La lingua mi si annodò e non seppi dirgli altro – Quando un giovane Saverio Strati conobbe Corrado Alvaro

16 agosto 2012
Pubblicato da

di Domenico Talia

Oggi, 16 agosto, Saverio Strati compie ottantotto anni. La sua opera letteraria pubblicata finora è stata vasta e importante, ma ancora tanti suoi lavori attendono di essere pubblicati. La ricorrenza del suo compleanno è un’utile occasione per riflettere sulla letteratura di Strati e sul suo percorso di uomo e di scrittore che non è stato facile negli anni dei suoi inizi e, purtroppo, ha incontrato difficoltà anche nei più recenti anni dell’età matura, nonostante le storie forti e di grande impegno civile che la sua penna ha saputo narrare. Romanzi e racconti pubblicati in Italia e all’estero e premi importanti che hanno riconosciuto il suo talento letterario e la sua continua testimonianza a favore degli umili e della sua terra. Solo tre anni fa “Il Quotidiano” si è fatto promotore della campagna per far riconoscere allo scrittore di Sant’Agata del Bianco i benefici della legge Bacchelli. Benefici concessi nel dicembre 2009 per meriti letterari.

Un breve scritto di Strati pubblicato nel 1960 su “Comunità”, il mensile culturale fondato da Adriano Olivetti, è un ottimo spunto per riflettere sul suo percorso di vita e di scrittore. In quel contributo, Saverio Strati racconta un momento molto particolare dei suoi inizi di scrittore: l’incontro con Corrado Alvaro avvenuto nell’estate del 1953 a Caraffa del Bianco dove lo scrittore di San Luca era andato per far visita alla madre che viveva con suo fratello Massimo, prete del paese aspromontano.

Due scrittori nati a pochi chilometri di distanza, figli della stessa terra ed eredi di un mondo che si andava trasformando irrimediabilmente, si incontravano in un momento in cui uno di loro, Strati, era molto giovane – 29 anni – e si avviava con molte speranze verso una lunga carriera, allora neanche iniziata, di romanziere. Corrado Alvaro, aveva esattamente il doppio degli anni di Strati – 58 anni – ed era ormai un affermato scrittore e un famoso giornalista che aveva lavorato nei maggiori giornali italiani e aveva conosciuto il mondo nei suoi continui viaggi.

Il racconto che Strati fa del suo incontro con Alvaro a Caraffa è pieno di sensazioni, di atmosfere e di timidezze personali. Tuttavia, assieme a questi aspetti umani molto rilevanti, il loro colloquio è anche pieno di riflessioni letterarie, di scambi di opinioni su autori, su stili di scrittura e visioni della vita che Alvaro e Strati hanno condiviso con diretta sincerità e altrettanto rispetto e attenzione che, se era naturale attendersi nel giovane Strati, vanno ancor più apprezzati in Alvaro scrittore maturo, affermato e stimato in Italia e all’estero.

Strati allora era studente universitario a Messina e racconta: «Sapevo che Alvaro era a Caraffa, che è un paese attaccato al mio. Desideravo molto conoscere il famoso scrittore. …  Partii e andai al paese per presentarmi allo scrittore.» Egli non aveva ancora pubblicato nulla ma certamente aveva grandi speranze: «Avevo già scritto molti racconti, a quel tempo, ma ancora non avevo pubblicato nemmeno una parola.»

Il loro primo incontro avvenne per strada mentre Corrado Alvaro insieme al fratello Massimo faceva una passeggiata in una serata estiva: «… si andò lungo la rotabile polverosa e piena di breccia fino alla Torre…». Il carattere riservato e timido di Strati si accentuò davanti ad Alvaro che lo invitò ad unirsi a loro nella passeggiata e che subito si offrì di leggere i suoi racconti, quelli che avrebbero fatto parte della raccolta “La marchesina”. «La lingua mi si annodò e non seppi dirgli altro, al primo momento, che: molte grazie! … Non ero abituato a vivere tra famosi scrittori e non sapevo che titolo bisognava dare ad un uomo celebre.»

