Dopo la teoria, ancora la teoria

12 febbraio 2013
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di Paolo Zublena

Se si dovesse tracciare in poche righe la storia della critica (e del rapporto tra teoria e critica) nell’ultimo mezzo secolo, il risultato potrebbe essere – con gli ovvi limiti di una semplificazione – relativamente lineare e geograficamente non troppo discontinuo, tolte ovvie sacche di discronia, di inerzia o di marginalità. A grandi linee, a un’epoca d’oro, quella dello strutturalismo e del formalismo, in cui la teoria, modellata sul ruolo-guida della linguistica strutturale, metteva al centro dell’indagine il testo – e alla sua evoluzione nella semiologia, che continuava a considerare il testo come fuoco principale del critico, problematizzando però, sia pure spesso astrattamente, le sue condizioni di enunciazione – è succeduta una nuova epoca di testualismo ancora più estremo, in cui il testo veniva sottratto alla sua produzione (individuale e collettiva) e interrogato per metterne in luce il carattere aporetico rispetto a categorie ontologiche che si presupponevano come solide: è la stagione del decostruzionismo. Negli ultimi decenni questa assoluta centralità del testo è stata messa potentemente in discussione dalla dominanza dei cultural studies (nelle loro diverse declinazioni, dagli studi postcoloniali al neo-storicismo), che – non senza qualche saldatura con il metodo decostruzionista, e invece in forte polemica con i resti dell’impresa strutturalista – hanno riportato in una posizione prominente le condizioni storiche di produzione di un testo, spesso finendo per dare una forte priorità alla critica delle forme di dominio incorporate dai testi rispetto alla ponderazione estetica della loro specificità.
Questa sintesi, che magari potrebbe essere adatta per una voce literary theory di una ideale ten-line wikipedia, non sarebbe però estendibile alla specificità della situazione italiana.
In Italia, la forte presenza del contributo teorico strutturalista alla critica letteraria è sempre stata bilanciata, e spesso non senza un effetto positivo, dalla tradizionale attenzione per la storicità dei testi. Ma – a livello accademico – lo storicismo, mai davvero morto, ha finito per impedire l’installazione di nuove pratiche critiche fondate su posizioni teoriche post-strutturaliste, che hanno avuto una rilevante cittadinanza soltanto negli studi di comparatistica, o di anglistica, germanistica, ecc. In questa direzione, è come se una reazione vetero-storicista (assai diffusa tra gli specialisti di italianistica) avesse tirato un respiro di sollievo godendo della cacciata dei barbari che dal tempo dei formalisti e del primo strutturalismo assediavano con le loro pretese interpretative oggetti che avrebbero dovuto essere solo storicizzati. Solo che lo storicismo è ormai spesso uno storicismo volgare, che non si pone problemi fondazionali: lo studioso agisce esaminando i testi dal punto di vista filologico e documentale senza interrogarsi sul metodo. Inoltre, la scuola e l’università di massa hanno visto ridursi sensibilmente le competenze medie, anche di quegli studenti che diventeranno poi studiosi, rispetto alla cultura classica e ad altri capisaldi dell’erudizione. Sicché mancano i presupposti per quei formidabili lavori eruditi che la scuola storica aveva prodotto a cavallo tra Ottocento e Novecento, ai quali anche il più accanito antistoricista non può che tributare uno sguardo di riconoscente ammirazione.
D’altra parte una buona fetta della critica militante versa in una situazione anche peggiore: indulge cioè a quell’appiattimento sul senso comune rispetto al quale già uno storicismo volgare è un significativo passo avanti[1].
Vediamo quali sono i principali vizi di questa pratica mascherata come a-ideologica. Il primo è certamente l’impressionismo, vale a dire la modalità con cui il critico descrive il testo ed esprime giudizi di valore senza servirsi di categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili. Metafore morte, pregiudizi e luoghi comuni, naturalmente non percepiti come tali, dominano su buona parte della critica sul contemporaneo che si legge su quotidiani, riviste militanti e anche sulla rete. Tutto questo passa spesso per (sano) empirismo. Ma l’empirismo, al solito, non è che l’inconsapevole naturalizzazione della metafisica più vieta, dell’ontologia del senso comune: una silenziosa trasformazione della doxa in teoria.
Prendiamo le pagine culturali di un quotidiano, di una rivista militante o di un blog letterario. Sincerità, autenticità, personaggi di carne, aderire alle cose, all’esperienza, e così via. Abbonda l’uso di pseudoconcetti critici che, evidentemente in modo inavvertito, sono però a loro modo carichi di teoria, e quindi di ideologia. Ideologia che è un prodotto dell’incrocio di una storia (quella della critica italiana, si intende) con le esigenze del mercato (dell’industria culturale) di oggi. Come scriveva Lavagetto qualche tempo fa – ma la situazione, direi, si è cospicuamente aggravata –: «Il fatto è che, per molto tempo, la critica letteraria sembra essere stata dominata (ed è ancora in buona parte dominata) da quella che, parafrasando Althusser, potremmo definire “l’antropologia spontanea dei critici letterari”, vale a dire da quello strano miscuglio di riflessioni sull’uomo, mezzo positive e mezzo filosofiche, che portano a dimenticare accanitamente che A non è A1 [il riferimento è all’illusione referenziale] e a convertire il discorso sulla letteratura nel più generico e improbabile dei discorsi sul mondo o, peggio, sull’esperienza genericamente e universalmente umana del mondo»[2]. Spontanea, cioè irriflessa, immediata.
Certo, si può e si deve essere suggestionati da una critica che ha nella figuralità, nella forza dell’immagine, un suo efficace grimaldello con valore euristico. Basterà spendere i nomi di Giacomo Debenedetti e di Giancarlo Mazzacurati: ma una cosa è l’illuminante funzione di griglia conoscitiva delle loro metafore, altra cosa è il cumulo di metafore morte, prive di qualunque capacità di individuazione che non sia subalterna al senso comune di cui sono pieni libri, articoli e articoletti di oggidì. Tra l’altro, i due grandi critici appena allegati erano tutt’altro che digiuni di categorie concettuali importate da altre discipline (si pensi anche solo all’importanza di Freud e Jung per Debenedetti): e c’è anzi da ritenere che le mirabolanti virtù imagopoietiche fossero tutto meno che irrelate alle loro ottime competenze circa le categorie extraletterarie. Insomma, anche il metaforismo spesso cade nella trappola di quell’antropologia spontanea di cui parlava Lavagetto.
Al fondo di questa antropologia spontanea ci sono – immancabile dispositivo di ammiccamento al lettore in una logica di comodo appiattimento sulla doxa, e politicamente sullo status quo – gli eccessi di illusione referenziale: «un modellino antropologico che trasforma i gruppi di parole nei vicini di casa, un modellino sulle cui superfici si riflette la realtà circostante e che agisce come un piccolo commutatore in grado di trasformare fonemi, accenti, rime, strutture, disposizioni ecc. – tutto quanto costituisce la letterarietà – in qualcosa di più duro, familiare e rassicurante»[3]. Modellino, tra l’altro, precisa Lavagetto, storicamente determinato e somigliante alla visione del mondo del critico. L’autocoscienza rispetto a questa posizione ideologica è il minimo che, deontologicamente, possa essere richiesto al critico. La sua messa in crisi, un compito, anche politico, primario.
A questo impressionismo che maschera un’ideologia, si possono accostare anche il personalismo (cioè una presenza eccessiva e stucchevole della soggettività del critico), il saggismo (il recensore-editorialista-elzevirista di turno pretende di fare della propria esperienza personale un sintomo di una situazione più generale), la confusione teorica (l’uso rapsodico di categorie concettuali incompossibili, senza tematizzare le contraddizioni implicate). Né sembra a esso irrelato l’ormai topico anti-avanguardismo prevalente nella critica italiana militante, che accusa costantemente le opere letterarie di area avanguardista di essersi allontanate troppo dal senso comune e dal mondo-della-vita: cioè, appunto, dalla metafisica imposta dalle ideologie dominanti. Ecco, quindi, che nella inavvertitezza di questa assunzione si cela la subalternità dell’antiteoricismo all’industria culturale, e in ultima analisi al mercato. Ma se provate a usare questo argomento, non vi preoccupate, certamente vi rimprovereranno di essere un attardato adepto della scuola di Francoforte.
Ho l’impressione che troppo spesso chi si accinge al lavoro critico, non compia quella riflessione raccomandata da Terry Eagleton nella prefazione di un suo noto libro sulla funzione della critica:

