Sulle chains di Django Unchained

10 febbraio 2013
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di Renata Morresi

Abbiamo visto Django. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell’arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di Leone, il cultore di splatter-polizziottesco-gorno-peplum, la filologa di Black Vernacular English, l’istruttore di dressage, una piccola rappresentanza di ex-campioni olimpici di lotta greco-romana, l’esperto balistico, Demofilo Fidani, Spike Lee, gli immancabili tarantiniani doc che se ti sfugge un’allusione alla filmografia dell’ultimo secolo, come fai, dico, come, come puoi?? Io che in vita mia ho visto mezzo Spaghetti western e non so un beato nulla di Corbucci non avrei mai e poi mai – mi dicono – potuto godermi questo film con le sole mie forze.

Ah, c’era anche la mia amica Maria, che di tanto in tanto rilasciava un “aah”, di solito al manifestarsi di un muscolo ignudo del bell’attore protagonista. Mancava solo qualcuno che raccapezzasse qualcosa di un tema, macché, di un temino, di un riferimento del tutto marginale e secondario rispetto alla vera essenza del film: la storia dello schiavismo. O no?

django on his knees

seal +flagellation

[Nelle immagini un fotogramma dal film, lo stemma di una associazione abolizionista (1837), e una incisione di fine ‘700 dalla biografia di tal J. G. Stedman, soldato olandese che racconta di come la ragazzina qui rappresentata fu scuoiata da due negrieri.]

 

Magari lo schiavismo non è un soggetto così irrilevante per Django come si direbbe a leggerne le recensioni. E forse Tarantino, che ovviamente non ha fatto un film storico sulla schiavitù, come già in Inglourious Basterds non ha fatto un film di guerra sulla resistenza al nazismo, come in Kill Bill non ha fatto un film femminista sulla ricerca di self-empowerment, auto-determinazione, bla-bla, forse Tarantino qualcosa di interessante su come funziona/va la schiavitù l’ha detto comunque.

Vi dico le 4 cose interessanti sullo schiavismo moderno che Tarantino riesce a far emergere dalla sua fantasmagoria di pasticciacci intertestuali e gorgoglianti flutti (più che schizzi) di sangue. Poi Insieme vi dico, in breve, come questo sta nella Storia (uh!) e perché gli/ci interessa. Infine Intanto vi dico dove avrebbe potuto fare ‘meglio’, ma forse non poteva proprio farlo di default, poiché Tarantino non ha né la formazione, né la vocazione di occuparsi di qualsiasi comunità identitaria, preferendo – per nostra fortuna – dedicarsi a un’altra questione (radicata nell’americanità, benché oramai trasversale): i limiti dell’individuo.

E per boicottare sin da subito questo procedere assai powerpointiano comincerò con una domanda, che molti càndidos si son senza dubbio chiesti nel corso della vita, e che Calvin Candie/Leonardo di Caprio pone in uno dei momenti cruciali del film: “Perché gli schiavi non ci ammazzano tutti?” La risposta di Tarantino è assai circostanziata [qui cominciano gli spoiler]: sì, in effetti tra poco Django li ammazzerà tutti. La risposta della Storia (uh!) la danno nel cinema accanto: come mostra il film di Spielberg, sì, in effetti Lincoln vinse la guerra civile aprendo l’esercito ai neri, che in massa si arruolarono dal Nord e in massa disertarono l’esercito sudista e gli Stati di confine per unirsi all’Unione ed ammazzarli tutti. La risposta dei neri presenti sulla scena è nella non-reazione, nel silenzio: Django prima dovrà assicurarsi di poter salvare la moglie e poi potrà ammazzarli tutti. Se gli schiavi non si sono ribellati per ammazzarli tutti è perché il sistema schiavistico era abbastanza intelligente da proibire loro legalmente, con gli Slave Codes, la possibilità di riunirsi, portare armi, imparare a leggere e scrivere, e così via, persino di guardare i bianchi negli occhi (un simpatico reato conosciuto col nome di “reckless eyeballing”, “sguardo impudente”). E così raffinato da sfruttare le famiglie divise e le comunità affettive, la concorrenza tra disgraziati, nonché il senso di inferiorità instillato sin dalla nascita nei sottoposti, per tenerne in pugno, con il ricatto e la minaccia, a volte le blandizie, le sorti. E poi, certo, c’erano i cani.

Ecco la ricetta del dominio, dunque: una abile miscela di regolamenti e burocrazie (quanti attestati, carte e certificati vediamo in Django? in mezzo al carnaio c’è sempre qualcuno che cerca il documento giusto) e di continua intimidazione emotiva (oltre, evidentemente, al vecchio vizietto delle sevizie).

 

runaway family

[Un volantino del 1847 mostra quale fosse la preda preferita dei cacciatori di taglie.]

 

Le 4 cose dello schiavismo che ho promesso. Una l’ho pensata nella piantagione di Spencer ‘Big Daddy’ Bennett/Don Johnson, il disgustoso di-bianco-vestito piantatore e datore di lavoro dei sadici Brittle Brothers, che sta lì lì per guidare la scorreria del proto-Ku-Klux-Klan (quello ufficiale fu fondato solo dopo la Guerra civile). Se ne sta in cima alla scalinata bianca della sua bianca magione, immerso nel suo harem di giovani schiave, servitori neri, domestici mulatti, lacché, dipendenti, staffieri di varie gradazioni, ineffabili ragazzine di chissà quale discendenza. Nel momento in cui scopre che Schultz e Django sono in realtà cacciatori di taglie che hanno legalmente ammazzato i tre sorveglianti lo vediamo circondato dalla sua corte variopinta. Il quadretto mi ricorda l’affanno con cui gli pseudo-scienziati illuministi computavano le razze, le loro inafferrabili classificazioni: da mulatto a meticcio a octoroon a sangue-misto e così via, un nome per il figlio di ogni stupro. Eccoli lì tutti assieme. Il confine tra bianco e nero continuamente smentito dall’abuso sessuale delle schiave, i cui figli, non importa il colore della pelle, sarebbero a loro volta divenuti proprietà. Il confine tra bianco e nero continuamente ribadito dal diritto e dalla ‘scienza’, che stabilivano (=INVENTAVANO) la diversità (e i metodi per ammansirla). Il meccanismo innescato da questo dispositivo sessual-scientifico-legislativo ne garantiva la ‘naturalezza’, l’invisibilità. [È poi così lontano da certe invocazioni odierne a “l’ordine naturale”?]

