Folla e follia, Walter Benjamin e i flash mob

2 ottobre 2012
Pubblicato da

di
Francesco Forlani

“Quand on est plus de trois on est une bande de cons!”
(quando si è più di tre sì è una banda di stronzi)

Georges Brassens

Poedelaire

Vorrei partire da una fotografia, anzi da due. Quando ho letto che Charles Baudelaire si era fatto fotografare da Nadar in una posa ispirata a Edgar Allan Poe, la prima cosa che ho fatto è stata quella di andare a vedere le due fotografie. Commuove pensare a come si possa tradurre un sentimento, di ammirazione in questo caso, attraverso la dimensione mimetica del proprio corpo, lo sguardo, la postura. Baudelaire dopo avere tradotto Poe sulla carta si faceva tradurre da lui ancor prima che dal geniale Nadar su lastra. Che cosa ha fatto che mi imbattessi su queste due fotografie? Da dove ero partito per ritrovarmi in un’immagine allo specchio, nel double je animato dai due scrittori?

Galeotta era stata una ricerca fatta per un amico a Torino sulla creazione di un itinerario letterario da farsi in città. Ogni volta che devo esplorare la natura stessa di un itinerario mi rivolgo a Mr Walter e più particolarmente ai suoi Passages per identificare una traccia utile al lavoro che sto facendo.

“Le flâneur fait figure d’éclaireur sur le marché. En cette qualité il est en même temps l’explorateur de la foule. La foule fait naître en l’homme qui s’y abandonne une sorte d’ivresse qui s’accompagne d’illusions très particulières, de sorte qu’il se flatte, en voyant le passant emporté dans la foule, de l’avoir, d’après son extérieur, classé, reconnu dans tous les replis de son âme. Les physiologies contemporaines abondent en documents sur cette singulière conception.”

Scrive Walter Benjamin nel testo Baudelaire ou les rues de Paris e la definizione del flâneur come esploratore della folla e ancor più come “classificatore” dei tipi che la formano fa riecheggiare allora le note del celebre uomo della folla (The Man of the Crowd) di Edgar Allan Poe. Intanto scoprivo che esisteva eccome una traduzione di flâner, e l’ho scoperta al bancone di un bar qui a Torino. Me l’ha raccontata proprio l’amico per cui stavo lavorando: “far flanella”, bighellonare. Pare che fosse il rimprovero delle matrone rivolto ai clienti che sostavano a lungo nei salotti senza consumare.


Per chi non lo avesse letto il racconto di Edgar Allan Poe, ma ne consiglio a tutti l’incredibile lettura, il protagonista, seduto in un caffè nella via più trafficata di Londra, scruta i numerosi passanti che si trova di fronte. Li descrive e cataloga uno per uno, sa dire tutto di loro e, in particolare, riesce perfettamente a dedurre la loro posizione sociale. Particolarmente commovente il passaggio in cui racconta i differenti tipi di commesso, da abiti ed espressioni diverse a seconda delle “maisons” per cui lavoravano. La descrizione della folla va avanti, fino a quando l’attenzione del narratore non è attirata da un uomo sulla sessantina che non corrisponde ad alcuna delle categorie. Il protagonista si mette a pedinarlo con l’unico obiettivo di ottenerne una qualche informazione rivelatrice. L’unica conclusione a cui arriva, seguendolo negli strani itinerari senza una meta precisa è che il misterioso personaggio pare abbia come unica meta quella di stare sempre in mezzo alla folla.

Baudelaire, proprio lui, che aveva dedicato all’opera di Edgar Allan Poe, tutto l’amore e l’energia che soltanto un traduttore può conoscere – La prima volta che ho aperto un suo libro, ho visto, spaventato e affascinato, non solo dei temi da me sognati, ma delle FRASI che avevo pensato, e che lui aveva scritto vent’anni prima“- lo riassume così:

Vous souvenez-vous d’un tableau (en vérité, c’est un tableau !) écrit par la plus puissante plume de cette époque, et qui a pour titre L’Homme des foules ? Derrière la vitre d’un café, un convalescent, contemplant la foule avec jouissance, se mêle par la pensée, à toutes les pensées qui s’agitent autour de lui. Revenu récemment des ombres de la mort, il aspire avec délices tous les germes et tous les effluves de la vie ; comme il a été sur le point de tout oublier, il se souvient et veut avec ardeur se souvenir de tout. Finalement, il se précipite à travers cette foule à la recherche d’un inconnu dont la physionomie entrevue l’a, en un clin d’oeil, fasciné. La curiosité est devenue une passion fatale, irrésistible !

Publié la 1ère fois en 1863 Le peintre de la vie moderne

Un quadro! scrive Baudelaire e colui che dipinge è “un convalescente”. Il revenu récemment des ombres de la mort, ci ricorda la maschera dei fantasmi, dei “revenants”, ma forse, il regno dei morti a cui fa riferimento il poeta non sarà mica la follia?