Perhaps I could best describe the impulse behind this book by imagining the moment in which a critic, sitting down to begin a study of some theme or author, is suddenly arrested by a set of disturbing questions. What is the point of such a study? Who is intended to reach, influence, impress? What functions are ascribed to such a critical act by society as a whole? A critic may write with assurance as long as the critical institution itself is thought to be unproblematical. Once that institution is thrown into radical question, then one would expect individual acts of criticism to become troubled and self-doubting. The fact that such acts continue today, apparently in their all traditional confidence, is doubtless a sign that the crisis of critical institution has either not been deeply enough registered, or is been actively evaded.
The argument of this book is that criticism lacks all substantive social function. It is either part of the public relations of the literary industry, or a matter wholly internal to the academies [4].

Ora, di crisi della critica non si è fatto e non si fa che parlare: ma spesso con una certa evasività rispetto al nocciolo della questione espressa con la consueta sferzante chiarezza da Eagleton. Proviamo a riprendere il problema fondamentale della funzione della critica e del suo rapporto con il mercato.
Se la critica continua a trattare i propri oggetti con pretesa d’immediatezza, e secondo una (anti)teoria fondata sul senso comune e sulle sue fallacie, questo accade per ragioni economico-politiche, e ha conseguenze politiche. In effetti, l’estremo specialismo filologista di molta accademia (non si intende naturalmente la filologia in sé, che è una necessità vitale per l’interpretazione) e la teoria folk di tanti critici militanti vanno incontro alla stesso destino di marginalizzazione. Ci si scanna solo sul particolare documentale oppure sul (presunto) gusto individuale (un’illusione secondo diversi paradigmi: per Kant e per Bourdieu, ad esempio), quando non si finisce decisamente sul personalismo e sugli argomenti ad hominem, come accade spesso in molte sedi ospitate dal web anche quando si tenta di avviare un dibattito critico. Insomma, finché la critica letteraria è servita come dispositivo di controllo (sapere/potere), anche in senso alto – come in certa retorica nazionale-identitaria o più internazionalmente umanistica –, ha avuto il suo spazio e il suo mandato sociale. Oggi pare che a questi fini non serva più: quindi o si rifugia nelle riserve (università) o si confonde nel rumore di quello che Günther Anders chiamava «monologo collettivo», al limite nella sua versione rissosa (un po’da reality show, con una indubbia funzione di intrattenimento per partecipanti e spettatori). Ma anche con la realizzazione di una conflittualità, di un’eristica addirittura, che è strettamente funzionale alla finzione spettacolare di conflitto delle idee che le democrazie liberali inscenano per sottrarre forze (e idee) al conflitto sociale.
La tentazione è stata avallata purtroppo anche da voci autorevoli, che di fronte a questa situazione non hanno trovato di meglio che proporre la rinuncia di fatto alla critica: un caso particolarmente doloroso è Vere presenze di Steiner. Anche posizioni apparentemente più equilibrate, come quella di Compagnon nel Demone della teoria (una «perplessità»[5] a prima vista sensata che spesso, lungo tutto il libro, sembra assestarsi sulla parola d’ordine corriva dell’“avanti al centro contro gli opposti estremismi”), finiscono per assecondare la stessa rinuncia. Del resto Compagnon medesimo cade in questa trappola, nostalgico com’è di quella prima lettura che – diceva Benjamin – avvolge il lettore come una nevicata. E raccomanda una lettura (almeno la prima) priva di apparati critici, rimpiangendo la vecchia edizione Gallimard, «Collection blanche», della Recherche[6]. L’ennesima apologia dell’occhio innocente[7]… Ha invece pienamente ragione Mario Lavagetto, nel suo importante Eutanasia della critica, quando sostiene che immaginare, con Steiner, una città dove la critica interpretativa è proibita vorrebbe dire eo ipso concepire «una città di morte, una specie di incubo elaborato alla fine del secondo millennio». Insieme alla critica morirebbe anche la scrittura letteraria:

Perché pensare che i testi parlino da soli, al di là e al di fuori di ogni possibile mediazione, è un’idea tanto vecchia quanto ingenua e intimamente balorda: disconosce la storia, disconosce la diversità dei codici e il modificarsi radicale, di secolo in secolo, degli orizzonti di attesa, delle domande che un testo produce e che al testo vengono poste. Dimentica soprattutto che le grandi opere letterarie sono, come ci è stato insegnato, abitate fin nell’intimo delle loro fibre da una critica immanente[8]. 