Due: il razzismo e lo schiavismo non sono esattamente la stessa cosa. Insomma, se si trattasse solo di mostrare che la schiavitù era brutta e cattiva a un pubblico che intuisce che la schiavitù è brutta e cattiva e vuole rallegrarsi di saperla giusta vedendo tutte quelle bruttezze e cattiverie, non ci sarebbe molto da dire. Se fosse solo lo schiavismo sarebbe (quasi) anacronistico. Il razzismo è altro, e già allora era lungi dal riguardare solamente alcuni bianchi cattivi perseguitanti alcuni neri buoni. Il maggiordomo Stephen/Samuel L.Jackson è forse il più ‘razzista’ della storia: per quanto Candie lo immagini inferiore e sottomesso, è lui ad intuire il gioco dei due compari, è lui che decifra la scena al padrone, è lui che suggerisce che il “campo” sia la punizione peggiore. Perché lo fa? Perché no? Ognuno si salva come può e il razzismo è una forza che va ben oltre l’idea di “razza”.

(Certo, Tarantino è molto interessato a questa affermazione individuale, assai meno alle qualità di resilienza di una comunità. È molto interessato allo “stato di eccezione” nelle sue manifestazioni singolari, a cosa fa Uno/a VS Rest of the World nell’omonimo videogioco, piuttosto che alla resistenza dei paria. Di solito, negli altri film, si intuisce che si comincia da capo: i nemici si rigenerano, Hans Landa diventa un bravo americano, e si passa allo schema successivo. Per questo Django risulta un po’ piatto: non c’è trucco non c’è inganno, alla fine l’eroe vince, i cattivi sono sconfitti. E tutti vissero… o non è andata così?)

 

iron mask

[In Django si vedono i collari, ma, se non ricordo male, non le maschere di ferro, all’interno delle quali era sistemata una piastra che andava a incastrarsi nella bocca per impedire di parlare. Questa è una incisione del 1807.]

 

Tre: Simone Weil scrive che vi è qualcosa in comune tra ignorare un grido di dolore e provare voluttà quando viene lanciato. Questo secondo stato d’animo è una forma attenuata del primo. Per questo si persevera con compiacenza nell’ignoranza: ignorare che un altro esista significa espandere i limiti dei propri desideri. “Ogni espansione immaginaria di quei limiti è voluttuosa”, scrive Weil, “[p]er questo la schiavitù è così piacevole per i padroni”. Che vuol dire? E perché penso che c’entri con la famigerata scena di lotta tra i Mandingo? Ce n’erano di torture e orrori da mostrare dritti dritti dall’ante-bellum Sud: perché inventarsi la storia delle battaglie all’ultimo sangue? Eh, Tarantino, geniaccio, quant’è vero il tuo gusto per il meta-spettacolo… quanto ti piace mostrarci una stanza chiusa, dentro cui va in scena uno spettacolo immondo, si intrecciano tante forze dichiarate e sottese, tanti livelli di lucidità e libidine, i sadici che urlano, l’amante che ammicca, il barista che lucida il bicchiere / quanto ti piace pensare a noi in una sala chiusa, che sgranocchiamo patatine, urliamo, ridiamo, tratteniamo il fiato, inorridiamo e, in sostanza, ci divertiamo un sacco alla scena del sopra detto immondo spettacolo. Non siamo complici, lo so, però lo capiamo. lo capiamo.

Quattro: forse l’ho già detto. Lo schiavismo fu una ingegnosa mescolanza di diritto e sopraffazione, di colore della pelle e status giuridico: non tutti i neri erano schiavi, per esempio, ma tutti gli schiavi erano ‘neri’, anche quelli che le unioni interrazziali avevano reso bianchissimi. È questo contratto civile ad aver reso lo schiavismo tale roccaforte nel bel mezzo della modernità. Mentre costruivano i metrò e scoprivano i pianeti, mentre Freud sgambettava bimbetto e Pasteur si dava da fare coi microbi, alcuni si prodigavano a dimostrare l’inferiorità di coloro che andavano martoriando. Non è una contraddizione tra progresso e barbarie, ma una delle versioni più diffuse del loro vicendevole radicamento nella ricerca dell’utile. I Big Daddy e i Candie sono comunque sempre mossi dai dollari favoleggiati dagli Schultz. Ai denti dei loro cani quello oppone il grande dente pubblicitario in cima alla sua carrozza. E tutti sparano allegramente, chi per “retribution” (=vendetta), chi per retribuzione.

Non è neanche una gran novità per noi venuti dopo Auschwitz. (Ormai per sempre, fino alla fine dei tempi, dopo.) Come Tarantino ci ricorda per bocca di Stephen, il peggio verrà nel “campo”. Ma perché questo ci piaccia tanto, perché questo ci faccia sentire vivi, è interessante. E non so bene se è perché la cosa ormai non ‘ci’ riguarda, o se è perché la troviamo stranamente famigliare, il lampo di un ammonimento.

 

***

 

Immagini tratte da:

The Atlantic Slave Trade and Slave Life in the Americas: A Visual Record.
http://hitchcock.itc.virginia.edu/Slavery/index.php

 

House Divided: The Civil War Research Engine at Dickinson College. http://housedivided.dickinson.edu”>http://housedivided.dickinson.edu

 

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37 Responses to Sulle chains di Django Unchained

  1. Mónica Flores il 10 febbraio 2013 alle 00:40

    Tarantino non mi piace…è vero che di lui ho guardato poco ma quel poco che ho guardato mi è bastato. Invece sono curiosa di questo film…sicuramente per colpa delle parole che alcuni gli state dedicando! :-)

  2. davide orecchio il 10 febbraio 2013 alle 13:28

    questo bel controcanto iconografico piacerebbe molto a Tarantino! [ di sicuro a me, se t’accontenti ;-) ]

    • rmorresi il 10 febbraio 2013 alle 20:51

      ma vedrai che per fare il film lui la faccenda se l’è già studiacchiata un po’…:)

  3. anonimo il 10 febbraio 2013 alle 14:50

    Piccola annotazione: nel film si vedono anche le maschere (per esempio Django ne indossa una nella scena in cui è appeso a testa in giù dopo la prima strage a Candyland)

    • rmorresi il 10 febbraio 2013 alle 20:41

      giusto, grazie della rettifica (nell’archivio sull’Atlantic Slave Trade che ho linkato qui sopra se ne vedono diverse altre, di fogge bizzarre quanto crudeli, come se l’obiettivo non fosse solo castigare, ma anche, in un certo senso, deridere, umiliare, schiacciare la personalità di chi era in catene)

  4. Umberto Nonna Betta Pavoncello il 10 febbraio 2013 alle 21:58

    grazie, il tuo articolo arricchisce la lettura che ho fatto del film. l’ho messo in relazione a bastardi senza gloria ma non sono arrivato fino a kill bill. mi sono detto che è un film che ci ricorda che cosa è stata la schiavitù, il livello di degradazione a cui è arrivata e sarebbe potuta arrivare; così come bastardi senza gloria non mi era sembrato un film sui nazisti e gli ebrei.

    io, questi due film, li vedo come un monito per i nuovi razzisti e i nuovi antisemiti: non crediate di farvi una passeggiata, anzi: provateci e vedete come andate a sfragnarvi.

