Anonymous. La grande truffa. II

8 ottobre 2012
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(Continua la pubblicazione del pamphlet Anonymous. La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte.)

La maschera e il canovaccio

 

“Vedete? Non potete uccidermi. Non ci sono carne e sangue sotto questo mantello: c’è solo un’idea.” V for Vendetta (2006)

V for VendettaC’era una volta V, un misterioso personaggio mascherato che combatte…

Il crimine! — diranno subito i miei piccoli lettori.

Non esattamente: nella celebre serie a fumetti di Alan Moore e David Lloyd, V combatte un potere totalitario e corrotto, ben più minaccioso di qualsiasi Joker, Pinguino o Enigmista. Prendendo in prestito molti aspetti della mitologia del supereroe — la maschera e il mantello, l’identità segreta, il covo, il modus operandi — non senza una certa ironia, V si presenta come perfetta e seducente icona rivoluzionaria postmoderna. Un terrorista buono. Un Batman politicizzato. Un Robin Hood radicale.

La sua maschera richiama il volto di Guy Fawkes, cospiratore cattolico che nel 1605 tentò di far saltare il Parlamento inglese così guadagnandosi, se non l’aureola di santo, almeno un posto d’onore nel pantheon dell’anarchismo tardo-novecentesco. Questo recupero non è del tutto astruso, se pensiamo a ciò che rappresentavano i papisti nella società inglese dell’epoca, pochi decenni dopo lo scisma anglicano: una forza oscura, addirittura satanica, che minava le fondamenta della pace civile e del potere politico. Ma anche una categoria di esclusi, capri espiatori, mostri sui quali proiettare ogni fantasia cospirazionista.

Insomma, nella propaganda dell’epoca, i cattolici erano i terroristi ideali, come lo sono oggi altre minoranze religiose. Nel Leviatano (1651), il filosofo Thomas Hobbes costruisce la sua teoria dell’autorità unica e indivisibile proprio contro i cattolici — insomma contro Guy Fawkes. È quindi logico che un anarchico contemporaneo, come Moore nel 1982 o un giovane Anonymous trent’anni dopo, si possa riconoscere in Guy Fawkes contro il moderno Leviatano.

Cupa caricatura dell’Inghilterra conservatrice di Margaret Tatcher e rivisitazione post-punk di 1984 di George Orwell, V for Vendetta venne iniziato in Inghilterra nel 1982 per un editore indipendente e concluso in America nel 1988 per i tipi della DC Comics, branca del colosso mediatico Warner Bros. Nel corso degli anni la serie si è guadagnata la fama di classico nel canone del fumetto contemporaneo, assieme ad altre opere di Moore come Watchmen (1986-1987) e From Hell (1991-1996).

I fumetti di Alan Moore sono considerati tra gli apici del medium per profondità e intelligenza, fantasia, sensibilità. Veri e propri “romanzi grafici”, come dice la neolingua del marketing editoriale per dare un po’ di legittimità culturale a quelli che sono comunemente considerati prodotti per eterni adolescenti.

Quando nel 2006 uscì il film V for Vendetta, pochi avrebbero scommesso sul suo successo. Certo era prodotto e sceneggiato dai fratelli Wachowski, gli autori di Matrix (1999), ma si trattava soprattutto dell’ennesimo blockbuster hollywoodiano tratto da un fumetto di culto. I fan dell’originale erano già pronti con i fucili puntati. Lo avrebbero demolito come già avevano fatto con i precedenti La vera storia di Jack lo squartatore (2001) o La leggenda degli uomini straordinari (2003), adattamenti ben distanti dallo spirito delle opere originali di Moore. L’industria cinematografica americana non era riuscita ad appropriarsi compiutamente di quei mondi complessi fatti di carta e inchiostro, li aveva appiattiti e svuotati.

Ma il film tratto da V for Vendetta, contro ogni aspettativa, convince. Da principio si fa un po’ fatica ad ammetterlo: i fan precisano che l’adattamento è fedele, ma il fumetto resta una spanna sopra. D’altronde come paragonare un film di due ore a una saga di trecento pagine? Appunto. Inoltre pesa l’anatema di Alan Moore, che anche a causa delle delusioni sui film precedenti, aveva chiesto di non essere accreditato tra gli autori. Ciò malgrado le resistenze cedono poco a poco e la critica è costretta a riconoscere che il semi-sconosciuto regista James McTeigue ha fatto un ottimo lavoro. Le sale si riempiono e il film, costato 54 milioni di dollari, ne incassa 132.

