Zero Dark Thirty. La cancellazione dell’alterità del nemico e l’esibizione della tortura

11 febbraio 2013
Pubblicato da

bigelow

di Andrea Inglese

Sono andato a vedere Zero Dark Thirty. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione dei fatti da vendere in giro per il mondo con l’intento di far sognare, divertire ed emozionare un pubblico globale. Dopotutto non mi ero perso né Thor The Avengers, perché avrei dovuto privarmi di un western mediorientale, magari incalzante e spettacolare come Syriana? Oltretutto, m’incuriosiva come Hollywood avrebbe trattato uno degli episodi salienti, il più epico, della guerra contro Al Qaida. Un episodio, per altro, da catalogare nella controversa serie degli omicidi politici. Un episodio, quindi, al tempo stesso trionfale e vergognoso, che va celebrato ma anche nascosto: un trionfo senza esibizione del corpo del nemico trucidato, che è stato fatto sparire con grande premura e cautele in fondo al mare.

Solo una volta entrato in sala, mi sono reso conto che il regista era Kathryn Bigelow, di cui mi era rimasto impresso il notevole Strange Days, tra i migliori film distopici e perturbanti dell’ultimo ventennio. La mia curiosità era ulteriormente accresciuta. Mi chiedevo come ci fosse arrivata la Bigelow dietro la macchina da presa del western terroristico, e soprattutto come lo avrebbe trattato.

In termini strettamente cinematografici, mi verrebbe da dire che Zero Dark Thirty è un film quasi riuscito: i personaggi e i contesti sono abbastanza credibili, la temibile retorica patriottica statunitense è contenuta, il ritmo è implacabile, l’operazione militare che ha portato all’uccisione di Bin Laden scorre nei tempi lenti e tesi del miglior cinema di guerra, come nella seconda parte di Full Metal Jacket per intenderci. Il problema, si dirà, è che nonostante i suoi pregi cinematografici Zero Dark Thirty rimane dall’inizio alla fine inscritto in una narrazione patriottica, filogovernativa, che mai mette in crisi il quadro ideologico generale della guerra al terrorismo islamico. Verissimo, ma è ingenuo forse aspettarsi qualcosa di diverso. Sarebbe stato davvero anomalo scegliere di raccontare l’uccisione di Bin Laden, il più cattivo dei cattivi, l’indifendibile promotore della guerra santa contro l’Occidente, per trasformarla in occasione d’arringa contro i suoi esecutori. La Bigelow sceglie di raccontare la storia di un successo militare, dalle sue fasi germinali alla conclusione felice. Ciò che fa da sfondo a questa operazione militare non è mai interrogato né esplorato. In altre parole, si considera legittima su un piano etico e politico la guerra contro il terrorismo e, di conseguenza, l’azione specifica che in essa s’inserisce.

Non sono rimasto particolarmente deluso da questa assenza di critica, perché in qualche modo me l’aspettavo. Avendo visto in anticipo locandina e trailer, mi ero reso conto di non trovarmi di fronte a un Redacted girato da Brian De Palma. Ma il film della Bigelow dice qualcosa in più e qualcosa di diverso, rispetto alla vicenda dell’avventurosa caccia al nemico, in cui costanza e coraggio vengono premiati. La prima cosa che mi ha sorpreso è il carattere di enorme sintomo di questo film. Zero Dark Thirty dovrebbe trarre il proprio fascino dalla capacità di restituire visibilità, seppure in forma fittizia, a quell’evento mediatico maggiore, di cui noi spettatori globali, consumatori indefessi d’attualità geopolitica, siamo rimasti privi. Il cinema della Bigelow dovrebbe permetterci di vedere ciò che i media non ci hanno concesso di vedere, se non attraverso ridicoli cartoni animati in 3D o fotomontaggi circolanti in rete. Il problema è che noi, per tutto il film, non abbiamo sotto gli occhi che i soliti impiegati della CIA e i soliti soldati dei reparti speciali, e i soliti vertici dell’esercito, dei servizi segreti e del potere politico. E anche quando seguiamo i soldati statunitensi fin dentro al suo nascondiglio pakistano, noi Bin Laden non lo vediamo né da vivo né da morto. Per qualche secondo, dopo la sparatoria cruciale, appare un’immagine sfuocata di un tipo con la barba grigia disteso per terra. Finzione cinematografica e censura mediatica si sovrappongono millimetricamente alla fine del film. Bin Laden rimane senza volto, tanto nel reportage giornalistico che nella ricostruzione hollywoodiana. Ma non è solo il grande e carismatico capo a rimanere senza volto, per chissà quale tardiva prudenza e pudicizia. In Zero Dark Thirty sono tutti i membri di Al Qaida a non avere volto, consistenza morale: il nemico, il fanatico arabo-musulmano, è sempre poco più di una comparsa. Questo completo azzeramento dell’altro produce alla fine un effetto caratteristico: il film rafforza in noi la percezione dell’irrealtà di Al Qaida, sorta di entità mitica, terribile e affascinante, invisibile e pervasiva, che di tanto in tanto irrompe violentemente nella quotidianità arcinota dell’Occidente. Dopo un decennio di guerra al terrorismo, i nemici terroristi non hanno perso nulla della loro mitizzata, inesplorata, alterità: guardano verso gli Stati Uniti come delle sfingi, privi di storia, di cultura, di motivazioni, di enunciati. Al Qaida non è altro che un idolo terrificante, che possiede da anni i soliti tratti caratteristici: lingua araba, religione musulmana, spietatezza fanatica. Questa assoluta incapacità studiare il proprio nemico, d’indagare la sua umanità, le sue motivazioni, per aberranti che siano, questa inibizione alla comprensione elementare dell’altro da sé, mi sembra un aspetto ben più inquietante del prevedibile patriottismo del film.

A ben guardare, Bin Laden e i suoi soldati sono pretesti per raccontare una storia tutta americana. Il personaggio principale del film della Bigelow è una donna in carriera, che si muove in un contesto di uomini, superiori gerarchicamente o suoi pari, e contro di essi deve battersi in continuazione per far valere i propri talenti. Si tratta di un soggetto tipicamente liberal con forti coloriture femministe. Contro l’opinione di tutti, è la donna che avrà visto giusto. E la sua carriera, nonostante gli ostacoli prodotti da una persistente cultura maschilista, sarà coronata da successo, grazie all’abbinamento di fine intelligenza e grande forza di carattere. Una tale vicenda poteva svolgersi interamente in ambiente statunitense, all’interno di una grande azienda o di un’istituzione federale, senza che ci fosse bisogno di tirare in ballo la “guerra al terrore”.

La seconda cosa che mi ha colpito del film è l’esibizione della tortura perpetrata da agenti della CIA contro prigionieri arabi. È singolare che tutti i detrattori di questo film abbiano sostenuto che, proprio in virtù delle scene dedicate alla tortura, la Bigelow appoggi, legittimi, contribuisca a normalizzare l’uso della tortura come mezzo efficace per ottenere la sconfitta del nemico. Sul Guardian, il quotidiano britannico indipendente, è avvenuto un acceso dibattito sul film, incentrato proprio sula questione della tortura. Dico subito che io considero le lunghe scene di tortura del film ciò che lo salva, ciò che non fa quadrare i conti e ciò che, in definitiva, mostra un versante della mentalità statunitense più avanzata di quella europea. Il mostrare con efficace realismo pratiche di tortura significa fuoriuscire dalla politica dell’eufemismo, che ha governato e tutt’ora governa non solo la propaganda politica nella sua legittimazione della guerra, ma anche l’infinito commento mediatico embedded. Ma più in generale significa avallare la denuncia giornalistica, tutta il portato delle inchieste scomode e coraggiose che hanno puntato il dito sulle pratiche di tortura realizzate sotto la presidenza Bush e diventate, in seguito, sempre meno difendibili sotto una presidenza democratica e con un presidente, per di più, Nobel per la pace. È il cinema commerciale che nel mondo odierno sancisce la definitiva realtà di ciò che il giornalismo impegnato ha in precedenza denunciato. I ruoli sono invertiti: è ormai la finzione che certifica ciò che il reportage ipotizza. Per questo non è irrilevante che un film a diffusione mondiale racconti come la tortura sia stata sotto la presidenza Bush una pratica ordinaria e sancita politicamente.

Žižek ha scritto sul Guardian il 25 gennaio un articolo intitolato: Zero Dark Thirty: Holliwood’s gift to American Power. Anche al centro della sua riflessione vi è l’esibizione cinematografica della tortura. La conclusione di Žižek è la seguente: “Per ciò che riguarda l’argomento “realista”: la tortura è sempre esistita, allora non è meglio alla fine parlarne pubblicamente? Questo è, precisamente, il problema. Se la tortura è sempre stata praticata, perché quelli al potere ora ce ne stanno parlando apertamente? C’è una sola risposta: per normalizzarla, per abbassare i nostri criteri etici”. La tesi complottista di Žižek è alquanto strana se si pensa che nel film è proprio l’avvento della presidenza Obama a limitare l’uso di queste pratiche, e ciò corrisponde per altro a una circostanza reale: nel 2009 Obama introdusse come procedimento per gli interrogatori dei prigionieri l’US Army Field Manual on Interrogation, che pur non eliminando del tutto la possibilità di abusi, escludeva chiaramente tecniche d’interrogatorio come il waterboarding. Ma la critica più pertinente nei confronti della tesi di Žižek viene da un regista, che non si può considerare di simpatie guerrafondaie: Michael Moore. In un post su Facebook, Moore ha difeso apertamente il film della Bigelow, sostenendo che esso non può che rendere odiosa la tortura. In sintesi Moore dice: non bisogna accettare nemmeno per un attimo i termini del discorso posti dagli avversari, che vorrebbero discutere sull’efficacia o meno della tortura. L’unica domanda pertinente è quella che si chiede se la tortura sia giusta o sbagliata. “E, dopo aver visto il comportamento brutale degli agenti CIA per i primi 45 minuti del film, non posso credere che qualsiasi persona con una coscienza finisca per sostenere che questo è moralmente giusto. Voi sarete disgustati da queste scene di tortura, perché ciò è stato fatto in vostro nome e con i soldi delle vostre tasse. Noi lo abbiamo finanziato.”

Il gigionesco Moore, militante fracassone, si mostra ben più sottile del neolacaniano Žižek. Moore fondamentalmente crede che esista una forza intrinseca nel linguaggio cinematografico, e che questa forza trascenda i confini di ogni esplicita argomentazione di tipo discorsivo, fosse pure orientata a giustificare l’uso della tortura. Non solo sostiene, questo, ma crede anche, per una sorta di democratica fiducia negli esseri umani, che le persone non siano generalmente prive di una base etica, e che questa base etica, per implicita che sia, difficilmente può restare indifferente alla vista di un torturatore alle prese con la sua vittima.

