Corona (+ 3)

11 febbraio 2013
Pubblicato da

coronadi Andrew Zawacki

traduzione di Andrea Raos

Corona  

Un io balbettò e un io mutò
voce, un io provò

a legare una fune a un io che
se la slacciava.

Un io guardò un pescatore trainare a riva
dal frangente uno squalo tigre della sabbia,

mentre un altro io era già anni più tardi,
tornato là dove un abitante del posto

aveva messo l'esca per il persico ma abboccò uno squalo.
Un io si sedette sotto nuvole olivina,

nuvole rosso acceso, un cielo cortigiana,
e un io si stese al sole

da bambino, immaginando una canna da pesca
divenuta corona. Un io sventolò una sciarpa

fiordaliso, ascoltò il suono di una girandola
e il suono del vento,

salutò con la mano un imminente
amore passato. E un io andò in giro

a piedi nudi e scottato dal sole attraverso
le inibizioni nicheliche del pomeriggio,

scagliando bottiglie ambrate contro un sommacco selvatico,
il lago piombo, nuotando per raggiungere i suoi

sul molo mentre scendeva il crepuscolo,
mentre lo stesso ragazzo restava indietro

a guardarlo nuotare. Un io credette
che un padre potesse essere ucciso da uno smottare di roccia

e un io si svegliò per scoprire che aveva solo
sognato, benché suo padre fosse già morto,

e un io credette nella bellezza di una casa
non costruita da nessuna mano. Un io promise

che mai niente si sarebbe rotto – e niente si ruppe – 
e un io vide rompersi ogni cosa

e non seppe dirlo.

*

Vertigine

Se il vento che si attarda tra i rami
sfugge da sé solo per finire in quarantena
per via di una bufera sbandata dal nord

e se l'aria si capovolge mimando
i resti dell'imbrunire sconvolta da una gelata precoce
e punita per quanto freddo è il suo freddo

tu, come un proiettile che si incastra nell'osso
e diventa parte del corpo,
non ti sveglierai partita via dal tuo nome.

E io non sarò parte di te.

§

Ci sono cose che vorrei mettere in chiaro
con me stesso. Perché, per esempio,
mentre l'autunno si dipana, non riesca a cementare

me con me stesso, solo luce del sole
sparsa in giro da qui fino al sole. Con “io”
voglio dire una finestra, punto di rosso che sfiora il lago

all'alba o un'eco spulata
lungo il muro, premuta a nascondersi
e sformata dalla voce da cui svanisce.

Voglio dire così tante finestre. Così tanto rosso. 

§

Che non mi si fraintenda.
Quella donna che porta in sé
l'inverno, intirizzita da una neve

che mai si livella – vorrei dire
io la amo. Ma io è parola troppo forte
e amo non abbastanza.

*
Glassscape

Soffio di grigi in campo
fluido e ticchettio di pioggia
	lo-fi – bleu pétrole – 
				un sole
a 60 watt svitato dal
cielo desolato: pietr-
			ame e fanghiglia di carbone,
	benna e loess, per quale fosforo
è un semaforo, setoso
				nelle sue ombre acustiche
		a slucernare, a restare
via quando mi sposto:
figure lontane dal mercurio
		buio, non
          infrangibile, non
	otturabile,
da immagine rumore
ogni contorno stirato a
			strass – 
		come se i margini fossero
invasi da centri o ceneri
			– “Ecchoes 
			to the Eye” –   
o la scarpetta di Cenerentola
soffiata in poli-
		vinile butile
	laminata a vetro.

*

Le forme gelate in familiare lontananza

Questi azzardi,
usciti da una neve speculare

più bella di quanto la sua scarna ed elastica grammatica
dovrebbe consentire, ma l’assiomatica dell’inverno

ristà – intarsiata, soffiata a vetro – sul fiume
spianato incolore, il suo moto

sospeso ormai da ore, anche solo alla vista,
come una cicatrice sutura una ferita,

da taglio, la frontiera tra febbre e fremito,
o una ripresa aerea dei quartieri

open- source della mente
– e allora cosa. Il terreno assalito saturato

da tutto tranne noi benché noi
stiamo qui, una buca nel campo già una tappa

verso la foresta, e perciò siamo trattenuti dai
boschi e dai prati nello stesso tempo, grati a entrambi,

corsivi lungo il nostro elaborato collasso verso l’alluvionale
disastro della storia. Come se il crepuscolo

fosse una forma di cortesia, antiquato, pittoresco
con quei suoi ninnoli, sbatacchiante contro un sottocoppa fragile che accoglie

il poco che è versato – eppure i Fahrenheit di una ricerca,
incisi e ribattuti a cercare

