Ci vuole molta classe nella lotta

9 febbraio 2013
Pubblicato da

ursuladi
Chiara Di Domenico

Mi presento. Mi chiamo Chiara Di Domenico, sono la prima laureata della mia famiglia: una laurea in Lettere, vecchio ordinamento, che pensavo di utilizzare per insegnare, ma poi qualcuno ha deciso che ci voleva una specializzazione, e mi sembrava stupido ripetere gli stessi esami solo perché era stato deciso così.Sono diventata libraia alla libreria Martelli di Firenze (catena Edison, la stessa che ha appena messo in cassa integrazione tutti i suoi dipendenti), dove un incauto business plan ci ha sballottato fuori dalla libreria in 11 e sparpagliati nelle altre librerie, fino a lasciarci per strada.

Così ho continuato a lavorare, testardamente, nell’editoria. Ho fatto un master universitario, e senza passare per lo stage ho iniziato a lavorare con le edizioni Fernandel. Chi mi conosce sa la storia dei miei ultimi anni. Non vale la pena ricordarla nel dettaglio qui, perché non è che una delle tante. Proprio per quella storia, che è una storia vincente, visto che oggi posso permettermi di investire 600 dei miei 1.200 euro di stipendio in un monolocale a Roma, il Pd mi ha scelto giovedì per parlare di lavoro. Esordendo l’ho detto: «Sono la precaria ignota», rappresento una categoria che stringe i denti e sacrifica tempo e fatica nella speranza di un po’ di normale stabilità. Non sono tesserata Pd, non sono mai stata tesserata. Insieme ad altri precari da due anni organizziamo un festival, «Mal di Libri», che dà voce ai tanti (bravi) scrittori e lavoratori ignoti che hanno difficoltà a trovare spazi.

Oggi lavoro per una casa editrice che rispetta il mio contratto a progetto.Ieri ho parlato per 8 minuti del nostro lavoro. Di chi si è stancato di firmare un contratto a progetto senza obbligo di ore e si ritrova paradossalmente a fare straordinari che non gli verranno mai pagati. Di chi è costretto ad aprirsi la partita iva pur avendo un solo datore di lavoro. Di chi viene mandato a casa, sostituito da un apprendista, perché così è lo stato a pagare le tasse, e non il suo datore di lavoro. Per anni accetti. Ti metti in gioco. Poi ti accorgi che passano gli anni e niente cambia.

Per anni mandi lettere, come un San Girolamo dal deserto, ai giornalisti, ai direttori di testate, agli uomini e donne di spettacolo e di cultura. Alcune sono diventate note sul mio profilo facebook. Una volta ho invitato il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano a venire nel mio quartiere a conoscere i precari di cui parlava spesso. Ha voluto il mio numero, mi ha detto «La contatteranno». Silenzio.Ho scritto una lettera a Federico Fubini, giornalista del Corriere della Sera, che portando ad esempio Angelo Sraffa dice che siamo incapaci di farci sentire. L’ho invitato a una cena collettiva, lui mi ha proposto un incontro nella sua città. Allora ho deciso di farci sentire.

invasioni C’è un elefante, nel salotto letterario dove lavori ogni giorno. È davanti agli occhi di tutti, ma tutti fanno finta di niente. E quell’elefante è un ricco collage di ruoli e nomi noti. È forte a destra come a sinistra, e quella parte sinistra fa ancora più male. Io ieri ne ho fatto uno di questi nomi, non per attaccare, ma perché in questo paese, in un sistema di informazione ormai improntato solo sullo scandalismo, devi fare scandalo per fare sentire la voce tua e della classe che rappresenti. Ho fatto un nome che conosco, quello di Giulia Ichino, perché mi ha colpito leggere che è stata assunta da Mondadori negli stessi anni in cui in Italia si attuava la Legge Biagi. Mi ha colpito che fosse stata assunta a 23 anni quando molti di noi a quell’età hanno giusto la possibilità di uno stage non retribuito. In questo paese è ancora legittimo stupirsi e avere libertà di parola. Ho detto che c’era un elefante nel salotto letterario. E l’elefante finalmente si è accorto del topolino. Si è alzato, ha gridato «allo squadrismo».

