Vita e opere di Enzo Siciliano

2 febbraio 2013
Pubblicato da

di Gregorio Magini

Una fotografia risalente al Premio Strega del 2011

Una fotografia risalente al Premio Strega del 2011

“La creatività, che orrore.”
Enzo Siciliano

 

Una inquieta mattina bolognese del 1998, Enzo Siciliano, studente in legge di ventisei anni, ricevette una telefonata da Corrado.
– Corrado chi?
– Augias. Chi altro?
– Mi dica.
– Niente. Mi sono a complimentare per la vittoria… Finalmente…
– Ho vinto qualche cosa?
– Ma Enzo. Il Premio Strega. Mi prendi per i fondelli come al solito. Guido mi ha detto che stamane ha parlato con te. Che eri contento nonostante tutto.
La conversazione finì in fretta nell’imbarazzo. Enzo chiese consiglio agli amici. Lo scambio di omonimi fu l’interpretazione prevalente: una segretaria che cerca sull’elenco telefonico della città sbagliata. Corrado Augias, era proprio quel Corrado Augias, ma Enzo Siciliano era un altro: uno scrittore di cui nessuno aveva letto niente, ma qualcuno ricordava di aver visto in tv. Gli dissero: peccato che non eri tu.
Enzo, a ogni buon conto, telefonò alla segreteria del Premio.
– Buongiorno Strega Alberti dal 1860. Cosa posso fare lei?
– Buongiorno. Chiamo da Monza. Vorrei un’informazione.
– Mi dica.
– Chi ha vinto il Premio quest’anno?
– Ancora nessuno. La votazione avrà luogo domani.
– Andiamo. Faccia un’eccezione per me. È per una scommessa.
– Mi dispiace signor…?
– Siciliano.
– Signor Siciliano. Anche volendo non saprei dirle il vincitore, perché io stessa non lo so.
Nella voce della segretaria, sicuramente giovane, vibrava un’ilarità trattenuta o forse, addirittura, un istinto di simpatia. Quella sera, sottolineando passi del Codice Civile, si perse più volte immaginando l’aspetto della ragazza. Ora bionda, con i capelli riccioli come fusilli, piccole occhiaie che accentuavano la scaltrezza dello sguardo; ora bruna, i capelli lisci e lunghi fino a sfiorare l’osso sacro, ma gli occhi identici, stesse occhiaie, altrettanta malizia.
Telefonò a sua madre.
– Dormivi?
– Sì. Guardavo la tv.
– Che fanno?
– Pubblicità.
– Mamma. Mi fai un favore? C’è un raccoglitore verde nella libreria in camera mia. Sulla costola c’è scritto “1992”. Me lo spedisci? Non lo aprire.
Il giorno dopo si svegliò smarrito. Aveva fatto un sogno: la segretaria, che era una ragazzina con i capelli bianchi e il seno enorme, lo prendeva per mano e lo portava davanti alla porta della legge di Kafka, ma il guardiano non c’era e la porta era murata. Davanti al muro c’era la tomba dell’uomo di campagna e sulla stele che la segretaria gli indicava c’era scritto: “Lo hanno giustiziato perché non ha atteso il segnale acustico”.
Il significato della porta chiusa era limpido e profondo come un lago glaciale: non sarebbe mai riuscito a diventare avvocato, non per incapacità né per apatia, ma perché nessuno aveva bisogno del Dottor Siciliano, avvocato. Il mondo non poteva consentire a un avvocato in eccedenza. La porta era chiusa. L’epitaffio voleva dire che aveva perso l’unica occasione della sua vita.
Non aveva lezione. Salì direttamente in biblioteca, dove trovò il suo amico Carmelo Buccella che leggeva tre libri in parallelo e si mangiava le unghie. Lo trascinò fuori.
– Cosa c’è.
– Voglio fare lo scrittore.
– Ottimo.
– Non hai capito. Voglio fare lo scrittore. Non l’avvocato. Non il magistrato. Lo scrittore.
– Perfetto. Scrivi.
– Da pischello scrissi dei racconti. Poi smisi.
– Perché?
– Non lo so. Forse mi è solo passato di mente. Ci ripenso ora dopo tanto anni.
– Per via del Premio.
– Dici poco! Tu cosa faresti se ti dicessero che Carmelo Buccella ha vinto il Premio Strega?
Non datur. Carmelo Buccella non può vincere il Premio. Carmelo Buccella è un nome che non vince premi.
– Men che meno il mio. Enzo Siciliano è già preso. Devo trovare uno pseudonimo.