  5. andrea inglese il 10 febbraio 2013 alle 23:44

    Brava Renata, bella lettura. E sopratutto utili integrazioni iconografiche e non solo.

    Due cose. Tarantino e i limiti dell’individuo. Forse è proprio questo, nel suo limite, che gli permette di agire così efficacemente contro ogni atteggiamento compassionevole-vittimistico nei confronti, in questo caso, degli afromericani. E’ piatto e lineare il meccanismo della vendetta di Django eroico. Però è un primo importante passo perché la vittima esca dal suo ruolo scomodo. Solo diventando carnefice, la vittima guadagna pienamente la sua umanità. Finché reste vittima, anche se compatita, la vittima è mezzamente umana. La vittima infatti è sempre buona. Non esiste la vittima che nel contempo è un figlio di puttana. Ma se la vittima diventa, senza cessare di essere stata vittima, un gran figlio di puttana: allora guadagna pienamente la sua umanità. E si esce dal razzismo. Si esce dal razzismo, ad esempio, constatando che il razzismo esiste anche tra chi storicamente l’ha subito, per dire. Quindi la porta stretta di Tarantino cui si riferiva giustamante Renata (forzare i propri limiti individuali… ho capito bene?), mi sembra una feconda strada.
    Un altro punto notevole del film, dove Tarantino mostra tutta la sua finezza. Ne parla anche Renata. Stephen, il buffone dei bianchi, e aguzzino dei neri per loro conto, chiama il potente implacabile Candie nella biblioteca. E qui quasi inapparente rovesciamento. Stephen comodamente seduto agitando nella coppa di vetro un brandy, che illumina l’ottuso suo padrone. E appare come l’eminenza grigia, il vero burattinaio. E nella scena in cui Django è appeso per i piedi, Stephen gli dice: “questi bianchi non hanno niente nella testa!”. Insomma, una delle migliori incarnazioni cinematografiche del rovesciamento servo-padrone, seppure in una forma più diabolica e inquietante.

  6. Massimo il 11 febbraio 2013 alle 10:48

    Bello e interessante articolo ma a dire la verità queste poche cose (significative?) sullo schiavismo le ho lette qui, non le ho viste nel film di Tarantino. Al massimo potremmo parlare di spunti sulla schiavitù, ma anche in questo caso gli spunti ci sono per chi caparbiamente se li va a cercare.
    A parere mio Django di Tarantino è un film suggestivo, a tratti divertente (benché piatto nella struttura e lezioso/manieristico nella forma fino alla noia) ma francamente considerarlo un film sullo schiavismo è un po’ come considerare Star Trek un film sull’astrofisica..
    E cosa ancora peggiore, a ben vedere il film sottende un qual certo, insidioso, razzismo nei confronti dei neri (django è unanimamente 1 su 10.000 e può affrancare se e sua moglie solo grazie all’aiuto e l’educazione di un magnanimo e illuminato uomo bianco).

  7. andrea inglese il 11 febbraio 2013 alle 11:03

    a massimo,

    django non è un film sullo schiavismo? Dunque pensi che tutte le oscene sevizie che vedi nei 3/4 del film e che sono inflitte agli schiavi, siano un’invnezione astorica di tarantino, e che dunque nulla hanno a che vedere con il soggetto? Oppure pensi che averle messe in scena sia del tutto ininfluente sulla sensibilità dello spettatore?

    Sulla questione dell’1 su 10000. Mia moglie mi ha fatto notare una cosa importante, sul film e che riguarda la domanda compiaciuta di Candie-Si Caprio: perché non ci ammazzano tutti? Domanda che rieccheggia l’accusa che sempre rispunta intorno allo sterminio degli ebrei… Ma perché hanno lasciato fare? Renata mi sembra che pur sinteticamente dia una chiara risposta a questo. Aggiungo. Quello che alla fine emerge nel film è che alla fine si tratta di puri rapporti di forza. Un negro a cavallo con una pistola, incomincia a diventare molto più pericoloso che venti con i piedi legati da catene o guardati a vista da un solo uomo armato. Su questo la scena iniziale del film è perfetta. Appena il negriero è finito sotto il cavallo, si rivolge in tutt’alro modo agli schiavi che ora sono rimasti soli con lui. Ma essi nel frattempo hanno già trovato oggetti contundenti per rimettere la bilancia in equilibrio.
    Infine. Anch’io ho pensato: è il solito non-bianco a cui il bianco insegna e spiega tutti. Vi ricordate “Gran Torino” di Clint Eastwood… Ma c’è anche un’altra storia. Le lotte di emancipazione abbisognano sempre di alleati. Tutte le rivoluzioni lo sanno bene, in quanto si sono sempre trovate ad affrontare grande alleanza contro-rivoluzionarie (vedi Francia, vedi Russia).

  8. Massimo il 11 febbraio 2013 alle 12:44

    Ciao e grazie per la risposta,
    Certamente Django è un film ambientato in una società schiavista così come Star Trek è un film con ambientazione spaziale e infatti ha sempre dato molti spunti ai suoi fans sulla fisica astronomica o la possibilità dell’esplorazione del cosmo ecc, ma rimane la scienza rimane sullo sfondo, non è l’oggetto della narrazione. Nel caso di Star Trek si parla di fantascienza, qui parlerei di “fantastoria”; quello che intendo è che sarei molto cauto (come del resto è anche l’autrice di questo bell’articolo) nell’affermare che si possa imparare o capire qualcosa sulla storia dello schiavismo attraverso Django (così come, ad esempio è pericoloso pensare di avere imparato qualcosa sulla storia di Roma antica dopo aver visto Il Gladiatore). Sto affermando una cosa assurda? Francamente a me sembra un’ovvietà.
    Sicuramente le scene sulla schiavitù in Django sono suggestive e “sensibilizzanti” ma sono davvero credibili o affidabili? Fino a che punto? Tarantino avrà fatto un lavoro di ricerca prima di realizzare il film? Se lo ha fatto, dove finisce il realismo e inizia l’iper-realismo?

    Sono d’accordo sul discorso che le lotte per l’emancipazione abbiano bisogno di alleati, ma è davvero un elemento così importante nell’economia di un film come questo? E qual era la necessità di sottolineare, ripetutamente, che Django fosse “il negro su 10.000” fino al punto di farlo affermare fieramente dal protagonista nero prima di giustiziare un altro nemico nero? Perché Django non trova neanche un nero suo alleato? Perché non c’è neanche uno straccio di accenno alla cultura nera ottocentesca ma solo stereotipi bianchi cui il protagonista nero si deve uniformare per arrivare al suo trionfo finale? Perché il film non ci regala almeno la liberazione di qualche altro schiavo che non sia django o la sua moglie ribelle? Se era strategia dello schiavismo quella di dividere gli schiavi (e magari metterli uno contro l’altro) un film anti-schiavista non dovrebbe mostrare che il riscatto si ottiene attraverso l’uonione (che certamente esisteva, basti pensare ai blues o ai gospels)? E poi in fondo questo film racconta del trionfo individuale di un singolo, non certo di una rivoluzione.
    Per dirla alla Tarantino, se parliamo di schiavismo per me il personaggio di Django non è neanche nello stesso fottuto campo da gioco di uno veterano come Spartacus.