A fronte di altri adattamenti di fumetti, non si tratta di un successo eccezionale: Batman, Spider-man, Iron man, X-Men e molti altri hanno funzionato meglio. Nella classifica degli incassi di film tratti da fumetti, V for Vendetta è quarantottesimo, sopra Kick-Ass ma sotto Cowboys contro Alieni. E persino Watchmen (2009), successivo e molto meno riuscito adattamento da un’opera di Moore, fa meglio. Eppure nessuno di questi altri film ha prodotto un fenomeno intenso come quello legato a V for Vendetta, né un simile successo sulla durata.

Questa intensità si può misurare tenendo conto degli incassi dei vari prodotti derivati. Innanzitutto il libro, che grazie al film è passato dallo status di culto a vero e proprio long seller, venduto a più di un milione di copie nel mondo. E poi le famosissime maschere di Guy Fawkes vendute a ogni angolo della rete, a cominciare da Ebay e Amazon, e indossate in tutto il mondo: nelle piazze del Cairo, a Berlino, a New York, a Madrid, a Londra, a Roma. Se ne venderebbero circa centomila ogni anno, e vanno a rimpinguare le casse della Time Warner che ne detiene i diritti. Ma c’è anche tutto un merchandising “clandestino”, fatto di magliette, felpe, adesivi, poster. Frasi del film si ritrovano sui muri, sui manifesti, sugli striscioni in piazza. Di tutta evidenza, il film V for Vendetta ha scatenato qualche cosa. Alan Moore, che molto ha scritto sul potere “magico” dei simboli, sul loro modo di provocare delle conseguenze nel mondo reale, avrebbe dovuto prevederlo.

Oggi per i media la maschera di Guy Fawkes è “la maschera di Anonymous”, ma la storia è più complessa (e interessante) di quanto si potrebbe credere. La prima associazione tra la sigla Anonymous e l’iconografia di V for Vendetta ha luogo nel 2008, quando viene lanciato il cosiddetto Project Chanology, contro la Chiesa di Scientology, da parte di un gruppo di utenti del sito 4chan. Come vedremo più avanti, gli Anonymous del 2008 dei semplici troll, spensierati disturbatori della quiete pubblica, molto distanti dagli hacker antisistema che conosciamo oggi, ad un passo di essere aggiunti dal governo degli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici. Inoltre, i troll di 4chan non sono i primi a manifestare con la maschera di Guy Fawkes.

Nel novembre 2007 i sostenitori del controverso repubblicano Ron Paul si travestono da Guy Fawkes per celebrare il 5 novembre, data della Cospirazione delle Polveri del 1605 e simbolo del loro radicale anti-statalismo. Ma il primo in assoluto a capire la portata politica di V for Vendetta è stato, che ci crediate o no, Beppe Grillo: il quale nella primavera del 2007 annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del vendicatore mascherato, per poi utilizzare come simbolo una lettera V ricalcata dal logo del film.

Il sogno del comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Cinque anni dopo, nel febbraio del 2012, Grillo tenta un avvicinamento con Anonymous, esaltando i suoi «vaffanculo al Potere»; e pochi giorni dopo una rivendicazione dal tono tipicamente grillino appare sul sito, defacciato, della deputata cattolica Paola Binetti.

Ci sono voluti invece almeno un paio di anni alla sigla Anonymous per avvicinarsi a una lettura politica del simbolo cui avevano ricorso, un po’ per caso, nel 2008. Sono anche gli anni in cui Anonymous si trasforma in movimento di hacktivisti impegnati, avvicinandosi a Wikileaks e agli ambienti della cultura alter-globalization. La sua missione principale diventa la difesa della libertà di parola, intesa anche come libera circolazione dell’informazione. Le operazioni di disturbo surrealiste lasciano spazio ai sempre più frequenti attacchi DDoS (Distributed Denial of Service attack) per bloccare l’accesso a siti governativi o aziendali, e ai defacciamenti, che consistono nel sostituire le pagine di un sito con altre create ad hoc, contenenti una rivendicazione.