ciò che mai ci tocca
malgrado la nostra mancanza di sentimento, la nostra costante

incostanza nascosta agli occhi e così esposta al meglio,
impreparata alle stravaganze del sonno, la sua aragonite,

dei nomadi punti cardinali del sonno.
Quale flangiata o sfalangiata ipotesi

– qui, oppure qui – chiediamo del ghiaccio,
non poterono nascere, o gene- rarvisi, quali sovranità

del lago sono causa del vento – un’interruzione di chi siamo
e anche di sé – non svaniranno in quello stesso

bianco che le rende alla visione.
Che il fico fiorisca, ai margini

di preoccupazioni personali, il cipresso
come evento statico, i suoi rami vitrati in

cristallo saldato in acqua nel freddo,
di cui il centro è una cosa che nuota

che ingloba il panico presente nei suoi polmoni
sferici, cimmeri, e aspetta un concetto di superficie

per lasciare andare. Abbiamo forse fatto troppe storie
in merito all’impianto formale, rapide a sbiancare le sue mura,

quando la vacuità del contenuto è ciò che vuole
e ciò che è. Solfato di rame e più ramata

aria, tardiva in deviazione ottica:
così l’oro- genico, augurato cuore.

Una notte latente si annuncia
anonima da un hinterland, tagliata dal testo della cornea,

la sua luce spinta avanti in quanto analisi, lo gneiss
che un tempo solo e nel buio ammassò il buio:

tempra, con un carico termale, annullando
ogni icona venuta prima; ma a differenza di chi

la guarda, di chi ascolta entro la sua infernaledischiusa
cornice – e noi non facciamo eccezione – molto tristemente per

lei lei
non morirà mai.

***

Fermata

One of me stuttered and one
of me broke, and one of me tried

to fasten a line to one of
me untying it from me.

One of me watched a fisherman haul
a sand shark from the breaker,

while another was already years later,
returned to where a local man

baited for striper but landed a shark.
One of me sat under olivine clouds,

clouds of cerise, a courtesan sky,
and one of me sunned himself

as a child, imagining a fish-rod
turned fermata. One waved a sash

of cornflower blue, one heard
a windmill, one heard the wind,

one waved goodbye to an imminent
leftover love. And one strolled

barefoot and sunburnt across
the nickel inhibitions of afternoon,

tossing amber bottles at a smoke tree,
the gun lake, swimming toward

his family on the dock as twilight fell,
as the same boy stayed behind

to look at him swim. One believed
a father could be killed by falling rock,

and one woke up to find he’d only
dreamt, although his father was dead,

and one believed in a beautiful house
not built by any hand. One promised

nothing would break, and nothing did,
and one saw breaking everywhere

and could not say what he saw.

*

Vertigo

If wind that wastes its time among the trees
escapes itself, only to end up quarantined
by a derelict squall from the north,

and if the air turns somersaults, miming
the outtakes of dusk, scandaled by an early frost
and punished for its coldness by the cold—

then, like a bullet that lodges in bone,
becoming a piece of the body,
you will not awake apart from your name.

And I will not be not a part of you.

§

There are things I would settle
with myself. Why, for instance,
as autumn unravels, I cannot mortar

myself to myself, nothing but sunlight
littered from here to the sun. By I
I mean a window, redness grazing the lake

at dawn, or an echo winnowing out
along a wall, hard pressed to hide itself
and straining for the voice it vanished from.

I mean so many windows. So much red.

§

Please do not misunderstand.
That woman who carries winter
inside her, dizzied by snowfall

that won’t level off—I would say
I love her, but I is too strong a word
and love not strong enough.

*

Glassscape

Grayscale breath on a fluid
field, with lo-fi
           rainpatter—bleu pétrole—,
                                a 60-watt
sun unscrewed from the
woebegone sky: rip-
                 rap & coal slurry,
    dragline & loess, what phosphor
-us is a semaphore
for, silklike
               in its acoustic shadows
                   louver away, or stay
when I move:
figures astray from the mercury
              dark—shatterproofless,
                   shutterproofless,
image noise
stressing each contour to
                          strass—
             as if the margins were
swarming with
centers, or cinders
                      —“Ecchoes
                   to the Eye”—
or Cinderella’s slipper
blown of poly-
                          vinyl butyral
                  & laminated glass

