Quattro poesie

4 febbraio 2013
Pubblicato da

immagine di Pietro D'Agostino

di Marco Giovenale

Da Delvaux
(raccolta di prossima pubblicazione per Oèdipus)

 


Porgere l’incostanza
– suggerisce. Quasi cade.

Soltanto variare vale
– sogna nel doppio
sogno, la
domenica è lunedì, è
l’inizio, del respiro.


Per il resto – chiodatura, talco, tarma,
il contrario dell’acqua,
orma al contrario nell’acqua, e il dondolio
(mite) dell’asse (onesto)
certo dell’impiccatino



*



La casa è di un
altro adesso: l’architetto
ha consigliato come
girare murare
stanze finestre – aprirne
di migliori.

Datteri, damasco, ossi ribruciati. Vede.
Per ogni vuoto che la lingua avverte in bocca
stanno medie fami che incoccano
altro
– segno di mancanza. Proiettato.

Nel costo irreale (irrealizzabile)
delle parole i propri
conti piccoli reali alzati
sollevati, musi chiusi fuori



*



             mentre aspettano,
già che sono lì sono
fucilati. Quelli fuori
vivi vanno avanti ad aspettare



*



Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro



[Immagine di Pietro D'Agostino]

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25 Responses to Quattro poesie

  1. Simone il 4 febbraio 2013 alle 18:39

    leggo poesie e spesso mi dico:
    «dipenderà da me?
    il fatto che non mi suscitino alcuna emozione.»

    Poi vedo un tramonto
    o il sorriso d’una giovane
    madre e d’emozioni
    ne sento un bel po’.

    oh voi che di me siete più bravi,
    come mi spiegate
    questo fenomeno?

  2. nc il 4 febbraio 2013 alle 19:57

    sono le epifanie del quotidiano. tutto in regola, Simone.

  3. véronique vergé il 4 febbraio 2013 alle 20:23

    Quando la parola si fa sasso.
    La parola nuda nella sua verità
    Una poi un’altra senza indicare
    Unica. Vestita della sua vita.

  4. NARDA FATTORI il 5 febbraio 2013 alle 06:21

    E’ una poesia che rifugge dalla immediata comprensione e cerca fra le pieghe delle parole e del dettato il senso e il significato. Costruite con eccellente maestria giungono all’emozione attraverso percorsi soprattutto cerebrtali. Non ambiscono essere ambigue, tendono ad una comunicazione profondo, sotto la superficie delle cose e degli eventi.

  5. Espen il 5 febbraio 2013 alle 14:00

    Rifugge non solo la mente,
    ma neanche col cuore si sente.
    E’ musica, canto, poesia
    o è futile glossolalia?

  6. bibliografia di Marco Giovenale « slowforward il 5 febbraio 2013 alle 14:22

    […] __quattro frammenti da Camera di Albrecht in Nazione indiana __quattro testi da Delvaux in Nazione indiana    poesie e prose in inglese, in francese, in spagnolo, in tedesco: __several texts in […]

  7. lorenzo carlucci il 6 febbraio 2013 alle 21:32

    caro simone,

    che qui sopra ti chiedi perché la vita ti dia più emozioni delle poesie di giovenale: non c’è da stupirsi. la vita, la realtà hanno infinitamente più determinazioni e implicazioni e immediatezza e con ciò potere di muovere a compassione ed emozionare di quanto possa averne un prodotto artistico (che ne è parte). la buona arte è capace di emozionare e muovere a compassione (per esempio io ieri ho pianto davanti a un video di kentridge) ma non è giusto chiederle di farlo quanto la vita. d’altra parte la tua descrizione di ciò che ti emoziona e commuove non è per nulla commovente ed emozionante, bensì piatta e anodina. il che forse ti indica la fonte del problema.

    qui poi che tu ti confronti col frutto di una poetica che programmaticamente rifiuta il coinvolgimento emotivo del lettore (sulla base di una estetica e di una antropologia quelle sì certamente discutibili) il tuo paragone con “la vita” e “la realtà” ha ancor meno ragion d’essere.