Nel giugno 2010 Julian Assange, iniziando la conferenza stampa per il lancio del video Collateral murders, primo grande colpo mediatico di Wikileaks, mormorò una frase di V for Vendetta, riferita alla data del Complotto delle Polveri del 1605: «Ricorda, ricorda il 5 di novembre». E quando nel novembre del 2010 Assange pubblica 251.287 cablogrammi riservati delle ambasciate americane e inizia a subire pesanti pressioni governative, Anonymous lancia l’operazione Avenge Assange, forse il vero atto di nascita del movimento come lo conosciamo oggi.

Anonymous diventa così l’esercito digitale di un popolo d’indignati che sogna di rovesciare governi, banche, multinazionali, rivelandone i segreti inconfessabili. Mentre su Youtube appaiono sempre più spesso dei video-comunicati in cui un personaggio mascherato da V rivendica qualche azione o pronuncia qualche minaccia, le piazze di tutto il mondo si riempiono di manifestanti con la maschera di Guy Fawkes. Maschera che lo stesso Julian Assange ha indossato in alcune occasioni pubbliche.

Onore al lavoro di adattamento dei fratelli Wachowski e del regista McTeigue. Ancora più del fumetto, il film V for Vendetta riesce a inquadrare una fetta importante di Zeitgeist, ovvero d’inconoscio collettivo della nostra epoca. Come scrive Lewis Call su Anarchist Studies, «Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento». Sono proprio due innovazioni cinematografiche, due grandi idee che non figuravano nel fumetto, a determinare una nuova ricezione del personaggio e la diffusione della maschera di Guy Fawkes.

La prima grande idea è quella di presentare la maschera di Guy Fawkes come oggetto infinitamente replicabile, da indossare per rendersi anonimi e compiere atti di disobbedienza più o meno civile. Prima che, per effetto del film, questa pratica diventasse una moda presso i manifestanti di tutto il mondo, solo alcuni gruppi antagonisti usavano manifestare con il volto coperto (ad esempio nei famigerati Black Bloc). Ma la vera fonte d’ispirazione dei Wachowski e di McTeigue (come lo fu per Luther Blissett) potrebbe essere il Subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito Zapatista messicano, che affermò di coprire il volto e celare la propria identità cosicché chiunque possa interpretarne il ruolo.

Se nel fumetto V è il solo personaggio anonimo, nel film viene sviluppata l’idea che la maschera sia il supporto di un’identità collettiva. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volontà popolare, che è il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, è un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee.

La seconda innovazione presente nel film è quella di ristrutturare l’intreccio attorno al progressivo svelamento della verità totalitaria, invece di rendere subito evidente l’ambientazione distopica. Se Moore “metteva a distanza” la sua critica dell’Inghilterra tatcheriana, i Wachowski e McTeigue sovrappongono l’universo di V for Vendetta al nostro. In maniera chiarissima, ad esempio, quando utilizzano immagini d’archivio degli scontri di Genova nel 2001 per mostrare un esempio di repressione violenta.

Insomma il nemico non è uno stato esplicitamente totalitario, come nel fumetto, bensì una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Qui ritroviamo la buona vecchia distinzione tra “democrazia formale” e “democrazia sostanziale”. Ma ritroviamo soprattutto la struttura di Matrix e la sua cosmologia gnostica, ispirata in egual misura dalle antiche eresie dualiste e dalla lettura di Guy Debord: viviamo in un mondo realmente rovesciato, che si presenta come uno Spettacolo governato da moderni Arconti.

La concezione politica degli Anonymous deve molto a questo immaginario. La loro vicinanza a Julian Assange e Wikileaks, cacciatori di scabrosissimi X-Files, è rappresentativa di un rifiuto de facto di riconoscere legittimità al potere politico, anche formalmente democratico. Se non è facile identificare un pensatore politico cui gli Anonymous s’ispirano, è chiarissimo quello che rigettano in toto: Thomas Hobbes, con il suo Leviatano e la sua teoria della pace civile.

Sorge una questione: se il film è tanto radicale, com’è possibile che un colosso multinazionale dell’industria culturale abbia lasciato che venisse prodotto e distribuito? Nel film troviamo una possibile risposta anche a questa domanda, ed è proprio sotto la maschera di V. Il suo nome è Hugo Weaving, ovvero l’agente Smith di Matrix.