  9. andrea inglese il 11 febbraio 2013 alle 13:08

    a massimo:

    “che sarei molto cauto (come del resto è anche l’autrice di questo bell’articolo) nell’affermare che si possa imparare o capire qualcosa sulla storia dello schiavismo attraverso Django”

    non so che ne pensi renata e sarebbe interessante sentire anche il suo parere, ma per quanto mi riguarda sono ben sicuro che “qualcosa” si possa forse non imparare, perché non siamo all’interno di un aula universitaria, ma capire sì, della società schiavistica.

    “Tarantino avrà fatto un lavoro di ricerca prima di realizzare il film? Se lo ha fatto, dove finisce il realismo e inizia l’iper-realismo?”
    Mi sembra che una prima risposta te l’abbia già data Renata, nel suo pezzo. E in ogni caso la risposta è sì. Questa documentazione c’è stata. Non solo, ma in un’intervista Tarantino dice esplicitamente di aver usato due registri di rappresentazione della violenza: nella prima parte, che riguarda la violenza inflitta agli schiavi siamo in un ambito di realismo, nella seconda parte, quella della vendetta di Django siamo nell’iperealismo trash e giubilatorio tipico di Tarantino.

    Quanto all’individualismo, che stigmatizzi. In parte è sicuramente il limite del film di Tarantino, ed è ciò che lo rende più mitico-allegorico, in ogni caso non certo storico. Detto questo, la storia dell’emancipazione è anche fatta di individui eccezionali, come questo: http://it.wikipedia.org/wiki/Toussaint_Louverture

    • Massimo il 11 febbraio 2013 alle 13:40

      Premetto che mi fa piacere questo dialogo (sono uno studioso rosselliniano appossionato fino al midollo di “cinema storico”) e non è mia intenzione né essere presuntuoso né polemico quindi mi scuso anticipatamente se nella risposta (scritta molto in fretta) potrò sembrarlo; vado a rispondere punto per punto

      “sono ben sicuro che “qualcosa” si possa forse non imparare, perché non siamo all’interno di un aula universitaria, ma capire sì, della società schiavistica.”
      Scusami ma questa cosa mi sembra molto buttata lì: qual è esattamente la differenza tra capire e imparare? Secondo me la cosa positiva, come evidenziato dall’articolo di Renata Morresi, siano gli spunti e l’occasione di partire dal film per approfondire (o, perché no, smentire), ma a parere mio il punto è che in questo caso il merito è tutto di Renata Morresi.

      “Tarantino dice esplicitamente di aver usato due registri di rappresentazione della violenza: nella prima parte, che riguarda la violenza inflitta agli schiavi siamo in un ambito di realismo, nella seconda parte, quella della vendetta di Django siamo nell’iperealismo trash e giubilatorio tipico di Tarantino”
      E come fa lo spettatore a capire e discernere dove finisca una e inizi l’altra? Il film non da (probabilmente non può dare) elementi in questo senso e quindi sta allo spettatore alla fine scegliere a cosa credere sia realistico e cosa no, oppure approfondire con una ricerca (Renata Morresi). Ad esempio, la cella sotto il sole in cui la moglie di django era confinata per una settimana è un elemento realistico? Il mandingo sbranato dai cani? Il personaggio di Samuel L. Jackson?

      Ci vorrebbe proprio un gran film, con rigore storico, su una figura come Toussaint Louverture!

      Ripeto il mio parere, secondo me bisognerebbe vedere Django come si è guardato Kill Bill, un grande film di intrattenimento che è un grande collage cinefilo dei film di genere, portato alle estreme conseguenze dall’estetica Tarantiniana. Fondamentalmente un grande esercizio di stile che, a seconda dei gusti, può più o meno piacere. Se ci andiamo a cercare qualcosa di più, a cercare più spessore nei contenuti o a inseguire tematiche storiche e sociali, per me finiamo per svalutarlo.

      • renata morresi il 11 febbraio 2013 alle 17:45

        Sopra scrivevo: “Tarantino non ha fatto un film storico sulla schiavitù”, e per “storico” intendevo un film riguardante un episodio storico attestato (del tipo: ora vi faccio un film sui giorni in cui Lincoln, per cercare di far passare il tredicesimo emendamento, convince il repubblicano radicale Thaddeus Stevens che ecc.)

        Aggiungo ora: non ha neanche fatto un film in cui la piantagione fa da scenografia e la schiavitù da mero pretesto: il suo film E’ STORICO nella misura in cui mostra/in-segna che la vicenda della schiavitù DEVE essere raccontata, anche in una aula universitaria, come una storia di processi di potere e dinamiche psico-sessuali che si intrecciano a sistemi politico-ideologici, sostenuti da una pseudo-scienza creata ad hoc per fare il gioco dei forti

        Tarantino non è solo filologico nel riprodurre i congegni punitivi (l’apparato iconografico qui sopra voleva dimostrare che effettivamente il regista ha fatto bene i compiti: tutta quella roba lì è esistita, e anche peggio; gli schiavi venivamo marchiati come il bestiame, flagellati, rinchiusi, evirati, attaccati al cosiddetto ‘rack’, per essere appesi e seviziati come avviene a Django, e, ben oltre la fine della schiavitù, cosparsi di pece e bruciati vivi), è, soprattutto, abilissimo nel mostrarci soggetti STORICAMENTE fondati: la “Southern Belle”, l’avvizzita sorella mascherata da Rossella O’Hara era (molto spesso) una stronza sadica che finiva per fare da mezzana nel traffico sessuale all’interno della piantagione, o comunque si rendeva complice di quel sistema sfruttandone la gerarchia ideologica, secondo cui la donna nera era essenzialmente o una prostituta o una fattrice o, nel migliore dei casi, un pezzo decorativo (come il quadro sulla schiena di Broomhilda); lo “house nigga”, il fidato maggiordomo Stephen, era (molto spesso) un servo fidato a cui poteva essere demandato il ruolo di vigilante e spia (da cui traeva, chiaramente, i benefici di un potere surrogato); la “missie” (la bella amante di Candie) era, schiava o libera che fosse, una moglie di fatto (non sposabile, giacché le leggi contro i matrimoniali interraziali nel Sud degli USA sono rimaste in vigore fino agli anni ’60); e i sorveglianti invocavano la Bibbia, e i piantatori le ‘leggi’ della frenologia. Nessuno oggi potrebbe fare storia dello schiavismo senza fare storia di quella cultura (di dominio) e di quel pensiero (suprematista).