Strati descrive l’ambiente intorno a loro: «Ci sedemmo sui sedili di pietra. Il sole stava tramontando e il paesaggio era veramente incantevole, … lo Jonio era di un azzurro-rosso laggiù … Alvaro osservava tutto in silenzio». La vista che avevano di fronte andava da Capo Bruzzano fino al Castello di Roccella, oltre quaranta chilometri di costa jonica. «È proprio bello questo paesaggio, disse Alvaro. Si girò subito verso il fratello e gli disse: Verso lì dovrebbe essere San Luca.» In questo passaggio il fratello dello scrittore spiega ad Alvaro che da una collina vicina si vede il loro paese e Alvaro gli chiede di salire su quella collina prima che lui parta per Roma. Il colloquio che ne seguì spiega bene perché Corrado Alvaro aveva scelto di non visitare più San Luca dopo la morte del padre: «Ho un bel ricordo di quel paese, e non mi piace sciuparlo. Lì sono stato felice durante la mia fanciullezza, e desidero conservare per sempre questo ricordo.» Questa frase è l’occasione per Strati di riflettere sul rapporto che lui stesso ha con il paese in cui è nato: «Io ho sempre sofferto al mio paese… eppure ci torno sempre con piacere.» Un rapporto che appare diverso da quello di Alvaro e che comunque esprime uno scarto tra il desiderio e l’esperienza reale che nel tempo non si è mai risolto.

Alcuni contadini che ritornando dalla campagna passano davanti a loro sono lo spunto per discutere del rapporto tra antica e nuova civiltà. Alvaro fa notare a Strati la gentilezza e la bontà della “nostra” gente e allo stesso tempo esprime la necessità del superamento della vecchia civiltà per far attecchire nella metà del novecento anche nella terra calabrese la civiltà europea che Alvaro conosceva bene: «Sono i residui di una vecchia civiltà. … quella vecchia civiltà della Magna Grecia ancora dura a morire… Ed è bene che muoia.» All’invocazione di Alvaro di una necessaria trasformazione culturale, Strati che aveva letto le opere di Alvaro, aggiunge con le stesse parole dello scrittore: «È bene che muoia, ma bisogna trarre il maggior numero di memorie da essa, come lei dice in “Gente in Aspromonte”.» E in questo compito il giovane e il maturo scrittore, uno di fronte all’altro seduti di fronte al mare Jonio, sembrano condividere non soltanto un’opinione ma anche un destino letterario che, anche se si è realizzato con stili e forme narrative differenti, ha sempre mirato alla rappresentazione e alla elaborazione delle memorie di un popolo di cui loro sono stati parte consapevole.

Nel ricordo di Strati di quell’incontro e del colloquio con Alvaro, ci sono alcuni passi in cui il giovane scrittore confessa le difficoltà della sua vita da ragazzo, come quando racconta del suo unico paio di scarpe: «Desideravo che arrivasse la primavera per potermi togliere le scarpe … lo facevo anche per risparmiare l’unico paio di scarpe per il prossimo inverno … Infatti provavo un grande piacere quando le rimettevo alle prime acque.» Oppure, quando rispondendo ad Alvaro che gli chiede: «Lei conosce bene i nostri lavoratori?», racconta della sua vita di giovane muratore: «Sono stato e sono ancora uno di loro … mi sento più operaio che studente universitario … Sino a vent’anni ho lavorato: ho fatto il muratore.»

In altri momenti di quell’incontro raccontati da Strati, diventa esplicito il lirismo di Alvaro, che evidentemente in lui non era soltanto letterario, ma costituiva anche una visione del mondo. Strati descrive come lo scrittore di San Luca si era fermato ad osservare una giovane donna, figlia di un pastore, seduta davanti alla casa dove abitava don Massimo: «Alvaro si fermò e la guardò con ammirazione. La ragazza divenne porpora in viso, per qualche istante si lasciò osservare, ma presto si alzò e rientrò. Ha visto? – mi disse Alvaro – Ha visto che segni di nobiltà ci sono nel volto di quella giovane? … Altro che miss Italia  … si è lasciata guardare come un bel quadro e come se si fosse detta: guarda, ma non troppo.»

Un altro esempio di visione lirica della vita e del mondo si ha quando, nel giorno successivo al loro primo incontro, Strati, invitato da Alvaro, ritorna a casa di don Massimo. Insieme ad Alvaro osservano dall’alto di un balcone una contadina che con una piccola cesta in testa porta nei campi il mangiare agli uomini impegnati nella mietitura. Alvaro osservava tutto con molto interesse: «Con quale cura aggiustano quella roba nella cesta … Tutto, se guarda bene, ha un’aria di rito … E faranno due ore di strada con questo caldo, per raggiungere i loro uomini … Ricordo d’averle viste, queste donne, già quando ero ragazzo, a San Luca … impastare il pane, infornarlo, al forno pubblico, e tutto veniva eseguito con una religiosità inesprimibile.»

