Memoria identità luogo

3 febbraio 2013
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Copertina_Borsa_fronte (E’ da poco in libreria un voluminoso tomo – Memoria, identità, luogo, Maggioli editore, 930 pag. – dove architetti, storici, critici del restauro e dell’architettura, urbanisti e paesaggisti, storici dell’arte, restauratori, filosofi, critici letterari e dell’arte insieme a scrittori e poeti, un regista, un food designer, un archeologo, un geografo scrittore di viaggi, un artista fonopittore, fotografi, teorici e critici di design e new media si interrogano e scrivono su temi legati alla memoria, all’identità, al luogo. Ho chiesto a chi ha coordinato il tutto, il “direttore d’orchestra”, alcune pagine della sua introduzione a questa collettanea che ovviamente consiglio. G.B.)

di Davide Borsa

L’idea che è all’origine di questo libro risale a una conversazione con un poeta, Stefano Raimondi, sul tema della relazione tra linguaggio e luogo. Per alcune fortunate circostanze, il progetto iniziale è andato in seguito sviluppandosi fino alla sua attuale configurazione con una ricchezza e profondità che sarebbe stato difficile, se non impossibile, immaginare all’inizio. La raccolta di saggi che compongono questo libro è infatti frutto di un work in progress, di un progetto partecipato e condiviso per il quale sono aumentati nel tempo i termini della riflessione – memoria, identità, luogo – e gli interlocutori che con le loro voci hanno offerto un contributo prezioso e originale. Ritrovarsi raccolti intorno alle “parole guida” che compongono il titolo del volume ha consentito agli autori assoluta libertà nella scelta dei temi di cui scrivere, a partire dalla propria formazione intellettuale e dall’identità disciplinare, spingendosi oltre confini artificiosi e rigide compartimentazioni tecnocratiche e proponendo ai lettori analoga libertà di approccio. Dalle trame che si sono delineate nei nostri dialoghi è emersa l’opportunità di richiamare le testimonianze di alcuni maestri (Ricoeur, Brandi, Brioschi, Torraca), chiamati a confrontarsi con i temi e le realtà dei loro tempi e che costituiscono per noi fondamentali termini di confronto e analisi. Maestri e allievi, testimonianze diverse ed eterogenee per identità generazionale e culturale, per formazione, ambiti di ricerca ed esperienze professionali hanno delineato un quadro multiforme che testimonia e conferma come dalla molteplicità e dal confronto di punti di vista e sensibilità anche distanti tra loro possa nascere l’occasione per sfide appassionanti e nuove prospettive di analisi e di ricerca per la cultura del progetto.