Anche i classici finirebbero per non essere più comprensibili, e quindi neanche più leggibili, fuori da un orizzonte di interrogazione anche concettuale.
Un estremo dell’atteggiamento deprecato da Lavagetto si è registrato negli anni ’80, certamente non a caso, in un contesto di riflusso, pieno trionfo del neocapitalismo, brutalità delle politiche monetariste nei confronti delle classi subalterne e inizio del declino delle classi medie. Possiamo pensare alla sgangherata, folcloristica prefazione (La statua vuota) della famigerata antologia La parola innamorata, uscita nel capitale annus horribilis 1978. Il rifiuto della critica si traveste con motivazioni di tipo misticheggiante («la gratuità del canto che è dono, la verità del canto che è dono»[9]), ma è saldamente ancorato a un’ideologia fondata sull’individualismo borghese, come emerge talvolta, gettata la maschera, da espliciti sbocchi antiprogressisti. Può stupire la violenta assertività di una pseudoteologia negativa che si vorrebbe programmaticamente liberante dai lacci e lacciuoli della critica, appunto, sino ad arrivare a degnità di questo calibro:

La poesia usa i lettori, non è usata. Allora occorre intendersi: l’illusione della poesia è la poesia che non crea illusioni (al contrario del mito romantico, e da noi leopardiano). Non si concede ma è donata dall’amore che non cade mai nella disperazione e non è respinto nel buio della solitudine infelice.
Chi pretende di studiarla è di là, chi crede di farne argomento da salotto è di qua. Il lettore è smarrito, non può precedere le fasi perché, come in amore, non c’è fase, ma la durata eterna e infinita del testo meraviglioso e inarrestabile[10].

Amen. Se si è citato un testo così al di sotto non solo di qualunque soglia di rigore concettuale, ma anche di un semplice limite di “decenza” semantica, è solo per dare testimonianza di un movimento retorico che verrà ripetuto infinite volte di lì in poi per giustificare non tanto un assoluto antifondazionalismo, ma un vero e proprio anything goes all’amatriciana, pieno di metafore inutili e rutilanti. Del resto, il sottofondo ideologico di queste posizioni non è poi così diverso, eccettuata l’assertività e il suo fondamento mistico, da quello comportato da posizioni neopragmatiste assai meno naïves, apparentemente molto più avvertite, ma in fin dei conti non meno reazionarie. Fece molto discutere negli Stati Uniti un articolo dall’emblematico titolo Against theory, altrettanto emblematicamente uscito al principio dell’era Reagan, che proclamava la perfetta inutilità della teoria ai fini della pratica della critica letteraria, sostenendo, ad esempio, che il significato dell’opera è da identificare senz’altro con l’intenzione dell’autore: facendo insomma strame di decenni o secoli di riflessione sul testo letterario. Il finale dell’articolo, che tenta di radicalizzare l’antifondazionalismo decostruzionista di un Fish, merita di essere citato per esteso:

The theoretical impulse, as we have described it, always involves the attempt to separate things that should not be separated: on the ontological side, meaning from intention, language from speech acts; on the epistemological side, knowledge from true belief. Our point has been that the separated terms are in fact inseparable. It is tempting to end by saying that theory and practice too are inseparable. But this would be a mistake. Not because theory and practice (unlike the other terms) really are separate but because theory is nothing else but the attempt to escape practice. Meaning is just another name for expressed intention, knowledge just another name for true belief, but theory is not just another name for practice. It is the name for all the ways people have tried to stand outside practice in order to govern practice from without. Our thesis has been that no one can reach a position outside practice, that theorists should stop trying, and that the theoretical enterprise should therefore come to an end[11].

È ovvio che la posizione neopragmatista si basa su assunzioni teoriche per condannare la teoria (operazione ben diversa dall’individuazione di una teoria della pratica, come in Bourdieu). Ed è persino banale mettere in relazione questo punto di vista con la spaventosa deregulation reaganiana, a cui il neopragmatismo offre un ombrello di giustificazione ideologica liberale. Quel che più rileva è che una posizione del genere ripropone nella sostanza il vecchio adagio empirista in uno scenario di libero mercato dei metodi in cui il senso comune può essere condito da qualche spezia esotica per aumentare il valore di scambio dell’oggetto indagato, o per legittimare asserzioni nella loro sostanza acriticamente allineate all’ideologia dominante.