    che poi gli assunti delle avanguardie di questo secolo e del secolo scorso – assunti essenzialmente positivisti – vengano oggi smentiti proprio da una disciplina scientifica, ossia dalla neuroestetica che indica nella “compassione” (Einfu”hlung romantica via neuroni specchio) una componenente essenziale della fruizione estetica – anche dell’arte astratta e concettuale! – è solo uno scherzo del destino, o un’espressione di una dialettica delle idee che potrà dar luogo (molto probabilmente a breve) a esagerazioni e sbilanciamenti altrettanto
    gravi di quelli sempre correnti.

    nihil sub sole novum?

    ciao,
    lorenzo

    • Simone il 7 febbraio 2013 alle 19:15

      ciao Lorenzo,

      grazie che mi hai spiegato bene come stanno le cose.
      Comunque non ti devi spaventare, io non ho mica la pretesa di emozionare nessuno con le mie parole. cia

  8. daniele ventre il 7 febbraio 2013 alle 12:54

    omne sub sole antiquum

  9. andrea inglese il 7 febbraio 2013 alle 23:29

    che bello che giovenale scriva libri, dentro cui il linguaggio fa cose che non esistono in natura, e ogni volta si scopre una piega sintattica imprevista, e dove stanno scritte cose come:

    mentre aspettano,
    già che sono lì sono
    fucilati. Quelli fuori
    vivi vanno avanti ad aspettare

    • rmorresi il 9 febbraio 2013 alle 13:08

      concordo; penso, per es., a quel che fa l’a capo qui:

      La casa è di un
      altro adesso

      dove la spezzatura trasforma la prosodia ‘normale’, “adesso” passa da avverbio a sostantivo, e la casa è ancora, ora, mentre appartiene a un altro tempo, parallelo a questo

      io mi entusiasmo per ‘ste cose

  10. f. il 8 febbraio 2013 alle 14:28

    sartor resartus

  11. Luigi B. il 9 febbraio 2013 alle 11:29

    Come al solito, Giovenale non si smentisce mai nonostante tutto, riuscendo a mantenere un livello di coerenza che personalmente mi impressiona.
    E come al solito, un certo tipo di scrittura non si smentisce mai, riuscendo a provocare sempre forti reazioni che però sono sempre uguali e mi son venute a noia.

    Mi fa specie che ci sia sempre il “Simone” di turno che lamenta di certa scrittura un’assenza di suggestioni suggerite, che poi è lo stesso “Simone” di turno che inneggia alla libertà ogni volta che gli si dà la possibilità di farlo.

    Il problema è che dev’esser vero ciò che disse quello che disse che l’uomo della libertà non sa che farsene perché non sa usarla.
    E se non si è in grado di usare un testo come spazio deliberativo – come quel luogo in cui, attraverso l’atto di libertà che è la scelta, l’arbitrario assume un senso – come possiamo pensare di riuscire ad usare il mondo intero e la vita allo stesso modo, dopo aver conquistato la tanta agognata libertà con cui rompiamo continuamente i coglioni nelle piazze?

    Chissà che l’assoggettamento a certe pratiche elettive – le crocette agli esami della Bocconi o quelle delle urne alle elezioni – ci fanno confondere la libertà di scegliere le opzioni con la libertà di costruirle queste opzioni, inventandole o reinventandole.

    Allora, magari, è il caso di mettere dei quiz a crocette nei libri di poesia, e di usare retoriche sfacciatamente stereotipate per dare una mano al povero lettore con difficoltà ad emozionarsi. Si contempla l’aiuto da casa.

    @ Lorenzo Carlucci (con il quale discuto sempre molto volentieri già che quasi mai sono d’accordo con la sua visione su questi temi) dico che se davvero i neuroni specchio fossero una componente essenziale della fruizione estetica, allora staremmo forse ancora disegnando pittogrammi di mammuth sulle pareti degli appartamenti con sangue di bisonte.

    Ma ammasso pure il fatto che ciò fosse vero (dei neuroni a specchio dico), per quanto mi riguarda l’interesse è rivolto piuttosto al resto di miliardi di neuroni che specchio non sono e che per questo contengono geneticamente nel loro nuclero la possibilità.

