Anonymous. La grande truffa. III

15 ottobre 2012
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(Continua la pubblicazione del pamphlet Anonymous. La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte. Qui la seconda parte.)

La potenza della moltitudine

 

“I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità.” Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth (1976)

 

i can has cheezburger?Secondo una delle definizioni più diffuse e convincenti, Anonymous non è un gruppo, non è un partito, non è un’ideologia, bensì un meme. Meme è il termine che il biologo Richard Dawkins coniò per definire l’equivalente culturale dei geni: delle unità d’informazione che si diffondono e si moltiplicano, e di cui si occupa una strana disciplina chiamata memetica.

Un meme è come una stringa di codice, che replicandosi si trasforma ed evolve, si adatta al contesto. In questo senso, una moda è un meme. Ma è un meme anche ogni idea politica, come il comunismo o il fascismo o l’anarchismo pop in cui crede V. Quando nel fumetto e nel film il personaggio pronuncia la frase «Non si può uccidere un’idea», è proprio a questa persistenza dei memi che sembra fare riferimento.

Nel linguaggio di Internet, tuttavia, il termine meme indica qualcosa di ancora più preciso: una specie di tormentone, un’immagine o un’espressione che circola e ne ispira altre, come i gattini e le trollface, «I Can Has Cheezburger?» o «Haters gonna hate». E chi smentirebbe un gattino?

Se Anonymous è un meme o una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo, le cose si complicano. Ovviamente non può esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati.

Questo vale anche per l’ideologia. Una cosa è il Partito Comunista, altra il meme comunismo, che si articola in varie forme e movimenti. Ma ecco la novità: gli Anonymous affermano che non c’è bisogno di alcun partito per guidare l’azione politica, che essa si guida da sé.

La teoria del movimento liquido è suggestiva e può sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison. Ma in che modo un insieme d’individui che condividono un attributo iconografico — la maschera di Guy Fawkes — e una vaga ideologia — tra il libertario, l’anarchico e il socialdemocratico — può spontaneamente comporre un gruppo strutturato o addirittura una «Legione»? Per capire questa idea possiamo tornare a una delle fonti d’ispirazione del fumetto di Alan Moore, ovvero 1984 di George Orwell, che descrive con una metafora lo sforzo necessario dagli oppressi per liberarsi dalle loro catene:

Se soltanto i prolet fossero riusciti a rendersi conto di quale fosse effettivamente la loro potenza, allora non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Avevano soltanto bisogno di levarsi e di scuotersi, proprio come un cavallo che si scuote di dosso le mosche.

Orwell parla di una cospirazione spontanea, naturale, istintiva. Un gesto collettivo, ma non pianificato. I sostenitori di Anonymous vanno oltre. Sostengono che il movimento sarebbe una super-coscienza, ovvero un’entità collettiva “senziente”. Questa teoria potrebbe sembrare fantascientifica ma ha basi scientifiche e filosofiche del tutto serie nella biologia, nella robotica e nella teoria dell’informazione. La cosiddetta cybercultura sorge appunto in questo humus, e prende nome da una dottrina — la cibernetica — che a partire dagli anni 1950 iniziò a studiare i fenomeni di autoregolazione dei sistemi.

Un sistema autoregolato è, per farla semplice, una macchina in grado di produrre dei comportamenti finalizzati verso un certo obiettivo. Essendo possibile costruire simili macchine — ad esempio, una semplice fontana nella quale il livello dell’acqua resta sempre il medesimo malgrado un afflusso disomogeneo —, è anche possibile decostruire e modellizzare l’intero edificio dell’intenzionalità umana e animale in termini di dispositivi di controllo, segnali e feedback. Coscienza sarebbe in fondo soltanto il nome che diamo a un meccanismo particolarmente raffinato, prodotto per selezione naturale. Questa stessa selezione naturale può agire sugli aggregati d’individui, ridotti a puro hardware, portandoli ad agire collettivamente in maniera ordinata.

Per definire questi comportamenti collettivi spontaneamente organizzati — come gli sciami d’insetti — si parla dalla fine degli anni Ottanta, appunto, d’intelligenza-sciame (Swarm Intelligence). Sebbene nessun individuo conosca lo stato globale del sistema né sia in grado di prevederlo, o peggio prescriverlo, l’insieme degli individui è in grado di produrre comportamenti finalizzati. La “coscienza” di questo sciame è dunque una proprietà emergente, una forma elementare di anima.

