Su “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”

7 agosto 2012
Pubblicato da

di Daniele Giglioli

Si resta sempre sorpresi dalla quantità di voci che si affollano nei libri di Marco Rovelli (Lager Italiani, Lavorare uccide, Servi, e ora questo ultimo Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia, reportage e rivisitazione poetica della sua terra, la selvaggia dorsale apuana che sovrasta Massa e Carrara). Voci di chi di solito non parla ma è parlato dal discorso di coloro che detengono il potere, il sapere ed eventualmente la pietà: i dannati della terra (clandestini, migranti, morti sul lavoro), e chi si è schierato irreversibilmente dalla loro parte, come gli anarchici del Novecento. A differenza di Saviano, che in Gomorra avoca per intero a sé prerogative e privilegi della voce narrante, Rovelli pratica una narrativa dell’ascolto, pensa con le orecchie, diffida del primato razionale della vista, non si arroga il diritto della parola decisiva, si riserva le domande e lascia agli altri le risposte. Nelle scene decisive lui non c’era, e lo sa. L’aggettivo “corale”, per una volta, non è speso invano.

Chi sono gli anarchici che incontra nelle osterie di Massa e di Carrara? Di solito carne da storiografia, nel migliore dei casi; nel peggiore, da oleografia rivoluzionaria (con quel tocco di colore in più che li distingue dalla ferrigna iconografia del militante comunista). Nemmeno il conservatore più convinto nega un po’ di simpatia agli anarchici: tanto si sa che non potevano vincere e le hanno prese da tutti, comunisti compresi, vedi la guerra di Spagna o l’insopportabile paternalismo con cui si parla del «povero Pinelli». Ma Rovelli li fa scendere dal dagherrotipo, li elegge a padri putativi, vuole che passino da testimoni a esempi. Esempi di cosa? Di una vita spesa bene, di quella “buona vita” di cui parlavano gli antichi quando fissavano nella dimensione politica la specificità dell’animale uomo, colui che ha per sua radice prima l’essere insieme. Rovelli si è formato negli anni Ottanta, e ci si è trovato male. In tutto ciò che ne deforma la fisiognomica (individualismo, disincanto, solitudine chiassosa) ha cercato affinità e genealogia: i respinti di oggi, i ribelli di ieri. La sua produzione si colloca esattamente nello iato tra i due termini, nella casella vuota in cui annaspano i ribelli di oggi.

In quel vuoto si accende la sua immaginazione. Le generazioni immediatamente precedenti la sua non lo colmano, lo hanno creato. Dai padri veri (indicativamente: il Sessantotto) non c’è nulla da imparare. Non perché siano stati sconfitti, ma perché hanno abiurato alle loro verità – termine che Rovelli scrive sempre, e giustamente, al plurale: la verità è di parte, il punto di vista del tutto è solo una menzogna più efficace delle altre. Rovelli ama i suoi anarchici per la testardaggine gioiosa con cui hanno difeso le loro, anche nella malinconia della sconfitta; ma non ci sono mai solo sconfitte per chi non vuole prendere il potere. Si tratta invece di affermare e praticare qui e ora il massimo di valore possibile nelle condizioni date: un’etica – chi lo avrebbe detto, visto il pulpito – tutto sommato ragionevole.

Certo un’operazione come questa non è esente da rischi, primo fra tutti quello di proiettare desideri del presente su figure che hanno una loro irriducibile singolarità storica. L’autore ne è consapevole: «è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a nostro uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?» E d’altronde non è lo stesso paesaggio delle Apuane, scabro e spettacolare con le sue cime e le sue cave, a invocare la trasfigurazione? Tentazione da evitare, il turismo nel passato. Che ci si cada è talvolta inevitabile, il linguaggio dei cavatori è così vivido, i canti anarchici così struggenti… Quando poi i migranti clandestini occupano la cattedrale di Massa, si vede quanto poco è rimasto di quel mondo: sabato pomeriggio si fa struscio e shopping, che vogliono quegli straccioni? Non sono pittoreschi e rassicuranti come i vecchi militanti chini sull’ennesimo «bicierin». Quando ammazzavano i re e sparavano ai fascisti, però, neanche loro erano così carini; non per tutti almeno. A quali occhi vuoi apparire bello: questa è politica. Chi piace a tutti non la conta giusta. C’è stato un tempo in cui gli anarchici erano brutti sporchi e cattivi, e ne andavano fieri. Forse un limite della lingua di Rovelli è nel non restituirci anche questa percezione. Non so del resto come avrebbe potuto. Non è facile guardare chi si ama con gli occhi del nemico, specie se questo ha vinto, o così crede, e ti riserva simpatia e condiscendenza. Fargli paura, invece, ecco il problema.

[Articolo gia’ apparso su “La lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, il 22 luglio scorso.]

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