La questione sollevata da Moore nei confronti del film della Bigelow è la medesima che sollevai io all’uscita del film Diaz di Daniele Vicari (proprio su NI). Le accuse più forti nei confronti di Diaz venivano da quei compagni che sostenevano Diaz non fosse un film di denuncia, e che mostrare la violenza gratuita delle forze dell’ordine in sé non significava nulla, perché non era esplicita tutta l’analisi del contesto politico delle giornate di Genova. Io credo che qui, come nel caso della Bigelow, ci sia non tanto un errore ideologico, ma un errore cognitivo, ed esso riguarda una sottostima della specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari. Ed è strano che questo errore venga spesso da gente che appartiene alla sinistra. Sono stati proprio dei grandi critici marxisti che ci hanno permesso di leggere Balzac e Baudelaire, ad esempio, come degli implacabili e lucidissimi pittori del capitalismo ottocentesco, ben al di là delle opinioni politiche che essi proclamavano apertamente. Ma a questo errore cognitivo si aggiunge, a mio parere, una concezione particolarmente pessimista nei confronti dell’essere umano. Infatti, portando alle logiche conseguenze il discorso di Žižek, l’unico spettatore buono è uno spettatore che deve venir esplicitamente indottrinato. Non è sufficiente che ad esso si mostri l’osceno e disgustoso teatro della tortura, o del massacro gratuito, come in Diaz. Si ritiene, infatti, che lo spettatore medio sia fascista per costituzione, o comunque sia privo di struttura etica, ed è dunque il cineasta che lo deve educare per benino, con grandi smile che annuiscano o disapprovino, a seconda del tenore delle scene.

Quali che siano i convincimenti personali della Bigelow, o le sue esplicite intenzioni, c’è un dettaglio capitale che ha inserito nelle scene di tortura del terrorista islamico. Un dettaglio che non lascia adito a dubbi sull’intento di normalizzare o meno l’uso della tortura. Al prigioniero viene fatto indossare un collare chiodato, che è la terminazione di un lungo guinzaglio per cani. Questo dettaglio rientra perfettamente nella lucida analisi che Primo Levi fa nel capitolo quinto dei Sommersi e salvati dedicato alla “violenza inutile”. Nel contesto dell’interrogatorio, quel guinzaglio non serve a niente. Esso non produce nessuna violenza diretta sul prigioniero. Non è uno strumento di pressione, per barbaro che sia, finalizzato a estorcere delle informazioni. Il guinzaglio e il suo collare sono il plus-valore della tortura istituzionalizzata: sono il premio personale fuori busta paga, il godimento privato fuori dal ruolo, dei torturatori. Ma questo ci dice ben prima di ogni dibattito sulle statistiche di successo o insuccesso, che la tortura non è mai strumentale. La sua pratica si è posta da sempre su un terreno così lontano dall’umano, dai sui limiti, che essa non può possedere contorni definiti, che non siano quelli dell’arbitrario e infondato godimento del carnefice.

Zero Dark Thirty rimane, nonostante queste riflessioni sull’esibizione della tortura, un film mostruoso, mostruoso per la sua incapacità di includere, esplorare, sondare l’umanità del nemico, dell’altro da sé. Ciò nonostante mostra la vitalità del cinema statunitense, anche di quello hollywoodiano. E mostra forse una capacità degli Stati Uniti di misurarsi con le proprie enormi contraddizioni in modo più vitale di quanto riesca a fare l’Europa. In Francia, la diffusione della Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo del 1966 fu proibita fino al 1971. In Italia, come ricorda qui Paolo Jedlowski, The Lion of the Desert, un film a diffusione internazionale del 1981 è stato censurato in Italia fino al 2009. Il film raccontava episodi della resistenza libica contro le truppe coloniali fasciste dirette da Rodolfo Graziani. Quanto al film Diaz, è uscito undici anni dopo i fatti che ricostruisce. (In pratica la memoria pubblica italiana, nel migliore dei casi, ha i tempi della Cassazione.)

 

 

 

 

 

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41 Responses to Zero Dark Thirty. La cancellazione dell’alterità del nemico e l’esibizione della tortura

  1. Simone il 11 febbraio 2013 alle 17:49

    Ciao,
    mi piacerebbe un mondo in cui il contesto culturale non dovrebbe ricorrere alla “celebrazione” della violenza, seppur per una giusta e forte denuncia.
    Ma forse è necessario usarla, così come ha fatto la regista del film: non possego più la TV, cartina tornasole della nostra società, da ormai dodici anni quando mi capita di vederla quando sono a giro, noto come la violenza in questo tempo si sia impossessata dei mezzi di informazione, dei network, ecc. nei fatti, nelle immagini, nel linguaggio, dai documentari sulla natura, in cui gli animali lottano con le fauci spalancate, ai telegiornali, nei quali più volte ho visto morti o feriti per cataclismi, azioni di polizia, attentati di mafia e terroristici o guerre varie e quant’altro.
    Pare proprio che ormai non si possa evitare di cibarci ogni giorno di sangue e carne, che se anche non ne avessi voglia, ti ritrovi a forza la bocca riempita dal fero pasto.

  2. francesco forlani il 11 febbraio 2013 alle 20:39

    un essai, questo
    come non se ne leggono abbastanza in giro
    effeffe

  3. andrea inglese il 11 febbraio 2013 alle 22:54

    Provo a rispondere a Simone. Si può obiettare alla riflessione che ho fatto che non è necessario vedere una scena di tortura per essere contro la tortura. E si può aggiungere che chi guarda una scena di tortura non è mai al riparo dal trarne del piacere. E proseguendo di questo passo ci si rende conto che la posizione di Zizek ha qualcosa di fondato. E’ certo che deve esistere un altro cinema, un cinema capace di parlare di tortura diversamente, senza per forza inscenarla realisticamente. E deve in ogni caso esistere un altro cinema, che non sia mostruoso come quello holliwoodiano, incapace di includere il non-americano se non in forma di comparsa.
    Detto questo voglio precisare una cosa. Le scene di tortura della Bigelow non mi sembrano giocare sul compiacimento, il pieno di violenza. Non cerca i particolari raccapriccianti. E’ una tortura vista di tre quarti. E’ come se Bigelow filmasse per lo più i tempi morti dell’interrogatorio.

  4. lorenzo galbiati il 12 febbraio 2013 alle 01:36

    Mi sembra un’ottima recensione, davvero bella.
    Io non ho ancora visto il film quindi non posso dilungarmi sulla tua analisi, ma dalla forza delle tue argomentazioni, e dal tono di quelle di Zizek, credo che starò dalla parte tua e di Moore, che per inciso ritengo una persona alquanto degna dal punto di vista intellettuale.
    Se andrò a vedere il film a breve potrò tornarci sopra.
    Approfitto per dire che dissento dalla tua sintesi del dibattito avvenuto sul film Diaz.
    A mio parere tu oggi come allora non hai capito le critiche che io (che peraltro non mi definirei “compagno” né ho una formazione marxista) e altri facevamo alla tua analisi e al film. Sul perché di questa incomprensione non saprei dire, visto che a me i motivi della divergenza di opinione erano piuttosto chiari e già allora provai a formularli in termini il più possibile “neutri”. Sono incline a pensare oggi come allora, visto che il tuo punto di vista non è cambiato, che l’eccessiva reattività che hai manifestato verso chi criticava la tua analisi sui linguaggi filmici denotava un atteggiamento di superiorità intellettuale che rendeva difficile il dialogo.
    In ogni caso, ecco quel che ne penso io, parafrasando quel che hai scritto tu.
    Le accuse più forti nei confronti di Diaz venivano da quei compagni che sostenevano Diaz fosse un film di denuncia che arrivava fuori tempo massimo, quando tutto ormai era stato sviscerato su Genova 2001. Ciò rendeva la denuncia di Diaz del tutto insufficiente. Era inoltre significativo, se vogliamo considerare Diaz film di denuncia, che in nessun modo, nemmeno nei titoli di coda, lo spettatore ignorante dei fatti poteva considerare responsabili della mattanza i vertici della polizia nazionale e i loro referenti politici – e tutto questo avveniva in un film che usciva 10 anni dopo i fatti e in corrispondenza temporale con la chiusura dell’iter del processo. Mostrare la violenza gratuita delle forze dell’ordine in sé per te era un fatto rilevante e sufficiente per considerare quel film necessario e importante, per me era un fatto importante che veniva sminuito non solo per i motivi detti sopra – che non si riferiscono al linguaggio filmico ma alla rilevanza della “denuncia” – ma per il contesto con il quale la sceneggiatura del film motivava tale violenza. Poiché il film faceva propria la versione che ha dato la polizia nel giustificare l’assalto alla Diaz, lo spettatore ignaro era portato a credere che i poliziotti aguzzini avevano agito in quel modo ANCHE perché male informati, perché credevano che i ragazzi della Diaz fossero (o potessero essere) effettivamente pericolosi Black Block, persone che potevano reagire con violenza – e questo era evidente da tutta una serie di scene e dialoghi del film. E quando dico che gli spettatori ignari dei fatti erano portati a credere questo, ho dalla mia un po’ di esempi in carne e ossa, non faccio ipotesi teoriche. Da qui a considerare la violenza della Diaz sì gratuita e condannabile ma comprensibile e in parte giustificabile (magari “un eccesso di autodifesa”, come va di moda oggi) il passo è breve, e non occorre essere fascisti per farlo. Il problema quindi non era tanto e solo che non fosse chiaro il contesto, quanto piuttosto che quel poco che veniva delineato portava in questa direzione.
    Poi ovviamente, persone molto coinvolte nei fatti, come Agnoletto, hanno esagerato nell’elencare tutti i particolari del contesto che avrebbero voluto che il film riportasse. Ma la critica di Agnoletto a DIAZ, nella sostanza, era simile a quella di Guadagnucci e di altre persone informate sui fatti che riportai qui nei commenti. E la sostanza di quella critica, secondo me, è quella che ho appena sintetizzato.
    Non credo quindi c’entri molto con tutto questo il tuo parlare di “errore cognitivo”, il tuo parallelo con la lettura di Balzac e Baudelaire come degli implacabili e lucidissimi pittori del capitalismo ottocentesco, ben al di là delle opinioni politiche che essi proclamavano apertamente.
    Credo poi non c’entri assolutamente nulla con le critiche a Diaz l’attribuire a chi le ha fatte “una concezione particolarmente pessimista nei confronti dell’essere umano”, che sarebbe “privo di struttura etica” e “fascista per costituzione.” Francamente, mi pare che qui parti per la tangente, bisogna proprio tirare per i capelli anche il discorso di Zizek per arrivare a dire questo. Peraltro, io non direi che un fascista sia privo di struttura etica.

    Per quanto riguarda il fatto che il mostrare la violenza e l’osceno, la tortura o il massacro, dovrebbe bastare per scatenare una reazione etica di repulsione, non sono d’accordo. Ma vedo che nei commenti declini meglio quel che volevi dire, e mi trovi totalmente d’accordo sul fatto che “non è necessario vedere una scena di tortura per essere contro la tortura. E si può aggiungere che chi guarda una scena di tortura non è mai al riparo dal trarne del piacere. E proseguendo di questo passo ci si rende conto che la posizione di Zizek ha qualcosa di fondato. E’ certo che deve esistere un altro cinema, un cinema capace di parlare di tortura diversamente, senza per forza inscenarla realisticamente.”
    Io aggiungerei che un cinema che esibisce la violenza, sia essa mostrata in modo compiaciuto o in modo da far scaturire repulsione, rafforza la nostra struttura aggressiva continuando a stimolare le percezioni sensoriali che supportano. In altre parole, ci sono molti studi sul fatto che la continua visione della violenza ha un effetto catartico solo nel breve termine, nel lungo termine predispone verso comportamenti aggressivi. Questo è un discorso di tipo pedagogico, me ne rendo conto. Ma non è solo questo. Occorre chiedersi come mai la nostra era è così tollerante verso le scene di violenza esibite sempre più eclatanti, che spesso non fanno scattare nemmeno il divieto ai 14 anni e che ormai vediamo pure nelle serie televisive.
    Infine, dal punto di vista filmico, faccio una considerazione molto elementare. Credo sia relativamente facile provocare repulsione per la violenza mostrandone gli effetti in modo iperrealistico, così come è facile provocare pensieri erotici mostrando la nudità di un bel corpo. E’ più difficile fare scattare repulsione per la violenza in sé (o un pensiero erotico) senza mostrare nulla di violento (o di esplicito a livello di fisicità o sessualità). Forse dovremmo tenerne conto, nel giudicare l’esito artistico di un film.