Corroborata dalla scienza contemporanea, la dottrina della super-coscienza non è altro che la buona vecchia eterogenesi dei fini di cui parlano la filosofia e la teoria economica classica. Ma se la “mano invisibile” del mercato è disfunzionale, perché la super-coscienza di Anonymous dovrebbe essere funzionale? In fin dei conti, lo sviluppo di proprietà emergenti non è per forza garanzia di effetti salutari o di un’intelligenza particolarmente elaborata: anche i tumori, in un certo senso, sono sistemi autoregolati.

Nell’interpretazione di Anonymous l’eterogenesi dei fini assume invece un carattere praticamente teologico — e ricorda l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa cattolica. Ma ricorda anche dei processi ben conosciuti nella tradizione marxista: in questo senso, Anonymous sarebbe la versione cibernetica della vecchia dottrina della coscienza di classe, una via informatica alla formazione di una soggettività politica anticapitalista. Gli Anonymous sono convinti insomma di essere parte di un soggetto politico spontaneo, antagonista e autoregolante, in grado di svolgere il ruolo di avanguardia rivoluzionaria.

Nella costituzione dell’apparato teorico dell’anonimismo post-2010 ha sicuramente avuto una grande influenza la lettura di Impero di Michael Hardt e Toni Negri (2000), vera e propria Bibbia del movimento Alter-globalization, con i suoi due concetti principali e antagonisti: Impero e moltitudine. Impero indica un regime che si estende all’intero pianeta: si tratta insomma della Matrice della trilogia dei fratelli Wachowski, e prima ancora dell’Impero occulto ed eterno di cui scriveva Philip K. Dick. Contro l’Impero combatte la Moltitudine, un nuovo soggetto rivoluzionario differente dalla classe operaia e dal popolo, «non rappresentabile», «molteplicità singolare».

Negri recupera questo concetto nell’opera di Baruch Spinoza, che definisce moltitudine una folla che «si comporta come una sola anima». Contemporaneo di Thomas Hobbes ma critico della sua visione politica, idolo dei libertari freudo-marxisti degli anni Settanta, Spinoza potrebbe ambire al pantheon di Anonymous e Wikileaks con il suo Tractatus politicus, nel quale scrive: «Non è sorprendente che la plebe ignori la verità e che non abbia giudizio, poiché le questioni importanti che riguardano lo Stato gli sono tenute nascoste». Julian Assange è dietro l’angolo.

Parlando nel loro libro di «proletariato cognitivo», Hardt e Negri chiamavano intellettuali e hacker alla lotta: Anonymous, nella forma che ha preso negli ultimi due anni, è una possibile risposta a questa chiamata. Riguardo ai paradossi di questa moltitudine disordinata nel contesto attuale, il filosofo Massimo Adinolfi ha proposto una sintesi efficace:

Quello che si muove non è un popolo ma sono moltitudini: difficile trovare un denominatore comune per ogni “causa”, difficile costruire egemonie; meglio elogiare allora la ricchezza plurale del molteplice (quanto all’unità, si vedrà).

Si vedrà, ma quando? Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza. Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia?

Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino”, in effetti, indica proprio il carattere non-iscritto di un oggetto sociale, in contrasto con la regola che vuole che la proprietà sostanziale degli oggetti sociali sia proprio la documentalità.

Questa indeterminatezza è il punto di forza delle cellule clandestine nei conflitti non convenzionali: entità sfuggenti e dai confini indefinibili, autoreplicanti come un virus, e perciò difficili da contrastare. Come disse a proposito di Anonymous E. J. Hilbert, ex FBI ora presidente della ditta di cybersicurezza Online Intelligence, «Come fai a rompere la schiena di un’organizzazione che non ha organizzazione?» Anche qui Anonymous eredita dalla tradizione del marxismo rivoluzionario novecentesco.

Il primo e più influente teorico dell’insurrezione è Mao Zedong, che fondendo Sun Tzu, Hegel e Clausewitz produce un’efficacissima teoria del conflitto asimmetrico, messa in pratica nella guerra partigiana antigiapponese. Nell’opinione di Mao, la priorità dell’esercito irregolare è mobilitare le masse popolari e non conseguire vittorie miltari, annientando le forze del nemico. La mobilitazione consiste in una deliberata strategia di estensione del conflitto al fine di alterare gli equilibri coinvolti, e portare a manifestarsi le forze latenti. In conformità con questa tradizione, Anonymous vuole essere innanzitutto un attivatore simbolico, in grado di mobilitare il massimo numero di indignati.