    Se poi non ho capito male (cosa possibilissima) la poetica di certi tipi di scrittura, più che rifiutare programmaticamente il coinvolgimento emotivo del lettore, rifiuta programmaticamente la standardizzazione semiotica e retorica di tale coinvolgimento.

    Si presenta del materiale linguistico che si offre come campo di significazione e non di significato: più che suggerire al “Simone” di turno come deve amare, soffrire, odiare, deprimersi o togliersi le caccole dal naso, si offre al “Simone” di turno il materiale (linguistico ma non solo) per fare tutto ciò secondo la propria natura – che essendo in parte derivata dal passato di ciascuno (lettore) non può in nessun modo appartenere a chi scrive, il quale, sapendolo, non avanza nessuna pretesa in tale campo poiché non gli compete.

    Visto che siamo in vena di latinismi, è come se questa scrittura dicesse: “Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur”.

    Ora, la domanda è: non è che forse proprio un eccessivo uso dei neuroni a specchio rischia di portare ad esagerazioni e sbilanciamenti altrettanto gravi di quelli (da) sempre correnti?

    Luigi B.

  12. f. il 9 febbraio 2013 alle 14:17

    propongo l’abolizione di tutti i simone di turno (sic!)
    non solo non capiscono un cazzo, ma con i loro interventi idioti distolgono i lettori dalla doverosa contemplazione entusiastica della piega

  13. Undadoacentocinquantaquattrofacce il 9 febbraio 2013 alle 14:48

    ma non è lecito dir “mah” del testo
    il cui senso mi viene delegato
    in modo vagamente disonesto?
    (quel gruppo, aspetta, chi l’ha fucilato?)

    si veda, campeggiante sopra questo,
    il nome dell’autore ben vergato:
    il proprietario, insomma, è manifesto,
    non certo chi l’ha letto e interpretato.

    E pur vigliacco appare questo modo,
    che se qualcuno criticasse il senso
    gli si potrebbe dir “non hai compreso”

    sciogliendo con un taglio netto il nodo,
    così che un crogiolarsi nel consenso
    sommerga quel commento che ha trasceso.

  14. Luigi B. il 9 febbraio 2013 alle 16:05

    al sonettatore: si certo. E io posso dire “boh” al tuo “mah”? anche se non faccio le rime?

    pensare che usare forme standard con le rime e i misurati metri sia più onesto mi sembra davvero una presa per il culo.
    Se ti è difficile capire chi ha fucilato quel gruppo, guarda più telegiornali e leggi più libri di storia degli ultimi 2000 anni: magari qualche gruppo che gli assomiglia lo trovi.

    Il senso non ti viene delegato e soprattutto non ti viene imposto: insomma, pensa pure quello che ti pare ti vien detto.
    Se ora solo non sei capace, questo non è certo un problema della poesia che hai letto.

    Il proprietario, come dici, è del testo, non delle sue implicazioni. Non è certo disonestà né un pilato che si lava le mani; è piuttosto un segno di rispetto e di fiducia in chi legge che si ritiene abbastanza intelligente da non dovergli imboccar parole che non sono sue. Evidentemente, però, non sempre è così.

    Non c’è nessun senso da criticare, a meno che non vuoi litigare con te stesso, proprio perché il tuo senso è decisamente differente dal mio in quanto persone fatte di un passato differente. E allora non c’è più critica (e nemmeno consenso) del senso, ma solo (si spera) scambio di quello.

    Con tutto ciò, non ho capito che parte di:

    Nel costo irreale (irrealizzabile)
    delle parole i propri
    conti piccoli reali alzati
    sollevati, musi chiusi fuori

    non si è capita bene. Se trovo un minuto magari faccio un power point con le istruzioni.

    L.