  5. andrea inglese il 12 febbraio 2013 alle 15:19

    Dunque, Lorenzo non rientro nel dibattito “Diaz”, perché già lo abbiamo fatto e ognuno ne uscito con le sue convinzioni.Sono invece d’accordo sul fatto che uno dei limiti evidenti del film fosse “che arrivava fuori tempo massimo, quando tutto ormai era stato sviscerato su Genova 2001”.Ed è infatti quello che dico alla fine di questo mio post, anche se il problema va ben al di là delle scelte di Vicari e riguarda più in generale il nostro cinema e la nostra cultura.

    Per quanto riguarda la questione del “consumo di immagini violente”, credo che sia una importante e non facile questione. Io qui non l’ho affrontata, non perché non esista e non sia anche intrecciata al mio discorso, ma perché era altrove che volevo porre il fuoco dell’attenzione.

    Poi, forse perché mi sono formato attraverso l’estetica punk, io sono portato a pensare che l’orrore deve essere in qualche modo “mostrato”. Ma è giusto ricordare come questa logica della “denuncia attraverso le immagini” abbia dei limiti, dei lati oscuri.

  6. Gianni Montieri il 12 febbraio 2013 alle 16:52

    Bellissimo articolo. Non ho visto il film ma da articoli, interviste, dichiarazioni (precedenti pure alla uscita ufficiale del film negli Usa) mi sono fatto un’idea che Andrea qui mi conferma. La stessa Bigelow (mi pare, anche se meno apertamente) conferma le tesi di Inglese e di Moore sulle scene di tortura, mostrarle non vuol dire essere favorevoli al “metodo” ma far arrivare al pubblico il senso di schifo tremendo, disgusto, inutilità.
    Non so se ho voglia di vedere questo film, sono un po’ stanco del patriottismo no limits degli americami, ci penso ancora un po’, intanto grazie.

  7. jan il 12 febbraio 2013 alle 16:56

    La critica progressista USA al film della Bigelow verte sul supposto rapporto causa/effetto tra tortura e raccolta di informazioni chiave, la tortura utile quindi al bene comune, [edit: che il film secondo i critici proporrebbe e] che non avendo visto il film non posso valutare.
    In molti ambienti, anche militari e di sicurezza, si ritiene che le informazioni ottenute con la tortura siano spesso inutilizzabili e nel migliore dei casi non migliori di quanto ottenibile con i normali metodi di interrogatorio.
    L’uccisione di Osama Bin Laden e numerosissime operazioni militari in Pakistan e Afghanistan sono invece frutto di estesi programi di sorveglianza e analisi dati (satellite, reti di telefonia, internet).
    Interessanti riflessioni Andrea.

  8. lorenzo galbiati il 12 febbraio 2013 alle 21:51

    u Micromega c’è la traduzione dell’articolo di Zizek per il Guardian, qui
    http://temi.repubblica.it/micromega-online/zero-dark-thirty-il-regalo-di-hollywood-al-potere-americano/
    insieme a un altro articolo sul film, che ne parla in modo più favorevole.

    Vorrei ora fare una lettura dell’articolo di Zizek che problematizza come Andrea pone la questione del linguaggio filmico in relazione all’esibizione della tortura e della violenza in genere.

    Zizek afferma inizialmente che non c’è bisogno di essere un moralista per capire che la rappresentazione filmica “neutrale” della tortura “sia già una forma di approvazione.”

    Su questo punto Andrea dissente. E anche io.
    In apparenza questa considerazione di Zizek appare molto grossolana, inaccettabile, e stupisce che a sostenerla sia un intellettuale. Si sarebbe portati a dire che Zizek non capisca nulla di cinema. Di certo, questa considerazione di Zizek, presa così com’è, senza essere problematizzata, è semplicemente sbagliata. Ma non è tutto qui.

    A me viene da pensare a due film di qualche anno fa che mi sono piaciuti: Elephant di Van Sant (premiato a Cannes) e La caduta, il film tedesco sugli ultimi giorni di Hitler. In quei film la violenza era rappresentata in modo neutro. E a me questo è sembrato un atto di denuncia. E però, ecco il problema: in molti commenti positivi a Elephant leggevo: ha rappresentato la strage nella scuola (fatta per divertimento da due alunni) senza dare giudizi. E’ un bene? Una cosa a cui ambire non dare giudizi su una strage?

    Zizek: “Immaginate un documentario che avesse rappresentato l’Olocausto in un modo indifferente, disinteressato, come una grande operazione logistico-industriale, focalizzandosi sui problemi tecnici (trasporto, smaltimento dei corpi, evitare il panico tra i prigionieri per essere gasati). Un tale film incarnerebbe un fascino profondamente immorale con il suo argomento, oppure conterebbe sulla neutralità oscena del suo stile per generare sgomento e orrore negli spettatori. Dove si posiziona Bigelow in questa distinzione?”

    E qui Zizek centra il punto. Sappiamo tutti benissimo cosa accadrebbe se ci fosse un film che rappresentasse in modo neutro l’orrore della Shoah: sarebbe subito giudicato antisemita. Del resto, ci vuole molto meno per guadagnarsi l’accusa di antisemitismo, basti pensare a Munich di Spielberg (nemmeno il fatto che Spielberg sia ebreo filosionista e autore di Schindler’s List bastò a sottrarlo da quell’accusa, senza contare che pure lo sceneggiatore era ebreo). In Munich Spielberg rappresenta gli israeliani incaricati di uccidere i palestinesi (ucciderli con attentati terroristici) nel modo più umano possibile, e lo stesso fa con i palestinesi loro vittime (che non erano certo dei nonviolenti). Secondo le critiche di antisemitismo, Spielberg non avrebbe dovuto mostrare l’uccisione degli ostaggi di Monaco un po’ alla volta, mentre gli israeliani si stavano vendicando: avrebbe dovuto mostrarla tutta subito, in modo da fare capire che il resto era solo una (inevitabile?) conseguenza. I palestinesi, dal canto loro, criticarono il punto di vista tutto ebraico della narrazione del film, e sottolinearono come quanto accaduto a Monaco non fosse l’inizio di nulla, solo un episodio di vendetta per crimini precedenti commessi dagli israeliani – di certo le loro ragioni erano più motivate delle accuse di antisemitismo. In poche parole, tutti scontenti per Munich.

    Ma torniamo a Elephant: cosa sarebbe accaduto se la strage rappresentata fosse ispirata a un episodio reale, se i ragazzi uccisi avessero avuto un nome e cognome reale? Probabilmente le famiglie delle vittime si sarebbero indignate per la freddezza della rappresentazione, per la neutralità di cui parla Zizek.

    Eccoci quindi al problema.
    Andrea accusa Zizek e chi critica Diaz (o la sua analisi a Diaz) di non capire la specificità del linguaggio filmico, di considerare gli spettatori dei fascisti o delle persone prive di struttura etica che vanno educate a reagire in modo morale all’orrore descrivendone nei dettagli il contesto (Diaz) oppure mostrando insieme all’orrore scene che indichino come occorre reagire, evidentemente scene di disapprovazione (“smile che annuiscano o disapprovino, a seconda del tenore delle scene.”).
    Sul caso Diaz ho già detto. Sul caso Zizek, Andrea non evidenzia il parallelismo con Diaz: laddove in Diaz mancherebbe il contesto (ma ho già detto che non è questo il problema di Diaz: il problema è proprio come viene delineato il contesto) per fare scaturire la disapprovazione, nel film di Bigelow mancherebbe un segno di manifesta non-accettazione, essendo neutra la rappresentazione della tortura in quel film (almeno secondo Zizek).
    Ora, proviamo a chiederci: cosa accadrebbe se la neutra rappresentazione della tortura avesse come vittime degli americani, o degli ebrei, o degli occidentali, dei bianchi insomma, con nome e cognome, e non degli afghani? Forse Zizek non ha tutti i torti, forse pone un problema irrisolvibile che riguarda l’annosa questione dell’etica nell’arte, e in questo caso particolare dell’etica nell’arte dei film di denuncia.

    Zizek: “Senza ombra di dubbio, lei [Bigelow] si trova sul lato della normalizzazione della tortura.”
    Per Zizek, con la rappresentazione neutra della violenza si arriva alla sua accettazione sociale, alla sua normalizzazione nella vita pubblica.
    Questo come ho detto è un ragionamento che va in parallelo con il rafforzamento della dinamica noi/loro ossia della cancellazione dell’alterità di cui parla Andrea: le vittime della violenza rappresentata, esibita in modo dettagliato, devono cioè essere Altro, un Altro anonimo, per arrivare a questa normalizzazione. L’unico segno di non normalità, di risveglio etico è ciò che Zizek descrive nel torturatore come malessere, come una ferita di sensibilità più che dell’etica, con il quale viene disturbato dal ricordo di quel che ha fatto.

    Più avanti Zizek dice che si continua a parlare di tortura (e la si rappresenta in modo neutro) con l’obiettivo di: ” normalizzarla, per abbassare i nostri standard etici.” E questo è ciò che Andrea considera il “complottismo” di Zizek.
    E certo ha ragione nel vedere nel ragionamento di Zizek uno sbarellamento verso il complotto. Nello stesso tempo, Zizek ci dice una cosa sensata che Andrea non coglie, che anzi Andrea rovescia. Zizek ci dice che il cinema può essere un’arma di propaganda, consapevole o meno, anche oggi, 2013, nel mondo Occidentale, e può portare ad abbassare i nostri standard etici. In che modo? Rendendoci abituali le visioni di violenze orrende descritte in modo asettico e neutro. Mi sembra che questo pensiero di Zizek non sia privo di fondamento, benché vada problematizzato, detto così resta troppo grossolano. Mi sembra anche che questo pensiero sia incompatibile con la critica che gli muove Andrea di considerare lo spettatore medio come un essere privo di etica da educare. Zizek dice un’altra cosa, ossia che l’etica dello spettatore viene bombardata dalla visione della violenza in modo tale che alla fine si allenta, e arriva a considerare la violenza normale.

    Questa è la mia lettura di Zizek in relazione a questo mini-saggio di Andrea. Più tardi dirò le mie conclusioni, in attesa di vedere il film.

  9. arduino il 13 febbraio 2013 alle 11:24

    Zizek: “Immaginate un documentario che avesse rappresentato l’Olocausto in un modo indifferente, disinteressato, come una grande operazione logistico-industriale, focalizzandosi sui problemi tecnici (trasporto, smaltimento dei corpi, evitare il panico tra i prigionieri per essere gasati). Un tale film incarnerebbe un fascino profondamente immorale con il suo argomento, oppure conterebbe sulla neutralità oscena del suo stile per generare sgomento e orrore negli spettatori. Dove si posiziona Bigelow in questa distinzione?”