        Tutto questo non è marginale al film, non fa da sfondo, ma entra potentemente nel suo impianto. Forse noi lo capiamo meno, dato che il nostro colonialismo razzista non è stato fondato sull’esistenza pregressa dell’istituzione schiavista nell’italico suolo: non sull’effettiva presenza di una comunità schiava qui in Italia, ma sulle premesse ideologiche dello schiavismo americano, SI’. (All’eugenetica americana l’Europa deve tanto. Ma in fondo, se penso alla frenologia o alla fisiognomica lombrosiana, anche il contrario.)

        Che Tarantino, poi, abbia intrecciato questo orizzonte storico alle sue personali ossessioni (come l’individuo manovra i rapporti di potere, come si appropria dei “master’s tools” per minare la “master’s house”, come va in scena la performatività del potere, coi suoi riti spettacolari, ecc.) quello, mi pare, va tutto a beneficio della sua ricchezza estetica.

  10. renata morresi il 11 febbraio 2013 alle 18:05

    a Andrea:

    memorabile il rapporto tra Candie e Stephen, con quella scena magistrale in cui è lo schiavo che spiega al padrone come quei due di là stanno tentando di fregarlo. Mi ricordava un’amica che lì dietro c’è un riferimento letterario eccellente: il Benito Cereno di Melville, col rapporto complice e ambiguo tra Cereno e lo schiavo Babo, che continua a seguirlo per – dice, ma scopriremo che non è proprio così – fargli la barba…

    un’altra cosa sulle ribellioni: ovviamente non è vero che non ce ne fossero, nell’800 c’erano state quelle organizzate, per citarne giusto due, da Deslandres e Nat Turner (contro di questi intervenne l’esercito), senza contare la già citata ribellione degli indipendentisti, liberi e non, di Haiti (però ai Candie di turno fa sempre comodo scordarsi che ci siano state, un po’ come agli italiani fascisti in Africa faceva comodo dire che gli uomini africani erano vigliacchi, disertori, ecc.)

  11. giuseppe zucco il 11 febbraio 2013 alle 20:11

    a me l’analisi di renata è piaciuta molto, perchè parte da presupposti molto lontani – quelli dell’antropologia, della storia della schiavitù e della (neanche così tanto) microfisica del potere – per arrivare poi a spiegare che effettivamente il film, nonostante tutto lo spettacolo e lo scoppiettare dei colpi di scena, è un po’ piatto, anche da un punto di vista stilistico, (paragonando questo ai suoi film precedenti), già dall’inizio sai già come andrà a finire, “django” non è esattamente un congegno narrativo pari alle “iene” o a “pulp fiction”, qui c’è solo tarantino che rifà molto molto bene tarantino.

    il problema è che da dieci anni ormai, cioè dalla prima parte di “kill bill” (2003), tarantino non fa altro che fondare i propri film su un’unica struttura profonda, quella della vendetta: solo che per dare un senso di novità, da un film all’altro, la vendetta deve sempre essere attuata contro un nemico più grande, anzi contro “il più grande nemico” – prima il nazismo, ora la schiavitù nordamericana – tant’è che, secondo me, il suo vertice lo tocca proprio con “bastardi senza gloria”, mettendo in scena una delle migliori vendette postume, una vendetta giocata esclusivamente sull’immaginario: è proprio il cinema – durante la seconda guerra mondiale usato come arma di propaganda – a giustiziare un’ideologia, come avevo tentato di spiegare un po’ di tempo fa qui:

    https://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/

    ma tutti i film di tarantino non partono dalla storia, partono sempre dal cinema. quando tarantino decide di fare “django” è per dare sfogo a un’altra passione, l’ennesima, quella per il western. cioè la forma western – già ampiamente battuta dal cinema classico per dare una struttura, dei volti, delle motivazioni alla vendetta – viene molto prima del contenuto schiavitù. questo non toglie che poi tarantino una volta scelto il tema non lo abbia reso in modo filologicamente corretto, o lì dove serve elevandolo in chiave metastorica, usando la musica hip hop come segnale che una parte della violenza che c’era allora, perfino adesso, al tempo di un presidente americano di colore, non ha finito di produrre sangue e violenza. rodney king non finisce mai di morire in america:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Rodney_King

    ma se vogliamo quello che sta facendo tarantino è del tutto paradossale. tarantino è un autore che attraverso il cinema di autore (il suo, con il suo stile) sta vendicando l’oblio del cinema di genere, dei film di serie b, della cinematografia di scarto, delle pellicole di bassissimo costo dalle recensioni da mezza stellina, quegli “harry, pioggia di sangue” contro cui si accaniva nanni moretti in “caro diario”, filmetti e filmacci in cui comunque il cinema ha espresso nel tempo novità e linguaggi (novità e linguaggi per la maggior parte sgangherati) che hanno dato nuova linfa al cinema, di cui molta parte del cinema maggiore neanche ne aveva la vitalità. per questo mi viene da pensare a 2666 di bolano: ora non ho il romanzo sotto mano, ma ricordo una pagina dove lo scrittore diceva che sotto le grandi conifere dei capolavori letterari si agita tutta una fitta vegetazione di opere minori, e che in quel paesaggio non si poteva pensare le une senza le altre – se riesco a trovarla, la ricopio qui.

    • Massimo il 11 febbraio 2013 alle 20:22

      +1 (perfettamente d’accordo)

    • renatamorresi il 12 febbraio 2013 alle 01:21

      ciao Giuseppe, la tua riflessione è stimolante, bella anche la pagina su Machete (mi è piaciuto molto, per es., come metti insieme la logica della “allegra disperazione” da videogame con il presente “vuoto, molto vintage, very cool”)

      Quello che non mi basta più, se posso chiosare forse liberamente quel che dici, è pensare a Tarantino come a un mero collagiste, a un bambinaccio di talento tutto preso dalla sua collezione di figurine, dal cinema sul cinema, ecc. So bene che la cosa è ampiamente nota e autorevolmente discussa, ma l’attacco ironico di questo mio pezzo voleva in parte discostarsi proprio dal tipo di recensione feticistica proposta qua sotto da Domenico, con l’elenco dettagliato di tutte le fonti di ogni singolo stivale o starnuto di cavallo. Non dico che non è bello e divertente scoprire le sue ispirazioni, ma a volte la dimensione citazionale sembra schiacciare quella estetica, finendo per far passare questo film per un nostalgico omaggio al western, in cui lo schiavismo è nota pretestuosa, ed eclissando certe altre urgenze (che cosa significa “guardare”? che cosa significa “mettere in scena”?) che riguardano, certo, il cinema, ma che, gli schiavi lo sapevano benissimo, riguardano molto anche la vita (l’ho detto nel pezzo: lo schiavo doveva NON guardare e doveva essere guardato, desiderato, esposto). In Django, io credo, questi due livelli si innestano bene, la storia dello schiavismo si confonde con le passioni primarie di Q.T.