Tornò a casa, cucinò con cura una frittata agli asparagi. Il vincitore doveva essere già uscito. Ma non poteva saper niente, non aveva la tv né la radio, toccava aspettare l’indomani. Fu tentato di chiamare la segretaria, giusto per sentire la sua voce, ma non ebbe il coraggio. Studiò in po’, poi si rese conto che non era più necessario e giocò ad Age of Empires fino a notte fonda.
Mattino. Corse in edicola ed eccolo su Repubblica: Siciliano, vittoria scontata. Un articolo astioso, pieno di frecciate, dirette a chi, e per quale motivo, sfuggiva. Un passo lo colpì: “Fra i tavoli scivolavano tartine d’annata e vino bianco a temperatura ambiente, mentre la Bonaccorti prendeva a battibeccare con la Ripa di Meana alla quale citava un brano di Eliot invocando un parere. Ma neanche per idea, replicava la scrittrice, non si può fare a pezzetti il poeta inglese.” Me ne terrò  fuori, pensò, devo solo scrivere.
Scrisse, ma presto si accorse che il problema non era scrivere: in capo a una settimana, aveva già riempito il desktop di documenti e numerosi altri persi in sottocartelle. Il problema era che fare di quello che scriveva. Darlo in lettura agli amici, a sua madre, poi? Chiese a Carmelo.
– Prova coram populo: nei centri sociali.
– Haha. Simpatico.
– In alternativa, buttati su un newsgroup.
– Cos’è?
– Internet.
– E chi ci trovo?
– Chi ci trovi. Tutti. Gente.
Comprò un modem e si abbonò a Internet. Esplorò i newsgroup ma, intimidito dalle gare di insulti tra estimatori e detrattori di Baricco, non mandò niente.
C’era inoltre, non secondario, il problema dello pseudonimo. Non era giusto che lo si obbligasse a nascondersi. Il suo nome era il suo nome e, lo scopriva solo ora, ci teneva quanto ai suoi capelli. Per fortuna, poteva rinviare la scelta fino al momento della pubblicazione, ovvero sine die, e così fece.
Finì il suo primo racconto. Carmelo commentò:
– Non c’è male. Molto alla Céline. Un po’ meno cinico e un po’ più ironico di Céline. E meno bravo, va da sé.
– Céline? E chi è?
– Louis-Ferdinand Céline, medico dei poveri e antisemita. Viaggio al termine della notte. Capolavoro.
– Mai sentito nominare.
– Scrivi tale e quale a lui.
Si aprì con questo smacco il fronte problematico degli altri libri. Nella sua vita, di sua iniziativa, ne aveva letti pochi. Provò a ricordare. Il processo e i racconti di Kafka, quando si era iscritto a Giurisprudenza, perché aveva immaginato che fosse utile. Degli obbligatori del Liceo aveva apprezzato Uno nessuno centomila. Poco altro. I libri erano stati solo compiti, si trattasse del sussidiario, del Codice o dei romanzi che imponeva suo padre, una mano in tasca, l’altra sui baffi, dicendo:
– Chi non legge è un cretino o un figlio di maiala.
Iniziò da T. S. Eliot, And on the king my father’s death before him, e quelle zoccole a far le pose, e quel giornalista, frocio di sicuro, a ironizzare quando si doveva solo sparare. Ma non voleva poesie, voleva romanzi. Prese Céline, si annoiò, lo finì per dovere e il giorno dopo ripassò a mente il libro, non ricordava niente. Provò con Dostoevskij ma non riusciva a ricordare i nomi dei personaggi e ne estraeva solo angoscia. Si volse allora a Calvino, il libraio gli consigliò Marcovaldo, ne lesse dieci pagine e gli parve una pura idiozia. Col Il giovane Holden e Il ritratto di Dorian Gray andò meglio.
Arrivò il pacco con il raccoglitore verde e le ultime cose che aveva scritto prima di dimenticarsi di scrivere. Se ne era così scordato che era come se le avesse scritte qualcun altro. Le rilesse con curiosità: un’occasione rara e grata di guardarsi con occhio obiettivo. Ma scoprì che quasi tutti i suoi scritti erano così noiosi che poteva solo sperare di essere una persona molto diversa da allora. Erano infestati di giovanotti senz’arte né parte che si guardavano le scarpe, riflettevano sulla morte di Dio e poi morivano o si sposavano con una donna crudele che si chiamava sempre Vittoria. (Non ricordava di essere mai stato ossessionato da una femmina crudele). I rari accenni di narrazione erano strozzati da un tono lamentoso e pedante, poi gettati ad affogare in pletore di descrizioni sovrabbondanti di salotti, scrivanie e interni di automobile. Le descrizioni, in sé per sé, non erano male. L’unico che non era del tutto da buttare, infatti, a parte un paio in cui aveva abbozzato la vena céliniana che ora riscopriva, era uno in cui tutti i personaggi uscivano da una stanza, la stanza era descritta con fredda ossessione per dieci pagine, poi i personaggi rientravano ridendo e il racconto finiva.
