Farm Immagine

13 gennaio 2013
Pubblicato da


I sogni di tutte le cose
Intervista a Ezio Gribaudo
di
Ivan Fassio

È riuscito a intrappolare l’immagine di ogni cosa nell’inconcepibile distanza propria di ogni reperto archeologico. Le lettere dell’alfabeto, i cieli sereni, le statue, gli animali e gli alberi sono riemersi sulla tela come da uno scavo futuro. Ritornato alla preistoria, ha immortalato la fisionomia dei dinosauri, prendendosi gioco del tempo. Su ogni supporto, dai sacchi di iuta ai flani tipografici, dalla carta buvard al polistirolo, ha impresso i suoi segni, ha inciso l’effigie muta del linguaggio. Nel suo studio, ho visto gabbie e mappamondi, strumenti che saldano geografia e immaginario collettivo, presenza e assenza, immaginazione e iconoclastia. Giovedì 10 Gennaio, Ezio Gribaudo compie 84 anni. La mostra alle Fonderie Limone di Moncalieri, che vede protagoniste le sue sculture in bronzo, è stata prorogata fino a fine Febbraio. La casa editrice Silvana Editoriale ha pubblicato, per l’occasione, un libro che, attraverso le opere dell’artista, riesce a viaggiare idealmente tra storia dell’arte classica, avanguardia e ruolo economico dell’industria metallurgica. In fondo, scavalcare metaforicamente i confini di arte, letteratura e società è stato il lato migliore della sua produzione.

I.F.: Narrazione e staticità dell’immagine, poesia e arte figurativa. Il limite è labile. I manifesti artistici sono testimonianze di queste zone di confine, di questi non-luoghi, spazi di pausa.

E.G.: Cesare Zavattini scriveva di un oro ecumenico, che le mie opere disperdevano verso lo spettatore, una sorta di emanazione mistica. Giovanni Arpino mi descriveva come un maestro di stregoneria bianca. Nico Orengo sosteneva che io recuperassi memorie per reinventare il mondo, per trasformare lo scarto in nuova vibrazione. La letteratura ha sempre frequentato le immagini che ho creato, figure che vivono nel limbo in cui idea e forma si incontrano. Il contenuto dei miei lavori, da una base concettuale, riesce sempre a ricollegarsi ad una realizzazione pratica, a trovare uno stile che lo giustifichi: in questo senso, ho fatto mio l’insegnamento di Benedetto Croce. I manifesti di ogni corrente attingono da questa stessa fonte di ispirazione. Adriano Spatola, che della poesia concreta concepì il manifesto, trovava la mia pratica estetica vicina alla sua visione, simile ad una riflessione sul peso, cristallizzata nella realtà. Jean Dubuffet, l’autore del manifesto dell’art brut, coglieva un’alta tensione intellettuale nei miei logogrifi. Ho frequentato la regione immaginaria in cui i progetti dell’arte prendono forma. Per questo, il poeta Raffaele Carrieri, indugiando sull’originalità del mio tratto, sosteneva che si trattasse di una sorta di genesi, assimilabile alla “silente, prismatica formazione degli arcipelaghi”.

I.F.: Abitare il luogo originario prima della creazione è affascinante. Il vuoto assoluto, tuttavia, è impraticabile. La libertà è sempre e soltanto un passaggio. Sarebbe meglio parlare di liberazione, di superamento. Abbattere una costrizione per andare oltre: forse dovremmo prendere coscienza che si tratta semplicemente di questo. Un po’ come per i tagli di Lucio Fontana: potrebbero essere il varco per un nuovo Umanesimo?

E.G.: Per festeggiare i miei 84 anni, tornerò a New York, per una mostra personale all’Istituto Italiano di Cultura. Ripercorrerò il viaggio che avevo compiuto insieme a Lucio Fontana. Le luci della metropoli lo avevano ispirato, spingendolo a creare concetti spaziali utilizzando il metallo. Grandi cascate d’acqua che cadono dal cielo, così descriveva i grattacieli. Le sue opere sono mirabili esercizi di distacco dalle apparenze, dalla rappresentazione accattivante. La sua rivoluzione è stata la creazione di uno spazio libero, in cui riprendere confidenza con forme inedite. Per questo, dai nuovi stimoli, dopo il superamento della parete della tela, nasce l’urgenza di rappresentare tutto l’universo che sta al di là del velo. Scopriremo la nostra dimora nell’essenza delle più impensabili possibilità, per un nuovo Umanesimo. Un po’ come nei miei Teatri della Memoria, dove idee, ricordi e materia imparano a convivere.

I.F.: Il bronzo è resistenza allo scorrere del tempo. La tela si può lacerare. Il legno, talvolta, può scoprirsi metereopatico. La carta ingiallisce. Per ogni età un materiale, partendo dalla pietra per arrivare all’informatica.

Il bronzo è stato il mio modo per superare la dimensione dell’effimero. L’ho frequentato per pochi anni, ma è stata l’esperienza che, per me, ha fatto da ponte tra storia dell’arte classica ed esigenze dell’avanguardia. Ero entusiasta e affascinato dal bronzo, un materiale duro e resistente, ma al contempo nobile. Adoravo frequentare le vasche di fusione, insieme ad operai e fonditori che non si erano mai occupati della produzione di opere d’arte. Mi piaceva vedere le mie opere uscire grezze e partire per altre destinazioni, per essere levigate e lucidate.
Ho iniziato dipingendo: la tela è stata il trampolino di lancio, il medium da studiare e da piegare a tutte le esigenze per spingermi oltre. Ho stampato carte e creato collages, ho esposto ready made e objets trouvés venuti a me dal mondo dell’editoria d’arte, che è anche il mio mondo. Ho inciso il tiglio ricreando le forme che avevo impresso su carta. I metallogrifi mostravano le cicatrici delle combustioni. Da sempre, sono stato un coraggioso esploratore della tecnica mista, che è il mio modo per rimanere sempre giovane, curioso sperimentatore che mette in scena i sogni di tutte le cose, a partire dall’età della pietra fino ai tempi moderni! A proposito, il dinosauro alto più di tre metri che ho sistemato davanti al mio studio per il mio compleanno è realizzato in serizzo, una roccia metamorfica che, geologicamente, risale all’Oligocene!

AA. VV., Fonderie Limone. Novant’anni tra industria e arte /Le sculture di Ezio Gribaudo
2012 Silvana Editoriale
Curatore: Paola Gribaudo
pagine: 96
Euro 20,00
http://www.silvanaeditoriale.it/

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