Ma che cosa dovrebbe fare allora la critica? Innanzitutto giovarsi della vera o presunta crisi della teoria, e del dibattito post-teorico[12] che ne è seguito, per ragionare sul proprio statuto epistemologico, e anche sulle motivazioni politiche che stanno dietro alle assunzioni espistemologiche. La critica letteraria, infatti, come pratica discorsiva non assimilabile a quella di una scienza dura che si può permettere di lavorare intrateoricamente (ma del resto si sa bene che l’epistemologia più avvertita non distingue tra scienza e non scienza), è una prassi composita, che, partendo dal materiale fornito dalle necessarie competenze storiche, filologiche e storico linguistiche (inevitabile base di partenza) – oltre a servirsi di unità di analisi formalizzate dalla stessa teoria della letteratura (basti l’esempio della narratologia) – assume categorie dalle altre scienze umane (la filosofia, la linguistica teorica, l’antropologia, la sociologia, la psicologia clinica, la geografia), le inserisce in un quadro che non può non essere filosofico e le adopera per interpretare un testo o una serie di testi. Questa pratica rende possibile il dialogo e anche il (vitale) conflitto tra le interpretazioni.
Ora, perché si realizzi questo dialogo, è assolutamente necessario che si faccia uso di categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili. A questo si può sacrificare anche la stretta coerenza metodologica, perché diversi orizzonti teorici possono avere – euristicamente – effetti interpretativi analoghi. L’eclettismo non deve essere pregiudizialmente respinto. Ciò non significa, ovviamente, che sia legittimo imbastire confusi centoni carichi di riferimenti teorici, ma solo che la rigida fedeltà a un metodo “monoteorico”, proprio perché le unità di analisi impiegate vanno considerate nell’insieme della strategia (e talvolta della tattica) interpretativa, non è necessariamente un criterio valido per distinguere i lavori critici buoni da quelli meno buoni.
Si deve quindi ribadire che appare essenziale elaborare a sufficienza e dichiarare apertamente da una parte la fondazione epistemologica del proprio metodo, dall’altra la situatezza pragmatica e l’obiettivo in gioco nella propria ricerca.
Farsi la domanda giusta sul testo che si ha davanti, sulla base di categorie che possano essere messe in discussione: questo il compito della critica. Nessuna unità di analisi, e quindi nessuna categoria concettuale è da rifiutare solo per la sua appartenenza a un certo orizzonte disciplinare: da considerare sono naturalmente la sua efficienza teoretica nel settore in cui nasce, e la utilità euristica nel compito ermeneutico per il quale viene sfruttata. Per questo sono pretestuose le impermeabilità disciplinari che vengono rivendicate da studiosi in genere di formazione storicistica: come se la loro “antropologia spontanea” carica di teoria folk avesse maggiori garanzie di efficacia di costrutti teorici che, alla fin fine, cercano di descrivere forme di esistenza di cui anche i testi letterari sono manifestazione.
Una possibile giustificazione teorica alla versatilità nell’impiego delle teorie viene da uno degli studiosi che più si sono interrogati sull’espistemologia del lavoro critico negli ultimi decenni, e intendo Edward Said. I due articoli Traveling Theory e Traveling Theory Reconsidered dimostrano come una medesima teoria (nell’esemplificazione di Said, il concetto lukácsiano di reificazione) viaggiando nel tempo e nello spazio, nella storia e nella geografia, possa ridefinirsi e modificare le proprie funzioni e i propri scopi. La posizione teorica di Lukács in Storia e coscienza di classe può essere dogmatizzata e istituzionalizzata da Goldmann o Williams, e invece radicalizzata e messa di fronte alle proprie contraddizioni da Adorno o Fanon[13]. Se lo stesso orizzonte teorico, quindi, non è indipendente dalla sua collocazione pragmatica, storica e geografica, a fortiori il concorso tra diverse prospettive teoriche, ovviamente non concettualmente incompatibili tra di loro, produrrà una rinegoziazione dei singoli costrutti concettuali nella nuova configurazione, e una loro rifunzionalizzazione in chiave conservatrice o progressiva.
L’uso, quindi, di unità di analisi provenienti da diversi orizzonti teorici, ma tuttavia intersoggettivamente condivisibili in quanto fondate su assunzioni esplicitamente denunciate dal critico, e su presupposti ideologico-politici che sarebbe bene fossero altrettanto espliciti, finisce per essere la migliore garanzia dell’adeguatezza a un compito di mediazione.
Ancora una volta – e come è nella sua migliore tradizione –, la critica letteraria deve fare da cerniera: da mediatrice, appunto. Cerniera tra il lettore “specialista” e il lettore comune, cerniera tra la rappresentazione del mondo-della-vita che fanno le scienze umane e quella compiuta dalla scrittura letteraria (che è rappresentazione non meno di strutture psichiche che storico-sociali, senza che le prime debbano essere considerate naturali e quindi interamente escluse da una determinazione storica), cerniera anche tra gli autori e la scrittura. Perché una certa stagnazione della produzione letteraria potrebbe essere in stretta relazione con una critica in crisi: certo riflusso postmodernista sulla tradizione – e sia pure su una tradizione posta tra virgolette – è del tutto indifferente alla stasi di una lettura interpretativa che tratta enti fittizi come vicini di casa?[14] Non si dovrà pensare che una scrittura all’altezza dei tempi chieda, tra l’altro, come presupposto certo non sufficiente ma almeno in parte necessario una critica che sia all’altezza dei propri tempi?[15].
Se l’arte e la scrittura letteraria nelle loro forme più avanzate si sono apparentemente allontanate dal mondo-della-vita, la critica con i mezzi della teoria deve incaricarsi di colmare questa distanza mettendo il lettore non specialista nelle condizioni di comprendere il testo, ma nel contempo di capire come le apologie dell’immediatezza che sono propalate da molti autori e da non pochi tra gli stessi critici – e vengono ribadite dai media al servizio del capitale in una sorta di fiera del common sense – non sono altro che strutture estetiche storicamente determinate, e determinate com’è ovvio da condizioni sociali, economiche e politiche. Se questo è essere marxisti, non bisogna avere paura di essere marxisti[16].
Sentire i critici che parlano con il linguaggio con cui il “pubblico” alienato vuole sentirsi parlare è esteticamente e politicamente sconsolante: «La sciatteria di chi nuota secondo la corrente familiare del discorso passa per un segno di affinità e contatto: si sa quel che si vuole perché si sa quel che l’altro vuole»[17]. Si tratta di caricarsi sulle spalle, con Hegel e con Adorno, la fatica del concetto:

L’espressione generica consente all’ascoltatore d’intendere a un dipresso quel che preferisce e che pensa già per conto suo. L’espressione rigorosa strappa un’accezione univoca, impone lo sforzo del concetto, a cui gli uomini vengono espressamente disabituati, e richiede da loro, prima di ogni contenuto, una sospensione dei giudizi correnti, e quindi il coraggio di isolarsi, a cui resistono accanitamente. Solo ciò che ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare. Nulla contribuisce altrettanto alla demoralizzazione degli intellettuali. Chi vuol sottrarsi a questa demoralizzazione, deve respingere ogni consiglio a tener conto della comunicazione, come un tradimento all’oggetto della comunicazione[18].

Certo, come spesso in Adorno, si presenta un rischio di elitarismo. Ma è un rischio che bisogna correre, accompagnando l’intransigenza sul rigore concettuale e sulla trasparenza epistemologico ideologica con il più generoso tentativo di orizzontalità sul piano delle sedi su cui esercitare la critica. Nel momento in cui le sedi istituzionali della tradizione sembrano sempre più dedite alla subalternità al mercato e ai suoi meccanismi di riproduzione, l’orizzontalità del web – come territorio ancora tendenzialmente comune in un contesto politico in cui anche i beni da sempre comuni diventano proprietà – rappresenta una grande possibilità e un grande rischio[19]. Le straordinarie potenzialità democratiche di archivio, la possibilità di dialogare fattivamente con i media su supporto cartaceo, l’agilità transmediale sono in aperta contraddizione con una vistosissima prevalenza della doxa ideologicamente più reazionaria. Ma trovare spazi di resistenza che diventino vettori di dissidenza dove esercitare il pensiero critico e diffonderlo contro l’estetica mainstream è un compito politico di primaria importanza. Come e più delle teorie, anche i mezzi possono cambiare di segno a seconda dell’uso politico che se ne fa: non sarebbe già un risultato fortemente augurabile se attraverso un medium creato dal capitalismo per i propri interessi si riuscisse a intaccare l’ideologia estetica che il mercato anche attraverso quel medium continua a imporre.