Rispedì a casa il raccoglitore verde e andò in libreria per comprare cento libri, uno per autore. La selezione, in parte istintiva, in parte per sentito dire, impiegò tre giorni e la spesa fu di 900 mila lire.
Si mise a leggere. Dopo sei mesi, sua madre iniziò a chiedere:
– Quand’è il tuo prossimo esame?
– Il mese prossimo.
Una mattina del nono mese, era già primavera, finì il centesimo libro, Vittorini, Conversazioni in Sicilia (aveva proceduto in ordine alfabetico, ma si era dovuto rinunciare alla W e seguenti perché con Vittorini aveva finito i soldi). Nel mentre, aveva pure avuto cura di aggiornarsi sulla “contemporaneità” nelle pagine culturali dei giornali, dove si parlava di cose come la maturità di Umberto Eco, la freschezza giovane dei cannibali, il mistero di Luther Blissett, il cinismo simpatico di Stefano Benni e, fuori dal coro, Pontiggia… Tutte cose che per qualche motivo lo disgustavano automaticamente, anche se non ne sapeva nulla. Apprestò due nuovi piani di lettura: i “contemporanei”, per l’appunto, e la critica letteraria, ma l’idea di passare altri due anni a studiare era insopportabile e li accantonò.
Nel corso dell’anno, aveva impostato rapporti epistolari, con una procedura semplice: quando apprendeva l’esistenza di un attore della scena letteraria, scriveva una lettera o un’email in cui faceva domande a caso. Gli scrittori di fama non rispondevano, ma gli altri sì, lusingati dalle sue attenzioni, ma timorosi che volesse presentar loro un manoscritto in lettura, si presentavano innanzi tutto come indaffaratissimi. Enzo rispondeva con nuove domande, più specifiche e ancora più a caso.
Nel frattempo la sua vita sociale si era desertificata. I compagni di corso si erano dissolti. Restava Carmelo, ma non poteva tollerare la sua superiorità intellettuale più di una volta a settimana. Bologna era un carnaio incomprensibile che preferiva ignorare.
Decise di andare in ritiro. Affittò una casetta di pietra sull’Appennino emiliano, intaccata su una costa ripida di castagni. Più che una valle, tanto era stretta, pareva una montagna con davanti uno specchio. Ogni mattina usciva sul sentiero di pietre, svoltava dietro, si arrampicava tra ciuffi d’erba scivolosi e veniva a un rialzo sporgente, da dove si vedeva tutto intorno. Pensava: “In the mountains, there you feel free”. Cercava un segno di civiltà: la riga di una strada a tagliare il bosco, un’antenna, ma non c’era. Tornava sotto e si metteva a scrivere. A pranzo mangiava pane e prosciutto e ciliegie che gli portava la padrona di casa, che abitava col marito anzianissimo in una delle altre quattro case del villaggio, e aveva preso Enzo a benvolere, forse perché era giovane o forse solo perché prendeva a benvolere tutti gli inquilini. A sera scendeva al mulino, dove c’era un ristorante. Mangiava tortelli e bistecche, poi tornava su. Scriveva un’altra ora, si affacciava alla finestra ascoltando i richiami delle civette e i fruscii impacciati degli istrici, poi andava a dormire.
Dopo tre mesi tornò in città con un romanzo. Era la storia di uno studente di legge fascista che decide di fare vita da barbone per capire se la feccia della società merita o no la condizione in cui si trova. Dopo esperienze contraddittorie, lo studente decide che tutti meritano i peggiori soprusi e rovesci della sorte. Quella notte, si addormenta ubriaco in un canile ed è sbranato dagli animali.
Carmelo, che nel frattempo si era laureato con lode, menzione d’onore e complimenti personali del Rettore, disse che era buono ma era troppo breve e ci doveva lavorare. Enzo lo rilesse, selezionò i capitoli peggiori e li riscrisse, ma non aggiunse niente perché non aveva idea di cosa aggiungere. Carmelo disse che era meglio ma ci doveva lavorare ancora. Enzo lo rilesse e pensò che che non era in grado di migliorarlo.