    La Bigelow per me non si posiziona, lei racconta una storia, la storia della caccia a Osama Bin Laden dal punto di vista di una agente CIA donna, e in questa storia compare anche la tortura. Bigelow racconta e lascia che siano gli spettatori a posizionarsi, ammesso che vogliano farlo. E neppure sappiamo come si posizioni Maya, visto che dei suoi sentimenti traspare molto poco nel film, appare turbata al suo primo incontro con la tortura, ma nulla si sa di come affronti il problema della giustificazione della medesima.

    • lorenzo galbiati il 13 febbraio 2013 alle 14:02

      arduino,
      mi pare tu stia rafforzando il discorso di zizek. lui chiede se la bigelow intende generare orrore con la sua neutralità, cioè con il suo non posizionarsi. tu vai oltre, dici che lei non vuole suscitare nulla di specifico con la neutralità, si limita a raccontare esibendo la tortura senza darne un giudizio. se diventasse frequente (cioè “normale”) girare film esibenti torture in modo neutro, il cinema normalizzerebbe la tortura. Secondo te tutto questo nel lungo periodo non avrebbe alcun effetto sulla percezione della tortura e della violenza da parte degli spettatori, ossia della società?

      • arduino il 17 febbraio 2013 alle 21:40

        Lorenzo, credo che nel tuo ragionamento ci siano due passaggi implicit:
        1) il fatto che la Bigelow racconti in modo neutro la tortura non vuol dire che la consideri normale
        2) il fatto che la Bigelow racconti in modo neutro la tortura non vuol dire che questo diventerà il modo normale di mostralra
        3) il fatto che la Bigelow racconti in modo neutro la tortura non vuol dire considerare o chiedere d considerare normale la tortura.

        Mi viene in mente una serie di telefilm anericano non ancora arrivata in Italia e che riesco a vedere grazie a internet, cioè “The Americans” (https://en.wikipedia.org/wiki/The_Americans_%282013_TV_series%29) i cui protagonisti sono una coppia di spie del KGB che operano in America ai tempi di Reagan sotto le spoglie di una tipica coppia americana con due figli quasi adolescenti e ovviamente ignari. Il punto di vista del racconto è quello dei due russi (e in minor misura di un agente FBI che cerca le spie sovietiche infiltrate) ed è divertente leggere su facebook i commenti di fierissimi patrioti americani che confessano che mai e poi si sarebbero aspettato di prendere le parti di spie comuniste guardando un film. Credo che segunedo una narrazione si tenda a considerare normale se non accettabile il punto di vista del protagonista, indipendentemente dalla moralità di quello che fa e dal distacco con cui sono raccontate le sue azioni

  10. andrea inglese il 13 febbraio 2013 alle 16:09

    Ho letto l’intervento di Lorenzo, ma non ho niente di preciso da replicare, anche perché non l’ho compreso bene. Ma ritorno su un passaggio di Zizek già segnalato da Arduino.

    Zizek: “Immaginate un documentario che avesse rappresentato l’Olocausto in un modo indifferente, disinteressato, come una grande operazione logistico-industriale, focalizzandosi sui problemi tecnici (trasporto, smaltimento dei corpi, evitare il panico tra i prigionieri per essere gasati). Un tale film incarnerebbe un fascino profondamente immorale con il suo argomento, oppure conterebbe sulla neutralità oscena del suo stile per generare sgomento e orrore negli spettatori. Dove si posiziona Bigelow in questa distinzione?”

    1) Mi chiedo cosa significhi una descrizione “neutrale” della tortura? Può esistere una cosa del genere? Innanzitutto si dovrebbe precisare: neutrale dal punto di vista di chi? Se per descrizione neutrale della tortura si vuole dire che un film presenta delle scene di tortura, senza essere narrativamente organizzato come una denuncia della tortura, allora il film della Bigelow appartiene a questo tipo di film. Ma chi sceglie di rappresentare la tortura, per tematizzarne la denuncia o per ricordare solamente che essa è parte della vicenda che si racconta, sa benissimo che lo spettatore non sarà in ogni caso neutrale o indifferente ad essa. La tortura è per sua natura qualcosa di ripugnante. E come tutte le cose estremamente ripugnanti, può generare anche fascino e forme di sguardo perverso. Può anche suscitare adesione: è giusto torturare quest’uomo. (Il che vuol dire: quest’uomo si merita un trattamento che sarebbe ripugnante se inflitto a qualsiasi altro uomo.) E’ un caso estremo dell’adesione che hanno (avuto) le esecuzioni pubbliche. Dubito, invece, che si possa discutere in modo distaccato dell’utilità o meno della tortura, assistendo ad essa.
    Per queste ragioni penso che la semplice scelta di rappresentare una scena di tortura non implica una neutralità morale da parte di chi rappresenta. Così come senza essere tematizzata esplicitamente dai personaggi del film come cosa ripugnante e condannabile, può risultare ripugnante e condannabile per lo spettatore.
    Finché uno stupro sullo schermo viene riconosciuto come uno stupro, esso non sarà certo interscambiabile con una scena d’amore. Non c’è neutralità che tenga. Quindi o lo spettatore non si rende conto che in quell’interrogatorio si sta torturando – e qui avremmo la normalizzazione della tortura – oppure se ne rende conto. A quanto pare tutti i commentatori della Bigelow se ne sono resi conto.

    Aggiungo un’ultima osservazione, dalla prefazione di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Cito: “Esso [il libro] non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’essere umano.”
    Levi credeva che si dovesse/potesse studiare “pacatamente” persino l’abominio dei campi. E questo “pacato” si riferisce proprio allo “stile”, al tipo di sguardo. E questo non certo per inseguire qualche chimerica neutralità etica, ma per approfondire in modo più spregiudicato possibile la comprensione dell’essere umano.

    • jan reister il 13 febbraio 2013 alle 17:00

      Andrea scrive: “Per queste ragioni penso che la semplice scelta di rappresentare una scena di tortura non implica una neutralità morale da parte di chi rappresenta. Così come senza essere tematizzata esplicitamente dai personaggi del film come cosa ripugnante e condannabile, può risultare ripugnante e condannabile per lo spettatore.”

      Sì, condivido questa osservazione.

  11. andrea inglese il 13 febbraio 2013 alle 16:25

    2) Ci si potrebbe chiedere se la Bigelow cerchi di suscitare nello spettatore un’adesione, un’dentificazione con il torturatore: “fai bene a torturare questo pidocchio di terrorista!”
    Ebbene non credo proprio che la Bigelow cerchi di suscitare una tale cosa. Anche perché per suscitare una tale adesione, bisogna prima aver “disumanizzato” per bene la vittima, come fecero i nazi con gli ebrei. Solo così la tortura è tollerabile: essa non si esercita più su un uomo, ma su un pidocchio.
    Ora io sostengo che la Bigelow cancelli la fisionomia storica e culturale dei terroristi, ma non che li disumanizzi “abbassandoli” moralmente. Essi rimangono indecifrabili, ma “astrattamente” umani. Del terrorista torturato, a parte i generici segni di riconoscimento che lo caratterizzano come tale, non rimane che un fondo di pura umanità.
    Certo questa ignoranza della specifica umanità è già una soglia grave e allarmante nel percorso che può portare alla disumanizzazione del nemico.

  12. malosmannaja il 13 febbraio 2013 alle 21:32

    condivido (come già per “diaz”) il fatto che non si debba cadere nell’errore cognitivo di sottostimare sia “la specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari” sia le capacità mentali dei fruitori di una forma d’arte pensando che essi vadano “esplicitamente indottrinati/educati per benino dal cineasta”.
    l’altro elemento di preoccupazione sottolineato da andrea inglese (“il completo azzeramento dell’altro, l’incapacità di includere, esplorare, sondare l’umanità del nemico”), è rilevante anche da un punto di vista neuroscientifico. qualche anno fa, la dr.ssa jenkins e colleghi della harvard university hanno pubblicato uno studio inquietante: mediante risonanza magnetica funzionale, hanno osservato l’attività cerebrale di soggetti mentre esprimevano un giudizio/previsione su un individuo ritratto in una foto. quando l’individuo nella foto era simile al soggetto interrogato (per etnia, vestiario, ambiente), l’area corticale attivata era quella prefrontale ventro-mediale e il medesimo pattern di attivazione si otteneva quando il soggetto interrogato era chiamato ad esprimere un giudizio o una previsione su se stesso. viceversa, quando l’individuo nella foto appariva “diverso” (deformità, etnie diverse, ambienti e insegne straniere), nel soggetto studiato si attivavano altre regioni encefaliche, tipiche dell’elaborazione corticale di informazioni su *cose e oggetti*.
    aaaargh!!!! ohi, ma allora non c’è scampo? in realtà le stereotipie cerebrali del ragionamento automatico possono essere facilmente disinnescate: se prima di sottoporli alla risonanza magnetica, si chiedeva ai soggetti di scrivere per cinque minuti in prima persona dell’individuo che dalla foto risultava facilmente schedabile come “altro”, al momento di esprimere il giudizio/previsione sull’individuo “diverso” della foto, il pattern di attivazione cerebrale passava all’area prefrontale ventro-mediale, diventando quindi sovrapponibile a quello evocato quando i soggetti ragionavano su se stessi o su altri individui facenti parti della tribù del *noi* o del *sé*.
    rebecca saxe, una neuroscienziata cognitiva del massachusetts institute of technology che sta sviluppando approcci al dialogo che sfruttino la teoria della mente per la risoluzione di conflitti politici e sociali, è stata di recente intervistata su le scienze. ha affermato che “gli stati uniti sono arrivati ad un punto di particolare faziosità della loro storia” e che il problema non è tanto quello di capire “perché le persone siano a favore o contro qualcosa”. la vera sfida è quella di “riuscire a far comprendere che gli altri possano pensarla diversamente” senza che ciò implichi che “siano immorali o pazzi o trasparenti”.
    sfida difficile, purtroppo, a giudicare da zero dark thirty: direi che si parte proprio da zero…

  13. andrea inglese il 13 febbraio 2013 alle 22:32

    Consiglio di leggere questo bell’articolo di Girolamo De Michele apparso su Uninomade, “Zero Dark Thirty. Kathryn Bigelow, Slavoj Žižek e la banalità della tortura”, qui: http://www.uninomade.org/zero-dark-thirty/

  14. Simone M. il 13 febbraio 2013 alle 23:18

    Fa piacere essere d’accordo con gran parte delle cose dette sinora.
    Mi permetto solo di aggiungere qualche elemento d’inquietudine supplementare.

    Come ben notava Andrea ad un certo punto, l’elemento più préoccupante del film è l’accettazione e il mantenimento di una sorta di autismo tutto americano che permea e costituisce secondo me il pericolo maggiore per questo film. Provo a spiegarmi con qualche esempio.

    Non soltanto il nemico non viene indagato, ma decisamente non esiste, presentato com’è (nei rari casi in cui lo è) privo di ogni spessore psicologico che sia. Al Quaida è presentata esattamente come negli articoli dei quotidiani, come fosse una rete organizzata e gerarchizzata volta a distruggere un paese o una civiltà quando tutto sembra essere tranne che questo, sia da un punto di vista occidentale (per i servizi segreti dei nostri paesi), sia da un punto di vista locale (una sorta di etichetta un po’ fantasmatica ma ricca di significato cui una molteplicità di gruppi e gruppuscoli puo’ richiamarsi in caso di bisogno). Credo, da un lato, che questo sia fatto perché lo spettatore possa restare più vicino alle narrazioni dell’attualità di questi ultimi anni e dall’altro perché congeniale alla macchina cinematografica holliwodiana il cui scopo primo resta la creazione di una mitologia.