Paolo Zublena

[Da “il verri” n. 45, In teoria, in pratica, Febbraio 2011. Immagine: Bertrand Lavier, Doraz, 1995]

Note.
[1] Preciso subito che l’analisi non coinvolge tutto l’esistente. Sicuramente ci sono molti critici che si servono felicemente di strumenti concettuali sofisticati e intersoggettivamente condivisibili, con indubbia efficacia euristica. Ci sono, e sarebbe qui di cattivo gusto, oltreché leggermente parrocchiale, farne i nomi. Non sono comunque né la maggioranza, né il mainstream.
[2] M. Lavagetto, Il letterario, la letterarietà e l’antropologia spontanea dei critici letterari [1984], in Id., Lavorare con piccoli indizi, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 47-69: 52.
[3] Ivi, p. 60.
[4] T. Eagleton, The Function of Criticism, Verso, London-New York 1984, p. 7.
[5] A. Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune [1998], Einaudi, Torino 2000, p. 285.
[6] A. Compagnon, La cartografia e la critica, nel volume collettaneo Le immagini della critica. Conversazioni di teoria letteraria, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 181-191.
[7] La critica letteraria che vuole cancellare se stessa attraverso l’assenza di mediazione soffre di mal d’archivio. Intendiamoci, il mal d’archivio è ineliminabile: si tratta soltanto di prendere coscienza di esso, di non ipostatizzare attraverso una teoria (implicita anche nella pretesa antiteoricità) il testo letterario come luogo di quella origine cui il malato di archivio rischia di arrivare (illusoriamente) bruciando l’archivio stesso. Insomma, il testo letterario non è l’accesso diretto alla memoria dell’origine, e il testo critico non è l’equivalente del supporto tecnico archiviale. Entrambi fanno parte, con ruoli diversi, di quell’archivio di cui il lettore sarà interminabilmente malato. (I concetti derivano ovviamente da Jacques Derrida, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana [1995], Filema, Napoli 1996. Bisogna per altro notare che la stessa mutazione di supporto sia del testo letterario che di quello critico – la sua presenza sulla rete – cambiano strutturalmente, in modi che non è ancora facile descrivere, la definizione delle prassi discorsive che chiamiamo letteratura – o scrittura – e critica).
[8] M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Einaudi, Torino 2005, pp. 81-82.
[9] G. Pontiggia – E. Di Mauro, La statua vuota, in La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, a c. di G. Pontiggia e E. Di Mauro, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 9-17:10.
[10] Ivi, p. 11.
[11] S. Knapp – W. B. Michaels, Against Theory, “Critical Inquiry”, VIII, 4, Summer 1982, pp. 723-742: 741-742.
[12] Il dibattito sulla cosiddetta post-teoria si è sviluppato sopprattutto in ambito anglistico negli ultimo dieci anni. Si veda: M. McQuillan, Post-Theory, Edinburgh University Press, Edinburgh 1999; What’s Left of Theory. New York on the Politics of Literary Theory, a c. di J. Butler, J. Guillory e K. Thomas, Routledge, New York 2000); E. Strauch, Beyond Literary Theory, University Press of America, Lanham 2001; Life After Theory, a c. di M. Payne e J. Schad, Continuum, London 2003; T. Eagleton, After Theory, Basic Books, New York 2003; Post-Theory, Culture, Criticism, a c. di I. Callus e S. Herbrechter, Rodopi, Amsterdam 2004; V.B. Leitch, Living with Theory, Blackwell, Oxford 2008. Mi pare si possa concordare con la spiccia definizione di Jonathan Culler nel suo Literary in Theory, secondo il quale «post-theory» vale «theory after the supposed death of “grand theory”» (in What’s Left of Theory, cit., pp. 273-292: 277).
[13] E.W. Said, Traveling Theory, in Id., The World, the Text, and the Critic, Harvard University Press, Cambridge 1983, pp, 226-247; Traveling Theory Reconsidered [1994], in Id., Reflexions on Exile and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge 2002, pp. 436-452. Le traduzioni italiane si possono leggere nel volume Post-orientalismo. Said e gli studi postcoloniali, a c. di M. Mellino, Meltemi, Roma 2009.
[14] Per esempio la specola mimetico-referenzialista, anche nella sua versione più affinata, diciamo alla Goodman o alla Pavel, è fortemente messa in discussione dalla lettura di un qualunque testo del medio e tardo Beckett: «A voice comes to one in the dark. Imagine». Perché questo semplice atto di enunciazione dovrebbe fondare un mondo possibile (nel senso, ovviamente, della logica dei mondi possibili)? Perché ci dovrebbe essere una “realtà” rappresentata? Eppure la maggior parte dei critici è ferma alla dualità modulo mimetico realistico / modulo fantastico: come se la scrittura dovesse sempre rappresentare un mondo (e non per esempio una semplice forma di esistenza). Ma come si sistema in questo quadro la voce, mera istanza enunciativa, che parla senza nemmeno costituire un vero e proprio soggetto enunciante in Beckett? Se manca una critica capace di dare un orizzonte a questa forma, questo testo si allontana dai lettori, non perché sia esso lontano dal mondo-della-vita (è vicinissimo), ma perché la sua distanza dal senso comune non trova più orecchie capaci di (educate a?) captare le sue frequenze.
[15] Cioè, in altre parole, che riesca a concettualizzarli, secondo il compito della filosofia additato da Hegel.
[16] Senza per questo appiattirsi su un determinismo storico che del resto non è certo proprio dell’intera tradizione marxista.
[17] T.W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa [1951], Einaudi, Torino 1994, p. 112.
[18] Ivi, pp. 112-113.
[19] Di recente, cercando di costruire un esperimento di blog di critica letteraria e teoria (http://puntocritico.eu), con funzioni anche di archivio rispetto a materiale cartaceo pregresso, insieme ad altri compagni di avventura, si è vivacemente dibattuto su un metodo utile a rendere compatibile il rigore concettuale con l’orizzontalità tipica del mezzo, evitando quella polemologia senza contenuti, ovviamente funzionale al mantenimento dello status quo, che sembra carattere distintivo oggi della comunicazione sui vecchi e nuovi media. Ed è apparso forte il rischio di doversi servire di dispositivi di controllo antidemocratici per evitare l’effetto speaker’s corner. Ma nel contempo si è dovuta registrare l’assoluta necessità di porre dei limiti a un potenziale spontaneismo che, attraverso le piccole rivolte di una dichiarata e felice coscienza anomica, finisce per ricreare di continuo la notte in cui tutte le vacche sono nere, facendo appieno il gioco della conservazione dell’esistente.

 

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16 Responses to Dopo la teoria, ancora la teoria

  1. marco mantello il 12 febbraio 2013 alle 14:05

    Questo articoletto (nel sendo di articolo breve) poggia a mio avviso su due gravi semplificazioni:

    1. Riferirsi all’esperienza, ovvero al mondo della vita, significa riferirsi al senso comune, e quindi a una ‘metafisica’ o a un’ideologia dominanti, legate alle logiche di mercato,

    2. Una volta fissata una data teoria, essa viaggia nel tempo e nello spazio, alla maniera di un’astronave, ergo sempre al di sopra del mondo, e contro le logiche di mercato, o di sistema

    Ecco a proposito di Verfremdung della teoria, o della critica, dagli oggetti della loro ricerca…credo che il testo di Zublena ne sia un ottimo esempio. Saluti.