L’esito finale di questo lavoro riafferma il valore del progetto, non esclusivamente d’architettura, come catalizzatore di quelle risorse che si basano sulla centralità dell’uomo e dell’umano e sul compito di testimonianza di civiltà che il pensiero umanistico gli aveva affidato. È indispensabile riportare il progetto al suo specifico alveo culturale, celebrandone l’interdipendenza con le altre forme dell’espressione come la figura e il discorso e in primis con la parola e con la riflessione critica: il fine, come ricorda Paul Ricoeur, “non è quello di cominciare, ma, nel mezzo della parola, di ricordarsi: ricordarsi per poter cominciare”. Ripensare il progetto della memoria suggerisce che questa non sia destino né nemesi, ma che, al di fuori dell’obbligo imposto, del marketing scaltro, dell’opportunismo e della retorica, la memoria diventi matrice di storia operativa nel presente come progetto per il futuro, come dovere e responsabilità critica e, come ci ha insegnato ancora Paul Ricoeur, anche il frutto di una consapevole scelta etica. Ogni indagine, ogni esplorazione che ambisca a essere scientifica parte da una scommessa, da un’ipotesi da verificare. Ci siamo chiesti se, nonostante l’apertura e la varietà dei contributi, la diversità dei percorsi di studio e degli ambiti di ricerca sarebbero emerse tracce, affiorati significanti con cui disegnare i contorni di una mappa cognitiva che potesse intrecciare il senso della produzione del luogo, dell’identità e della memoria a una dimensione dinamica della cultura, non più intesa come sostanza immutabile, ma come dimensione della differenza. Una simile, ipotetica cartografia sarebbe sufficiente per considerare acquisita l’idea secondo cui la cultura, come ha scritto Arjun Appadurai, sia un processo di naturalizzazione di un sottoinsieme di differenze mobilitate per articolare l’identità.  La sfida di un pensiero critico della complessità deve considerarsi acquisizione perennemente in fieri, specie contro quanti sono ancora disposti a essere incantati dalle sirene dell’oltrepassamento e degli improbabili eterni ritorni, come quello oggi particolarmente in voga del “neo-post” realismo.  Viviamo nell’incessante scommessa di riuscire a emanciparci criticamente dall’eredità e dagli strascichi ideologici del secolo scorso,  che deve essere assimilata senza il conforto di ammiccanti scorciatoie come il presunto “pensiero debole”, combattendo per conquistare, oltre al lavoro, anche gli strumenti  metodologici per affrontare le nuove condizioni di produzione culturale del presente. In questo lavoro ci siamo aperti alla prospettiva del vicinato contestuale, lasciando affiorare nessi, esiti e potenzialità espressive possibili solo a partire da una radicale autosottrazione alle logiche strutturali – e dunque riproduttive – di reificazione e gerarchizzazione del sapere, privilegiando la componente nomadica senza rinunciare allo specifico e alla specificità, in una prospettiva di rieducazione al gusto della lettura, della scoperta o della riscoperta attraverso il recupero di esemplari testimonianze dirette e indirette che sono anche una suggestiva galleria di stili di scrittura e modelli di argomentazione. Un repertorio aperto delle forme del saggio, che oggi pensiamo seriamente a rischio di estinzione, sia perché si discosta dalle semplificazioni del dilagante approccio tecnico-informativo sempre più in voga, sia per il grottesco e delirante travisamento della lezione americana di Italo Calvino, spesso contrabbandato con le nuove possibilità aperte dalla multimedialità e dalle opportunità create dall’uso colto e creativo dell’innovazione tecnologica. Il rapporto della scrittura con la rappresentazione e con la memoria si rivela sempre cruciale, anche fuori dai limiti di un approccio esclusivamente e specificatamente autoriale. La scelta della metafora del luogo, organizzata intorno alla stretta relazione del testo con l’esperienza, è l’occasione di una verifica dell’idea di progetto, sia nella prospettiva dell’inventio (nella quale spesso designer, architettura e architetti vengono identificati in modo non sempre corretto), sia in quella della traditio; consente inoltre di esplicitare i legami trasversali costituiti dalle metaforizzazioni del luogo a livello simbolico e nei processi di ricodificazione e riproduzione in altri linguaggi e media. È  forse questo il dovere oggi più complesso e delicato di fronte al quale si trova la critica nella sua funzione essenziale di interpretazione, traduzione, commento e trasmissione dell’esperienza estetica, trasformando ad esempio le immagini in concetti e i concetti in immagini, come il pennello del pittore che fissa per sempre la sintesi materiale e spirituale di un momento nell’impressione sulla tela di una specifica forma, altrimenti perduta per sempre.

Creazione (ex nihilo, come preteso dall’avanguardia) o riproduzione, invenzione o comunicazione, l’avvenuta incarnazione poetica e artistica nella forma-sintesi materiale e la sua relazione con la cultura del progetto richiamano sempre i rapporti e le relazioni tra sapere – scientifico e non solo – e ricerca artistica. La memoria (come il suo contrario negativo, la rimozione) assume nella produzione dell’oggetto un ruolo centrale, si fa transfert emozionale nella sua relazione con la natura biologica e antropica, entrambe attraversate dalle nostre pratiche discorsive ed eidetiche. Su questi piani la relazione tra memoria, identità e luogo rappresenta per il sapere progettuale la base cognitiva di quel lavoro indispensabile di costruzione della cultura dell’immaginazione e della elaborazione prefigurativa indispensabile all’inventio progettuale.

Il postmoderno (al netto di mode, abusi, eccessi e distorsioni) ha senz’altro avuto nell’ambito della critica il merito di reimmaginare i rapporti con la storia e di riallacciare il tema dell’umano nella sua relazione con l’ambiente, la tecnologia e la scienza: ne ha problematizzato i confini e sottolineato i punti di crisi, contribuendo anche a costruire una rilettura critica del Moderno (e della tradizione nel suo complesso) che ne mettesse finalmente in luce le discontinuità e le incoerenze, infrangendo la falsa consequenzialità teleologica del suo ordine discorsivo. Entro questo orizzonte, le relazioni tra saperi specifici acquisiscono nuove profondità, generate da un quadro epistemologico mutato e aperto alle ibridazioni. All’interno delle specifiche declinazioni, delle proprie personali vocazioni poetiche, la cura e la tutela del patrimonio e della conservazione dell’opera-manufatto costituiscono il luogo per eccellenza della costruzione di un linguaggio che ambisce a non essere alienato né reificato e a farsi strumento di un nuovo progetto di costruzione di identità transculturale sovranazionale, lo stesso che è alla base del concetto di patrimonio dell’umanità.

 

Davide Borsa, architetto, dottore di ricerca in Conservazione dell’Architettura, è stato professore a contratto di Storia e critica del restauro al Politecnico di Milano. Collabora con «’Ananke», quadrimestrale di cultura, storia e tecniche della conservazione per il progetto e «Archphoto», rivista digitale di architettura e arti visive. Dal 2005 scrive per “Il Giornale dell’Architettura” e «Il Giornale dell’Arte». Ha pubblicato Le radici della critica di Cesare Brandi  per Guerini e Associati.

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