*

The Forms Frozen in Familiar Remoteness

These hazards,
out of a specular snow

prettier than its gaunt,
elastic grammar

ought to allow,
but winter’s axiomatics

hang—tessellated,
ashblown—on the river

matted colorless,
its movement

suspended for hours now,
if only to the eye,

as a cicatrix
sutures a jackknife

graze, the frontier between
fever & thaw,

or an aerial recon
photo of the mind

’s open-
source arrondissements

—and what of it.
The assailed ground saturated

with anything other
than us although we

stand there, a hole in the field
already a halt

to the forest, and are thereby
held by

woods and meadow at once,
beholden to both,

cursive along our labored
collapse toward history’s

alluvial havoc.
As if twilight

were some kind of courtesy,
antiquated, quaint

in its china, rattling against
a brittle saucer that catches

the little is spilled—and yet
the Fahrenheits of a research,

inlaystricken and outward
struck, to track

what is never not
touching us

despite our lack of
feeling, our constant

inconstancy hidden from view,
that being its proper display,

ill prepared for the vagaries
of sleep, its aragonite,

of language’s nomadic
cardinal points.

What flanged or unphalanxed
hypothesis

—here, or here—,
we ask of the ice,

could not be born, or borne
across, what sovereignties

of the lake effect wind—
an interruption to who we are

and even to itself
—won’t vanish into the very

white that gives them back
to vision.

That the fig tree
flower, at the outskirts

of private concern,
the cypress-pine

as a static event,
its branches glassed in

water soldered crystal under
the cold,

the center
of which is a swimming thing

that packs the current taut
within its globed,

Cimmerian lungs, and waits
for a concept of

surface to let it go. Have
we fussed too much

with the formal design, quick
to flaxen its walls,

when emptiness
of content’s what it wants

and what it is. Bluestone
and the bluer

air, late
thru an optic swerve:

so the oro
-genic, augured heart.

A latent night
announces itself

anonymous, from a hinterland,
cut from the cornea’s text,

its light rushing forth as
analysis, the gneiss

that once alone and in
the dark amassed the dark:

anneals, with a
thermal freight, annulling

every icon came before;
but unlike those who

look at it, who listen inside its
helllatched

frame—we being no
exception—sadly enough for

it it
cannot die.

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7 Responses to Corona (+ 3)

  1. f. il 11 febbraio 2013 alle 10:01

    Un post meraviglioso, da incorniciare.
    Grazie!

  2. Marilena Renda il 11 febbraio 2013 alle 18:10

    Zawacki riconcilia con la neve e con tutte le cose che si rompono.

  3. G. il 11 febbraio 2013 alle 18:26

    Bello, innanzitutto. Saluti,
    Giampaolo

  4. Francesco Filia il 11 febbraio 2013 alle 20:34

    “Una notte latente si annuncia
    anonima da un hinterland, tagliata dal testo della cornea, (…)”

    Che dire..testi e traduzioni di una bellezza e precisione rare..

  5. véronique vergé il 11 febbraio 2013 alle 20:57

    Nel punto finale della giornata, leggo la magnifica traduzione di Andrea Raos.
    Sono nel momento di sonno veglia,
    di suggestione della parola, quando
    l’io immaginario viene alla superficia
    della luce.
    La musica dei versi ha un magia
    ipnotica: il mondo della bellezza blu
    petrolo invade la mente: la parola entra
    nel colore degli occhi. Il sogno imminente
    come l’è l’amore passato.
    Mi addormento con questa lingua
    onirica, ultima linea da sognare.

  6. andrea inglese il 11 febbraio 2013 alle 23:43

    Li mortà andrearà superpagapoesì stendingové mahonna buia turbotraduziò

  7. renatamorresi il 14 febbraio 2013 alle 10:13

    una volta, dovevo tradurre una specie di manuale per la pesca a mosca, andai in uno di quegli empori di pesca dove spesso sostano per interi pomeriggi gli appassionati. ci andai per parlare un po’, conoscere i nomi e capire gli attrezzi, com’erano fatti. la canna da pesca a mosca, per esempio, non l’avevo mai tenuta in mano, è lunga, sottile, leggerissima. ha un mulinello minimo, perché il pescatore deve seguire le vibrazioni del filo, mica spaccare la bocca al pesce, ma quasi danzarci – così ti dicono

    confesso di non aver afferrato subito questa cosa della “corona”, e pensare quante volte l’ho vista sopra brevi e semibrevi e crome, da piccola. e il traduttore, clemente, ha pure messo l’immagine per noi tardi… alla fine ci sono arrivata, e ringrazio. ho persino sentito tremarmi la canna sulle dita come un suono, come quando sostavo per un tempo lungo “a piacimento dell’esecutore” sulla nota

    “immaginando una canna da pesca
    divenuta corona”

    questo cerchio nel tempo in cui precipitano tanti strati del tempo, in cui vibrano tanti me e non più me che a tratti si guardano, è davvero folgorante. e leggendo mi sembra di viverlo, o di averlo vissuto

    grazie
    r



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