  15. lorenzo carlucci il 9 febbraio 2013 alle 21:08

    ciao luigi, che mi scrivi:

    “@ Lorenzo Carlucci (con il quale discuto sempre molto volentieri già che quasi mai sono d’accordo con la sua visione su questi temi) dico che se davvero i neuroni specchio fossero una componente essenziale della fruizione estetica, allora staremmo forse ancora disegnando pittogrammi di mammuth sulle pareti degli appartamenti con sangue di bisonte.”

    a dire il vero non capisco cosa c’entrino i bisonti. si parlava di meccanismi neurologici della fruizione estetica, non di evoluzione delle forme artistiche nel tempo (la neuroestetica ha qualcosa da dire anche sull’evoluzione delle forme artistiche, ma non era qui la questione). non credo ci sarebbe da stupirsi se alcuni meccanismi neurologici fossero rimasti immutati da quando ci piacevano i pittogrammi a quando ci sono piaciuti burri e manzoni (e i pittogrammi).

    scrivi poi:

    “Se poi non ho capito male (cosa possibilissima) la poetica di certi tipi di scrittura, più che rifiutare programmaticamente il coinvolgimento emotivo del lettore, rifiuta programmaticamente la standardizzazione semiotica e retorica di tale coinvolgimento”

    accolgo la tua correzione, credo che sia corretta. però credo anche che evitare la standardizzazione semiotica e retorica sia una necessità di tutte le creazioni artistiche originali. se così fosse la differenza starebbe soltanto nel “rifiuto programmatica” versus un rifiuto implicito.

    non so perché mi viene in mente il seguente passo di alberto ronchey (da “accadde in italia 1968-1977”, Garzanti 1977, pp. 8-9):

    “L’utopismo esistenziale, fenomeno complesso, all’origine straniero e frequente anzitutto fra le ultime generazioni, è troppo esposto all’osservazione comune perché si debba descriverlo, salvo aggiungere che è tale perché tende a ribellarsi a un sistema politico e sociale esistente, a nome d’un altro inesistente, anche per alienazioni che appartengono in realtà al vivere stesso.”

    cui segue la godibilissima nota a pié di pagina:

    “Esempio: <<La perfetta organizzazione di assistenza sanitaria svedese non ha eliminato le malattie, il sistema capitalistico ne ha piuttosto generato molte nuove, che l'estendersi di quel tipo di assistenza (più ospedali e più medici, ma gli stessi ospedali e gli stessi medici) non risolve" L. Castellina, Di che muore la socialdemocrazia, in Il Manifesto, 21 settembre 1976."

    saluti,
    lorenzo

    ciao
    lorenzo

  16. Luigi B. il 10 febbraio 2013 alle 11:03

    Ciao Lorenzo,

    i bisonti c’entrano (a mio modo di vedere) nella misura in cui si tirano fuori concetti come neuroestetica e neuroni specchio.
    Sicuramente ci sono elementi residuali delle nostre, diciamo, origini. E volendo, sarebbe interessante riuscire a trovare il punto di contatto tra un pittogramma preistorico e un dipinto di Monet.
    Molti dei nostri comportamenti vengono determinati dall’apprendimento imitativo attraverso i neuroni specchio – per esempio camminare. Però con lo stesso meccanismo, siamo passati dall’arrampicarci sugli alberi ai 100 mt delle olimpiadi.
    Non bisogna sottovalutare, secondo me, i salti di Kuhn che determinano i cambi di paradigma – nella scienza come in qualunque altro campo della conoscenza umana.
    Dunque se dai pittogrammi siamo passati a Monet, dovrà pur esserci stato qualcosa oltre i neuroni a specchio, no?

    Sicuramente il rifiuto della standardizzazione retorica e semiotica è implicito in tutta la poesia – per definizione.
    Però è anche vero che molta poesia si pone come campo di significato tutt’al più da decifrare piuttosto che come campo di significazione da determinare.
    Esiste cioè un tipo di scrittura che è l’espressione dell’impossibilità di definire e/o offrire un campo di significato in grado di abbracciare una interpretazione valida universalmente. Direi di più: è un tipo di scrittura che non è proprio interessata a tale obiettivo. Al contrario, essa rappresenta il risultato di una forma espressiva della “realtà ai tempi della sua riproducibilità artistica”.
    Riprodurre l’arbitrarietà e il continuum del reale è, per tale scrittura, più importante che suggerire un significato o una interpretazione.
    Ciò che assume decisamente più importanza rispetto a tutto il resto è l’esperienza piuttosto che il senso – che, perciò, viene delegato.