Ha detto che ero strumentalizzata dal Pd, come se non sapessi leggere e pensare da sola. Non importa. Non sono una squadrista. La libertà di parola vale per me e per tutti. Ma è importante riportare l’attenzione sui precari, chè è il motivo di tutto questo rumore. Giovedì l’ho detto a Bersani e a tutto il gotha del Pd presente: chi ha potere ha responsabilità. Ha responsabilità Bersani, nel proporsi come prossimo Presidente del Consiglio, nel riformulare una legge sul lavoro che permetta un futuro, una casa, un’istruzione e una pensione agli italiani di oggi e di domani. Ma ha una responsabilità anche chi ricopre ruoli stabili nelle aziende, nel tutelare chi è più debole. In Mondadori non sono tutti assunti.

Molti lavorano a contratto a progetto, peggio a partita Iva. Chi è testimone di questa disuguaglianza deve intervenire. Ora che tutti guardano l’elefante bisogna intervenire, e occuparsi di chi è costretto a non partorire, a vedersi decurtare lo stipendio pur di avere un lavoro, a chi si ritrova a pagare migliaia di euro di tasse perché il suo datore di lavoro lo vuole ma non vuole prendersi i rischi di un’assunzione. Chi prende i tram, chi ascolta i discorsi per strada, lo sa quanto questo è diventato frequente. Troppo frequente. Io sono solo un topo, che ha osato guardare negli occhi un elefante. Mi hanno accusato di un «attacco ingiusto». Non ho mai alzato la voce. Non ha mai minacciato. Mi sono solo chiesta come si possa andare avanti a fare finta di niente. A guardare indifferenti chi non ce la fa più.

A vedere le differenze e dire che siamo uguali. Io sono uguale a V. a cui è stato proposto di licenziarsi dal suo tempo indeterminato per farsi riassumere quando avrà finito il periodo di maternità. Sono uguale a chi non dorme più. E tutta l’istruzione, tutta la cultura illuminista, e i diritti acquisiti negli ultimi cinquant’anni, mi dicono che anche il figlio di un tramviere ha diritto di fare, bene, e sereno, il lavoro per cui ha studiato. E se molte persone hanno la fortuna di crescere con una bella biblioteca in casa, anche altri hanno diritto di usufruire delle biblioteche e delle scuole pubbliche. Quelle che stanno cercando di toglierci, quelle per cui fino ad ora si è fatto troppo poco. È lotta di classe questa?

A me interessa solo che i diritti valgano per tutti. E che si regolamenti, finalmente, il mercato del lavoro, sui diritti, e non, come qualcuno ha detto, sulla fortuna. Facciamo delle nuove quote. Dopo le quote rosa, facciamo le «quote qualunque»: per ogni cognome eccellente assunto, due ignoti meritevoli assunti. Non è una provocazione, non è aggressione, forse sì, è lotta di classe.

Pubblicato sul Manifesto di oggi

Sulla querelle si veda il bell’articolo di Gennaro Carotenuto

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33 Responses to Ci vuole molta classe nella lotta

  1. sergio garufi il 9 febbraio 2013 alle 13:58

    stas gawronski, conduttore di cult book e sdedicente critico letterario. io avrei fatto quel nome.

  2. francesco forlani il 9 febbraio 2013 alle 14:14

    Piccola nota a margine

    L’errore più grande in questa vicenda sarebbe quello di prendere partito per una, Chiara, o l’altra Giulia . Per questo ho molto apprezzato la prima parte dell’articolo di Christian Raimo pubblicato su Minima & Moralia. http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-proposito-di-una-polemica-diventata-personale-che-potrebbe-essere-invece-unoccasione-importante-di-dibattito-per-un-partito-come-il-pd/ Trovo invece allucinante e terroristica la levata di scudi che c’è stata contro Chiara da parte dei poteri forti della comunicazione. Un’azione che in qualche modo conferma l’ipotesi immobilista e nepotista che ha scatenato il tutto.
    Come quando Gramellini sulla Stampa, scrive: La precaria del Pd che espone…eccetera eccetera. Se non ti nomino tu non esisti, pare di leggere tra le righe. Si chiama Chiara Di Domenico, Gramellini, quelle tristesse! effeffe

  3. Massimiliano Manganelli il 9 febbraio 2013 alle 14:34

    Forse il problema non è di carattere personale.
    Ha ragione Raimo: il problema è l’uguaglianza. E il lavoro.
    Il vero scandalo è dire: cari signori del PD, in questo paese la disuguaglianza è aumentata anche grazie a voi, ai vostri amichetti Treu e Ichino ecc.
    Ora che avete intenzione di fare?