Nel suo manuale di guerriglia, Che Guevara afferma chiaramente che la prima fase dell’insurrezione consiste nel creare le condizioni rivoluzionarie fornendo un impulso alle forze popolari. In questo senso la violenza non ha una logica militare (annientare il nemico) bensì politica, la mobilitazione della società, perché si svolge nella fase in cui è difficile per i ribelli confrontarsi contro un esercito regolare. Il limite di Anonymous è senza dubbio che, per suo difetto strutturale, non può arrivare a nessuna fase successiva. Anonymous è un loop: la sua attività si esaurisce in una perpetua e spettacolarizzata mobilitazione contro un avversario del tutto disincarnato e fantomatico.

In un suo articolo del 2003, il quarto membro del collettivo Wu Ming identificava in Lawrence d’Arabia il vero modello da seguire dagli eserciti rivoluzionari, aggiungendo due nuovi elementi alla teoria rivoluzionaria, ai quali Anonymous non resta sorda: la mitopoiesi (creazione di miti, leggende e simboli capaci di svolgere una vera funzione politica) e il nomadismo (ovvero fluidità e flessibilità). I guerriglieri devono rimanere dei fantasmi, perché «i fantasmi possono fare molta più paura degli eserciti». Tra le loro tattiche, il sabotaggio e l’intralcio della produzione e della comunicazione. Il fine ultimo resta il medesimo:

Il punto di forza del guerrigliero risiede prima nella capacità di contagiare con le proprie idee la popolazione civile, che nell’efficacia dell’azione militare diretta. Il conflitto non è fisico, ma morale, politico. Ne consegue che non c’è alcuna soluzione di continuità tra conflitto e consenso, anzi i due elementi collassano l’uno nell’altro.

Insomma Anonymous recupera mezzo secolo di strategie rivoluzionarie e vent’anni di riflessione sul terrorismo mediatico o cognitivo. Ma anche modelli che provengono dall’intelligence e dall’antiterrorismo, hackerati a dovere. In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone una nebulosa come Al Qaeda.

Suscitò un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando nel 2011 dichiarò che «Al Qaeda non esiste». Secondo Spataro, «Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono», e niente più. D’altronde è noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive. Ma Al Qaeda è anche il nome che usiamo per riassumere una molteplicità di fatti, di flussi di capitale, di idee che si propagano. Per questo si può dire che «Al Qaeda esiste», come sistema decentrato in grado di produrre effetti sulla realtà.

Inoltre Al Qaeda è in grado di emanare un certo numero di atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli. Al di là delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) è peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità è determinata dallo sviluppo di una facoltà che le permetta di produrre atti autentici, distinti dagli atti inautentici che possono esserle attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Il fatto che questo non valga per Anonymous è sicuramente una forza, come abbiamo visto, ma anche una debolezza. Le conseguenze di ciò vanno dall’esaltante al catastrofico all’irrimediabilmente comico.

D’altronde vi siete mai chiesti, guardando la maschera di Guy Fawkes, che cosa diavolo avesse da ridere?  [to be continued…]

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3 Responses to Anonymous. La grande truffa. III