      Resta il fatto che il film ha, a me pare, dei limiti di impianto drammaturgico. Non riesco a non paragonarlo al perfetto congegno di Inglorious Basterds, in cui il contrappunto è fondamentale. Lì la vendetta immaginaria in realtà si realizza amaramente: non solo noi sappiamo che Hitler non è morto, ma vediamo che il cattivo più viscido e spietato e multiforme del film si trasferisce, benché marchiato, niente meno che a Nantucket, l’isola da cui salpa il Pequod (ancora non mi va giù)

  12. Domenico il 11 febbraio 2013 alle 22:02

    Abbiamo vistro “ Django – Unchained “ regia di Quentin Tarantino.
    Quando uscì il primo film di Tarantino, “ Le Iene “ ( 1992 ), restammo favorevolmente colpiti da questo giovane regista americano; introduceva già alcuni dei temi caratteristici del suo cinema: violenza ‘ pulp ‘ portato fin quasi alla metafisica, l’avantpop scaturito dal postmodernismo; con dei dialoghi dilatati fino all’incredibile, barocchi, divertenti che contenevano uno humor nero smitizzante anche della violenza che invece riempiva lo schermo. E poi una drammaturgia e una regia con la cronologia frammentata, come se n’era vista poco fin ad allora. Pensammo che i suoi debiti narrativi fossero il Kubrick di “ Rapina a mano armata “ per il montaggio, il Sam Pechinpah del “ Mucchio Selvaggio “ per il gusto delle inquadrature sulla violenza più macroscopica, e, perché no ?, l’Artur Penn di “ La caccia “. Poi nel 1994 è uscito “ Pulp Fiction “, tra i più bei film di fine secolo, in cui atmosfere pulp della letteratura americana di Serie B degli Anni Trenta/Cinquanta – fatta di violenza, erotismo e insensatezza – è coniugata con la cultura ‘ spazzatura ‘: insomma una ventata di ‘ nuovo ‘, un misto di genialità, insensatezza, creatività pura e grottesco. E con “ Pulp Fiction “ Tarantino ha dato il meglio di sé secondo noi, ha colpito così in alto ( o in basso ) che non poteva fare di meglio. E infatti, tutto quello che ha realizzato dopo ( unica eccezione – forse – è il primo: Kill Bill ), dall’episodio del film Four Rooms ( 1995 ) a Jackie Brown ( 2003 ), a “ Grindhouse – a prova di morte “ ( 2007 ) sono dei film modesti, dai tentativi anche in parte falliti. Per non parlare dell’encomiato e venerato “ Bastardi senza gloria “ una vera stupidaggine, con citazioni alte per argomentazione banali e di serie Z. Se non sembrasse una presunzione di chi scrive, diremmo di Tarantino: è un cretino con un gran talentaccio. E se i suoi ‘ maestri ‘ dichiarati sono Fernando Di Leo ( “ Quel maledetto treno blindato “ – da cui si è ispirato per “ Bastardi senza gloria “ ), Lucio Fulci ( “ I quattro dell’Apocalisse “ ), Sergio Corbucci ( “ Django “ – da cui, oltre al titolo, ha preso un refrain musicale di Luis Bacalov e un’inquadratura del cavallo che si muove in circolo ), vuol dire che gente come Hawks, Leone, Pechinpah, Martin Scorsese avranno altri eredi.
    Siamo nel 1859 nello stato del Texas, vige ancora la schiavitù ed esiste ancora il mestiere di negriero ( La guerra civili inizierà solo due anni dopo ). Gira per questo stato, ancora barbaro e selvaggio, il tedesco King Schultz ( Christoph Waltz ), dai modi raffinati e gentili ma che fa come professione il cacciatore di taglie e gira su un carretto con sopra un molare come se fosse un dentista. E come cacciatore è bravo e abile, cattura e uccide pendagli da forca violenti e pericolosi. Adesso deve scovare tre banditi pericolosi di cui non conosce né i visi né tantomeno il luogo in cui vivono, per sua fortuna lo schiavo Django ( Jamie Foxx ) conosce i tre uomini e allora Shultz lo libera, lo veste e gli insegna a sparare. Inizia tra loro – pur diversissimi – un sodalizio fatto anche di simpatia e rispetto reciproco. Girano l’America incontrando criminali, proprietari terrieri che stanno creando il Ku Klux Klan e fanno soldi. Django si ripulisce, ritrova una durezza tipica di un bianco e sa usare la pistola come un provetto cacciatore. Da sempre vuole ritrovare sua moglie che è stata venduta come schiava e marchiata come una bestia, e ricomprarla; ma da solo non andrebbe da nessuna parte, fortuna che il dottor Schultz lo voglia aiutare e sa anche come fare. La donna si chiama Brunilde ( come ne “ L’anello dei Nibelunghi “ di Wagner – Sigfrido lotta per liberare la sua amata dalle grinfie del male ) e per uno strano caso parla tedesco abbastanza bene. Il dottore pensa ad un piano semplice, andare dal negriero che ha di proprietà Brunilde, far finta di voler comprare un mandingo da combattimento e nella trattativa chiedere di comprare anche la donna solo perché lo diverte che parla tedesco. Sembra tutto procedere bene, tra negri che muoiono in combattimento, negri sbranati da cani famelici e violenze varie. A casa del negriero ( Leonardo Di Caprio ), a cena, stanno per concludere l’accordo ma il capo cameriere ( un irriconoscibile Samuel L. Jackson ), un negro vecchio e razzista verso la sua gente intuisce il trucco e lo svela al suo padrone. Tutto salta, c’è una sparatoria lunga e cruenta e il dottor Shultz muore subito dopo aver ammazzato il negriero, mentre Django viene catturato e appeso ad una corda a testa in giù in attesa di essere evirato o ucciso. Ed invece i bianchi decidono di mandarlo in una prigione a spaccar pietre. E Django appena può torna indietro per la vendetta.
    “ Django – unchained “ è un film di quasi tre ore, diretto in modo impeccabile e con una splendida fotografia. Ma non riuscendo a lasciarci andare ad una storia con troppi ‘ omaggi ‘ e giochi su vari livelli, tantomeno ad un cast ottimo e per certi versi sprecato in modo hollywoodiano ( citiamo Bruce Dern in una sola inquadratura, o James Russo ucciso all’inizio del film – tanto per dirne solo due ), troviamo il film lungo, avvinghiato su se stesso, che chiede allo spettatore disponibilità assoluta e il lasciarsi andare su lungaggini e insensatezze di troppo. Tarantino sembra ormai schiavo del suo cinema e della sua voglia di stupire, al punto che può sembrare oltre che ripetitivo anche o solo un cinephile morboso. A questo se non state al suo gioco a-ideologico di confondere liberazione con vendetta personale ( Sul viso di Django che sta per andare a fare il suo massacro personale si inserisce la musica sessantottina di Freedom o il furbastro dottor Shultz, che ne ha viste troppe nella vita, decide di prendere coscienza civile e uccide e si fa uccidere per non stringere la mano al cattivo – due esempi tra i tanti ) allora alcuni passaggi possono sembrare anche irritanti. E se dovessimo sciegliere tra il Django di Corbucci con Franco Nero o il Django di Tarantino con Foxx probabilmente sceglieremmo – per passare semplicemente due ore – il film nella versione originale.