  4. tobuto il 9 febbraio 2013 alle 15:29

    Chiara, la libertà di parola è fantastica quando si tratta di esprimere un concetto. Ma quando dai implicitamente della raccomandata, senza alcuna prova, a una donna che non si è mai occupata di politica, ottieni che molti esercitano la loro libertà di parola per dire che il tuo è stato un attacco vile e ingiustificato.
    Io capisco che volevi esprimere un concetto – giustissimo, anche. Ma potevi tranquillamente farlo senza diffamare una persona che ha l’unica colpa di essere figlia di un nemico del tuo partito.
    Ciao.

  5. u. il 9 febbraio 2013 alle 16:06

    Se voleva fare un servizio alla causa dei precari, Chiara di Domenico ha sprecato la sua preziosa occasione. Invece di parlare di mercato del lavoro ha voluto attaccare una persona, e tutto il resto si è perso.
    E si è perso giustamente, perché le persone civili hanno ritenuto in primo luogo non di discutere l’argomento del dibattito, ma di difendere la dignità di una lavoratrice tirata in ballo per pura invidia ed esasperazione.
    E vedo che ancora non capisce il suo errore.
    E’ un atteggiamento comune, il suo: ribellismo populista condito da lagne di varia natura. Io sono un insegnante precario e non prendo certo 1200 euro al mese, ma non permetto alla mia situazione di diventare alibi all’inciviltà, alla lotta tra poveri, al livore.

    Spiace anche vedere quale sia il suo atteggiamento nei confronti del mondo del lavoro: voleva insegnare ma voleva decidere lei a quali condizioni, senza volersi sforzare di prendere un’abilitazione, come si fa in tutta Europa e nella maggior parte del mondo. E’ inutile che si lamenti: se avesse preso l’abilitazioni oggi magari sarebbe di ruolo, felice e appagata.
    Ma tutto sommato sono contento che una persona di così bassa levatura morale non insegni nelle scuole della repubblica. Essere precari non significa essere brave persone, e Chiara di Domenico ce lo ricorda con molta chiarezza.

  6. piti il 9 febbraio 2013 alle 16:09

    No, non poteva farlo tacendo un nome. Perché se no rimane sempre qualcosa di sospeso, noi e voi, i figli di qualcuno e quelli di nessuno. Qualunquismo senza spessore. Ha citato un caso e il punto, a fare lo sforzo minimo per capire il senso dell’accusa, è che quel cognome apre a priori porte che altrimenti non si sarebbero aperte. Nessuno ha messo in dubbio che poi la Ichino meriti quello che fa, che sia capace e tutto. Ma l’opportunità offertale non viene offerta a molti altri, egregi signori nessuno, e non c’è nemmeno bisogno di raccomandazione, perché i nomi giusti parlano da soli.
    Oppure, mettiamola in un altro modo, come ho detto, grosso modo, su Wittgenstein dove l’ineffabile Luca Sofri mi censura da anni (e da mesi sul Post): siete nati nel posto giusto, che vi ha concesso opportunità e contatti irraggiungibili agli altri. Sai quanto lo cagava, a Luca Sofri, il Ferrara dei tempi d Otto e mezzo, se invece di Sofri si fosse chiamato Cipputi. Ve li siete anche meritati, i privilegi (che poi, sapendo che i tuoi sforzi sbucano da qualche parte, la spinta a compierli viene facile), ma non fate gli indignati, vivaddio. La botte piena del nome apripista e la mogli ubriaca del cascare dal pero stupiti dell’indignazione altrui, no, è troppo, eh.

