Otto poesie

18 gennaio 2013
Pubblicato da

 

di Stefano Salvi

Da “Il seguito degli affetti”

Eppure chi vede, altro non vede
che questo: certe visitazioni. E favoriscono
nella remissione atmosferica.
Tempo di luce forte, ad aria
chiara, ripetendo le pose del fuoco ed il solo
punto di voce – gli agi di commozione
vengono a due a due:
i segni del raccolto sono di epoca
di un approdare visibile, come
il raggio del risveglio, scomparso
dalle abitazioni,
soccorreva la cognizione degli astri
scanditi attorno all’avvento.

Neanche più una minima notte
da nessuna parte. Dall’interno dell’acqua si scende
nel bosco, come da uno stelo calmo
a quello successivo. Perciò
verso l’albore
una mano premuta sul fiume.

Presto prima della pietraia
sempre due respiri. Anzi neanche.

A lungo tieni
il gelare in molte parti,
fino a che si offusca. Altrimenti
saresti continuamente
in una primavera eseguita fino dalla
spaziatura minerale.

Nei rami l’assoluta persona per la notte, nella
parte più fresca delle mani,
per quante nubi configurano, a volte,
e forme di volto in volto
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
in tutto un anno trovi
nel fondo buio,
le cui estensioni ed aspetti mantengono il vento.

Ogni stagione valuta vene proprie
i visi fissati alla spina.

Ed è bene distinguere dalle attenzioni
dell’acqua i vivi in intimo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E in queste vene dure quello che toglie
all’erroneo è il cavo
nelle foglie – solo così guardi con cura: dopo spinta
un’acqua accesa a sciamare, nelle ore di notte.
Non esiste la neve, con
evidenza, ovunque, e non si possono
scoprire lumi neanche su un sonno.
L’equilibrio in una traversata diurna
è più forte, perché si trova solo ciò
che mette eco; sarà sempre possibile
questa durata, nel valico delle figure, dove gli oggetti nel mare
sono più visibili. E non c’è tenue confine
per generare il fuoco: soltanto, in apparenza,
è concesso di giungere. Anche il seme, quando porta
chiarore, come
i nomi in cielo, apre un incaglio, compie. Proprio
il molto numero delle soglie dice
l’elevazione trovata.

Il segno per le materie eruttive
scompare, come sempre fa ogni rovo: aperto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E non può trovarsi nelle mani
niente altro che ciò che fai in parti.

Le mani irrigidite dopo essere stata
vicino all’acqua, e

aperta a tutti i rigori del Sole.

Si legge il firmamento, con i momenti si termina per
decifrare i rilievi del mare
e si vuole essere i visi penultimi,
la rosa incessante di tutti.

Osservi il percorrere gli alberi, come è descritta
la latitudine necessaria,
le circostanze delle immagini.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dove la pietra è calma
si trova la parte dell’innesto.

Da “L’avvenimento del terreno”

Nondimeno nel tuono si compie
il nome del grano, in queste cose fra la bocca dei morti:
qui, preme con lo squarcio lo strato delle api
che distende la spiga,
e non un rumore, e non un fondo di foglie
a vedere il cielo che sostenta
di quel sale vasto dell’insetto, della figura vagamente inoppugnabile
che danno sul terreno gli scopi estranei alla vita degli alberi,
e dove arderai il cuore.
Scheggia il tocco ripetuto
dell’erbaio: qualcuno, più d’uno, ha,
dall’incandescenza del palmo,
l’invenzione delle radici, che feconda; poco è
avvolto in sogno nella
specie delle ossa.
La condizione di amato non ha nome.
Chiusa nella tua bocca, temi
che la forma del bacio possa fare cadere, e farti infrangere
la terra e trascinarti infine.

Importa conservare l’imbattersi nel suolo dal
ramo che cade, non perdere sangue: a pochi istanti,
le foglie rafforzano il sentiero. Talora,
riposano dal volto di vivo
le sorti la cui bontà
è il piano guardare, andando a fondo dell’erba.
Sempre, il fulgore, se dai morti,
è per il suolo parte delle membra:
al termine del percorrerlo
essi non servono due volte, non riescono delle piaghe,
nelle mani dove è di maggiore rumore, una caduta, lenta di gocce.
Il fine cui tendiamo non è
essere in lacrime, invecchiare
l’interno della terra.

Da “Il modo dell’albero”

III

E stai / con le occasioni minute delle nubi,
coinvolta di sottili mani

– e dai segni, dell’intridere dalla
trasparenza, il cielo mostra i tepori
di minuto in minuto: nel giardino dove viene incontro
il tuo lasciarti tagliare per la bocca.

 

[Foto: Rinko Kawauchi.]