A Charles Baudelaire Walter Benjamin dedica le pagine più belle della sua opera, Parigi, capitale del XIX secolo. e proprio quelle pagine le fa cominciare con una strana citazione.
«Je voyage pour connaître ma géographie», viaggio per conoscere la mia geografia. La stranezza è nell’attribuzione che fa della frase in esergo, ovvero «nota di un pazzo».

Folla vs Follia, che pazzia! Così dalle strade di questa immaginaria ricerca in mezzo alla gente emerge un nuovo quadro, l’inquietante visione di Hieronymus Bosch, conservato al Museo del Louvre, citazione dell’opera di Brant dedicata alla Stultifera navis che letteralmente stregò i filosofi, da Erasmo a Michel Foucault. Come un rimosso costante – in francese si dice refoulement e si usa anche per le maree che si ritirano, allontanano- riemerge ogni volta dalle acque più profonde facendoci dubitare sulla nostra stessa posizione in mezzo agli altri. Naufraghi o sommersi?

Torniamo a Walter Benjamin che nei Passages ci dice:
“Il XIX secolo, un lasso di tempo in cui […] la coscienza collettiva cade in un sonno sempre più profondo. Ora però il dormiente – simile in questo al folle – intraprende attraverso il suo corpo un viaggio macrocosmico: grazie allo straordinario affinamento della sua autopercezione, i rumori e le sensazioni dei suoi organi interni – pressione del sangue, movimenti intestinali, battito cardiaco e tensioni muscolari – che nell’individuo sano e sveglio si perdono nella risacca della buona salute, generano le immagini del delirio o del sogno che nedanno una traduzione o spiegazione. […] Questo stato della coscienza, suddivisa dalla veglia e dal sonno in una molteplicità di sezioni e dispicchi, va ora solo trasposta dall’individuo alla collettività. Va da sé che gran parte di ciò che per l’individuo è esterno appartiene per la collettività alla propria interiorità; le opere architettoniche, le mode, persino il tempo atmosferico, sono, all’interno della collettività, ciò che i processi organici, i sintomi della malattia e della salute, sono all’interno di un individuo”.

La folla può dunque cedere alla propria follia senza che questa ne pregiudichi la propria stessa sopravvivenza?
Come spiegarsi diversamente fenomeni di massa come i Rave party degli anni novanta? Quelli in cui individui a se stessi sconosciuti si ritrovavano in grandi spazi ascoltando musica Techno e House assumendo ogni tipo di sostanza in grado di mantenerli in posizione eretta per delle ore di marcia sul posto? Del resto il verbo inglese « to rave » si traduce con delirare, farneticare, vagheggiare o “estasiarsi”. ma c’è chi lo traduce con “divagare”. Flânerie collettiva? Forse. To rave come “andare pazzi” ?( she raves about that singer va pazza per quel cantante) .Ma allora perché mo i Flash Mob com’è indicato nel titolo? Beh, dei flash mob parleremo nella seconda puntata. Forse.

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13 Responses to Folla e follia, Walter Benjamin e i flash mob

  1. nc il 2 ottobre 2012 alle 15:19

    e mi sa che la dovrai metter giù questa seconda puntata, Furlén, (faccio la matrona): non far flanella! (in fondo me la promettesti)

  2. daniele ventre il 2 ottobre 2012 alle 17:03

    Bello. Baudelaire traduttore immedesimativo… Era peraltro l’epoca del nachleben.

  3. alfredo il 2 ottobre 2012 alle 21:08

    La doppia foto Poe/Baudelaire si trova non a caso sulla copertina del libro di Michel Butor: “Histoire extraordinaire, essai sur un rêve de Baudelaire”. Le “Histoires extaordinaires” d’Edgar Poe, tradotte da Baudelaire e pubblicate (primo suo libro) sono il regalo che sogna di fare alla madre, ma non avendone esemplari a sua disposizione, glielo regala in sogno. “L’uomo della folla” viene analizzato da Baudelaire una prima volta. “è al crepuscolo che si mette alla ricerca del cerchio di luce e di vita che si restringe, e ne cerca il centro con inquietudine”. “Criminale che ha orrore della solitudine, o imbecille che non sopporta se stesso?”. Nella seconda analisi del racconto, nota Butor, l’uomo della folla non è più osservato dall’esterno, ma è diventato il narratore stesso, che insegue se stesso. S’incontreranno nella luce fiammeggiante del mattino. Michel Butor scrive che c’era in Baudelaire, come in Edgar Poe, la stessa fascinazione per la folla come spettacolo. Ma solo in Baudelaire questo confinava con l’attrazione erotica. “Solo al momento in cui il ‘volto’ della folla diventa malato, Baudelaire si riconosce in Edgar Allan Poe”, e lo traduce, davvero in una “dimensione mimetica”. L’impossibilità di “astrarre” dalla malattia segna in Baudelaire il distacco dalla folla/follia e l’immedesimazione in Poe. Malato in vita, Poe parla ora dal luogo dei morti, intoccabile, inattaccabile, incontaminabile.