    • tobuto il 9 febbraio 2013 alle 17:20

      Ciao Piti
      Parlare di Luca Sofri, però, è un altro conto. E’ un personaggio pubblico e si occupa di politica. Giulia Ichino no. Non ha mai voluto finire su un palco, e non credo che avrebbe voluto finirci in questo modo. E’ stato un attacco basso a una lavoratrice che non c’entrava nulla.
      I nomi si potevano fare, certo. Per esempio, poteva parlare di Sofri. O di Renzo Bossi. O di Michel Martone. Tutta gente che sotto i riflettori ci si è messa per propria volontà.
      Un’altra cosa molto triste è che la Ichino ha smentito esplicitamente di essere stata aiutata dal padre. Stiamo parlando di un sospetto basato sul nulla, solo sulla malizia. E sulla base di quel sospetto una donna è stata messa alla gogna.
      La cosa che più mi irrita è che a fare il nome della Ichino sia stata una donna. Proprio le donne che, appena riescono a raggiungere una posizione un minimo desiderabile, si trovano al centro di chiacchiere secondo cui sarebbero le amanti di o l’avrebbero data a. E invece di combattere questo fenomeno lo si alimenta.
      Assoluta mancanza di solidarietà, tra donne e tra lavoratrici. Proprio quello che si denuncia della proposta Ichino, che metterebbe contro lavoratori a tempo determinato e a tempo indeterminato.

      • Civil Servant il 9 febbraio 2013 alle 22:10

        Si dà il caso che il padre di Giulia Ichino sia un tale che, tra le tante proposte di una vita professionale da tempo dedicata a difendere il liberismo capitalista dai suoi nemici – i lavoratori a salario – ne abbia enunciato una davvero esemplare.

        Per risolvere il problema del precariato, nulla di più semplice della proposta Ichino: rendere tutti precari, ovvero togliere a chi ce li ha i pochi diritti rimasti per non darli poi a nessuno. D’altronde Ichino – uomo senza ironia – parla, senza sentirsi ridicolo o senza vergognarsi come invece dovrebbe se conoscesse la vergogna, di apartheid tra “garantiti” e non. Dove i “garantiti” sono quei luridi profittatori che osano avere un lavoro fisso senza poter essere licenziati ad nutum. Sì, per Ichino i cattivi non sono i suoi amici miliardari fascistoidi con conto in banca svizzera che ricattano i lavoratori e schiacciano i sindacati. I cattivi sono gli operai e gli impiegati a mille euro al mese – quei nullafacenti dei dipendenti pubblici, poi – che si ostinano a non apprezzare i fasti della precarietà flessibile.

        Ora, certo le colpe e le bassezze dei padri non devono ricadere sui figli. Ma credo che Chiara di Domenico come chiunque abbia il diritto di trovare quantomeno singolare che proprio la figlia dell’alfiere della flessibilità precaria per tutti si sia sistemata a vita a 23 anni. Non è singolare?

        Nessuno, credo, vuole nuocere a Giulia Ichino o toglierle il lavoro. Ma se la signora non si fosse chiamata Ichino e se suo padre non avesse pubblicato con Mondadori un po’ del suo veleno ideologico, non sarebbe diventata redattrice a tempo indeterminato a 23 anni. Non ci crede nessuno, inutile che ci si sforzi di far credere il contrario. Il paradossale livore moralista al contrario di altri figli di papà della gauche caviar molto embedded in questo marcio e ripugnante sistema socioeconomico, tipo Sofri, non fa che rinforzare l’idea che il cognome abbia pesato parecchio.

        • u. il 10 febbraio 2013 alle 09:23

          don Milani diceva: “Il tuo problema è uguale al mio. Sortirne insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

          Tutti quelli che, nell’immenso problema del lavoro in Italia, rinfacciano a Giulia Ichino di avere un buon lavoro, sono degli avari.
          Tutti quelli che se la menano, come fai tu, con l’idea che “non bisogna togliere diritti a qualcuno per aiutare qualcun altro” e poi giudicano Giulia Ichino (che fa la editor, non la presidentessa della Repubblica), sono oltre che avari anche falsi.