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12 Responses to Otto poesie

  1. renatamorresi il 19 gennaio 2013 alle 10:07

    non riesco a decifrare l’origine ispirativa di queste belle poesie (il che probabilmente va a loro favore), ma sono tentata di pensare a un orfismo raffreddato, senza elegia, che nell’incedere ieratico porta con sé il gusto della narrazione, o forse, del documento, o meglio, come in una jolanda insana elfica, una sorta di manuale per favorire “certe visitazioni”: “Dove la pietra è calma / si trova la parte dell’innesto” – notevoli. ma sono inediti?

  2. PostNarrativa il 19 gennaio 2013 alle 10:30

    Originalità Narrativa e Lettura fluida dai Buoni Suoni.
    Brav.
    P.N.

  3. véronique vergé il 19 gennaio 2013 alle 12:41

    La parola poetica è sotto acqua
    con terrazze successive.
    Non si perde il senso: tuffare
    per ritrovare aria della terra,
    Il corpo radura, radici di luce
    punto dell’albero, polso cardiaco
    nelle mani.

  4. Stefano Salvi il 19 gennaio 2013 alle 14:01

    Grazie, prima di tutto, per la gentilezza, l’attenzione.

    Sono testi che hanno attraversato un lungo corso di anni, ed è stato questo ad orientarne (talvolta) l’origine. Ho tentato di mediare varie fonti, spesso religiose, e con attenzione forte al suono.

    Sono degli inediti nel senso del “libro”, alcune cose sono apparse in sedi varie, ma nel tempo le ho molto toccate.

    Credo che “tuffare / per ritrovare aria della terra” accolga davvero molto di quanto mi piacerebbe dire.

    Grazie ancora.

    Stefano

  5. gugl il 19 gennaio 2013 alle 17:29

    davvero dense e complesse. Contemporanee.

  6. Giuseppe Genna il 20 gennaio 2013 alle 11:13

    Sono poesie bellissime, davvero autentiche, da meditare. Trovo apparentementi con Giovenale e Frene, per restare nella contemporanea. Tuttavia leggo (però non sono un critico e può trattarsi di mie idiosincrasie) certo Bonnefoy dei Novanta (soprattutto “Nell’insidia della soglia”). In generale è una poesia ad altezza Novanta, che poteva perfettamente venire inclusa nei primi, meritori fino quasi all’eroismo, ‘Quaderni’ di Guerini che il mai abbastanza celebrato Franco Buffoni lanciò, facendo scudo per almeno un decennio a una caduta di interesse nei confronti della poesia (sparivano riviste e visibilità). Il rigore e la concettuosità virtuosa richiedono una lingua all’altezza, che Stefano Salvi assume come ipostasia dello stile contemporaneo (a parte qualche abbassamento di troppo, ma è davvero un nonnulla a mio parere, come accade con l’anfibolo legato ai “vivi”: “in intimo”) e qualche immagine che si avvicina eccessivamente alla koinè postsurrealista – si tratta di minimi aggiustamenti che opererei. Davvero tutto molto notevole, complimenti a Stefano!!!

  7. Stefano Salvi il 20 gennaio 2013 alle 14:32

    Grazie davvero Stefano, Giuseppe.

    Sì, capisco bene il “clima”, e l’idea di “altezza Novanta”; l’accostamento, che anche condivido, perché dei prosatori (Bataille, Klossowski ecc.) di una certa linea postsurrealista, oltre che dei poeti, qui si vede qualcosa – riguardo le forme di aggregazione del materiale, ed anche se la radice linguistica la rintraccio in certi innesti da fonti dello gnosticismo e induismo. Sono cose che per anni ho molto amato, devo dire, ed una sorta di “marca francese” è onestamente rimasta in certe cose…

    Stefano

  8. Lucio Angelini il 21 gennaio 2013 alle 15:59

    A me quando leggo “Nondimeno nel tuono si compie
    il nome del grano” viene da ribattere: “Ma che stai a ‘ddi?”…

    • dod il 22 gennaio 2013 alle 12:56

      meno male, non siamo ancora tutti assuefatti a sta roba :)

  9. Giuseppe Genna il 21 gennaio 2013 alle 19:18

    Allora, caro Stefano, la prendo dal lato di manolaya: si tratta di poesie effettivamente veicolari, dedite a spingere in lettore verso viveka o vichara che si voglia. Questo silenzio “attivo”, che ti permette la distorsione dei versi e del suono, è in effetti la penultima verità effettuale che si recepisce nel leggere la tua poesia. Accade anche in Silvia Bre – non so se la conosci, nel caso ti fosse ignota ti consiglio di leggerla, per l’apparentamento e il gemellaggio nonduale…

  10. Lucio Angelini il 22 gennaio 2013 alle 09:34

    Ah, sì, che gran mattacchione quel Patanjali…

  11. Stefano Salvi il 22 gennaio 2013 alle 13:46

    Caro Giuseppe, amerei davvero che una sorta di fuoco e acqua non duale sottendesse, e una concentrazione che liberi…

    Ah, sì conosco Silvia Bre, mi è capitato di leggere cose davvero belle, e dovrei approfondire proprio, hai ragione…

    Ti abbraccio, Stefano.



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