Inedite

8 febbraio 2013
Pubblicato da
di Daniele Ventre
 
1.
 
Sarebbe dolce salpare seguendo i sussurri piani
tra fuochi lungo le rive d’oceani e cuori di palma:
cullati su un legno lieve abbandonarsi alla calma
piatta dell’onda tranquilla fra scie di sogni lontani.
 
Ma il gioco si chiuderebbe secondo il copione antico
degli albatri zoppicanti fra risa di marinai
fenici (alla fine muti fra allegri canti di lai
inghiottirebbe noi tutti ingordo il gorgo lubrico).

 
2.
 
Mi chiedi poi se le voci
sappiano prendere norma
e carne viva fra l’ombra
disintegrata dei volti.
 
Io non lo so: ma tu centra
la forma e le circostanze
abita le vicinanze
contro la fuga che qui ti decentra.
 
Riprenditi le ragioni
e le parole rimosse:
poco ci importa dei topi
qui partoriti da cime terremotate e percosse.
 
 
3.
 
Il numero che vi seduce
è forse solo un gioco strano
di consonanze, un tempo umano
scandito all’ombra che ricuce
il tessuto stanco dei mondi. 
 
Eppure non sai la carezza
che ritma i sussurri profondi
del vento, che spettina i rami
contro il senso fatuo che trami,
contro la farsa che ti spezza.
 
 
4.
 
A volte nelle scorie del trascorso
riconosci un residuo di ragioni
segnate nella forma del rimorso.
 
Nella scelta che adesso ricomponi
con le rughe tracciate sul tuo volto
dal tempo cerchi senso alle visioni
 
che in figura ti mutano all’ascolto
del silenzio e alla voce che l’angoscia
ti sussurra dal buio che t’ha avvolto.
 
Così sogguardi la pioggia che scroscia
lungo le sbarre liquide dei vetri
vittima del tuo giorno che t’angoscia.
 
E in quel tuo giorno raggricciato impietri,
o forse ti dischiude orma e spiraglio
la ragione leggera degli ipetri.
 
Così gli incerti luccichii d’abbaglio
ti rendono meschino all’occhio quieto
che ti carezza in turbini di maglio.
 
E forse meglio ti sorride il lieto
trascorrere dei giorni senza ruggine
e senza questo interrogarsi vieto
 
che ti macera dentro: tu rifuggine
l’incanto che s’avvita attorno al nulla
per vita che il destino orba, tu fuggine
 
l’inutile rovello che ti culla,
lasciati vivere al giorno che viene
e al caso che nei dadi si trastulla
 
per paradosso e scandalo alle scene
che irridono sé stesse e la commedia
battuta al ritmo alterno delle vene,
 
al polso delle attese che t’assedia.
 
 
5.
 
Nel tempo che scorre uguale ascolti le strane ragioni
che gli uomini inventano ancora per credere che abbia effetto
il suono di troppe voci sull’ordine senza spiragli.
Sì forse potresti ancora ascoltarla, un’eco di forme,
nel cupo silenzio dei grumi di materia senza ragione,
se solo si avesse il senso e il pudore di non credersi unici
padroni di qualche vero o di qualche formula arcana
che gli altri (gli sciocchi!) non hanno, gli altri, che seguono il tempo
secondo la loro specie.
Ma non crederci che la parola
sporca, gettata in un angolo ti dia la patente del vero
(per tua benevola sorte) o qualche misura del bello,
se intanto di là dai gridi fiochi di pazzi e giullari
il tempo ricorre uguale e così la favola antica
che scandisce il segno al declino.
Così la parola vuota,
la voce limpida e astratta, che non sa riempirsi di corpo,
si tende sul corpo scabro delle rocce con nudo tessuto
di rete sdrucita dall’onda. Si perde su nubi impalpabili
e su grumi lievi di nebbia, e ancora tutto la sfugge:
il senso dell’erba ingiallita e dell’iride d’acqua e benzina,
il senso degli alberi fiacchi lungo i viali d’autunno
la ragione dei passi stanchi che i viali d’autunno ascoltano,
adesso che rughe assorte ti scavano dentro la mente.
 
 
 

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2 Responses to Inedite

  1. […] By unadiuno13 ¶ ¶ Tagged Daniele Ventre ¶ Lascia un commento Mi chiedi poi se le voci sappiano prendere norma e carne viva fra l’ombra disintegrata dei volti.   Io non lo so: ma tu centra la forma e le circostanze abita le vicinanze contro la fuga che qui ti decentra.   Riprenditi le ragioni e le parole rimosse: poco ci importa dei topi qui partoriti da cime terremotate e percosse.  Daniele Ventre […]

  2. nc il 10 febbraio 2013 alle 21:04

    sono molto belle. la quinta è splendida.



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