  1. giodiesis il 15 ottobre 2012 alle 09:56

    Giodiesis un giorno incontra Anonymous, in un non-luogo qualsiasi, in un cinema, magari proprio in una multisala; la prima volta, ignaro, alla proiezione di un film, V for Vengeance, tratto da un omonimo alquanto anonimo fumetto e poi di nuovo, anni dopo, ad un festival di giornalismo, in un lungometraggio intitolato We are legion che descrive come un discreto numero di giovani che si consideravano loro stessi, in primis, sfigatissimi nerds, riescano a portare sull’orlo di una crisi di nervi (e di soldi) colossi come Scientology, Mastercard, Pay Pal ed aiutino l’orlo di una crisi politica in Egitto a sfociare in rivoluzione.
    Lo incontra ancora in internet, il non-luogo per eccellenza, su Youtube, su 4chan, su Nazione Indiana. Anonymous con la sua bella maschera beffarda e canzonatoria, Giodiesis per adesso senza faccia, con un’unica immagine pubblicata, una foto dell’appartamento dove vive, un luogo vero, uno dei più veri di tutti, per lui.
    Uno pseudonimo incontra l’assenza totale del nome, la perdita all’interno della moltitudine identica e per prima cosa si domanda: perché la scelta di uno pseudonimo? Per continuare indisturbato la propria vita di impiegato, per avere più carisma e sintomatico mistero (Battiato), per semplice moda, perché writers e musicisti possono farlo e gli scrittori no?, perché usare uno pseudonimo e pubblicare il proprio lavoro su un blog con licenza Creative Commons significa essere più interessati all’opera che all’autore.
    Però uno pseudonimo rimane comunque un’identità concentrata e distinta dalle altre. Essere Anonymous significa perdersi e scoprire un giorno di essere accusati per qualcosa che nemmeno si sapeva di avere fatto, qualcosa che non si condivide per nulla.
    Giodiesis incontra ancora Anonymous sulla pista da skate, dopo essere caduto rovinosamente tentando un fakie ollie.Rialzandosi, lo pseudonimo si accorge di un adesivo incollato alla base del rail che ha attentato alla sua vita, a pochi centimetri dal suo cranio, un adesivo con la scritta Expect us! e la faccia ghignante di Guy Fawkes, il cattolico che nel 1605 sfidò il potere anglicano, al quale un fakie ollie evidentemente riusciva, visto che si permette di sfottere.
    Giodiesis incontra Anonymous passeggiando in città, nella vetrina di un negozio di giocattoli. Fra le tante maschere appese, una lo attira immediatamente, quella di V di Vendetta, come probabilmente lo chiamano i bambini italiani. Ma ormai per Giodiesis quella maschera significa tutt’altro e fatica lo pseudonimo a figurarsi il simbolo di un movimento di massa mischiato con un bat man ed una strega bacheca di silicone. Poi però, ad un’occhiata più attenta, all’interno del negozio, lo pseudonimo vede un’intera parete ricoperta di pistole e di armi giocattolo e l’associazione gli risulta oltremodo inquietante, quasi che gli uomini di domani venissero addestrati alla guerriglia. Si immagina Giodiesis dei piccoli bambini che giocano ad occupy wall street, o a primavera araba, qualcuno travestito da manifestante dal volto coperto, qualcuno da poliziotto, armi automatiche giocattolo in mano, attaccarsi a colpi di sassate e mitragliate sul sagrato di una chiesa.
    Ma Giodiesis stesso ha mille volti: oggi, appena uscito dall’ufficio, lo pseudonimo gira in giacca e cravatta fra le vie del centro ed il negoziante di certo pensa ad un papà che sta guardando la vetrina per fare un regalo a suo figlio, ieri era allo skatepark, jeans strappati e T-shirt stinta, circondato da adolescenti, nel disperato tentativo di imparare un nuovo trick, domani andrà in biblioteca a prendere un libro che studia l’infiltrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, sabato sarà ad ascoltare un concerto di musica classica contemporanea accompagnato dalla simpatica fidanzata.
    Non è la stessa persona, quindi, quella in piscina e quella che suona, quella in ufficio e quella in casa, non finché in un luogo non rivela nulla di ciò che è al di fuori di quel luogo. Chi lo incontra sulla pista da skate non sa che Giodiesis scrive, i colleghi di ufficio non sanno della musica, né dello skate, né del blog. E così via. Lo pseudonimo sembra di volta in volta racchiuso completamente dal posto che lo circonda, ma, non appena ne esce, nessuna traccia rimane di quella persona e, come un camaleonte, lo pseudonimo si adatta perfettamente al nuovo luogo in cui entra.
    Allora è diritto di Anonymous essere dietro a qualsiasi volto. Anonymous è chiunque abbia una doppia vita, un doppio lavoro, un amante, un’amante, chiunque abbia un sogno segreto nascosto nel cassetto, la speranza di liberarsi un giorno da una qualsiasi schiavitù attraverso un’attività che conduce la notte, travestito, in incognito.

    • dante il 16 ottobre 2012 alle 01:55

      vabbè…te la sei tirata abbastanza?
      un mezzo per commercializzare la “rivoluzione”: far leva sul narcisismo e l’individualismo;
      la comunità (insieme di persone ben riconoscibile per i propri membri) è stata distrutta dalla modernità, largo al movimento liquido (liquido…vi ricorda qualcosa?) fatto di indivdualità autoreferenziale.

    • Ares il 16 ottobre 2012 alle 12:29

      Peccato il commento era partito bene, poi si è chiuso su se stesso… :o( peccato.



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