Proprio così: l’attore che intepreta il ruolo del rivoluzionario V e di cui non vediamo mai il volto non è altri che l’antagonista mutaforma che combatte contro i ribelli nella trilogia Matrix. I fratelli Wachowski si divertono a confonderci le idee: insomma lo stesso rivoluzionario che arringa le folle contro il Sistema potrebbe essere un rappresentante del Sistema stesso. In un certo senso è proprio quello che è accaduto ad Anonymous il 6 marzo 2012, quando è trapelato che uno dei suoi membri storici e leader simbolici, Sabu, sarebbe stato per vari mesi un informatore dell’FBI.

Paradossi degni de L’uomo che fu Giovedì di Gilbert K. Chesterton. E così V potrebbe essere un falso profeta, il cui vero volto resta nascosto perché è esso stesso, al vertice del movimento, un infiltrato. Nello stesso modo il film V for Vendetta, sovversivo e radicale, non sarebbe altro che un prodotto di consumo, in un’epoca in cui anche le rivoluzioni si consumano. Il filosofo Jean Baudrillard già scriveva che Matrix è un film sulla matrice come avrebbe potuto essere prodotto dalla matrice stessa. V for Vendetta ha portato il paradosso in tutte le piazze del mondo.

Questa storia ne ricorda e ricapitola un’altra, che sta all’origine del movimento che ha influenzato il V for Vendetta di Alan Moore: il punk. Alla fine degli anni Settanta un gruppo di giovani sottoproletari inglesi giunse in vetta alle classifiche musicali di tutto l’Occidente, con un pugno di pezzi rock sgraziati e trascinanti che inneggiavano all’anarchia. Il loro nome era Sex Pistols e il loro stile, fatto di provocazioni estreme, prese il nome di punk rock. La loro etichetta discografica, fino al 1976, un colosso multinazionale di nome EMI. Il loro impresario, Malcolm McLaren, un aspirante musicista influenzato dai situazionisti francesi. Il loro bassista, Sid detto il vizioso, un bulletto fanatico che si consegna alla mitologia rock morendo d’overdose a soli ventidue anni.

Dopo il successo del singolo Anarchy in the UK, che vendette 50.000 copie nel Regno Unito, gli scandali ripetuti convinsero il management vecchio stampo della EMI a rompere il contratto con i Sex Pistols. I Pistols firmarono quindi con la Virgin Records di Richard Branson — un capitalista della nuova generazione — e pubblicarono una raccolta dei loro successi nell’ottobre del 1977, Never Mind The Bollocks. Al suo interno, una canzone che prende in giro la EMI denunciando il paradosso di un’offerta senza limiti: «It’s an unlimited supply/ And there is no reason why/ I tell you it was all a frame/ They only did it cause of fame» (EMI).

Il gruppo si sciolse poco dopo, e Malcolm McLaren rivelò che i Sex Pistols non erano altro che una truffa. La grande truffa del rock’n’roll: quattro incompetenti provocatori osannati dagli adolescenti di tutto il mondo, un giocattolo infantile per sedurre il mercato della ribellione. McLaren descrive la truffa nell’intro del disco The Great Rock’n Roll Swindle:

Ho fatto tante cose nella mia vita ma il mio più grande successo è l’invenzione del punk rock. Lasciatemi raccontare dall’inizio. Ho cominciato prendendo quattro ragazzini, assicurandomi che si odiassero tra loro e che non sapessero suonare. Li ho chiamati Sex Pistols. (…) A questo punto, il piano era pronto per truffare il sistema del rock’n’roll. Un piano che mi avrebbe fatto guadagnare qualcosa come un milione di sterline in due anni.

Secondo McLaren, che ci tiene a passare per un diabolico manipolatore, la truffa consiste nell’avere creato a tavolino degli idoli musicali incompetenti, e sottratto un tesoro all’industria musicale: nel 1977 il Daily Express aveva titolato, non a sproposito, «Punk? Call it Filthy Lucre» (Punk? Chiamatelo sporco lucro). In effetti Nevermind The Bollocks fu un successo e lo è ancora oggi che, dopo la vendita della Virgin Records, figura finalmente nel catalogo della… EMI.

In verità, non è per nulla chiaro stabilire chi fu il truffatore e chi fu truffato. Quello che appare chiaro è che l’anarchia può essere un ottimo affare. La distruzione fa girare l’economia, come Bernard de Mandeville già teorizzava nella sua Favola delle api (1705). E No Future, il motto dei punk, potrebbe altrettanto essere lo slogan del capitalismo avanzato, assieme a un altro ereditato dal situazionismo: «Godete senza limiti».