  4. jacopo galimberti il 2 ottobre 2012 alle 22:15

    sto preparando un pezzo sulla folla, la massa e la moltitudine nella pittura spagnola degli anni sessanta. sono argomenti molto interessanti. aspetto la seconda puntata allora.

  5. francesco forlani il 2 ottobre 2012 alle 22:29

    Non lo conoscevo ma me lo procuro anche se discorso iniziato con loro si muove in un’altra direzione adesso. Sul testo di Poe avrei giusto un’osservazione sulla “mancata” esperienza dell’altro come si evinca nel finale che poi riprende il leitmotiv dell’inizio, lasst sich nicht lesen, — qu’il ne se laisse pas lire.

    « Ce vieux homme, — me dis-je à la longue, — est le type et le génie du crime profond. Il refuse d’être seul. Il est l’homme des foules. Il serait vain de le suivre ; car je n’apprendrai rien de plus de lui ni de ses actions. Le pire cœur du monde est un livre plus rebutant que le Hortulus animæ[1], et peut-être est-ce une des grandes miséricordes de Dieu que es lasst sich nicht lesen, — qu’il ne se laisse pas lire. »

    Non si lascia leggere dunque, ovvero, non si lascia narrare. effeffe ps e grazie

  6. francesco forlani il 2 ottobre 2012 alle 22:31

    Jacopo sai no che Foule in spagnolo si traduce con multitud :-)
    effeffe

  7. alfredo il 2 ottobre 2012 alle 22:59

    L’analisi della folla, dei passanti come massa, è stupefacente. “Per la maggior parte… parevano preoccupati soltanto di aprirsi un varco nella ressa […]. Altri, in gran numero anch’essi, procedevano con un fare inquieto, rossi in volto”. Questo flusso continuo della folla finisce gradualmente per sfociare nell’indeterminatezza. “Tutto era nero, eppur tutto riluceva; come quell’ebano cui fu paragonato lo stile di Tertulliano”. Ma è il riconoscimento dell’uomo-folla che coincide col riconoscimento del male [malattia] profondo annidato nell’uomo: “È il genio tipico del delitto profondo. Egli non vuol restar solo. È l’uomo della folla. Invano continuerei a seguirlo; poiché nulla di più riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni. Il peggior cuore del mondo è un libro ancor più volgare dell’Hortulus animae e dobbiamo essere grati, come di una grande misericordia, a Dio che er lasst sich nicht lesen (non si lascia leggere)”.

  8. francesco forlani il 3 ottobre 2012 alle 00:04

    Alfredo però se l’uomo-folla rappresenta l’inconoscibile, nella sua più intima natura e nella natura delle sue azioni come è possibile riconoscersi in lui? L’idea invece dell’uomo folla come rimosso nell’economia del racconto sembra più verificabile. Homme foule – homme refoulé, due volte folla :-) effeffe

  9. alfredo il 3 ottobre 2012 alle 13:50

    Se in “L’uomo (della) folla”, è scritto che ci sono segreti che non si lasciano rivelare (il rimosso, come scrivi, nell’economia del racconto), ci sono anche semplici verità come “la grande disgrazia di non poter stare soli” (La Bruyère). Quando Benjamin, nel brano focale da te riportato, scrive che “La coscienza collettiva del XIX secolo cade in un sonno sempre più profondo…” in qualche modo ritorna alle origini della follia, che è della società intera. La magia, la possessione, è sempre collettiva. Philippe Muray ha tentato di dimostrare – “Le XIX siècle à travers les âges” – che il secolo dei positivismi è prima ancora un secolo occulto. Servendosi anche lui di un racconto di Poe, “La verità sul caso Valdemar”. “Il n’y a pas d’autre collectivisme que magique… . Otez la magie, les nécromancies, les nuits troublées par des coups au plafond, le meubles déplacés, l’infini qui craque, les extra-terrestres, les astro-flashes, les descentes présidentielles dans les crypte, d’un seul coup vous n’avez plus de société. Plus rien. Plus de fantômes, plus d’espoir ». ..

  10. Giuseppe Calamita il 3 ottobre 2012 alle 14:00

    Mi piacerebbe avere un’opinione su questo bel dosumentario su Walter Benjamin: http://www.ubu.com/film/benjamin_fragments.html

  11. francesco forlani il 3 ottobre 2012 alle 16:02

    Alfredo vedo che abbiamo “amici” comuni https://www.nazioneindiana.com/2006/04/20/a-gamba-tesa-philippe-muray/ . Ad ogni modo sto per pubblicare la seconda parte. Ho preso tantissimi rischi però forse funziona, non so, dimmi tu. effeffe

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