          Magari siccome si parla di precariato e PD quelli come te si definiscono di sinistra. Ma in conclusione ciò che definisce te e quelli come te è il cappio che agitate nella mano.

        • tobuto il 10 febbraio 2013 alle 20:09

          Se hai già deciso di credere a un fatto, senza alcuna prova, che discuti a fare? Hai stabilito che Giulia Ichino è raccomandata, lei dice di no, non ci sono prove, quella che l’ha accusata ha ammesso di non sapere niente di lei. Vorrei avere un dialogo con te, ma capisci che mancano i presupposti? Come faccio a convincerti? Un po’ come cercare di dimostrare l’inesistenza di Dio a un credente. Questione di fede.
          Però ti invito a riflettere sul fatto che il “non ci crede nessuno”, i pettegolezzi e le maldicenze hanno rovinato tanti innocenti, soprattutto tante donne innocenti.
          Ciao.

  7. francesco forlani il 9 febbraio 2013 alle 16:55

    who are u?
    effeffe

  8. Mónica Flores il 9 febbraio 2013 alle 17:03

    Testo geniale, mi è molto piaciuto. Grazie di averlo condiviso!

  9. carmine vitale il 9 febbraio 2013 alle 17:10

    garufi,ecco avrei fatto lo stesso nome!

    per il resto
    Non c’è dissolutezza peggiore del pensare.

    Questa licenza si moltiplica come gramigna

    su un’aiuola per le margheritine.

  10. Giulia S. il 9 febbraio 2013 alle 21:02

    Scusate, ma voi in quale paese vivete? A 23 anni in Mondadori? Con un contratto? Senza “una pregressa esperienza nel ruolo”?

    Ah ah ah! Ma per favore! Capita solo alla figlia di Ichino.

    • kera il 10 febbraio 2013 alle 05:04

      in effetti…

      • Astrid il 10 febbraio 2013 alle 11:43

        già, al contrario della tradizione di cultura nordica e luterana, dove se commetti uno sbaglio ti sputtanano subito davanti all’intera comunità e non ci riprovi più, qui in un paese reticente, ipocritamente cattocomunista e mafiosetto. chi si alza in piedi, si ribella al nepotismo e fa dei nomi commette peccato mortale – figuriamoci se tocca “la famigghia”.
        molte persone vedono solo il dito e non la luna, non valutano la simbologia di questo gesto, seppure intriso di rabbia e forse coi toni troppo accesi. il nome era un esempio dei tanti “segnalati” che raggiungono privilegi e aumentano le disuguaglianze quando per 50 anni si è lavorato in altra direzione in tutta Europa. ora con la crisi imperante non si tollerano più, ovvio. prima un occhio si chiudeva ma oggi la società dev’essere riformata o si affonda.
        e invece Ichino padre, come ricordato vorrebbe mandare tutti a morire sul fronte del precariato. se proprio vi dà fastidio cambiare atteggiamento e prospettiva, tenetevi il papa, la mafia, le aristocrazie intellettuali rad chis, il comunismo da salotto invece della socialdemocrazia nei posti di lavoro – forse ve li meritate.

  11. Mariateresa il 9 febbraio 2013 alle 23:15

    Ma fosse la sola…Allora, adesso vi faccio dei nomi e si cita solo una persona, così sembra che sia una battaglia ad personam! E non si fa così…che poi i figli di siano tutti sistemati, beh, ma è normale; l’Italia è divisa in caste, come l’India, solo che finge di non saperlo, anzi soprattutto crede di non farlo sapere in giro ma per lo stesso motivo per cui i residenti di piazza del Popolo difficilmente vanno a prendere un caffè nelle borgate (e così per tutte le città), i posti migliori sono presi, è chiaro ma di cosa stupirsi…Quanto a u. “appagata nelle scuole”, è una definizione azzardata…ma se in tanti anni la campanella d’inizio delle lezioni suona sempre alle 8 e nessuna cosa umana riesce bene, tranne il caffè, prima delle 10 e a scuola si fa tutto per rispettare i professori e mai i poveri alunni…andate un po’ a vedere con che faccia stanno in classe…e vabbè ma nei collegi esclusivi a pagamento l’inglese lo imparano coi viaggi a Londra…appunto! Per tutti gli altri, libro e fischietto con cui una prof chiede silenzio! Raccapricciante…ma di che ci stupiamo, dico io…