Nel caso di V for Vendetta e di Anonymous, chi è il truffato e chi il truffatore? Questa è in fondo la sola domanda che conta, la sola cui cerchiamo di dare una risposta in queste pagine. Proprio come all’epoca di McLaren, pare che ognuna delle parti in causa sia convinta di avere fregato le altre. I “persuasori occulti” della Warner sono convinti di avere venduto una patacca ai ragazzini, e gli hacktivisti sono convinti di avere sovvertito la patacca per trasformarla in un’arma contro il sistema. Hanno costruito il loro arco di Costantino, smontando e rimontando frammenti di monumenti precedenti, rilievi di epoca adrianea e fregi traianei. Hanno fatto un remix, anzi un bootleg remix. Un collage. Hanno preso un prodotto e lo hanno détournato, cioè recuperato e distorto, come si diceva ai tempi dell’Internazionale Situazionista; lo hanno hackerato, come si dice oggi.

E l’industria culturale invece come dice? Dice Mass Customization, ovvero personalizzazione di massa: e consiste nel produrre beni e servizi adattabili, in grado di soddisfare bisogni specifici. Da questo punto di vista, i prodotti (e in particolare quelli culturali) sono venduti appunto per essere hackerati.

«People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people», chi l’ha detto? No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore. Questa citatissima frase, che ormai vediamo persino sugli striscioni in piazza, esiste solo nel film e appare come baseline in tutto il suo materiale promozionale. Ragazzi, attenti: questo è il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’un tratto sorge il sospetto: e se ci trovassimo imprigionati nel sogno bagnato di un machiavellico uomo del marketing? Vendere la rivoluzione ai ragazzini, altro che deodoranti e jeans strappati. Questo è marketing esperienziale, interattivo, virale.

Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino a misura d’uomo. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perché il film non fornisce maggiori indicazioni. Ritorna in mente una canzone, The vicious cabaret, che V canta nel fumetto di Alan Moore, «Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare».

Magari non c’è stato nessun “détournement” dell’icona cinematografica, nessun rovesciamento, nessun hacking, perché l’uso che viene fatto della maschera nelle piazze è esattamente quello prescritto nel film: indossatela e fate casino, trasformate la vostra vita in un gioco di ruolo ambientato in uno stato totalitario, trollate il Leviatano e qualcosa accadrà.

Così V for Vendetta non sarebbe per la Warner né un incidente di percorso né un virus scappato dal laboratorio, bensì un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista. Certo nessuno poteva prevedere nei dettagli quello che sarebbe accaduto, e sarebbe ingenuo credere che una cosa simile si possa pianificare “a tavolino”. Il marketing resta una scienza molto imperfetta, in mano a grigi burocrati che giocano a fare gli apprendisti stregoni. Quello si può fare, in compenso, è investire enormi budget promozionali per spingere la diffusione di certe idee, lasciando che il mercato se ne appropri.

Insomma il banco vince sempre. O forse qualcosa è andato storto? [to be continued…]

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15 Responses to Anonymous. La grande truffa. II

  1. giodiesis il 8 ottobre 2012 alle 10:22

    Ieri, al Festivanl di Internazioneale a Ferrara, hanno trasmesso “We are legion: the story of the hacktivists” di Brian Knappenberger.
    Ripercorre i primi periodi di Anonymous, la goliardia, gli attacchi a Scientology e Pay Pal, il sostegno a Wikileaks, le rivoluzioni in nord Africa, con ritmi serratissimi.
    Una visione davvero interessante, con un regista sicuramente schierato dalla parte di Anonymous, più dell’autore dell’anonimo pamphlet. Racconta però anche le storie dei ragazzi che hanno subito o che stanno subendo un processo per atti di pura protesta civile dei quali, fino ad ora, nel pamphlet non si è parlato.
    Penso che prima o poi comparirà in rete (sarebbe assurdo il contrario…) e ne consiglio la visione.

  2. mario rossi il 8 ottobre 2012 alle 12:47

    ottimo articolo. la vera rivoluzione è la costruzione

  3. andrea barbieri il 9 ottobre 2012 alle 10:46

    In questo testo, come nel precedente, l’argomentazione ho l’impressione che sia basata largamente sul “tu quoque” che è una fallacia di non pertinenza. Se è così, non viene detto molto nel merito della tesi “Anonimous è una truffa”.
    Penso per esempio al discorso circa il far parte o no di Anonymous che si faceva nel testo precedente.