    Un secondo punto è la smaccata non verosimiglianza di alcune scene, come quella in cui tre o quattro barbuti armati di mitra aspettano tranquilli seduti in auto che “la donna bianca che guida da sola” esca dalla sua villetta protetta da mitra in torretta di guardia per cercare di assassinarla davanti al cancello o come quella in cui ogni pakistano per strada si ritrova misteriosamente a parlare in arabo coi propri connazionali. Non so se in casi come questi si possa parlare di semplici errori o piuttosto di un mancato interesse per la realtà visto che la storia di cui si parla non è altro che una storia americana, la storia di una donna in cui il fatto storico in quanto tale, cosi’ come il suo contesto extranazionale divengono più degli incidenti di percorso che altro.

    A dirla tutta questa seconda possibilità mi pare rinforzata da alcune altre scene, cosi’ come da un processo storico in corso da più lungo tempo e che non mi pare si possa escludere da un’analisi anche rapida del film. Pensate alla vita all’interno dell’ambasciata. C’è una qualche traccia (al di là, a un certo momento delle grida dei manifestanti) che rimandi al paese in cui l’edificio si trova? Nella scena del Marriot? E ancora di più, nella scena della base militare in Afghanistan in cui nella mensa vuota spicca solo un abete decorato per Natale che pare cosi’ decisamente fuori stagione?

    Mi sembra qui di ritrovare un elemento reale, tipico degli USA e di molti altri paesi occidentali sviluppatosi nel corso del XX° secolo. Il rifiuto di descrivere e affrontare certi orizzonti come potrebbero esserlo la morte o ancora la guerra. Non si tratta solo di una scelta filmica, ma di un elemento societale riflesso dal film. Conti alla mano più che per lanciare bombe, in Afghanistan gli USA hanno speso per gli impianti di climatizzazione, per ricreare nel mezzo del deserto delle succursali intere del paese d’origine. Potremmo prendere come esempi filmici precedenti i barbecue in Vietnam di Forrest Gump o lo spettacolo con le conigliette di Apocalypse Now. Potremmo ripercorre la negazione stessa dello stato di guerra durante le sue varie fasi, dall’ultima guerra mondiale al grande cambiamento del Vietnam fino a giungere alla diretta televisiva di Baghdad illuminata dai traccianti della contraeraea e chiudere poi con l’assenza totale d’immagini dell’intervento francese in Mali.

    Tutti questi elementi il film non mi sembra affrontarli e qui vedo il pericolo maggiore, quello dell’accettazione e della co-costruzione di un modello mitico costruito sull’ignoranza e sull’assenza dell’altro in cui le scene di tortura non costituiscono che una sorta di contraltare, quello del ribrezzo della loro visione, quello della verginità perduta, del mito del buon americano che non cerca altro che la tranquillità del suo giardino e che si ritrova a compiere atti inauditi per colpa di qualche estremista che non vuole e non riesce a capire e che spera di eliminare presto per poter tornare nella propria anonima lottizzazione ad occuparsi dell’erba del proprio giardinetto. Qui se vogliamo risiede una possibili critica alla costruzione del film, in queste azioni compiute quasi controvoglia, sicuramente contro il proprio volere immediato e giustificate proprio dalla struttura ideologica di cui l’assenza e la mancata verosimiglianza del nemico è parte integrante, necessaria

    Di fronte a questa magnifica costruzione, sinceramente, l’eterno ritorno del dibattito tra una presunta neutralità filmica e la costruzione di un determinato effetto sullo spettatore mi pare veramente minore e giunta fuori tempo, come se ancora dibattessimo sulla semiotica dei primi anni sessanta (pur infarinandola di presunte scoperte neuro qualcosa). Tutto cio’ mi pare, questo si’, arrivato fuori tempo massimo come già erano fuori tempo massimo gli infiniti dibattiti degli anni ’70 in cui ormai lontanti antenanti della posizione di Žižek criticavano ogni produzione che non veicolasse contenuti rivoluzionari per indottrinare e liberare culturalement i poveri proletari ignoranti per poi ritrovarsi a farlo, in contrasto con le correnti avanguardiste, tramite gli strumenti del cinema borghese i cui codici erano gli unici ad essere accessibili alla massa.

  15. lorenzo galbiati il 14 febbraio 2013 alle 01:50

    malosmannaja
    Tu dici di condividere “(come già per “diaz”) il fatto che non si debba cadere nell’errore cognitivo di sottostimare sia “la specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari” sia le capacità mentali dei fruitori di una forma d’arte pensando che essi vadano “esplicitamente indottrinati/educati per benino dal cineasta”.”

    Mi chiedo: tu parli come Andrea dell’errore di sottostimare le capacità mentali degli spettatori, allora io ti chiedo, tu che reazioni hai visto negli spettatori di Diaz ignari dei fatti reali? Io ho visto, di fronte alle scene di torture alla Diaz, reazioni scandalizzate, a volte incredule, in spettatori ignari dei fatti che avevano dai 20 ai 40 anni: ma gli stessi spettatori, spinti a voler dare a se stessi una spiegazione di tale orrore, sono arrivati a “giustificarlo” in parte pensando che i poliziotti credevano di trovare alla Diaz i black block che avevano messo a ferro e fuoco Genova, persone pericolose e violente, da temere (e magari di cui volersi vendicare, essendo gli stessi che li avevano presi a sassate e a bottigliate (la sequenza della bottiglia lanciata, ripetuta ossessivamente)). E questa spiegazione se la sono data grazie al contesto, alla sequenza delle immagini, ai dialoghi, insomma grazie a una sceneggiatura che inquadrava in modo molto chiaro il movente di tale orrore.

    Sul resto, nulla di strano. La paura o la diffidenza verso il diverso è una chiara reazione primitiva, di difesa, dell’animale uomo, che non può essere annullata completamente dall’educazione e dalla cultura.

  16. lorenzo galbiati il 14 febbraio 2013 alle 03:57

    andrea

    1) Zizek non spiega cosa intenda dire con neutralità ma mi sembra intuitivo capirlo: è ciò che intendi tu, è ciò che intende Di Michele con la sua critica alla Bigelow di embedded con la realtà, o ancora con il suo considerare la posizione della Bigelow una “presa di distanza tecnica ed etica” dalla tortura, un mostrare in modo documentaristico ecc.
    Io ti seguo finché dici che “la semplice scelta di rappresentare una scena di tortura non implica una neutralità morale da parte di chi rappresenta. Così come senza essere tematizzata esplicitamente dai personaggi del film come cosa ripugnante e condannabile…chi sceglie di rappresentare la tortura, per tematizzarne la denuncia o per ricordare solamente che essa è parte della vicenda che si racconta, sa benissimo che può risultare ripugnante e condannabile per lo spettatore.” Ma non ti seguo più, non del tutto, quando dici che il regista sa che “lo spettatore non sarà in ogni caso neutrale o indifferente ad essa. La tortura è per sua natura qualcosa di ripugnante. E come tutte le cose estremamente ripugnanti, può generare anche fascino … adesione: è giusto torturare quest’uomo. (Il che vuol dire: quest’uomo si merita un trattamento che sarebbe ripugnante se inflitto a qualsiasi altro uomo.).”
    Credo infatti che il contesto influenzi molto la reazione dello spettatore. La neutralità, così come l’obiettività, è un ideale mai raggiunto. Credo inoltre, con Zizek, che i nostri standard etici non siano immutabili bensì influenzabili dalla nostra esperienza, e nell’esperienza va messa anche la visione dei film e della tv. Di Girolamo, che di fatto non smonta nessuna delle tesi di Zizek, perché ogni volta sposta il centro del discorso (dalla neutralità passa a contestare l’accusa di fascismo fatta da altri, dalla constatazione di Zizek che di film sulla tortura a Holliwood non se ne producano più come 20 anni fa passa a citare l’eccezione alla regola) e sembra disprezzarlo troppo per prenderlo sul serio, non si accorge di citare in chiusura quella che è in buona sostanza la tesi di Zizek, e che condivido anche io: “le immagini di Abu Ghraib che prepotentemente sono entrate nella quotidianità familiare attraverso i vari media hanno sì fatto comprendere che la tortura non è qualcosa del lontano passato o qualcosa che riguarda regimi dittatoriali; hanno fatto vedere che esiste ed è pronta a riproporsi. Ma, al contempo, hanno quasi determinato un’assuefazione a tale pratica o quantomeno l’hanno fatta riemergere come una delle opzioni, negative, ma possibili: l’ambiguo dibattito che si è sviluppato oltre oceano sulla sua possibilità in situazioni estreme o sulla necessità di una sua regolamentazione ha del resto coinvolto anche taluni giuristi di tradizione democratica e ha anche attraversato l’Atlantico».”
    L’assuefazione, mi pare tu trascuri l’assuefazione, il potente ruolo dell’assuefazione -provocata dalla costante esposizione a certe immagini- nel determinare le nostre reazioni etiche. L’assuefazione porta alla normalizzazione, che non significa, come scrivi tu, non rendersi conto che la tortura sia tortura, bensì considerarla normale, sia nel senso statistico (se è tanto frequente la sua rappresentazione, e perciò la sua pratica, perde la sua valenza traumatica, diventa il quotidiano) che etico – del resto le due cose vanno di pari passo.

    Detto questo, concordo con te su quanto afferma Levi, che poi però è lo stesso contraddittorio Levi che diceva: “non può esistere Dio perché è esistita Auschwitz”. Concordo e credo che se investigassimo in modo il più possibile oggettivo i maggiori crimini della storia li scopriremmo tutti come profondamente umani, e comprensibili, senza nulla di inspiegabile in termini psicologici e storici, senza nulla di metastorico, metafisico, come spesso viene interpretata per esempio la Shoah, il presunto Male assoluto. Alcuni crimini possono essersi compiuti in una civiltà spinta verso una esasperata e irrazionale necrofilia, ma anche questa opzione è umana quanto la biofilia, e può essersi innescata per una serie ben determinata di cause storiche contingenti che hanno toccato, sollecitato oltremodo certe nostre possibilità, emergenze umane.

    2) non ho ancora visto il film ma non ho dubbi sul fatto che la Bigelow non arrivi a disumanizzare totalmente le vittime della tortura. Però non credo ci sia bisogno di citare i nazisti, di considerare le vittime di turno ratti o pidocchi per rendere tollerabile la tortura, oggi. Credo che basti farli diventare nemici, persone che vogliono distruggere la tua nazione. Prendiamo due casi occidentali. E’ un dato di fatto che in America e in Israele non faccia scandalo sapere che i militari torturano i nemici della nazione, i terroristi, siano essi afghani, palestinesi o… marziani, per dire. Parliamo di nazioni che considerano normale, normale in ogni senso, già stordire con una pistola elettrica (che ha un voltaggio che potrebbe provocare un arresto cardiaco) persone che rispondono in modo irritante a un agente dell’ordine. Otto anni fa il candidato alla presidenza Kerry assistette impassibile, in una Università, a un ragazzo che rantolava a terra colpito da pistola elettrica: la sua colpa era quella di essere stato aggressivo nel porre la sua domanda a Kerry, di averlo interrotto più volte nella risposta o comunque di avere ecceduto nel tempo a sua disposizione, e un poliziotto per fermarlo, avvicinandosi, mentre lui probabilmente si scansava, gli ha sparato, e poi l’hanno bloccato a terra. Quest’anno l’avversario di Obama ha espresso una opinione molto diffusa negli Usa: che un po’ di tortura, che sarà mai? Se li strapazziamo un po’ per avere informazioni, che sarà mai? Parlava di non ricordo quale pratica, probabilmente non una delle più crudeli. Il fatto non gli ha causato una perdita di consenso, né tanto meno l’esclusione dalla corsa elettorale, venne considerato, nel migliore dei casi, solo una gaffe come tante altre.