  12. daniele ventre il 9 febbraio 2013 alle 23:27

    Premesso che è improprio affermare che a scuola si fa tutto per rispettare i professori e mai i poveri alunni, vorrei che si ribadisse comunque in modo chiaro e netto che da sinistra a destra l’intera cosiddetta intellighenzia (scritto male per deliberato proposito) è una societas oligarchica chiusa -per il settanta per cento immeritevole, per il trenta per cento sorpassata e immobilista, e dunque responsabile del nostro ormai definitivo default intellettuale.

  13. lisa il 10 febbraio 2013 alle 01:51

    poi c’è un altro modo per essere cooptati e non essere espulsi o solo essere presi di mira dagli squadristi dei media, sposarne uno o una o, in subordine, ingraziarseli e entrare in una “cerchia”; chiamiamolo sistema delle caste oppure mafia; questa è l’Italia. Si potrebebro fare i nomi ma non è elegante, però li conosciamo tutti e ci teniamo a fare gli eleganti. Bene, teniamocela stretta questa società asfittica di elegantoni. e continuiamo a dare dei livorosi cafoni agli altri.

  14. Lorenzo Fratini il 10 febbraio 2013 alle 03:55

    Fregatene di quei commenti codini che dicono “giusto il concetto, sbagliato fare il nome”. Hai fatto benissimo a fare un nome. Se non facevi un nome, quello che dicevi non sarebbe stato ascoltato da nessuno. Il nome è il concetto. UNA LISTA dovevi fare, altro che un nome. Se in questo paese di vigliacchi e di mafiosi si cominciasse a fare più nomi ci sarebbe un po’ di casino per un po’ tempo, ma subito dopo molta più pace.

  15. L’ascensore rotto « tutte queste cose ― il 10 febbraio 2013 alle 18:02

    […] (qui un articolo in cui Chiara risponde alle critiche, qui un articolo di Gennaro Carotenuto, che al solito non usa mezzi termini). […]

  16. manuel cohen il 10 febbraio 2013 alle 18:36

    Qualcuno, avrà pure arricciato il naso: ma i discorsi senza nomi sono vaghe stelle, pianeti comodi che non espongono e non si espongono. L’esempio della ventitreenne assunta dalla Major, è calzante e legittimo.

    Ma, si sa, i topolini infastidiscono e irritano, specie se non sono parenti di Mubarak.

    Ciao Chiara, ti abbraccio e ti sostengo!

  17. Camomilla il 10 febbraio 2013 alle 18:59

    E diciamoli ‘sti nomi. Forse qualcuno di aver qualcosa da perdere? Ma non vi rendete conto che non ci resta più nulla, nemmeno la speranza?

  18. gab golan il 10 febbraio 2013 alle 19:25

    Ho detto mia a sostegno di Chiara (e non necessariamente contro Giulia) qui: tuttequestecose.wordpress.com/2013/02/10/lascensore-rotto/

  19. Vincenzo Cucinotta il 10 febbraio 2013 alle 22:08

    No, vorrei capire, la lotta alle idee ed alle politiche di Ichino si fanno facendo il nome della figlia che ha trovato un lavoro?
    Questo sarebbe l’inizio della rivoluzione, facciamo nomi, citiamo casi concreti, e questa società cambierà?
    No, non posso credere davvero che esistano persone che nutrano simili speranze, potendo così continuare a crogiolarsi col disimpegno in politica e pensando di cambiare il mondo con simili mezzucci.