    • renatamorresi il 12 febbraio 2013 alle 00:21

      Domenico, io invece, guarda un po’, trovo irritante, e non poco maleducato, che lei abbia copia-incollato la sua “recensione” di Django senza partecipare PUNTO alla discussione di cui sopra – tanto più che la trama che ci propone è annacquata da una lettura piena di categorie precotte e inesattezze.

      Dire che Bastardi senza gloria è “una vera stupidaggine” è, ovviamente, “una vera stupidaggine”

  13. gianni biondillo il 12 febbraio 2013 alle 10:16

    Renata,
    davvero complimenti per questo tuo pezzo molto stimolante.
    Purtroppo non ho tempo per entrare nella discussione, ma ho visto Django e ha confermato molti dei giudizi che ho sempre avuto su Tarantino. pregi e difetti.
    Per spiegarmi. Prima di andare ho telefonato al cinema:
    “mi scusi, il film è vietato? Vorrei portarci le mie figlie.”
    “No, non lo è, però… quanti anni ha la più piccola?”
    “Otto.”
    “Ehm.. insomma, è molto violento, fossi in lei non ce la porterei…”
    Inutile dire che le ho portate e si sono divertite un mucchio. E’ vero che io forse esagero e faccio vedere cose assurde alle mie bambine, ma Django, come tutto quello che fa Tarantino, è sempre e comunque impossibilitato ad essere PER DAVVERO violento. Dieci minuti di un qualunque Scorsese d’annata supera in crudeltà (nel profondo) la violenza di tutta la produzione di Tarantino.
    Non si creda però che lo stia criticando. A me piace, e molto. Con tutti i suoi difetti, insisto, compresa una verbosità autoindulgente.
    E Django l’ho apprezzato, anche nel nome delle cose che tu hai testé scritto, Renata.
    Su “Bastardi senza gloria” invece ho molte rimostranze. Non posso dire che sia “una vera stupidaggine” perché non significa nulla, ma quando lo vidi mi fece venire i nervi più d’una volta. Sfilacciato, inconcludente, cazzaro… pieno di invenzioni, come è Tarantino, ma in definitiva sbilanciato, senza una vera struttura . (ma non è di questo che si parla, e mi sto dilungando più di quanto il mio tempo a disposizione permette. Spero di riparlarne appena possibile).
    Complimenti ancora.

  14. andrea inglese il 12 febbraio 2013 alle 15:22

    Su “Bastardi senza gloria”, devo assolutamente spezzare UNA lancia, ma solo una.
    Lo considero uno dei peggiori film di Tarantino, ma anche quello che contiene una delle MIGLIORI sequenze di Tarantino, che da sola VALE TUTTO il film: alludo ovviamente alla lunga, estenuante, snervante, anfetaminica sequenza della taverna.

    • gianni biondillo il 12 febbraio 2013 alle 16:00

      In quella scena c’è tutto il meglio e tutto il peggio di Tarantino.

      • andrea inglese il 12 febbraio 2013 alle 19:13

        pentiti, cazzo, pentiti gianni! e ripeti con me: “in quella scena c’è il meglio di tarantino, la stessa tensione delle “Iene”, quando non si sa se l’infiltrato verrà mascherato, la stessa tensione (anzi di più) di “Djiango”, quando Djiango va a casa del lupo Di Caprio…”

        • gianni biondillo il 12 febbraio 2013 alle 23:35

          scena tesa, vero. Ma anche compiaciutissima. E poi,dai, questi che parlano di “stallo messicano” in una cave durante la seconda guerra mondiale, ma ci credi? Fuori dagli USA Tarantino è come la maggior parte degli americani, sono convinti che il mondo parli e pensi come loro. Lo stallo delle Iene (oltre ad essere venuto prima, e non è poco) è molto più potente.

          • andrea inglese il 13 febbraio 2013 alle 01:06

            non ti sei pentito… è per colpa tua che ratzinger molla

    • renatamorresi il 12 febbraio 2013 alle 17:57

      confesso, e mi rendo conto che ci sono di mezzo le mie fisse traduttologiche, ma quella scena snervante e allucinata (vero, da sola vale tutto il film) è una bomba, un vero trip linguistico…

  15. Gianni Montieri il 13 febbraio 2013 alle 14:21

    L’articolo di Renata è molto interessante. Il fan di Tarantino che è in me mentre leggeva pensava: “a noi fan di Tarantino di quest’articolo nun ce ne po’ fregà de meno” ma l’appassionato di cinema e di storia proseguiva interessato e, quest’ultimo, ha fatto bene. Ho già scritto del film e ne ho scritto da fan, esaltando anche alcune peculiarità da regista di Tarantino: girare con una sola macchina, in pellicola, poca apparecchiatura elettronica ecc. lo ribadisco solo per dire che innanzitutto al buon vecchio Quentin piace fare film. Gli piace fare film alla Tarantino e Django unchained lo è. Ha dentro tutto: dialoghi, splatter (molto meno di un tempo, credo non ne abbia più bisogno) fumetto, umorismo, dramma. Nel modo di fare film Tarantiniano è sicuramente un film (anche) contro il razzismo e lo schiavismo. Le scene sottolineate da Renata, e da Andrea Inglese nei commenti, sono più che uno spot contro il razzismo – quella di Candie e Stephen su tutte o quella geniale dei cappucci – due scene completamente diverse: alta tensione nella prima, dialogo strepitoso e lo schiavo che spiega al bianco che lo stanno prendendo per il culo e, soprattutto, il bianco che lo ascolta. La seconda scena è totalmente Tarantiniana: mostrare una situazione storica più che drammatica attraverso il comico, il ridicolo. Genio. Il razzismo e lo schiavismo (soprattutto il secondo) sono temi ben presenti nel film e non credo che Tarantino possa essere più profondo di così, questa è la sua maniera. Un film romantico pure, un film su un eroe solitario (come la sposa di Kill Bill) e sulla vendetta che fa giustizia (di nuovo Kill Bill e Bastardi senza gloria). Tarantino sovverte spesso l’ordine delle cose ma sa dove vuole portarti e, noi, in questo disordine ci sguazziamo fino alla fine (ecco che ritorna il tifoso).

    grazie
    Grazie

    • Gianni Montieri il 13 febbraio 2013 alle 14:22

      cioè il tifoso ha ringraziato in minuscolo e l’appassionato di cinema in maiuscolo :-)

      • renatamorresi il 13 febbraio 2013 alle 18:50

        cari fratelli Montieri, grazie al tifoso di aver cominciato la lettura e all’appassionato di averlo costretto a proseguire :) se vogliamo bene al bravo Q.T. penso che dobbiamo concedergli la capacità di far discorsi che vanno al di là di se stesso, altrimenti hanno ragione gli scettici che lo accusano di ripetersi, di parlarsi addosso, di essere schiavo dei suoi stilemi, ecc.