– Scrivilo da capo, – disse Carmelo.
– Non ne ho voglia.
– Se ti risparmi non arrivi da nessuna parte.
– Perché, dove dovrei arrivare?
– Dipende. Di certo, se ti risparmi non arrivi né da una parte né dall’altra.
– Dipende da cosa?
– Da dove vuoi arrivare. Se vuoi diventare famoso o scrivere libri belli.
– Non mi interessa diventare famoso.
– E allora riscrivi da capo il libro.
– Farei prima a scriverne un altro.
– Allora perché hai perso tempo a scrivere questo?
– Cosa ne so? È tutto a caso. Come facevo a sapere quale sarebbe stato il risultato?
– Cosa c’entra il risultato. Se hai scritto questo è perché volevi scrivere questo e non un altro.
– Quello che dici non ha senso.
Carmelo si spazzò la camicia con la mano e impostò un sorrisone così forzato da sembrare genuino.
Enzo decise di non rileggere mai più il suo primo romanzo e dedicò il suo tempo a scritture passeggere, a sogni a occhi aperti e agli alcolici. Infatti i soldi che sua madre gli passava erano più che sufficienti per coprire il necessario. Con quelli che avanzavano pagava la birra e il vino che beveva la sera nel bar dove andava a scrivere con il suo quaderno. Imparò che stando in un angolo di bar con un quaderno la gente, fatto inusitato, lo trovava interessante. Quando seppe che era uno scrittore, il padrone iniziò pure a fargli gli sconti. Il via vai di uomini e donne gli insegnò molto di ciò che non aveva imparato prima e si trovò a desiderare ciò che adesso poteva immaginare e non aveva mai sperimentato.
Questo interferiva con la letteratura. Il quaderno si riempì di frammenti senza capo né coda, spesso scriveva così ubriaco che il giorno dopo non li poteva decifrare. Il suo nuovo interesse per gli altri si concentrò su una Giulia molto bassa, che fumava sempre in un angolo di strada fuori dal bar, e tanto sfacciata con lui quanto era timida con gli altri. Carmelo non poteva aiutarlo né capirlo, le donne erano uno dei pochi interessi che non aveva. Trascurando il dottorato, aveva lasciato Bologna per insediarsi nello studio notarile del nonno a Teramo, ma soprattutto era stato eletto consigliere comunale nella lista del CDU al suo paese, ed era il consigliere più giovane di tutto l’Abruzzo. Non faceva mistero dell’opportunismo del suo impegno politico e confessava privatamente che era solo funzionale a una carriera accademica.
Enzo cambiò modi e oggetti del pensiero, in una maniera disordinata che tuttavia sperava seguisse una segreta coerenza, tesa alla formazione di una mentalità da scrittore. Aveva letto in una nota all’Ulisse di Joyce che l’abitudine di Stephen Dedalus di ripetere fra sé quello che gli accadeva per fissarlo nella memoria, cercando insieme di trasformare le persone interessanti in personaggi e i fatti in storie, era un atteggiamento da scrittore, e la stessa cosa capitava a lui.
Prima, la maggior parte del tempo ripassava mentalmente gli studi del giorno, oppure cercava di indovinare che ore erano, quanto mancava all’ora di cena, tra quante ore doveva mettere la sveglia. Adesso se guardava l’orologio non riusciva più a leggerlo, ma pensava alla storia dell’uomo che pensava solo al tempo, a misurare il tempo, a distanziare e frammentare e organizzare il tempo, e facendone un personaggio non era più lui e smise di portare l’orologio. Poi gli venne in mente che poteva benissimo inventare la storia dello scrittore che trasformava tutto in storie, e che se lui era così era solo un personaggio di se stesso, un’invenzione, e che se mai gli fosse venuto in mente di scrivere la sua autobiografia sarebbe stata la storia dell’uomo che non era più niente.
Incapace di trovare uno pseudonimo, spedì il romanzo al Premio Calvino, a firma “Enzo Siciliano (pseudonimo)”. Sei mesi dopo, quando la lista dei finalisti era già uscita da tempo e lui non ne faceva parte, ricevette la scheda di lettura a firma Il Comitato di Lettura:

