviluppa il tema della scrittura di Bolano, apparentemente cos’ piatta e monotona e perfino banale, capace però di ocntenere in ogni parola una potenza espressiva sul punto di esplodere schegge verso il passato, il futuro o inabissarsi nell’oscurità della terra “badando bene di tenere gli occhi aperti”

  2. Enrico Macioci il 11 giugno 2012 alle 13:52

    Ho appena finito di leggere la raccolta di saggi su Bolano dal titolo “Bolano selvaggio”, di Senzapatria. L’ho trovata magnifica e utilissima per addentrarsi nel mondo del narratore contemporaneo più geniale e innovativo, un’autentica novità come di rado ne fioriscono, qualcosa che ogni lettore e scrittore farebbe bene a conoscere. Mi unisco dunque allo stupore di Carmelo: come mai in Italia gli studi su Bolano latitano?

  3. srmzgts il 12 giugno 2012 alle 00:24

    ho fatto quelle cose,
    dunque ti darò retta.

  4. Eugenio il 17 giugno 2012 alle 04:25

    Piú che altro definire Reyes Rosa un prosecutore bolañano significa appiattire tutta la letteratura latinoamericana contemporanea su Bolaño… Reyes Rosa è uno scrittore diversissimo con una produzione molto vasta. È un grande scrittore di racconti nonchè ‘autore di uno dei romanzi latinoamericani più belli degli ultimi anni, El material humano. Serafina è un romanzo minore… Più che aspettarsi studi seri su Bolaño cercherei di fare letture attente della letteratura latinoamericana contemporanea che adesso, grazie alla bolañomania, si sta iniziando a pubblicare anche in Italia. Capisco il sospendere il giudizio di Zucco, Serafina è abbastanza mediocre e non mi sembra un caso che in spagnolo sia uscito per Alfaguara e non per Anagrama, però bisognerebbe anche capire la distorsione di questa onnipresenza bolañana quando si parla di lett. Latinoamericana. Fare magari qualche ricerca su internet…

  5. Eugenio il 17 giugno 2012 alle 06:05

    …ops ops… Evidentemente c’è un Alfonso di mezzo che ha moltiplicato i re. Mi scuso per il refuso ripetuto.



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