    • Guido Caserza il 12 febbraio 2013 alle 15:29

      mentre comprendo l’articolo di Zublena, non comprendo il senso delle due affermazioni di Mantello. Non riesco proprio a capire cosa vuoi dire; creso sia dovuto a miei oggettivi limiti cognitivi.

  2. […] Dopo la teoria, ancora la teoria | Nazione Indiana. […]

  3. marco mantello il 12 febbraio 2013 alle 16:33

    No no magari sono io a non essermi spiegato, cerco di riparare, riportando due passi del testo che non condivido. Confermo peraltro -e qui parlo da autore- che a mio aprere resta del tutto privo di fondamento, equiparare una letteratura dell”esperienza’, a una difesa del ‘senso comune’, e a un ‘servilismo verso il sistema economico -e culturale- dominante, tirando in ballo qui si, uno storicismo misero. Aggiungo inoltre che questo articolo mi è parso del tutto sentenzioso. Si configura il mondo della letteratura (anzi della migliore letteratura , quella che non rappresenta “mondi possibili”: cfr. nota 14 al testo di Zublena -peraltro amo Beckett, ma non credo che amare Beckett sia incompatibile con una lettrua storicistica di Proust, cioè di una data epoca rivissuta attraverso l’esperienza, e la vita reale, che fanno da base al problema stesso della memoria involontaria e della creazione artistica in quel contesto) come una sorta di empireo accessibile a pochi adepti. Adepit che calano il loro sapere specialistico, e per ciò solo marxista e anti-mercato, verso il lettore medio intriso di romanzi che somigliano a reality show. Ecco il mondo della vita no è un reality scho, necessariam,ente e io a questo ci reco molto come scrittore…. Non mi è chiaro infine che senso abbia contrapporre come f al’autore, nella sua difesa di un elitarismo possibile, e visto coem male minore rispetto alla fmaigerata ‘letteratura dell’esperienza’, le “scienze umane” (che cosa sono Zublena le scienze umane? Le scienze dello spirito? Le scienze della natura? Cosa?) e la ‘letteratura’. Credo anc’hio che in letteratura vi sia la riproduzione di processi psichici irriducibili, o comunque non riducibili alla ‘realtà’ (anche se non amo le definizioni astratte, anzi teoriche). E va benissimo che i critici non pieghino il loro linguaggio condiviso, e settoriale, a un supposto mainstream dettato dal mercato. Non mi va bene, e trovo francamente generico un po’ furbo, identificare quel mainstream con il ‘realismo’ o l’esperienza’, sinonimi di di senso comune becero di una data epoca storica…

    Ecco comunque, nello specifico, i passi del testo che mi hanno infastidito, spero che adesso il messaggio sia più chiaro, se ci sono dubbi o parti oscure in quello che ho detto, resto a disposizione per eventuali chiarimenti

    1. “D’altra parte una buona fetta della critica militante versa in una situazione anche peggiore: indulge cioè a quell’appiattimento sul senso comune rispetto al quale già uno storicismo volgare è un significativo passo avanti[1].
    Vediamo quali sono i principali vizi di questa pratica mascherata come a-ideologica. Il primo è certamente l’impressionismo, vale a dire la modalità con cui il critico descrive il testo ed esprime giudizi di valore senza servirsi di categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili. Metafore morte, pregiudizi e luoghi comuni, naturalmente non percepiti come tali, dominano su buona parte della critica sul contemporaneo che si legge su quotidiani, riviste militanti e anche sulla rete. Tutto questo passa spesso per (sano) empirismo. Ma l’empirismo, al solito, non è che l’inconsapevole naturalizzazione della metafisica più vieta, dell’ontologia del senso comune: una silenziosa trasformazione della doxa in teoria.
    Prendiamo le pagine culturali di un quotidiano, di una rivista militante o di un blog letterario. Sincerità, autenticità, personaggi di carne, aderire alle cose, all’esperienza, e così via. Abbonda l’uso di pseudoconcetti critici che, evidentemente in modo inavvertito, sono però a loro modo carichi di teoria, e quindi di ideologia. Ideologia che è un prodotto dell’incrocio di una storia (quella della critica italiana, si intende) con le esigenze del mercato (dell’industria culturale) di oggi. Come scriveva Lavagetto qualche tempo fa – ma la situazione, direi, si è cospicuamente aggravata –: «Il fatto è che, per molto tempo, la critica letteraria sembra essere stata dominata (ed è ancora in buona parte dominata) da quella che, parafrasando Althusser, potremmo definire “l’antropologia spontanea dei critici letterari”, vale a dire da quello strano miscuglio di riflessioni sull’uomo, mezzo positive e mezzo filosofiche, che portano a dimenticare accanitamente che A non è A1 [il riferimento è all’illusione referenziale] e a convertire il discorso sulla letteratura nel più generico e improbabile dei discorsi sul mondo o, peggio, sull’esperienza genericamente e universalmente umana del mondo»[2]. Spontanea, cioè irriflessa, immediata”.

    2. “Se l’arte e la scrittura letteraria nelle loro forme più avanzate si sono apparentemente allontanate dal mondo-della-vita”, la critica con i mezzi della teoria deve incaricarsi di colmare questa distanza mettendo il lettore non specialista nelle condizioni di comprendere il testo, ma nel contempo di capire come le apologie dell’immediatezza che sono propalate da molti autori e da non pochi tra gli stessi critici – e vengono ribadite dai media al servizio del capitale in una sorta di fiera del common sense – non sono altro che strutture estetiche storicamente determinate, e determinate com’è ovvio da condizioni sociali, economiche e politiche”

  4. marco mantello il 12 febbraio 2013 alle 16:53

    E su un altro punto, anche il punto 2 del primo intervento, le astronavi… Cerco di chairire con una domanda: può una teoria, intesa di fatto come linguaggio comune e sincretismo fra diversi orientamenti, navigare attraverso le epoche storiche e porsi come chiave di lettura di un determinato contesto, di volta in volta mutevole nel tempo e nello spazio? Non è che questa ur-toeria in realtà non esiste, ma si tratti più semplicemente, e con sano empirismo, in primo luogo di adattare un minimo le proprie categorie astratte e il proprio linguaggio alla realtà storica, come medium necessario per poterla poi valutare criticamente? Qui si pretende invece di fare oppsoizione alla realtà creandosi una relatà propria, un empireo appunto, sicchè il rischio grosso che si corre, a mio avviso, è di sovrapporre il critico letterario allo scrittore. Una critica letteraria che di fatto prescrive modelli di scrittura irriducibili alla realtà e non fa affatto fda medium, non svolge affatto un compito esplicativo dell’Empireo, in favore del becero ‘lettore comune’ (qui siamo agli status…il critico, il lettore comune…mah)

  5. giuseppe martella il 12 febbraio 2013 alle 17:21

    Condivido molte cose dell’articolo. Ma il problema è andare più a fondo e riconoscere che, nell’attuale orizzonte interdisciplinare e intermediale, la teoria letteraria, in quanto disciplina autonoma, non ha più ragion d’essere, così de iure come de facto.