«Giudizio. Ho affrontato con interesse la lettura del suo romanzo, breve ma denso di umanità e a tratti percorso da una vena di ironia amara e cinica, reminiscente di certe prove céliniane. Tuttavia, la narrazione presto si perde nelle secche di un postmodernismo decadente asfittico e sconfortevole, il cui esito poetico non può che corrispondere al fallimento umano del protagonista, laddove la mimesi si risolve nell’adesione acritica alla crisi, incistandovisi. Da dove veniamo dove andiamo cosa stiamo a fare qui: siamo sempre allo stesso punto e francamente è “pressoché” impossibile per il lettore lasciarsi coinvolgere. Ogni tanto emerge una buona capacità di giocare con le parole e il linguaggio, sebbene ohimè al servizio di una tesi vivaddio fallace, o talora spaziando su territori francamente incomprensibili, viranti sul nonsenso demenziale, o sullo “splatter”. Le consiglio, per il futuro, un sano bagno di realismo e le porgo i miei più sinceri auguri eccetera.»

Enzo riconobbe le ragioni del Comitato e giurò che un giorno avrebbe scoperto il nome del giudice e avrebbe messo la sua lettera in un libro. Decine e centinaia di migliaia di lettori lo avrebbero conosciuto come un intellettualucolo ottuso e rancoroso che non sapeva far di meglio per consolarsi dei fallimenti suoi e della sua generazione che scoraggiare giovani capaci e volenterosi incolpandoli dei mali di una condizione che avevano solo ereditato e con sofferenza tentavano di raccontare, testardamente sperando che potesse servire a migliorare di una frazione la propria vita, e quella di tutti, eccetera.
Ma il consiglio del bagno di sano realismo gli parve buono, nonostante l’errore di posizione dell’aggettivo. Decise di rompere gli indugi e prendersi una donna. Si ubriacò, andò da Giulia che fumava nell’angolo di strada e non disse niente per cinque minuti. Immaginò una storia d’amore tra due persone che non si rivolgevano mai la parola. Poi disse:
– Ti va se andiamo a casa?
Quella notte aggiunse:
– Pensa se andava a finire così: “Giulia tirò una spinta a Enzo e se ne andò”.
Giulia soffiò il fumo, come sempre, come se si liberasse di un fastidio interiore, poi rispose.
Fu un bagno di realismo, sano, ma breve: dopo tre mesi Enzo si accorse che tornava a vivere nel solito mondo indefinito e sognante di sempre, e Giulia era solo un nuovo muro di confine, della stessa materia di sua madre, degli esami e dei libri. Considerò l’idea di rompere con lei, con due argomenti a favore: sarebbe stato un gesto di sincerità verso se stesso e di onestà nei confronti della ragazza, che con tutti i suoi sbuffi di fumo sembrava del tutto all’oscuro dei suoi sentimenti, o forse del tutto priva di interesse verso di essi; e per compiere una specie di ritirata strategica dalla realtà, permettendole di asserragliarsi in una roccaforte di buon senso nel suo animo e così limitare il potere dell’assurdità che ormai vi regnava senza contrappeso. Ma gli venne il sospetto e poi la paura che allontanare una donna perché lo faceva sentire troppo strano lo avrebbe portato a valicare il confine tra la semplice stranezza e la demenza. Perciò non ne fece nulla e visse nell’angoscia, sentendosi allo stesso tempo ipocrita e in lotta contro la pazzia, finché non venne il Capodanno tra il 2000 e il 2001. Alle cinque del mattino scoppiò in lacrime e disse a Giulia che non l’aveva mai amata e l’aveva presa solo perché il Comitato gli aveva suggerito un sano bagno di realismo e aveva pensato che prendere una donna fosse il gesto più realistico che aveva a disposizione, ma si era sbagliato e aveva mancato il punto, perché aveva voluto spostare l’aggettivo per intendere a suo comodo, ma ora capiva che il realismo non era affatto sano, anzi era una pazzia e una depravazione, una corsa di cavalli morti, e l’unica cosa sana era il bagno, tuffarsi in acqua, rinfrescarsi e pulirsi e uscire, asciugarsi e andare per la propria strada.
Giulia si accese una sigaretta e se ne andò. Nel pomeriggio del primo di gennaio, al risveglio, Enzo trovò sul cellulare che Giulia gli aveva comprato per Natale il primo sms della sua vita. C’era scritto:
“Me ne fotto di te e delle tue seghe mentali sei solo una merda.”
Come a suo tempo quelle del Comitato, Enzo riconobbe le ragioni di Giulia e non insistette per spiegarsi ulteriormente, ben contento, al di là del dolore e della vergogna, di cavarsela così a buon mercato e potersi dedicare a capire cosa ne sarebbe stato di lui.