  20. lorenzo carlucci il 10 febbraio 2013 alle 22:27

    non capisco cosa c’entri la lotta di classe. qui si parla di raccomandazioni. mi sembra che l’autrice faccia confusione oppure faccia la furba. la lotta di classe – credo – prevederebbe il conflitto contro *tutti* i membri di una certa “classe”, non soltanto contro i raccomandati tra di essi. per esempio prevederebbe la lotta contro i privilegi *impliciti* del tipo: un figlio di famiglia abbiente ha più probabilità di riuscire a fare certi lavori (e.g., carriera accademica o altri lavori che prevedano una certa “gavetta”) anche in assenza di raccomandazioni semplicemente perché ha i mezzi economici per poter “aspettare”. se l’autrice vuole fare “lotta di classe” perché non si scaglia anche contro questi “privilegi”? mi sembrerebbe più coerente, e meno confuso. l’abbattimento di *queste* differenze (più che delle raccomandazioni – statisticamente) mi sembra più rilevante affinché anche “il figlio di un tramviere” possa godersi il “diritto” (???) “di fare, bene, e sereno, il lavoro per cui ha studiato”.

    ciao,
    lorenzo

  21. […] fuori). Dunque, è necessario tornare al problema e non all’elefante: che non è quello che siederebbe nei salotti letterari, ma quello che ci si è materializzato davanti alle tastiere dei pc in questi […]

  22. […] il precariato ed autrice del libro “Precari, storie di un’Italia che lavora”; Chiara Di Domenico, lavoratrice precaria intervenuta giovedi all’assise nazionale del PD “le parole […]

  23. sergio garufi il 11 febbraio 2013 alle 09:49

    a margine, ma sempre sul tema della meritocrazia, volevo segnalare che fra i nuovi giurati dello strega, il massimo premio letterario italiano, è stato eletto massimo maugeri, il blogger di letteratitudine, ed è stato bocciato per l’ennesima volta andrea cortellessa.

  24. daniele ventre il 11 febbraio 2013 alle 22:40

    Già, a proposito di meritocrazia… tsè!

  25. […] Chiara per Nazione Indiana in riferimento a quanto è successo così come è possibile leggerlo qui […]

  26. Undadoamillenovecentodiciassettefacce il 13 febbraio 2013 alle 17:24

    Quoto Christian Raimo, e rincaro sun un punto: distruggiamo la retorica impolitica dell’egocentrismo individualista insito nella testimonianza personale, in quel consolatorio moralismo del perdente che si appunta come medaglietta tutte le mazzate subite per poter contrabbandare un poco di purezza una volta giunti testardamente (ovvero, sottinteso, con merito) alla meta. C’è chi le mazzate continua a subirle e alla meta, testardo o meno che fosse, non è giunto.

    Di testimonianze abbiamo fatto una indigestione, in questi anni, quello che continua a mancare è la prospettiva, l’oltre, la visione di un orizzonte; continuo a muovermi in mezzo alle macerie, tra gli sguardi sbigottiti dei testimoni della propria miseria incalzante, continuo a sbattere la testa contro il muro deresponsabilizzante della narratività intesa come soluzione (lo racconto a x, e lui/loro risolverà/risolveranno la situazione), continuo a essere guardato come alieno quando parlo di organizzazione, quando, da non titolato, mi trova a spiegare a questi ultratrentenni plurititolati (quelli che come Chiara Di Domenico, ripetono il loro curriculum vitae prima di qualunque pronunciamento riguardo la situazione collettiva in cui sono immersi, come se esso offrisse appoggi all’enunciazione di una verità politica) quali differenze vi sono tra i vari mezzi di lotta che si possono utilizzare in relazione agli obiettivi che ci si pone (per loro esiste solo la lettera ai giornali e il ricorso alla magistratura, senza se, senza ma e indipendentemente da qualsiasi considerazione di fatto), quali sono le coordinate politiche entro cui si muovono le loro lagnanze e quanto, per logica meritocratica, meritino di subire se non sono capaci di ribellarsi.

    La lotta di classe non ha nulla a che fare con tutto questo, purtroppo, richiede il sacrificio dell’individuo all’interesse collettivo, e ben pochi sono disposti ad accettarlo. Così, sommerso tra due generazioni di individui depressi dalla propria stessa impotente mancanza d’immaginazione politica (è come se avessero una parte del cervello mutilata, una roba da caso di Oliver Sacks), continuo a mangiare la mia bile e disprezzo profondamente il facile eroismo testimoniale e le medagliette che si appunta sul petto. Ma continuo a preferire la rabbia alla depressione (e ad ambedue l’immaginazione). Amen.



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