    • alessandro broggi il 12 febbraio 2013 alle 19:00

      caro martella,

      la sua mi sembra un’affermazione molto forte.

      credo sia più corretto – partendo da fondamenta teoriche e ideologiche solide, la cui urgenza e il cui valore (non solo orientativo), sono, tra le altre cose, ben evidenziati e argomentati da questo saggio di paolo zublena – parlare della costante e del tutto naturale esigenza per la disciplina di perseguire l’evoluzione, l’approfondimento e l’”aggiornamento critico” continuo dei propri strumenti, anche e vieppiù all’interno di un contesto storico ampio e complesso com’è il nostro, nel quale – per certi versi – la sua funzione di mediazione può persino apparire ancora più necessaria.

      finché ci sarà letteratura – o anche, più laicamente, “scrittura” – esisteranno la possibilità, l’opportunità, l’esigenza (e la necessità) di farne discorso.

      ringrazio anche gli altri commentatori finora intervenuti.

  6. Luigi B. il 13 febbraio 2013 alle 11:28

    Ho molto apprezzato l’articolato e lucido intervento di Zublena, che penso di condividere in toto.
    Dico “penso” non perché non sia sicuro di condividerlo, ma perché non sono sicuro di averlo compreso come a me sembra – visto ciò che dice Mantello e che non corrisponde alla mia lettura dello stesso intervento.
    A me, in breve, sembra che Zublena dica qualcosa come: le pseudoanalisi critiche più poetiche delle poesie che pretendono di analizzare si fondano più sulla seduzione (dunque il senso comune imbellettato che affascina senza in fondo dire nulla) che su un vero e proprio onesto processo ermeneutico. Sono d’accordo. Basta leggere le numerosissime recensioni quasi ovunque per accorgersi che sono come le magliette tagliaunica-unisex: stanno bene a tutti.
    Tra l’altro, ritengo sia importante sottolineare il fatto che Zublena insiste – a mio avviso con ragione e cognizione di causa – sull’impianto metodologico piuttosto che sul fondamento teorico. La differenza non è sottile.
    Detto ciò, mi voglio augurare che il neonato progetto di “In realtà, la poesia” – i cui presupposti mi sembrano vicini a quelli di Zublena – sia in grado di contribuire positivamente a un auspicabile sviluppo di questo discorso.
    L.

  7. marco mantello il 13 febbraio 2013 alle 12:25

    Potremmo chiedere chiarimenti all’autore, la lettura di Lugi B. convincerebbe anche me, se non fosse che il senso comune contro cui ci si dovrebbe scagliare, non è a mio avviso riducibile a una letteratura dell’esperienza, o al partire dalla realtà, o dalla costruzione di ‘mondi’, nei propri testi…Diventa facile così: tutto quello che sfugge a una comprensione immediata del lettore comune, e che implic a’ricerca’, o ‘sfogo teorico’, diventa per ciò solo grande letteratura, è una visione puramente oppositiva, a mio avviso, a uno status quo ricostruito in modo arbitrario, e i amaniera piuttosto simile a mio parere, a un saggio di Gotor comaparso su Repubblica un po’ di tempo fa, dove la si menava come al solito su quanto sia narcisistico e ‘cattolico’ e ‘da grande fratell’ aggrapparsi all’espereinza e al prorpio vissuto, in una creaaione letteraria, valorizzando in mdoo acritico, e apputno meramente oppsoitivo, la ‘finzione’ e l’invenzione…Io credo ch finzione e invenzioen non siano affatto incompatibili con una letteratura dell’esperienza. Ne ho parlato, se può interssare, su questo sito, a propostio della poesia, in un pezzo di qualche tempo fa, ma anche in un dialogo con Alessandrto Chiappanuvoli, comparso sul sito d alui gestito l’anno scorso…Un saluto

  8. marco mantello il 13 febbraio 2013 alle 12:26

    finzione, invenzione…e procesis psichci aggiungerei

  9. Antonio Coda il 13 febbraio 2013 alle 12:27

    Denso articolo di riepilogo.

    Nella bibliografia stessa trovo riferimenti ad autori che già conoscono il “male” e lo descrivono.

    Il sospetto è che “l’amor di disciplina” non basti come stimolo al far “criticamente” il proprio lavoro, tanto più che non paga, mediaticamente, commercialmente e, sembra, anche accademicamente.

    Laddove il sistema egemone premia i faciloni, un monito al fare-meglio per fare-meglio non attecchisce.

    Quel che manca – a me pare – è la vivacità culturale che, in altri Paesi, si trasforma in una abbondante, e spesso ridondante ma meglio il troppo che il troppo poco, temperie critica.

    Mappoi: l’eccellenza è mai stata mainstream?

    Un saluto,
    Antonio Coda

  10. Undadoacentocinquantaquattrofacce il 13 febbraio 2013 alle 15:59

    marco mantello mi pare punto sul vivo di una feroce discussione avvenuta su questo sito tempo fa, eppure da questo articolo mi pare che emergano proprio punti a sostegno della sua parte, basterebbe aggiungere che una certa vaghezza di linguaggio attraverso l’uso di pseudoconcetti passepartout da parte della critica è speculare alla stessa vaghezza di linguaggio attraverso l’uso di pseudoconcetti passepartout presente in molta letteratura (e lasciamo perdere le solite croci rosse su cui si spara, parlo dell’eccellenza, vera o presunta che sia), senza considerare le numerose porte girevoli che da sempre esistono tra letteratura e critica a generare specchi che riflettono sè stessi nel tentativo di generare macchine del moto perpetuo.

    considerando invece che il senso comune da accarezzare varia secondo le comunità di riferimento, anche certe imprescindibili sparate sull’obbligo di spezzare le reni al capitalismo attraverso l’attività letteraria hanno il loro bel che di lisciatura del pelo, e pure certe parole come appunto capitalismo o mercato assumono il loro bel titolo di parola passepartout, laddove uno scavo all’interno di questi due termini implicherebbe troppe lacerazioni e troppe scelte irrevocabili e dolorose.

    più che un discorso su cosa fare, d’altronde, la teoria dovrebbe essere un discorso su come fare, altrimenti rimane un bel menare il can per l’aia, discorso sostitutivo del fare, masturbazione.