Dapprima non cambiò niente: solo, al posto della presenza di Giulia nella sua vita c’era l’assenza di Giulia dalla sua vita, ma erano più o meno la stessa cosa. Dopo un mese l’assenza di Giulia divenne l’assenza di chiunque. “Mi manca chiunque” era una frase di David Foster Wallace (credendo che il cognome fosse “Foster Wallace”, aveva letto i suoi libri alla F), o Joseph Heller, non ricordava. Comunque fosse, anche questa era più o meno la stessa cosa.
La cosa che cambiò fu che si rimise a leggere a scrivere e, secondo il suo desiderio, lesse da allora quello che gli capitava, senza piani prestabiliti, e scrisse una serie di racconti fantastici, con fantasmi, mostri e aporie spaziotemporali.
In sei mesi scrisse quindici racconti. Siccome non aveva mai smesso di mandare email pretestuose agli addetti al settore, come erano stati ribattezzati i letterati del nuovo millennio, ed era ormai in buoni rapporti con alcuni di essi, trovò modo di far pubblicare i racconti man mano che li completava, su riviste Web e cartacee dotate di un certo prestigio fra, appunto, gli addetti al settore. Non faceva alcuna distinzione tra i diversi indirizzi culturali, che del resto gli sembravano anch’essi del tutto pretestuosi, ma non mancò di notare che le pubblicazioni si dividevano in tre grandi categorie: i discepoli di Foucault, gli orfani di Pessoa e gli zombi del Situazionismo. Questi ultimi si distinguevano per l’orgoglio con cui proclamavano la loro condizione “underground” ed erano quelli che gli stavano più simpatici, perché erano i meno invidiosi delle cattedre di insegnamento che non avevano. Anche se, doveva riconoscere, i foucaultiani, pessimi prosatori, erano molto più solidi dal punto di vista teoretico e i pessoani, tonti come pecore, dal punto di vista poetico. Comunque, tutti pubblicavano con apparente piacere i suoi racconti, anche se poi nessuno si prendeva la briga di commentarli, né in critica né in lode.
Finché un giorno di giugno non apparve un commento in calce un ultimo racconto che aveva pubblicato qualche mese prima sul portale “Mostro Online”:
“Spezzamerda ha detto: Ti conosco pustolina sei quel coglione che spara cazzate sul nostro forum sono contento che non ti vergogni di mettere il tuo nome da terrone sotto le tue narrazioni vomitevoli, così tutti sapranno per sempre che fai schifo come scrittore e come uomo scrivi malissimo nasconditi perché non ti vai a seppellire?”
Enzo rispose:
“Ciao Spezzamerda, credo che hai sbagliato persona perché non so di cosa parli, dato che non frequento alcun forum. Inoltre, Enzo Siciliano è uno pseudonimo. Cordiali saluti Enzo Siciliano.”
Mezz’ora dopo:
“Continua pure a fare il finto tonto sfigato tanto tra poco tu e tutti i tuoi amichetti di Indymedia froci zecche comuniste farete la fine che meritate a Genova ve lo rompiamo nel culo e poi vi facciamo a pezzi viva il Duce viva il Nero Cavaliere.”
Ne fu così agitato che telefonò a sua madre.
– Mamma cosa c’è a Genova?
– L’acquario. E i genovesi.
– Mamma non ho voglia di scherzare.
– E io sì, uno pari. Non li leggi più i giornali?
– Ho smesso. Motivi professionali.
– E poi chiami tua madre per farti la rassegna stampa. A proposito, hai ricevuto il vaglia?
– Sì. Grazie mamma.
– Di niente. Dimmelo sempre se hai bisogno di soldi.
– Sì mamma.
– Per me è un piacere aiutarti quando ne hai bisogno.
– Sì mamma. Grazie.
– Quando hai l’esame?
– A settembre, credo. Mamma, cosa c’è a Genova.
– Il G8. I Capi dei Governi degli stati più importanti del mondo, non mi chiedere quali sono, si riuniranno per tre giorni a Genova con ordine del giorno: non ne ho idea. È prevista una manifestazione di protesta di grandi dimensioni. In conseguenza di ciò l’accesso al centro di Genova verrà chiuso con barriere e blindati e gli accessi protetti da migliaia di agenti delle forze dell’ordine.
– Migliaia. Perché?
– Perché si temono disordini.
– Si temono? Chi teme?
– I Governi. Noi. Tutti. C’è un timore diffuso di disordini. I manifestanti annunciano battaglia.
– Quali manifestanti? Perché?
– Ah non lo so. Io sono vecchia e tu sei giovane, lo saprai meglio tu. Piuttosto. Lo sai che settimana scorsa era l’anniversario della morte di tuo padre?
– No. Me ne sono dimenticato. Perché non me l’hai detto?
– Me ne sono dimenticata.
– Quanti anni sono?
– Ventuno.
– Tanti anni.
– No. Pochi.