    Per riprendere il tuo esempio: ci sono delle poesie che, come la sanità svedese, vorrebbe eliminare le malattie del linguaggio; poi ci sono delle scritture che le malattie le riproducono (o cercano di farlo). In tal senso, non vedo nessun riferimento al positivismo. Al contrario, vedo una dimostrazione linguistica della sua sconfitta.

    Credo allora che l’oggetto di indagine di questa scrittura sia l’esperienza in sé e per sé, come direbbe Sartre, e non la sua interpretazione o contestualizzazione o spiegazione. I fucilati possono essere quelli della guerra civile spagnola o quelli sparati dalle SS, non ha importanza. Ciò che ha valenza è l’essere fucilati, l’esperienza di star lì, in piedi, e siccome si era lì allora la fucilazione. Non c’è perché, non c’è contesto – e se c’è non importa. Perché il dolore, l’orrore, la paura, il cedimento sono tali indipendentemente dal contesto senza che esso ne cambi l’intensità.

    un abbraccio
    L.

    • lorenzo carlucci il 10 febbraio 2013 alle 22:15

      caro luigi,

      ti dico francamente che non ho intenzione di avventurarmi in una discussione pubblica sulla poetica dell’autore dei quattro testi qui sopra. mi sono fatto una certa idea di quanto di lui ho letto finora e l’ho espressa alcune volte. non ho un’idea su quanto scriverà in futuro. sono comunque disponibile a discuterne in privato se ce ne fosse bisogno.

      posso dirti però che se è vero che quello che scrivi, ossia che “Riprodurre l’arbitrarietà e il continuum del reale è, per tale scrittura, più importante che suggerire un significato o una interpretazione” allora posso dirti non mi interessa granché perché mi sembra un progetto di mimesi di basso grado probabilmente votato all’insuccesso.

      sono intervenuto qui sopra per rispondere ai dubbi di simone con una “difesa” credo abbastanza equilibrata delle ragioni della poetica in questione.

      riguardo alla neuroestetica: come ti ho detto questa disciplina ha qualcosa da dire *anche* sull’evoluzione delle forme artistiche, cosa che sembra interessarti (anche se a me in questo caso interessava più la questione delle “costanti” della fruizione estetica). se vuoi scrivermi ti posso indicare cosa.

      ciao,
      lorenzo

  17. enrico dignani il 11 febbraio 2013 alle 13:59

    Tempo è si mormori
    Da ognuno il tenero
    Canto che i palpiti
    Raddoppia al cor.

  18. Luigi B. il 11 febbraio 2013 alle 18:20

    Mah, Lorenzo, in realtà è possibile allargare la discussione al di là della poetica del singolo autore.
    Non so se ciò che scrivo sia vero o meno; è però una mia interpretazione, cioè l’atteggiamento che assumo quando leggo questo tipo di scrittura – atteggiamento che cambio ogni volta che leggo a seconda del tipo di testo, come quando se vado al cinema in 3d metto gli occhiali per vedere qualcosa che, se volessi vederla come se vedessi la proiezione di una pellicola tradizionale, mi sembrerebbe sfocata. E la colpa non sarebbe del film.
    Detto ciò, in non sono entrato in merito al successo o insuccesso o alla bontà o non bontà dei testi qui proposti e simili – qui il discorso supera sia l’estetica che la neuroestetica, almeno secondo quelle che sono le mie letture e le mie interpretazioni sull’argomento.
    Non credo che il progetto si limiti ad una mimesi di basso grado. Credo invece anch’io che sia (intrinsecamente) votato all’insuccesso – insuccesso rispetto a quelle che sono le mie aspettative rispetto alla letteratura, che però sono mie.
    La questione è che anche altri tipi di testi (tutti) ed altri tipi di poetiche (tutte) sono ugualmente votati all’insuccesso (sempre secondo quelle che sono le mie aspettative di “senso” o di “fine”).
    Per quanto riguarda Simone, invece, mi sembra non abbia colto né la portata di quanto qui discusso né tantomeno la portata di quanto lui stesso ha espresso.
    Per aiutare Simone bisogna che ti nascondi dietro di lui con un palloncino e un ago e glielo faccia scoppiare nelle orecchie. Poi gli dici: ecco, questo è uno spavento. Ora togli la maglietta e passami la frusta che passiamo al dolore e non temere, arriverà anche il momento dell’amore.
    Volentieri proseguiamo via mail, dritte sulle letture sono sempre benvenute!
    L.