    In sintesi, Andrea, sono con te:
    – sul fatto che Zizek sbagli nel definire accettazione della tortura il punto di vista della Bigelow in quanto “neutrale” (ammesso che sia “neutrale”, devo ancora avere conferma che questa sia anche la mia percezione).
    – sul fatto che non si può concepire solo un cinema che condanni in modo esplicito la tortura con scene di lampante significato emotivo, a mo’ di educazione dello spettatore
    – sul fatto che Zizek faccia un complottismo insensato.

    Credo però che sia in atto nella nostra società occidentale, a ogni livello, e quindi anche nel cinema e nella tv, che sono due forme di rappresentazione della realtà potentissime, visto che una immagine vale più di mille parole, una inflazione di filmati e immagini mostranti violenze e torture in modo molto realistico che stia creando una assuefazione verso la violenza e la tortura, e quindi una loro graduale accettazione, perché il significato di questa sovraesposizione, alla lunga, diventa ambiguo. Sottolineo un punto che Zizek trascura o nega: il processo di assuefazione avviene anche (magari in modo attenuato) quando tali filmati o immagini sono corredati da una loro esplicita denuncia come cose da condannare.
    Personalmente, mi piacerebbe che la tortura -o la violenza in genere- esibita in modo realistico, e specialmente esibita in modo, diciamo così, “eticamente neutrale”, sia da riservare soprattutto a casi reali in cui si voglia fare una denuncia di fatti non conosciuti o accettati dalla maggior parte della società. Ma a una società malata di violenza, come per esempio quella americana (e noi europei veniamo a ruota), penso sia utile mostrare meno violenza o se il caso dare una connotazione più chiara, in senso negativo alla violenza. La scena di violenza non mostrata indica di per sé qualcosa da rifiutare, che non si discute nemmeno. Una volta i film non mostravano violenza. Forse, l’ansia di conoscenza dei nostri processi psichici ci ha portato nel Novecento a guardarci dentro senza pregiudizi, senza censure, e questo ci ha arricchito, ha reso umani e comprensibili i nostri lati oscuri. Ora forse ci stiamo sovraesponendo ai nostri mostri interni in modo sempre meno giudicante in senso etico: ma se le nostre forze inconsce distruttive erompono sempre più, il rischio è che superino gli argini, l’Io perda di integrità fino a disintegrarsi, e con esso si perda anche il nostro senso etico.

    E ora nel weekend mi vedrò il film.

    • girolamo de michele il 15 febbraio 2013 alle 20:47

      @ lorenzo galbiati
      No, calma con le parole: non “disprezzo” Zizek. Non lo sovrastimo, ma neanche gli sputo sopra. Secondo me Zizek ha male argomentato – ecco perché “sposto il centro del discorso”; ma ha ragione ad accendere i riflettori sul problema della tortura. Si contraddice, perché alcune delle cose che rinfaccia a Bigelow potrebbero essere dette asu film che lui ha esaltato: ma ha ragione a dire che c’è uno scarto tra il cinema di 20 anni fa e quello attuale.
      Approfitto per ringraziare Andrea per avermi linkato: in compenso mi era sfuggito il tema del nemico senza volto e dell’incapacità di rappresentazione, su cui mi hai fatto riflettere (e ti dò ragione).

  17. […] lettori di NI, mi permetto di fare due brevi riflessioni a partire dalle considerazioni, intelligenti e utili, di Andrea […]

  18. giovanni il 14 febbraio 2013 alle 21:00

    “Per queste ragioni penso che la semplice scelta di rappresentare una scena di tortura non implica una neutralità morale da parte di chi rappresenta.”
    infatti non c’è nessuna neutralità: la appoggia fattualmente , visto che il film finisce con l’uccisione di Bin laden, e quindi si istituisce palesemente un collegamento tra tortura e effetti positivi Insomma, il messaggio è di una limpidezza cristallina “sì, la tortura è una cosa sporca, ma necessaria”. E’ l’apologia più aberrante possibile. Almeno un neocon che dice apertamente “sono sottouomini, troppa grazia che non li nuclearizziamo tutti” ti scatena repulsione morale, una che ti fa vedere la tortura e poi che essa ha risultati positivi, te la fa passare non come un atto disumano, ma come un semplice calcolo di costi e benefici (tipo http://www.youtube.com/watch?v=WNmFqU-PxZ0), se i secondi prevalgono, si torturi pure. E’ questo l’abominio. Abominio che caratterizza tutta la propaganda obamiana, che non solo ha aggiunto altre due guerre a quelle di Bush (Siria e Libia), ma non ha nemmeno chiuso Guantanamo. Ha perfettamente ragione la Wolf sul Guardian a definire la Bigelow la Riefenstahl dell’era obamiana

  19. andrea inglese il 15 febbraio 2013 alle 11:41

    a giovanni

    “il messaggio è di una limpidezza cristallina “sì, la tortura è una cosa sporca, ma necessaria”… già se fosse così cristallino, non si capisce come abbia potuto suscitare letture divergenti all’interno dello stesso fronte politico; ma credo che nulla sia più soddisfacente per l’intelletto delle semplici equivalenze: Bigelow – Obama – Hitler. E la faccenda è chiusa.

  20. giovanni il 15 febbraio 2013 alle 22:44

    “non si capisce come abbia potuto suscitare letture divergenti all’interno dello stesso fronte politico”
    molto semplice: doppiopesismo. Se Bush fa due guerre, è un criminale, se Obama ne fa 4 e aggiunge il jolly della condanna a morte di SUOI cittadini, è un compagno. Chi accetta simili ribaltamenti della realtà, non può riconoscere i fatti più autoevidenti, per malafede congenita.

  21. Lorenzo Galbiati il 17 febbraio 2013 alle 00:34

    “Volevamo rendere omaggio a queste persone che per anni hanno lavorato per la nostra sicurezza” questa, a memoria, la dichiarazione della bigelow sul suo film, rilasciata in una intervista per gli Oscar , l’ ho vista ieri su SKY tv. Chiara e limpida. Ricordo bene il rendere omaggio e la nostra sicurezza. Un film omaggio può’ essere un film denuncia?

  22. andrea inglese il 17 febbraio 2013 alle 11:53

    Approfitto della domanda di Lorenzo, per chiudere per parte mia questa riflessione. Ma partiamo dalla domanda. E’ il film della Bigelow un film di denuncia contro la tortura? Né io né Girolamo de Michele – di cui ripeto ho apprezzato giustezza e finezza di analisi, sosteniamo questo. Un film che non si pone come denuncia esplicita e tematizzata della tortura è allora un film pro-tortura? Che si possa pensarla in questo modo, significa per me solamente che coscienza politica e consapevolezza dello specifico estetico non vanno di pari passo. E’ un vecchio problema. In Italia è stato per anni il problema dei dirigenti del PCI che spesso non capivano un H sulla letteratura… Ma non è solo un problema italiano né un problema archeologico del vecchio PCI.
    Il mio interesse in questa discussione deriva da questo. Il film della Bigelow non è un film difendibile per molte cose, che per parte mia ho già illustrato. Quindi non è un film che difendo e che trovo riuscito.
    Ma se c’è qualcosa che devo salvare in quel film, oltre una maestria tecnica del linguaggio cinematografico – che non è mai sufficiente a fare un vero buon film -, è proprio l’aver esibito la tortura, come qualcosa di legittimato dai vertici politici degli USA.
    Fino ad ora, la retorica prevalente dei film “critici” sul comportamento degli USA nelle guerre all’estero (Vietnam, Iraq), era improntato a un medesimo topos: la perdita d’innocenza. “Credevamo di essere buoni e bravi. Ci siamo confrontati con l’orrore della guerra, così come essa è realizzata dai barbari (vietnamiti, terroristi, ecc.)e ci siamo imbarbariti pure noi”.
    Questo topos si ritrova nel capolavoro “Apocalypse now” come “Nella valle d’Elah”.
    Il monologo di Brando-Kurt è perfetto: “ho visto quello che facevano i vietcong nei villaggi, ho imparato da loro, ora sono il primo della classe”.
    Per una volta, un film che parla della guerra fatta dagli USA mostra di non voler essere innocente, mostra che la tortura viene fatta da noi, e quindi non possiamo spacciarci per buoni. Possiamo spacciarci per più forti, per più determinati, ma non per buoni.
    E queta visione delle cose rende il film della Bigelow, nonostante il suo lato mostruoso, più critico di quanto lo sia in realtà un film come “Nella valle di Elah”.

    Un film che voglia giustificare le proprie mostruosità, avrebbe fatto tutto ciò che le propagande veramente belliciste fanno: mostrano quanto gli altri sono cattivi, non quanto “noi” lo siamo. Ecco allora, film che mostrano gli estremisti che tagliano le teste ai prigionieri. Allora, tutto si può giustificare di fronte a tanta barbarie. Magari anche i “droni”.

  23. Undadoaventifacce il 17 febbraio 2013 alle 14:34

    Bah, in definitiva tanti paroloni per dire un’ovvietà, ovvero che politica ed estetica sono due cose diverse.

    Ora dico anche io la mia scarica di ovvietà.

    Quoterei tutto o quasi quel che ha detto Galbiati (specialmente riguardo una certa descrizione, nell’articolo, di una certa discussione passata che pare uscita dall’edizione inglese della Pravda) se non fosse che per me rimane fondamentale e dirimente uan questione a monte, ed è quella dell’uso del pregiudizio selettivo nell’epoca dell’inflazione cacofonica dei flussi comunicativi: Con tutti i film e le produzioni culturali esistenti in ogni forma, la scelta di parlare di uno o dell’altro è più problematica di quanto si pensi o si voglia ammettere.

    Per un prodotto che punti a spiccare sul rumore di fondo, è fondamentale far parlare di sè, e un ottimo modo per far parlare di sè è quello di proporre il fatto di cronaca o storia famoso, sul quale il dibattito è ancora aperto, se lo si propone attraverso scelte di linguaggio e raffigurazione suscettibili di urtare qualche testa parlante del circo mediatico, tanto meglio, si avrà un effetto di riverbero della fama del film attraverso meccanismi virali e gratuiti che non potrà che giovare agli incassi.

    Zizek l’anticapitalista dei talk show anglofoni cade nella trappola e riverbera l’esistenza interessante del film fino a questo luogo, fino al De Michele che deve mostrare di saperla (o averla) più lunga di lui e all’Inglese che deve mostrare di saperla (o averla) più lunga di altri con cui ha avuto una discussione che evidentemente gli è rimasta sullo stomaco. Ambedue sono andati a vedere il film e hanno a loro volta comunicato il bisogno di vederlo a x tra i loro lettori.