Comprò una tv. Il giorno del G8 si mise sul divano e seguì gli eventi, dai primi scontri all’omicidio di Giuliani a Bruno Vespa alla spedizione della Diaz. Allora è vero, si disse, il Nero Cavaliere l’aveva con lui e con quelli come lui e spingeva tutti i neutrali dall’una o dall’altra parte. E i suoi nemici venivano sottomessi ed entravano in clandestinità, per decenni, forse per tutta la vita. Questo era eccitante, gli faceva piacere sentirsi dalla parte di qualcuno, anche se non sapeva di chi, né perché, e per la violenza incomprensibile di qualcun altro. Restava qualcosa però, un significato oscuro che bussava dietro la filigrana delle immagini grottesche e orribili della tv, che Enzo sentiva ma non riusciva a inquadrare, che lo gettava nella vertigine di uno spazio bianco senza confini, una bolla di saliva lattea nella bocca senza denti di un neonato urlante, finché due mesi più tardi con la distruzione delle Twin Towers tutto fu chiaro: il fantastico era un inganno del pensiero e tutto era possibile; la realtà era assai più vasta dell’immaginazione e procedeva da regole sconosciute, oggetto dimenticato della saggezza, mentre gli uomini generazione dopo generazione si assoggettavano alla sua parodia, il desiderio, alle sue leggi meschine, ai suoi traguardi insignificanti.
Enzo abbandonò Bologna per tornare a vivere con sua madre a Monza. Vi rimase dieci anni e in questo tempo non vide nessuno e lesse più di mille libri e scrisse un libro di mille pagine.
Quando ebbe completato la sua opera, prese un treno per Roma e là si impegnò perché qualcuno la leggesse e la pubblicasse. Trovò che gli addetti al settore erano rimasti gli stessi ed erano ancora ben disposti nei suoi confronti. Pochi mesi dopo concluse un contratto per la pubblicazione dell’opera con un editore di medie dimensioni, rispettato dalla comunità, senza anticipo ma con mille e cinquecento copie di tiratura per il primo volume e cinquecento per il secondo, un ottimo affare sotto tutti gli aspetti.
Nell’aprile del 2012 Enzo si presentò alla Fiera del Libro di Torino per firmare qualche copia. Vagò per gli stand senza darsi pensiero di niente, finché non venne a quello della massoneria, dove ricordò che si era ripromesso di leggere un libro di Crowley e pensò che poteva comprarlo lì. La donna dietro il banco aveva un rossetto rosso ed era piena di sorrisi.
– Se vuole abbiamo anche Moonchild.
Nella sua voce una vibrazione di ilarità trattenuta e una nota di stanchezza.
– Tu sei quella ragazza che rispondeva al telefono della segreteria del Premio Strega Alberti quindici anni fa.
– Ci conosciamo?
– Sì. Il mio vero nome è Enzo Siciliano e sei la donna più importante della mia vita.
– Sono sposata.
Apparve Carmelo con le braccia aperte e le strinse intorno a Enzo, un uomo in Armani, un sorriso lucidato dalle alogene, un sigaro spento in mano, niente capelli.
– Ti presenterei mia moglie ma non mi ricordo come si chiama. Ah, devi venire stasera alla festa. Sono un lettore della domenica e ti posso presentare qualcun altro così vediamo di dare una spintarella al tuo scartafaccio. Senza illusioni, chiaro. Io stesso, per la mia anima, non sono riuscito a leggere più di trenta pagine. Un capolavoro assoluto.
Il romanzo di Enzo narra in dettaglio minuzioso la vita e le opere del filosofo George Camilleri, nato nel 1970 in una comune del messinese da madre francese e padre siciliano. Nel corso dell’immensa opera, si alternano alle parti più propriamente biografiche esposizioni della filosofia di Camilleri (un tentativo di neoumanesimo egalitario e libertario, percorso tuttavia da una profonda sfiducia nelle possibilità morali dell’uomo, e accompagnato da un inquietante apprezzamento per il ruolo rigeneratore della violenza, che culmina nel concetto di “civiltà del massacro”; memorabili le pagine dedicate alla distinzione tra massacro, strage, ecatombe e sterminio). Oltre a queste, il romanzo presenta numerose digressioni storiche, sociologiche e di altro genere su periodi e temi che incrociano l’esistenza di Camilleri. La vita del filosofo, relativamente priva di eventi, è raccontata con scrupoloso dettaglio: da una gioventù nevrotica e reclusiva, all’amore di una vita per la famosa attrice americana Victoria Fair, non corrisposto, ai difficili rapporti con il padre culminanti nella morte di questi per infarto dopo un litigio, all’entusiasmo per la filosofia in seguito alla lettura di Kierkegaard, alle ossessioni riguardo al tempo e alla durata della vita, all’attività di insegnamento a Bologna, parallela a un’oscura ma copiosa produzione saggistica e letteraria.
Questa incompletissima rassegna non può rendere giustizia della profondità e caleidoscopica ricchezza del resoconto, che pur rimanendo compatto affronta con vigore una quantità di questioni che ha pochi eguali nella storia della letteratura mondiale. Il romanzo termina nel 2012 con l’apparente suicidio del protagonista.