  19. Undadoacentocinquantaquattrofacce il 13 febbraio 2013 alle 14:44

    ma infatti l’onestà non è nel metro a specchio
    di un qualche giusto sopra sotto nuovo vecchio
    figurarsi della rima (quella rompicazzo)

    e il senso non mi è imposto, ma in quel fucilati
    tu non presupponi che nessuno possa averlo meritato
    un bel colpo di fucile nella nuca o nella testa
    (cosa che in tutta franchezza ben mi sento di negare)?

    d’altronde di che parlo se tra i fucilati può ben essere dell’altro
    la metafora di un vivere e morire circolare ed estenuante
    l’indifferenza tra viventi e morti e via avanti disarmando:
    mais ou sont les neiges d’antani?

    e dov’è il non ovvio in tutto questo se non c’è incarnazione ovvero vita ovvero referenzialità?

    ↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓↓

    poesia è un discorso con un ritmo più marcato o
    poesia è un disosso di un qualcosa già interrato o
    poesia è un rimosso parcheggìo in senso vietato o
    poesia è un ricorso al balbettìo deliberato o

    parole giustapposte dagli un senso se ti piace non esiste
    se qualcheduno te le ha messe lì in quel modo e pure il dada
    che è servito per un giorno e voleva dire fine (elenco in alto, la terza)
    te le ha messe perchè materializzassero una strada

    la scelta certo è mia se perder tempo ad imboccarla
    andare contromano in retromarcia testacoda o star lontano
    ma nondimeno è scelta vincolata a scelte altrui
    non c’è fiducia o furbizia o pantano postmoderno
    (arbitrarieà del reale!? e chi l’ha fucilato?)
    che possa cancellare questo fatto e qui sta il punto

    questa strada è troppo comoda perchè può andare dove meglio aggrada
    l’autore è troppo libero di usare il jolly del teletrasporto ←
    (l’ego TARDIS) con quel non essere in un dove che sia altro da sè stesso ← ←
    col gusto trito di giustapporre parole intercambiabili purchè inattese ← ← ←
    laddove il senso così fondo delle cose normalmente è un ovvietà un pò riarrangiata ← ←
    o qualche immagine d’immagine che aspira inutilmente all’interesse altrui ←

    ed io con l’ovvio non ho alcun problema (vivo d’ovvio fino a che respiro)
    ma tanti tanti tanti col mistifichìo di mefistelli dalla posa languorosa
    che replicano ancora il vecchio vizio vatereccio con destrezza da mazziere
    al banco delle tre carte (trova l’Io che ha qualcosa da dire, è qui?
    -un signore affianco gioca e vince la sua aura intellettuale, gioca anche tu)
    negando all’infinito e spacciandosi per altro più smagliante e nuovo nuovo (elenco in alto, la seconda)

  20. antonio bux il 8 marzo 2013 alle 02:43

    Vedo con piacere nuovi testi di Marco, e vedo che tornerà a pubblicare con Oèdipus…ho già il suo criterio dei vetri, molto intenso, pubblicato con loro. Devo dire che la sua scrittura, la piega che la distingue, rimane sempre ferma al suo lavoro sottotraccia, mai pago, e comunque coerente con la sua ricerca.

    Sperando di leggere presto il libro, un saluto

    Bux

  21. Francesca Valente il 24 marzo 2013 alle 00:18

    È sempre un piacere ritrovare Marco. Tornare a casa.



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