Il linguaggio è la prosecuzione della Conquista con altri mezzi

20 settembre 2012
Pubblicato da

di Malcolm Lowry

I sedili erano disposti longitudinalmente sui due lati della corriera e Hugh guardò l’uomo dall’abito blu che, seduto di fronte a lui, aveva parlato fino a quel momento tra sé con voce rauca e ora, ubriaco, drogato, o tutt’e due le cose, sembrava sprofondato nel torpore. Non c’era bigliettaio sulla corriera: forse sarebbe salito uno più avanti oppure il biglietto lo si pagava all’autista al momento dello scendere: nessuno venne a disturbarlo. Certo, le sue fattezze, il naso alto, prominente, il mento fermo erano di netta origine spagnola. Le mani – in una egli stringeva ancora il melone sbocconcellato – erano enormi, capaci, rapaci. Mani da conquistador, pensò a un tratto Hugh. Ma l’aspetto complessivo dell’uomo faceva pensare non al conquistador, fu l’idea forse troppo netta di Hugh, ma alla confusione che alla fine tende a sopraffare i conquistadores. Il suo abito blu era di taglio decisamente costoso, la giubba aperta, pareva, ben modellata al busto. Hugh aveva notato i pantaloni dagli ampi risvolti che cadevano ben a piombo su un paio di scarpe di lusso. Ma quelle scarpe – che erano state lucidate la mattina, sebbene fossero ora coperte di segatura d’osteria – erano piene di buchi. L’uomo non portava la cravatta. La sua bella camicia rosa, aperta sul collo, metteva in mostra un crocifisso d’oro; era stracciata e in più punti pendeva fuor dei calzoni. Inoltre, chissà perché, l’uomo aveva due cappelli, una lobbia di ferro a buon mercato calzata bene a modo sulla cupola del suo sombrero.
“Come sarebbe a dire spagnolo?” domandò Hugh.
“Sono arrivati qui dopo la guerra marocchina,” disse il Console. “Un pelado,” aggiunse con un sorriso.
Il sorriso si riferiva a una discussione su questa parola con  Hugh, secondo cui il termine definiva il povero analfabeta che va in giro senza scarpe. Secondo il Console, questo era soltanto uno dei molti significati; pelados erano, sì, gli strapelati, i morti di fame, ma anche quelli che non avevano bisogno di essere ricchi per spogliare i veri poveri. Per esempio, quegli oscuri politicanti meticci disposti a far qualunque cosa, dal lustrascarpe a recitar la parte di chi non è un “piccione viaggiatore”, pur di restare in carica, un anno, un anno solo, ma in quell’anno, sperano di mettere da parte abbastanza per non dover più lavorare in vita loro. E alla fine Hugh s’era convinto trattarsi d’un termine quanto mai ambiguo. Lo spagnolo poteva intenderlo come riferentesi all’indio, l’indio che egli disprezzava, sfruttava, ubriacava. Ma l’indio poteva servirsene per alludere allo spagnolo. E tanto l’uno quanto l’altro potevano intendere con pelado chiunque facesse esibizione di se stesso. Era forse una di quelle parole che la Conquista aveva distillato sottilmente, potendo intendere, come intendeva, da una parte il ladro, dall’altro lo sfruttatore. Sono sempre intercambiabili i termini offensivi con i quali l’aggressore scredita coloro che sta per ridurre in schiavitù!

[da Sotto il vulcano, di Malcolm Lowry, Feltrinelli, pp. 257-258. Il graffito di Hernán Cortés è di El Mac]

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5 Responses to Il linguaggio è la prosecuzione della Conquista con altri mezzi

  1. Zetalab il 20 settembre 2012 alle 08:04

    “E così dalla guerra si era passati alle parole. Ora la guerra riguardava la terminologia e veniva combattuta sopra un tavolo. La contesa si sviluppava a colpi di frasi. Trinceramenti e assalti, squilli di tromba e rulli di tamburi, marce, imboscate, incendi e battaglie campali si erano d’incanto trasformati in verbi e sostantivi. Tutto è diventato molto silenzioso, disse Sherman a Johnston, il quale, non capendo, alzò la testa per ascoltare.
    Nè mitraglia nè palle di cannone, la guerra è diventata il linguaggio che si parla qui, le parole scritte, pensò Sherman.
    Il linguaggio è la guerra con altri mezzi.”

    E.L. Doctorow, La Marcia

  2. andrea inglese il 21 settembre 2012 alle 01:27

    Giuseppe tu stai reiterando qualcosa di molto benefico, c’è del metodo nella tua bontà. Tu introduci così, senza preamboli e solenni preavvisi, la materia del capolavoro di Lowry. Io sono abbastanza impermeabile ad ogni forma di fan club, ma se dovessi aprirne uno non dedicato a Betty Davis lo aprirei per Lowry. Insomma, non tacere. Parla! Di’ qualcosa… Perché ti aggiri “Sotto il vulcano”?

  3. giuseppe zucco il 21 settembre 2012 alle 08:59

    andrea, facciamo che io fondo il club, e un secondo dopo ti nomino presidente!

    per me “sotto il vulcano” è stata una delle letture più folgoranti degli ultimi tempi. a breve pubblicherò qui un piccolo saggio/articolo in cui lowry ritornerà!

  4. diamonds il 21 settembre 2012 alle 10:41

    “il poeta Andrai Codrescu scisse una volta che l’intimità fisica è soltanto un meccanismo per aprire le cateratte di quello che realmente importa:le parole”

    Tom Robbins (Fierce Invalids Home from Hot Climates)

    http://www.youtube.com/watch?v=oSb5J9X9vwA

  5. gina il 21 settembre 2012 alle 15:47

    robbinsfun, club :)



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