  4. tarabuse il 9 ottobre 2012 alle 12:45

    – Recentemente, in uno dei canali di chat più elitari dell’hacking tedesco, sono stato contattato dall’autore, che mi ha messo a disposizione il testo.

    Ma perchè questo mood da agenti segreti? Questo di Bortolotti ricalca esattamente il modo di fare di Genna nel succitato fake Next-Gener@tion.

    L’autore del testo è notoriamente Raffaele Ventura di eschaton.it.
    Che io sappia non ha mai ambito all’anonimato.

    • gherardo bortolotti il 9 ottobre 2012 alle 13:56

      in molti sostengono che ventura (la cui identità, per altro, è tutta da confermare) non sia altro che un prestanome per gli interventi della famigerata fondazione e. spallanzani. ma non è questa la sede per una discussione del genere. invito comunque ventura a commentare.

      • Elia Spallanzani il 10 ottobre 2012 alle 14:17

        Salve. Respingiamo con sospetta fermezza la vaghe accuse di puppetsoccare il Ventura, come pure le velenose (ma in parte reali) farneticazioni dell’anonimo in basso. Al momento possiamo solo ripetere che “anonymous la grande truffa” può essere anagrammato in “e fingo un furto, salamandra”, con la sola licenza della Y-I. Chi vuole intendere intenda!
        La Fondazione
        P.S. un saluto a bgmole e ricordati della BLI.

        • gherardo bortolotti il 11 ottobre 2012 alle 09:32

          come potrei ;-)

          cmq, a parte il gioco sull’identità dell’autore del pamphlet, vorrei, come postante, segnalare almeno che il testo sostiene una cosa abbastanza inquietante. uno slogan-manifesto transnazionale come «People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people» non è il frutto di un’elaborazione politica ma di una campagna di marketing.

          in parte speravo in una smentita, in sede di commenti, di questa affermazione ma devo dire che, come dato, conferma un ragionamento (parecchio schematico) che sto facendo tra me e me da qualche tempo, sulla rete ed i movimenti, secondo il quale la rete si configura come una specie di insorgenza mediatica diffusa, una politicizzazione minuta e capillare ottenuta attraverso la presa di parola di grandi masse sui circuiti mediatici che, come tale, può rappresentare una grande forza come una grande debolezza (mi rendo conto di quanto mi avvicino ad un discorso da bar, magari non sport ma di istituto universitario, eppure sempre bar). la mediatizzazione delle relazioni sociali (e politiche, anche) che la rete completa può essere una potentissima cassa di risonanza per comunità e movimenti già fortemente territorializzati e radicati (penso sempre, in questo senso, al movimento no tav italiano ma potrebbe essere un esempio anche la vincente campagna elettorale di pisapia a milano) ma non può sostituire una “concretezza” politica, dato che è sempre e solo una spettacolarizzazione mediatica quella che si dà in rete e, ad ora (ma potrei dire: strutturalmente) i media sono egemonizzati dai gruppi e forze sociali contro cui i movimenti eventualmente si organizzerebbero. con questa appropriazione (perché no? da parte mia sono convinto che i prodotti culturali e ideologici, come tutte le merci, possano essere usati, subiti ma anche abusati) di uno slogan pubblicitario, credo che il punto sia messo in evidenza… pareri anyone?

          • jan reister il 11 ottobre 2012 alle 10:25

            gherardo: concordo sull’inquietante marketing della contestazione.

            A margine: ho attivato gli avatar (quei disegnini quadrati) nei commenti, spero che nessuno se ne adombri.

          • Elia Spallanzani il 11 ottobre 2012 alle 10:54

            Mumble… secondo noi quello che viene descritto è un circolo, per cui la contestazione utilizza strumenti di marketing e il marketing utilizza simboli della contestazione, ma questo non ci sembra un fenomeno del tutto nuovo (in un certo senso il marketing è solo una tecnica, quindi è come stupirsi che le BR usassero le fotocopiatrici e che i fabbricanti di magliette usino simboli simili a quelli delle BR). Questo meccanismo, che probabilmente va avanti da molti anni, conduce per forza ad un annacquamento del simbolo: che poi questo sia “intrinsecamente” funzionale al mantenimento dello status quo, è ben possibile.