    E se a livello mainstream basta utilizzare il brand Bin Laden per ottenere sicuro riscontro pubblicitario, a livelli più snob un bel dibattito sull’esibizione della tortura può essere la manna inaspettata (o magari attesa, ma è inutile perdersi in dietrologie asfissianti) che rinfocola l’attenzione e attira un pubblico che potrebbe avere qualche sospetto riguardo a un’operazione così palesemente a rischio di manipolazione patriottarda come quella di un film hollywoodiano sulla cattura dell’arcinemico degli Stati Uniti.

    Ora, c’è solo una cosa su cui gli USA sono più avanzati di noi, ed è la sincerità amorale del capitalismo, che si accontenta in genere di essere macchina da soldi e basta. Così la raffigurazione iperrealista di una certa violenza non significa altro che sè stessa, un modo come un altro per rendersi interessante in maniera facile facile, solleticando proprio gli umori contrapposti (e ben consolidati in anni e anni di discussione mediatica riguardo la questione in oggetto) di chi si indignerà, di chi giustificherà, di chi approverà, eccetera: qualunque reazione si dovesse avere, l’importante è che la si abbia dopo aver pagato il biglietto e che la si riverberi attraverso il bisogno di discuterne con le proprie conoscenze, instillando la curiosità e il bisogno di condividere l’esperienza.

    Esperienza che non è di per sè legittimazione o assuefazione, visto che a caratterizzarla come interessante rimane prioritariamente la straordinarietà e l’esostismo, non certo un qualsiasi rispecchiare o ragionare di sè stessi. Quando Al Qaeda pubblicò il video della decapitazione di un suo ostaggio americano conobbi infinite persone che non resistettero alla curiosità morbosa e andarono a vederlo (per non parlare del successo di rottem.com), eppure nessuna di loro si è distinta per violenza o indifferenza verso l’umanità circostante, successivamente, e nella provincia in cui vivo le persone più pericolose continuano ad essere persone che internet in genere manco sanno cosa sia e certi film non li vanno a vedere.

    • girolamo de michele il 18 febbraio 2013 alle 10:19

      Mi piacerebbe capire perché avrei “mostrato di saperla (o averla) più lunga”. E cosa, “più lunga”, se è permesso? Perché, essendoci già stato negli USA un lungo dibattito sulla rappresentazione della tortura, mi sono preso la briga di leggerlo e riassumerlo ai lettori, dando loro le coordinate perché possano, se interessa, leggerlo di persona?
      Cmq no, per me estetica e politica non sono due cose diverse: il “tradimento” della propria poetica da parte di K. Bigelow è al tempo stesso lo scacco politico del film. Mi sembrava di averlo detto con chiarezza, ma tant’è… Come mi sembrava evidente che il mio obiettivo non era “mandare x lettori a vedere il film”, ma discutere della tortura, dei suoi effetti e della sua rappresentazione mediatica cogliendo l’occasione del film.

      • lorenzo galbiati il 18 febbraio 2013 alle 13:11

        Girolamo, puoi spiegarmi perché ritieni il film della Bigelow ottimo? Che io ho letto e riletto quel che hai scritto ma non l’ho capito.

        • girolamo il 18 febbraio 2013 alle 15:38

          Per il montaggio, l’uso della macchina, la misura nella recitazione di quasi tutti gli attori, per la media distanza che mantiene tra l’oggetto narrato e il punto di vista della regia, per la scansione dei tempi filmici. Aspetti che ho liquidato in fretta col riferimento alle candidature agli Oscar: il testo essendo scritto per il sito di un collettivo politico, mi interessava di più parlare di altro (non era una “recensione”, insomma).

  24. lorenzo galbiati il 18 febbraio 2013 alle 02:33

    Non condivido molte delle cose dell’ultimo commento tuo andrea, e credo la domanda da farsi sia diversa: aver esibito la tortura in un film significa aver fatto un film contro la tortura o comunque contro il modo di operare in guerra degli usa? Tu dici che il film non è di denuncia, ma poi affermi che avendo esibito la tortura il film è “critico” verso il comportamento degli USA, e lo consideri per questo più critico dei vari film usciti sul vietnam ecc. Dici pure che avendo esibita la tortura gli americani ora non possono considerarsi i più “buoni”. Francamente, mettendo insieme “critico verso gli usa” + “non siamo i più buoni”, a me pare che tu stia dicendo che questo è un film di… denuncia!. Quindi a me pare tu ti contraddica o comunque voglia fare distinguo forse non rilevanti.
    Io mi limito a pensare che il fatto di aver esibito la tortura, di per sé, non assicura nessuna condanna morale della tortura, né in modo esplicito né implicito, né assicura che tale condanna la faccia lo spettatore: tutto dipende dal contesto, da come questa tortura viene inserita nella narrazione. Lo spettatore difficilmente godrà delle scene di tortura mentre le vede, ma tirando le somme alla fine del film, potrebbe essere portato a considerare quel “male” un male giustificabile, almeno in parte (come può avvenire allo spettatore di “Diaz”), oppure anche giustificabile totalmente, se non un male addirittura utile (questo potrebbe avvenire più in America), che dobbiamo fare per salvare il nostro paese, il che rende l’eseguirlo ancora più eroico e patriottico.
    Mi pare dicano due cose interessanti arduino, che sottolinea che si tende a far proprio il punto di vista del protagonista, e undado sui moventi dei cineasti holliwoodiani e sui disparati effetti che può avere l’esibizione della violenza.
    Ora, farò il mio ultimo commento martedì o mercoledì, dopo che avrò visto il film, così finalmente potrò dire quale è secondo me il significato della torturo in ZDT. Certo che la frase che ho visto pronunciare l’altro ieri dalla Bigelow mi ha stupito negativamente, non me l’aspettavo, specie dopo le polemiche.
    Ma, visto che non vorrei essere scambiato per un vecchio dirigente del pci, ribadisco solo che presentare la tortura in modo esibito e documentaristico, senza una reazione di condanna esplicita, non significa per me neppure sostenerla o legittimarla o normalizzarla (l’effetto normalizzatore si ha con l’assuefazione, non con un solo film) perché ripeto per me conta il contesto. Credo comunque che i film holliwoodiani sul vietnam non abbiano impostato il discorso dando la colpa ai vietcong del degrado umano e delle pratiche sadiche dei soldati americani. A me non pare che Platoon giustificasse l’abbruttimento dei soldati americani dando la colpa ai vietcong, e Nella valle di Elah di certo non descrive gli iraqeni come dei sanguinari: non si vedono nemmeno, se non come vittime di rapimenti e lievi torture sui camion e come bambini che giocano. Si dice, certo, che i camion non si fermano per paura che vi siano kamikaze, ma è troppo poco per giustificare l’abbruttimento dei soldati. Nella valle di Elah è una critica radicale ed esplicita alla guerra condotta dall’America in Iraq, gli USA sono giudicati aventi bisogno di aiuto, con la bandiera da capovolgere, e di questo non credo proprio il film addebiti la colpa agli arabi. Apocalypse now invece è un caso molto diverso. Non lo ricordo benissimo, per esempio non ricordo la frase di Brando che hai citato, ma credo di poterlo definire un film ambiguo dal punto di vista del messaggio etico, del giudizio verso la guerra e verso il comportamento degli usa.

    • lorenzo il 18 febbraio 2013 alle 15:05

      Galbiati ha già scritto un intero saggio discutendo un film che non ha visto. Chissà quando lo vede, quanti ne scriverà?

  25. helena il 19 febbraio 2013 alle 15:55

    L’ho visto, mi sono anche addormentata (non durante il waterboarding). Condivido quel che scrive Girolamo, ma forse andrei oltre. Il film è raccontato da un punto di vista sostanzialmente vuoto, funzionale; perché non sappiamo nulla della protagonista- non ne conosciamo né il nome, né la storia, né le emozioni o il “disturbo” più profondo. Degli altri personaggi della Cia ancora meno. Figuriamoci degli arabi.
    Il che evita il rischio di “umanizzare” i torturatori. Ma se questi sono soltanto interscambiabili attori chiamati a fare il dirty job, ciascun spettatore potrà, dopo un tempo soggettivamente variabile, ritrovarsi sulle proprie posizioni di partenza rispetto all’uso della tortura in particolare e l’esercizio del potere fuori dal diritto in generale.
    Il che potrebbe anche essere una virtù brechtiana (vedete voi di dare il vostro giudizio, io regista non vi imbecco), ma non so. Mi pare piuttosto una certa dose paraculismo estetico-politico.

  26. helena janeczek il 19 febbraio 2013 alle 16:23

    Aggiungo: il cinema (e la letteratura) americano a partire dal Vietnam aveva, grosso modo, sempre lo stesso centro. Attraverso la storia di singoli o di unità militari che ne diventavano esempio, metteva in scena la domanda “cosa ci sta facendo a noi, questa guerra?” “Che cosa diventiamo finendo maciullati senza capirne la ragione, bruciando i civili con il napalm, vivendo sospesi tra noia e paranoia?” E’ il loro specifico, il loro limite, visto che in questa prospettiva per i vietnamiti o gli iracheni c’è al massimo il ruolo secondario e indistinto delle vittime innocenti (mostrarli, però, anche solo così però è stato e resta importante).
    Ora qui abbiamo persino un nemico con nome, mostrato con il volto massacrato, in primo piano. Mostrato mentre mangia. Ma per converso la domanda “che cosa significa per noi torturare un uomo e passargli un piatto di olive e hummus” non viene più posta.
    A differenza degli altri film di “guerra sporca” non è tanto la disumanizzazione del nemico a passare come un dato di fatto ineluttabile, ma la propria.

  27. andrea inglese il 19 febbraio 2013 alle 17:24

    a Helena
    “A differenza degli altri film di “guerra sporca” non è tanto la disumanizzazione del nemico a passare come un dato di fatto ineluttabile, ma la propria.”
    Sono d’accordo. E che piaccia o meno, a me sembra un oggettivo guadagno almeno sul piano della memoria pubblica. Piano che a me interessa in questo caso, ben più della semplice espressione individuale di un’opinione pro o contro la guerra. La domanda “cosa ci facciamo qui?” per me è parte della retorica più generale della “perdita d’innocenza”. Pensavamo di essere buoni e bravi, ma arrivati qui finiamo con l’usare allegramente il napalm. Ma io insisto che questa retorica che pure ha una sua funzione critica si appoggia molto spesso a una constatazione: siamo diventati cattivi perché il nemico, in ogni caso, era molto cattivo. Non i civili vietnamiti, ma i vietcong armati del “Cacciatore” o quelli di cui parla Kurtz-Brando, che in un villaggio avevano tagliato un braccio a tutti gli abitanti perché – se ben ricordo – erano colpevoli di intelligenza con il nemico statunitense.
    Ora se non altro non si potrà più utilizzare il mito dell’innocenza perduta: prima di partire, innocente e, arrivato nell’inferno della guerra, “corrotto”. Ora non c’è nessuna innocenza originaria su cui indulgere.
    Assumere “pubblicamente” di essere democratici e pro-tortura non è faccenda così facile, come molti pretendono sia. Credo che Moore abbia ragione su questo.

  28. helena janeczek il 19 febbraio 2013 alle 18:09

    La “perdita dell’innocenza” è una delle chiavi di lettura, ma in parte ha sempre collimato con un “è accettabile che noi inseguiamo i nostri interessi facendo questo e diventando questo?” Sicuro che togliere il punto di domanda sia un guadagno? Io non lo so.