[Questo racconto uscirà a marzo nell’antologia Selezione naturale. Storie di premi letterari edita da Effequ edizioni a cura di Gabriele Merlini]

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5 Responses to Vita e opere di Enzo Siciliano

  1. viola il 2 febbraio 2013 alle 10:21

    “Non faceva alcuna distinzione tra i diversi indirizzi culturali, che del resto gli sembravano anch’essi del tutto pretestuosi”, come dirlo meglio??…));

  2. Simone il 2 febbraio 2013 alle 17:02

    un pensiero corre al G8… eravamo in tanti. Ricordo anche preti e bande con gli strumenti a fiato. Ricordo la paura ogni volta che vedevi i membri delle forze dell’ordine. Ricordo la gente di Genova che di balconi o dalle porte era pronta a dar da bere a chi avesse sete…

    Piccole storie nella grande storia. Attendiamo ancora giustizia e metamorfosi del mondo in cui, oggi come allora, non ci riconosciamo.

    Uno della generazione G8, simone.

    PS: mi piace quando nelle storie si intrecciano eventi realmente accaduti con i sogni e le fantasie dei protagonisti; mi piace molto la vicenda della signorina che risponde al telefono.

  3. […] Nazione Indiana pubblica oggi un mio racconto, Vita e opere di Enzo Siciliano. […]

  4. celacanto il 4 febbraio 2013 alle 22:38

    E’ un testo strepitoso.
    Complimenti.

  5. marcom il 5 febbraio 2013 alle 02:34

    molto bello



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