  5. Anonimo il 9 ottobre 2012 alle 16:00

    Ciao, grazie per la segnalazione Gherardo: da quello che ho capito l’autore si chiama effettivamente come me (perlomeno così diceva il Corriere della Sera che lo ha, mi pare, intervistato) ma non sono io. A meno che non si tratti dell’ennesima burla della Fondazione Elia Spallanzani, che un paio di anni fa aveva aggiunto il mio nome a una vecchia petizione degli anni Settanta (oggi citata persino in alcuni libri di Storia). Il retroscena in breve: la Fondazione ce l’ha a morte con me perché osai svelare il segreto di Pulcinella dell’inesistenza di Elia Spallanzani poco prima della firma del contratto con Einaudi per “Altri Crocevia”, e non perde occasione per citarmi nelle occasioni più assurde.

    • ^NeTr4z0rz^ il 9 ottobre 2012 alle 18:17

      Avevo già letto il Anonymous. La grande truffa su ebook. L’Anonimo Autore espone un’interessante – anche se un po’ incongrua – serie di tesi. Tuttavia, ho avuto l’impressione di aver già letto questo libro, o meglio, il suo palinsesto originario, con le stesse suggestioni, il medesimo sostrato sociologico, l’identica assertività non argomentativa, che è tipica di un manifesto destinato ad un pubblico che conosce già i riferimenti, quasi un testo esoterico, declinato verso l’apologetica, mentre il testo qui pubblicato è prevalentemente analitico. Insomma, Anonymous. La grande truffa potrebbe essere la riscrittura di un testo da una prospettiva diversa, magari un détournement. L’ipotesi che l’autore possa essere un acuto e ironico (ma non per questo deficiente di serità) membro di Anonymous in vena di autocritica – o autoterapia? – mi pare non del tutto peregrina.

  6. Guy Fake il 11 ottobre 2012 alle 23:38

    ma…e quest’ossessione per l’attribuzione? come se le lettere che compongono il testo cambiassero di posizione secondo l’autore, producendo un testo diverso…insomma, il testo si diversifica nell’interpretazione, non nella scrittura, una volta scritto è scritto e bona.

    Volendo essere cattivi con le masse potremmo dire che l’adozione di V a simbolo della rivolta sia quanto di più narcisistico (a livello individuale) e allo stesso tempo svilente (a livello di massa) si possa immaginare:
    V è un personaggio concepito come estensione del delirio di onnipotenza del suo creatore (ben esplicato anche nel viaggio spirituale del william gull di from hell e nel dr.manhattan di watchmen), un superuomo che si eleva sulla massa inerme (semplici cittadini, vittime innocenti, criminali e grigi burocrati della dittatura tutti insieme) e ne dispone come più gli piace, dittatore illuminato che per non cedere alla tentazione del suo immenso potere preferisce immolarsi come un degno eroe germanico (a una causa che è la vendetta, non la libertà); la folla di V del film diventa allora massa adorante ai piedi del caro leader, il quale si sottrae al destino di potente con la morte; in tutto ciò la rivoluzione, lungi dall’essere teletrasmessa, non è nemmeno immaginata.
    V è un titillarsi dell’ego solitario contro l’ingiustizia del mondo, non c’è un popolo intorno a lui, nessuna utopia (intesa alla Ernst Bloch), nessuna realtà, niente; ma non scopriamo certo grazie a V la dittatura dell’individualismo alienante in cui siamo immersi.

    Volendo essere giusti, dovremmo dire che solo Anonymous ha usato questo simbolo in maniera intensiva, laddove altrove la comunicazione era troppo sparsa e decentrata per confondersi con un simbolo solo. La maschera di Fawkes si è vista pure in Egitto, ma è ben probabile che vi siano stati più distintivi di squadre calcistiche, sparsi tra la gente http://www.aljazeera.com/indepth/features/2011/11/201111284912960586.html e in ogni caso c’era dell’altro in grado di inghiottire V: la massa aperta.

    PS nevermind the sex pistols, il punk è stato molte cose, sicuramente più che una truffa orchestrata da un giovane megalomane inglese, la storia è un succedersi di eventi collettivi,V non esiste realmente, per fortuna.

  7. […] La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte. Qui la seconda parte.)La potenza della moltitudine “I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli […]



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