  29. andrea inglese il 19 febbraio 2013 alle 18:51

    forse su questo mi sbaglio completamente, ma penso che il problema dei cittadini statunitensi nei confronti dell’era Bush e dell’attuale presidenza Obama non si risolva a livello di esplicita intenzione di un regista. Conta poco che la Bigelow ci abbia messo o meno un gran punto di domanda. Conta di più se ce lo metterà o meno lo spettatore del film, per altro non per forza statunitense. Ora su questo io ho una mia idea, non certo certezze granitiche. Ma di certo mi pare molto opinabile qualsiasi certezza granitica sul fatto che integrare che “siamo un paese democratico e che esercita la tortura” sia qualcosa di così non problematico sul lungo periodo. (E dico questo non rivolto a te, in quanto non mi sembra ti sei espressa graniticamente su questo.)
    Per il resto ricordo che, al di là di tutto, nello specifico trovo il film della Bigelow mostruosamente sintomatico.

  30. Sandro il 22 febbraio 2013 alle 18:23

    concordo film patriottico intelligentemente e raffinatamente patriottico, e come tutti i film patriottici anche un film di propaganda….però non capisco perchè, visto che l’autore dell’articolo si aspettava un film patriottico, poi si inquieti per la negazione dell’altro che vi è contenuta, la propaganda non prevede di curarsi delle ragioni altrui quindi notare quest’aspetto e farne altro rispetto al patriottismo mi sembra questo si ingenuo.
    Per quanto riguarda la tortura, aldilà dell’analisi di Zizek che io condivido, quello che dice il film è esattamente che: la tortura è legittima…lo dice la logica, oserei dire l’etica del film, in ogni fotogramma sia in quelli dedicati alla tortura sia in quelli che descrivono la caccia e la cattura si capisce che tutto viene fatto per un bene superiore al quale sottostà qualsiasi altra considerazione e questo bene è la morte del cattivo!
    del resto quello che dice Moore più che sottile a me pare una indiretta conferma della tesi di zizek visto che sostiene che non è tanto la logica intrinseca del film a condannare la tortura ma l’etica di chi lo guarda…e stiamo freschi altra bella ingenuità negare la forza della manipolazione propagandistica.
    Per finire quel dettaglio che l’autore cita, in modo piuttosto contorto devo dire, come la prova che la condanna della tortura è evidente e cioè il collare che viene messo ad un certo punto al torturato ai miei occhi appare in modo del tutto logico come quello che è….un ennesimo espediente per umiliarlo.

  31. Andrea Raos il 26 febbraio 2013 alle 04:30

    Visto settimana scorsa.
    L’ho trovato un film molto complesso e dico subito che tutto sommato mi è piaciuto, in parte nonostante e in parte proprio grazie ai numerosi problemi (non tutti risolti) che mi sembra porre.
    Il primo punto che mi sembra importante è la genesi del film. Mi viene da pensare che sarebbe stata un’opera di più semplice lettura se non fosse stata, in un certo senso, battuta sul tempo dalla realtà che si proponeva di descrivere. Come si sa, il film era già in avanzato stadio di progettazione (sceneggiatura e pre-produzione erano complete e stavano per iniziare le riprese) e doveva essere sulla infruttuosa caccia a UBL – proprio quando lo stesso UBL è stato ucciso. Questo ha ovviamente imposto un radicale ripensamento della struttura del film e si può pensare che dal progetto originario sarebbe uscito qualcosa di molto più simile a “Hurt Locker”: semplificando, il lento e anti-narrativo sprofondamento di un individuo nell’ossessione e nell’alienazione causate dallo stato di guerra permanente, accerchiata, in cui gli US hanno vissuto questi ultimi anni.
    La mia impressione è che sia stata la “realtà” a imporre a Bigelow un punto di vista molto più sfumato sulla storia che racconta.
    Vorrei concentrarmi su tre punti:

    1. La rappresentazione della donna;
    2. La rappresentazione della tortura;
    3. La rappresentazione del nemico.

    1. Dice anche Inglese nella recensione qui sopra che ZDT è anche un film su una donna che riesce dove gli uomini falliscono. Eppure, ripensando per esempio alle foto delle donne torturatrici di Abu Ghraib, che Bigelow avrà naturalmente visto, questo punto appare subito molto fragile. Di conseguenza, quello che io ho trovato interessante è il modo ben poco trionfalistico con cui è descritto questo apparente successo della parità di genere. Anche per la donna di ZDT, come per l’uomo di Hurt Locker, il “successo” coincide con la distruzione delle vite altrui ma anche e soprattutto della propria (per inciso, vista dagli US dove mi trovo adesso, l’aspetto più impressionante di questa parabola ossessiva è proprio la sua assoluta quotidianità, che Bigelow come già – ancora – in Hurt Locker mostra alla perfezione). Il pianto muto della protagonista, nella scena conclusiva, esprime la semplice e fondamentale domanda “Ne è valsa la pena [per una donna]?”. La risposta a me non sembra essere né un sì né un no netti (anche se tendenti al no, almeno mi è parso). È questo il primo livello a cui il film resta volutamente ambiguo.

    2. Il secondo livello ambiguo è anche quello che più (letteralmente) salta agli occhi, cioè quello della rappresentazione della tortura. Su cosa Bigelow abbia “voluto dire” in merito il dibattito è stato ed è vivissimo (Moore è solo la punta dell’iceberg). Parlo naturalmente del risultato filmico, visto che “nella realtà” la regista a domanda ha esplicitamente risposto di essere contraria alla tortura.
    Penso che la questione vada scomposta su vari piani. La prima cosa da precisare è che è falso ciò che ho letto anche in diversi commenti qui, ossia che “gli Stati Uniti hanno praticato la tortura”. La CIA l’ha fatto, non gli US, e la cosa è stata fin da subito oggetto di una colossale guerra tra agenzie (l’FBI, per esempio, si è sempre dichiarato contrario). Questo mi sembra importante perché il film non parla di ciò che “gli US hanno fatto”, ma di ciò che ha fatto una sua parte contro il parere di altre (questo non è detto a chiare lettere nel film, ma – penso – perché è evidente per uno spettatore statunitense mediamente avvertito – qui si aprirebbe la questione dell’universalità del film, forse non così universale come potrebbe sembrare).
    Poi, ho letto da qualche parte un’affermazione che trovo giusta, ossia che la parte sulla tortura nel film ha il ruolo di una specie di test di Rorschach: lo spettatore vi vede ciò che vuole vedere (anche Helena, citando Brecht, dice qualcosa di simile). Io credo che Bigelow abbia voluto innanzitutto “ripulire” l’occhio dello spettatore americano dalle più famose scene di tortura recenti, quelle contenute in non ricordo quale stagione della serie TV “24”. Lì, nel mondo perfetto dei peggio conservatori, tutto era così meravigliosamente semplice: dài due ceffoni all’arabo, punti la pistola alla tempia di suo figlio, e lui subito ti confessa piangendo dov’è nascosta la bomba (per inciso, già all’epoca le polemiche erano state furibonde). In ZDT le cose sono per fortuna più complesse: la tortura inizialmente sembra funzionare, poi forse no, poi di nuovo sì ma poco e male… Alla fine, il film mostra che non già lo stesso risultato, ma più e meglio, si sarebbe potuto ottenere fin da subito con più tradizionali tecniche investigative.
    Su questo punto, l’espediente narrativo (che di narrazioni stiamo parlando è fondamentale ripeterlo, perché cosa sia successo “davvero” non lo sa né Bigelow né nessuno, è tutt’ora tutto classified) credo abbia l’obiettivo di rivolgersi a un pubblico più vasto della sinistra e dei liberal americani, che queste cose le sapevano già. Da qui penso derivi anche il punto di vista “sospeso” di Bigelow sulle scene di tortura. Questa naturalmente è solo la mia opinione, e i dibattiti su questo punto specifico sono tutt’ora molto accesi. Ma sappiamo che Bigelow, dichiaratamente liberal e contraria all’uso della tortura, ha studiato arti visive con, tra gli altri, Bruce Nauman e Vito Acconci; insomma, se ha deciso di rappresentare la violenza in quel preciso modo, si potrà almeno concederle che FORSE sapeva cosa stava facendo.
    Noto solo, di passaggio, che su questo punto negli US la polemica non è stata tanto tra esperti di cinema, quanto tra esperti di intelligence pro o contro il rispetto dei diritti umani nell’interrogare i sospetti terroristi; non mi sembra una differenza da poco, né un piccolo merito per un “semplice” film destinato al grande pubblico.

    3. Legata al “ne è valsa la pena?” del punto 1. credo sia legata anche la questione della rappresentazione del Nemico. Che in ZDT non è né l’Islam (scivolone per me troppo didascalico, da questo punto di vista, la scena dell’agente della CIA che, musulmano, prega sul tappetino prima di parlare con la protagonista) né gli arabi o gli stranieri. Il nemico nel film è uno solo, UBL (e i suoi complici). Ossessione, quindi, della protagonista e di un Paese intero, che si risolve, dopo più di 10 anni e migliaia di morti, nei pochi fotogrammi di un barbone grigio riversati su un telefonino.
    La mia impressione è che ZDT abbia appunto voluto “guarire” il Paese da questa ossessione, facendogliela omeopaticamente rivivere, attraversare, fino a mostrarne la vanità ultima. Si vede anche qui tutta la differenza con un ottimo film di qualche anno fa, “Syriana”, che didascalicamente (ancora una volta) mostrava agli US (ma in quel caso più ai già convertiti, temo) che anche gli arabi sono esseri umani come gli altri. Ma guarda un po’… Ma era un po’ di anni fa, e quello specifico discorso era forse più necessario di quanto non lo sia ora, quando le ferite statunitensi e le conseguenti paranoie riguardo agli arabi sembrano stare lentamente rimarginandosi (e i droni autorizzati a volare sul territorio nazionale infatti spareranno su tutti, non solo su di loro).

    Questi gli aspetti che più mi hanno interessato di questo film, che comunque non mi è sembrato il migliore della regista, forse perché sottoposto a tensioni (della storia e dell’attualità) troppo violente. Forse, l’unica parte che ho trovato davvero “bella” è stato quel breve momento di sospensione in cui Maya guarda i navy seals giocare come dei ragazzini, prima di partire per la missione finale. Lì ho ritrovato per pochi istanti quello sguardo ironico ma al tempo stesso profondamente affettuoso, non a priori giudicante, sul mondo maschile, che è quanto amo più di lei – da certi momenti di Point Break a molte parti di The Weight of Water, che forse non è il suo film più famoso ma di certo nemmeno il peggiore, di certo il suo più intelligentemente e lucidamente sospeso.

  32. andrea inglese il 6 marzo 2013 alle 14:15

    Andrearà, analisi molto bella. Spero che qualche lettore o spettatore del film abbia voglia di leggerla. E concordo anche su quanto dici rispetto alla “donna in carriera”. Ne emerge giustamente un ritratto più ambiguo e problematico rispetto alla lettura che ne ho fatto io.

  33. Andrea Raos il 6 marzo 2013 alle 16:50

    Grazie andreaingle’, bene che ti sia piaciuto il mio kommento. A chi volesse approfondire consiglio comunque la lettura di “Enhanced Interrogation Techniques. Theory and Practice” di Kemper Boyd (Harvard UP).



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