  11. marco mantello il 13 febbraio 2013 alle 17:02

    Punto nel vivo forse è troppo, la discussione di cui l’anonimo commentatore parla è avvenuta molto tempo fa. Però si, un po’ disturbato da alcune ambiguità e affermazoni generiche presenti del saggio mi ci sono sentito, come del resto ho detto, cercando di spiegarne le ragioni…

  12. lorenzo carlucci il 18 febbraio 2013 alle 11:30

    ho trovato il saggio di zublena molto ben scritto, di grande interesse e di notevole intelligenza.

    ciò nonostante ho alcune perplessità (che forse sono in consonanza con quelle espresse da marco mantello qui sopra).

    in primo luogo non condivido la strategia retorica: il tono è quello di chi snocciola ovvietà, in parte adducendo giustificazioni storiche in parte rimandando ad autorità. si insinua nel testo il solito argomento di “arretratezza” delle posizioni avverse, che ha una certa cogenza psicologica ma è piuttosto debole sul piano teorico.

    non condivido poi la mossa di scegliersi, tra gli avversari o avversati, sempre il nemico peggiore (in questo caso il passo dall’introduzione a “la parola innamorata”, liquidato essenzialmente come *evidentemente* vacuo). lo trovo contrario al principio di carità.

    ma queste sono piccole cose, soltanto sintomi di una perplessità di fondo: l’intervento mi sembra mascherare fastidiosamente il fatto che è esso stesso un intervento fondato su presupposti metodologici, filosofici etc. ben determinati, conducendo un’argomentazione eccessivamente basata su argomenti storici, su autorità scientifiche e su un certo richiamo al senso comune, o all’evidenza dell’errore avversato.

    questo vizio mi pare dunque di riscontrare nel testo di zublena: si adducono argomenti essenzialmente storicistici ed ex auctoritate per giustificare neutralmente (evitando così la “fatica del concetto”) una posizione anti-storicistica e analitica. ovviamente questo è – ma in certa misura – inevitabile in qualunque argomentazione che esuli dalla scienza esatta, ma in un testo di questo genere mi sarei aspettato, come dire, più teoria, e un più esplicito riconoscimento del fatto che *questo stesso intervento dovrebbe sottostare alle conclusioni in esso enunciato*.

    certo, si scrive che “non si deve avere paura di essere marxisti”, ma si premette “se questo significa essere marxisti”, e si fa seguire l’affermazione da una lunga nota di distinguo su cosa debba intendersi per “marxismo”. certo, si ammette che si potrà venire rimproverati di essere “un attardato adepto della scuola di Francoforte”, ma lo si fa sotto il velo dell’ironia (“non vi preoccupate”) e con un senso di riluttanza, come un certo fastidio a dover farsi carico di queste “etichette” che intralciano (storicizzandolo) l’operato di chi invece sta esprimendo la sola posizione giustificata dalla storia, dalla filosofia, e dal buon senso.

    eppure significherebbe soltanto sottoporsi agli stessi criteri che si propongono.

    molte delle tesi proposte, presentate quasi come lapalissiane, sono ovvie soltanto sulla base di certa teoria. due esempi tra tutti.

    in primo luogo, e quasi paradossalmente, il richiamo alle “categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili” cui la critica dovrebbe attenersi. che cosa sono? il concetto è tutt’altro che pacifico. in primo luogo è sempre sulla base di una teoria che certe categorie e non altre vengono riconosciute come “intersoggettivamente condivisibili”. zublena sembra darle per scontate, e il suo argomento si riduce ad opporle a un mai desiderabile “personalismo”. certo, se le cose stanno così, nessuna persona di “buon senso” dirà di preferire il personalismo. ma non si può nascondere che anche qui è in gioco la scelta di una teoria: non faccio nessuna fatica a immaginare quali correnti filosofiche – di non trascurabile rilevanza storica – si potrebbero richiamare per giustificare
    in sede teorica la prefazione a “la parola innamorata”, o in generale, una certa critica d’artista. ovviamente non tutto ciò che esula dalla “categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili” in base alla teoria A può ipsto facto essere stigmatizzato come “personalismo”, perché magari si trova ad essere giustificato in base alle “categorie concettuali intersoggettivamente condivisibili” secondo la teoria B. se qui zublena intendeva soltanto suggerire che dietro alla critica deve esistere una *qualche teoria* (qualunque essa sia) che ne giustifichi la metodologia e le categorie concettuali, allora non mi sembra che sia stato sufficientemente chiaro. credo pure sia ovvio che l’intenzione è ben altra.

    come forse è inevitabile (entro certi limiti), l’argomentare confonde costantemente il richiamo alla scientificità con il richiamo all’uso di una certa teoria contro altre teorie. zublena non sembra abbastanza esplicito su questo punto: si mantiene in equilibrio tra una tesi essenzialmente dettata dal “buon senso” (non ci può essere critica senza teoria) e una tesi di natura ben diversa (non ci può essere critica senza *questa* teoria).

    un altro esempio: zublena suggerisce che la buona letteratura e con lei la vera critica che la media dovrebbero “intaccare l’ideologia estetica che il mercato […] continua a imporre”. ma anche qui abbiamo a che fare con una astrazione giustificata soltanto da una certa teoria. soltanto una certa teoria riconosce come ente “l’ideologia estetica del mercato”. altre teorie possono giudicarla un flatus vocis, e chiedere: quale ideologia estetica? di quale mercato? giudicando “il mercato” e la sua supposta univocamente determinata “ideologia estetica” come
    un’astrazione priva di cogenza epistemologica, cui sono da preferire altre astrazioni. non sto dicendo che le cose stanno così, sto dicendo che il pezzo è in parte viziato dal volersi sottrarre alle proprie conclusioni.

    le perplessità espresse qui sopra non intendono assolutamente essere liquidatorie rispetto a un testo la cui lettura, lo ripeto, ho trovato di un grande interesse e mi ha fatto piacere leggere (grazie anche a chi lo ha riproposto).

    saluti,

    lorenzo carlucci

  13. Luissandro il 19 febbraio 2013 alle 23:26

    “…in un contesto di riflusso, pieno trionfo del neocapitalismo, brutalità delle politiche monetariste nei confronti delle classi subalterne e inizio del declino delle classi medie.”
    Please, explain in more detail ;)
    (troppo facile tirare in ballo dati macro-economici sommarii a sostegno delle sue tesi-si merita un bell’emoticon)
    Ah, com’e’ duro sfuggire alle generalizzazioni…

  14. […] L’idea, in un certo senso, è quella di proseguire e prolungare, ampliandola, l’esperienza di Per una critica futura di Biagio Cepollaro e Andrea Inglese, di cui condividiamo alcuni presupposti, e facendo nostre le lucide osservazioni di Paolo Zublena recentemente pubblicate su Nazione Indiana. […]



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