Per Strati, quella fu anche l’occasione per conoscere Antonia Giampaolo, l’anziana madre dello scrittore che viveva con don Massimo. Brevemente la descrive: «Era una donna avanzata negli anni i cui tratti del viso erano totalmente uguali a quelli del figlio: il labbro superiore largo e forte, gli occhi acuti … Mi ricordai, guardandola, della madre di “Cata Dorme”, la bellissima novella di “Gente in Aspromonte”, della madre dell’ ”Età Breve”.»

Il racconto che Strati fa dell’incontro è anche pieno di riferimenti letterari. Nella loro discussione entrano i paralleli con i racconti sui contadini di Tolstoj, il frammentismo di Cechov, la Calabria di Cesare Pavese, il meridione raccontato da Verga, lo stile di Boccaccio e quello di Manzoni. Strati vuole far sapere ad Alvaro che ha letto le sue opere «con la speranza che lui si mettesse a parlarmi del suo lavoro.» Di “Gente di Aspromonte” lo scrittore di S.Agata dice che è come l’opera che « … mi parla più direttamente e mi tocca molto», ed in risposta Alvaro fa quasi una confidenza: «Doveva essere un romanzo, ma ho dovuto tagliare.» Nel seguito della discussione precisa anche le motivazioni dei tagli sulla sua opera più nota pubblicata nel 1930: «Se lei rileggerà “Gente in Aspromonte” si accorgerà che come quello è un romanzo interrotto. Mentre lo scrivevo, mi accorsi che mi venivano molti problemi fuori, dei problemi forti, scottanti della nostra terra. Erano anni difficili e certamente non mi avrebbero stampato il libro. Tagliai. Comunque molte cose sono lì dentro… È molto triste vivere e soprattutto scrivere sotto le dittature.»

Oltre a discutere delle sue opere, Alvaro è curioso di sapere cosa ha scritto il giovane Strati e quando gli chiede: «Ha scritto molti racconti?» lui risponde quasi con entusiasmo: «Tutto un libro di racconti.» Si trattava della raccolta di dodici racconti che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo da Mondadori con il titolo “La marchesina”. Racconti che contengono tutti gli elementi nodali della narrazione e del mondo di Strati.

La discussione che seguì questo scambio di battute, a leggerla oggi, assume un incredibile significato profetico, soprattutto alla luce del cammino di scrittore di Saverio Strati che, dopo decine di testi tradotti in tante lingue e premi letterari importanti, ha vissuto momenti di difficoltà, abbandonato dal suo storico editore, e in pratica senza possibilità di pubblicare le sue opere.

Sentendo che Strati aveva completato un volume di racconti, Alvaro gli fa i complimenti, ma allo stesso tempo lo ammonisce: «Ha lavorato! … Però le dico che è un brutto mestiere quello dello scrittore. Non si vive scrivendo racconti o romanzi, sa … Specialmente in un paese come il nostro dove nessuno legge…» Le sagge parole di Alvaro colpirono Strati che sulla soglia dei trent’anni non poteva certo immaginare che quella premonizione sarebbe valsa anche per lui in tarda età! Strati impressionato da quelle considerazioni commenta: «Mi assalì, ricordo, molta tristezza a sentire questo discorso. Fino a quel momento avevo ritenuto che colui che può pubblicare i suoi scritti e diventa, per giunta, famoso, fosse molto felice. Invece da quel discorso capivo che non si è per niente felici e che i problemi dello scrittore diventano sempre più pesanti e duri, a mano a mano che egli va avanti nel suo lavoro.» Pensieri che sono tuttora attuali e che, nel caso specifico di Strati, si sarebbero dimostrati di estrema verità molti anni dopo.

Il loro primo incontro finì con l’invito di Alvaro a Strati di passare a trovarlo a Roma nella sua casa in Piazza di Spagna: «Mi fa sempre piacere conversare con un calabrese che vuol farsi avanti, che ama studiare … mi venga a trovare.»

Quell’invito fu raccolto da Strati negli anni successivi. I due, infatti, si incontrarono altre due volte proprio nella casa davanti alla fontana della Barcaccia. La prima volta un anno dopo, nel 1954, e l’incontro lo racconta Walter Pedullà che, amico e compagno di università di Strati, insieme a lui viaggiava alla scoperta dell’Italia. «Alvaro fu molto cordiale. Provò a metterci a nostro agio, ma nessuno di noi era particolarmente facondo. Strati era taciturno, mentre io ero ammutolito dall’emozione di parlare con Alvaro.» In quell’incontro Strati ed Alvaro parlarono ancora della Calabria («Sempre più piccola in un mondo sempre più grande.»), e dei racconti di Strati che ormai stavano per essere pubblicati.