        D’altronde, come cercavo di dire qua sopra nel thread, i suoi ultimi temi non se li sceglie a casaccio, o col pretesto che si tratti di situazioni in cui sfracellarsi di proiettili è roba di routine: li sceglie (e ci piace, credo) proprio perché è interessato ai confini del regno dell’individuo, a come questi può trasformarsi nel gioco di identificazioni e proiezioni. Ma pure a come l’individuo può essere espanso e/o schiacciato dalle contraddizioni espresse dalle forze dell’immaginario, da una parte, e, dall’altra, dal limite biologico. Va in scena lo scontro/l’esaltazione di Volontà e Carne: dal superamento della morte di Beatrice Kiddo che esce dalla bara a forza di cazzotti al Tarantino che si fa polverizzare dal tritolo in Django, passando per gli svellimenti oculari, ecc., abbiamo tutto lo spettro del fantasticare dal/sul corpo del singolo.

        E infatti cos’è che ci atterrisce di più? Di certo, per esempio, non l’oppressione delle comunità africane nel nuovo mondo, né le ideologie pseudo-positivistiche sostenute dai loro oppressori (infatti, dice il fan, a lui de ‘sta roba non gliene può fregar di meno – ecco perché gli Spike Lee se la prendono). Piuttosto la tortura, il dolore, il male con la minuscola, quello fatto a uno/a. Cos’è che più ci esalta? Il suo riscatto. Oui, Django c’est moi. (Non è di certo politica o storia questa, ma, se ammettiamo quel che dice Andrea Inglese qua sopra, che politica può essere l’invenzione dei ruoli, e storico-politico è il prendersi il permesso legale di essere quello o questo, allora forse…)

        ciao Gianni :)

  16. Andrea Cortellessa il 13 febbraio 2013 alle 16:13

    Bellissimo pezzo, Renata. Su una cosa dissento da (mi pare) tutti voi. Inglorious Basterds è un capolavoro, Django – per me – un gradino sotto. Ma la scena del proto-KKK è da antologia all times.

  17. renatamorresi il 13 febbraio 2013 alle 18:56

    Grazie Andrea, sì, anche secondo me Django drammaturgicamente fila troppo liscio, mentre Basterds è un grande film, dicevo qui nel thread da qualche parte del suo congegno perfetto (e non abbiamo nemmeno citato la pazzesca scena bilingue dell’inizio!)

  18. gianni biondillo il 14 febbraio 2013 alle 13:50

    “Inglorious Basterds è un capolavoro”.
    André io ti voglio bene, lo sai, ma te piacque pure Avatar, non so se mi spiego.
    ;-)))
    Ciao Renata, mo’ mi taccio.
    :-)

  19. lorenzo galbiati il 14 febbraio 2013 alle 15:53

    Per quanto mi riguarda, i capolavori di Tarantino sono Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Pulp Fiction secondo me è stato geniale, ha inaugurato un genere, è il suo marchio di fabbrica, è godibilissimo per i suoi dialoghi, mai superati per humour. Bastardi senza gloria è la maturità di Tarantino. I film suoi che non fanno ridere, sono molto meno riusciti. Molto buono le Iene. Sopravvalutati tutti gli altri, in particolare Jackie Brown e Kill Bill. Django non l’ho ancora visto. Nel complesso, credo che la critica sia un po’ succube del talento narrativo di Tarantino, che rispetto ai suoi modelli (Sergio Leone) in my opinion resta molto fumo e poco arrosto, molto appariscente ma di poca sostanza. In altre parole, secondo me il limite notevole di Tarantino è che sotto la sua grande padronanza tecnica, non mi pare ci metta l’anima in quel che racconta, io non lo sento del tutto autentico.

    • gianni biondillo il 14 febbraio 2013 alle 19:29

      Le mie bambine vanno pazze per Kill Bill, si divertono come matte. Tarantino fa film per l’infanzia.

      • renatamorresi il 16 febbraio 2013 alle 12:40

        dio mio, gianni, le tue figlie me le vedo già come delle toste badass alla gogo yubari :)

        • gianni biondillo il 17 febbraio 2013 alle 15:28

          E’ la loro preferita.

          (forse non dovevo fare vedere loro Shining a 6 anni)

  20. emanuela il 24 febbraio 2013 alle 12:52

    non vado pazza per la violenza manieristica di Tarantino, ma indubbiamente nellinguaggio cinematografico c’è qualcosa di molto interessante. Apprezzo le dilatazioni dei dialoghi, il continuo uscire dal contesto, che fondo sta dirci che nessuno di noi é mai totalmente lì dove si trova. Ed è vero. Lo si nota nel dolore, da cui riusciamo estraniarci con le stesse operazioni di uscita dal contesto. È una forma di libertà mentale, che non potrà impedirci di soccombere, sí, ma almeno ci può far morire da persone libere.
    Bene, per Tarantino questa capacità di uscire dal contesto, riguarda sia le vittime che i carnefici. Anzi, soprattutto i carnefici. Che nei suoi film, divagano continuamente dalla partecipazione empatica con la situazione e la vittima, intessendo i famosi dialoghi/non dialoghi incessanti. Che appunto non sono dialoghi, ma divagazioni solipsistiche, che in quest’ultimo film, come nota la brillante autrice di questo articolo, scivolano decisamente verso il sadismo.
    il sadismo, per la mia personale opinione, non è il piacere che si prova ad allargare l’estensione della mia libertà, negando l’esistenza degli altri. Ma è la celebrazione della mia esistenza, attraverso il dominio completo dell’altro. L’identitá del sadico, si nutre del dominio, fisico e mentale, della vittima. Senza questo dominio, il sadico non si sente vivo. E più il sadico é raffinato, più avrà piacere nel vedere che la vittima si induce il dolore da sola il dolore, lo induce ad altri, o se lo fa indurre da altri.
    Purtroppo, per quanto abbia cercato di non vedere le scene che Tarantino sadicamente mi ha rifilato in questo film – la lotta omicida, l’umiliazione e lo sbranamento del lottatore – ne sono stata comunque molestata, mi ha fregato accidenti, un regista sadico e abile a non darmi vie di fuga dalla percezione di quanto sta accadendo.
    Per il resto, sono d’accordo che manca completamente la dimensione corale, collettiva e storica. In questo lui é totalmente americano, celebra sempre l’individuo: il supereroe, il supercattivo. Non esiste, famiglia, quartiere, città, paese.
    L’unica relazione organizzata, peraltro sempre fuori misura, che Tarantino prevede, é quella a due.



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