L’ultimo incontro è del 1955 e Strati racconta: «Fu più cordiale e più alla mano di prima. Mi parlò a lungo dei problemi della Calabria.» Alvaro era molto interessato alla situazione calabrese ed era intenzionato a fondare un mensile scritto da calabresi che parlasse dei problemi della Calabria: «Il titolo doveva essere, se ricordo bene: “La Tribuna dei Calabresi”. Fece con me, quel giorno stesso, un preventivo delle copie che si sarebbero potute vendere. … Mi chiese chi avrebbe potuto, secondo me, collaborare di calabresi che conoscessero e sapessero parlare dei nostri problemi, della nostra terra con buoni articoli. Laggiù la dovrebbero smettere di scrivere certe rivistine piene di poesie d’amore. Questo petrarchismo fuori luogo … dà molta noia …»

Alvaro chiese a Strati di collaborare a quella sua iniziativa: «Se mi riuscirà d’incominciare lei naturalmente potrà mandarmi qualche articolo … Ho letto il suo racconto su “Nuovi Argomenti” … Lavori, lavori!». Strati salutò Alvaro sulla porta di casa con l’intenzione di rincontrarsi presto e di iniziare con lui una collaborazione. Purtroppo la malattia che colpì Alvaro soltanto un anno dopo il loro ultimo incontro, gli impedì di proseguire la sua avventura editoriale e non permise a Saverio Strati di stabilire un rapporto con Alvaro che certamente sarebbe stato molto importante per lui.

Nel ’56 Alvaro morì e nello stesso anno, Mondadori pubblicò “La marchesina”. L’opera dell’esordio letterario di Saverio Strati va in stampa nello stesso anno in cui viene a mancare Corrado Alvaro. Un’inimmaginabile coincidenza per due scrittori che soltanto tre anni prima si erano conosciuti passeggiando per una strada sterrata della loro terra, con l’Aspromonte alle spalle e il mare Jonio davanti. Una coincidenza che realizzò un simbolico passaggio di testimone tra due scrittori che hanno saputo narrare la gente di cui si sono sentiti parte e la terra che li ha visti crescere ed andare via. Un mondo che trova memoria viva nelle pagine della narrativa di Strati e di Alvaro. Nella loro scrittura, diversa per forma espressiva ma uguale nel saper rappresentare in maniera magistrale la carne e l’anima, i destini e i desideri degli uomini e delle donne calabresi. Una narrazione fatta con gli occhi di chi ha conosciuto il mondo e che con quegli stessi occhi ha saputo guardare alle vite, ai problemi e alle speranze della propria gente.

[Questo articolo è stato pubblicato, con una leggera variazione, su Il Quotidiano di Calabria il 12/8/2012]

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3 Responses to La lingua mi si annodò e non seppi dirgli altro – Quando un giovane Saverio Strati conobbe Corrado Alvaro

  1. luca il 16 agosto 2012 alle 12:40

    Di Strati ricordo con piacere “Noi lazzaroni”, un vecchio romanzo in cui si raccontano le sventure dei calabresi emigrati in Svizzera, un testo da far rileggere ai tanti italiani di oggi che dimenticano cosa vuol dire patire le pene della mobilità e della doppia assenza.

    • Domenico Talia il 16 agosto 2012 alle 13:28

      “Noi Lazzaroni” è evocativo anche nel titolo di un popolo che doveva cercare fortuna in altri mondi perché in quello in cui era nato non c’era pane e vita civile. Strati ha scritto di questo anche in altri suoi libri. “Gente in Viaggio” è del 1966 ed è stato ristampato di recente. Anche lì il tema dell’emigrazione è centrale e rileggerlo può aiutare a comprendere anche quello che accade oggi a tanta gente che si muove dal sud del mondo.

  2. Mariateresa il 17 agosto 2012 alle 16:11

    Di Alvaro sto leggendo “Quasi una vita”; è un libro di frammenti, di come un italiano dissidente attraversa il fascismo…sembra un libro fatto di niente ma quanta profondità c’è! E poi come Alvaro si rende conto e ne scrive, dell’oppressione delle donne in un Paese biecamente maschilista! Davvero una sorpresa, una piacevole sorpresa!



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