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	Commenti a: Tre cerchi. Critica e teoria	</title>
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		<title>
		Di: pagine di letteratura tedesca e comparata		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232506</link>

		<dc:creator><![CDATA[pagine di letteratura tedesca e comparata]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 09:17:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] [da Daniele Giglioli, Tre cerchi. Teoria e Critica, in &#034;il verri&#034;, 45, febbraio 2011, ora integralmente in Nazione Indiana] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] [da Daniele Giglioli, Tre cerchi. Teoria e Critica, in &quot;il verri&quot;, 45, febbraio 2011, ora integralmente in Nazione Indiana] [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: Luigi B.		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232477</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luigi B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 20:21:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232456&quot;&gt;Velien&lt;/a&gt;.

non ho capito che parte di 

&quot;Ma perché ci sia prassi è necessario che ci sia un soggetto. Non un Io – che, come insegna la psicoanalisi, è essenzialmente un meccanismo di difesa. Né meno che mai una cultura, espressione ambigua, scivolosa e temibile.&quot;

non si è capita.

Per come l&#039;ho intesa io, la questione è (riduttivamente e molto): da un lato, l&#039;Io, dunque le o (peggio) LA teoria/e, l&#039;universalismo, la permanenza, l&#039;assolutismo, la secolarizzazione etc.; dall&#039;altro, il soggetto, dunque la praxis, il metodo, la filosofia (che è pure praxis), la realtà (che non è il realismo), il reale (che non è la realtà) etc.

Approfitto per dire che l&#039;unica cosa con cui non mi trovo d&#039;accordo con Giglioli è sulla questione dell&#039;uso della teoria come discorso sul funzionamento del discorso sul mondo attribuita anche alla psicoanalisi. In realtà, dei tanti filoni critici e filosofici, la psicoanalisi è forse l&#039;unico che si è sempre fortemente preoccupato di tenere ben separati il reale e la realtà; la realtà e il discorso sulla realtà. Sto parlando di Freud, ovviamente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232456">Velien</a>.</p>
<p>non ho capito che parte di </p>
<p>&#8220;Ma perché ci sia prassi è necessario che ci sia un soggetto. Non un Io – che, come insegna la psicoanalisi, è essenzialmente un meccanismo di difesa. Né meno che mai una cultura, espressione ambigua, scivolosa e temibile.&#8221;</p>
<p>non si è capita.</p>
<p>Per come l&#8217;ho intesa io, la questione è (riduttivamente e molto): da un lato, l&#8217;Io, dunque le o (peggio) LA teoria/e, l&#8217;universalismo, la permanenza, l&#8217;assolutismo, la secolarizzazione etc.; dall&#8217;altro, il soggetto, dunque la praxis, il metodo, la filosofia (che è pure praxis), la realtà (che non è il realismo), il reale (che non è la realtà) etc.</p>
<p>Approfitto per dire che l&#8217;unica cosa con cui non mi trovo d&#8217;accordo con Giglioli è sulla questione dell&#8217;uso della teoria come discorso sul funzionamento del discorso sul mondo attribuita anche alla psicoanalisi. In realtà, dei tanti filoni critici e filosofici, la psicoanalisi è forse l&#8217;unico che si è sempre fortemente preoccupato di tenere ben separati il reale e la realtà; la realtà e il discorso sulla realtà. Sto parlando di Freud, ovviamente.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232476</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 17:50:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;ok, ditemi che la faccenda è tutto uno scherzo&quot;(o un crucipuzzle di nuova concezione.Al limite idioletto stretto)&quot;e andiamo a berci qualcosa da qualche parte&quot;,cfr hank in pulp.

http://www.hlam.tv/music/disco/01%20-%20Sarabande%20%28From%20The%20Levi%27s%20Advert%29.mp3]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;ok, ditemi che la faccenda è tutto uno scherzo&#8221;(o un crucipuzzle di nuova concezione.Al limite idioletto stretto)&#8221;e andiamo a berci qualcosa da qualche parte&#8221;,cfr hank in pulp.</p>
<p><a href="http://www.hlam.tv/music/disco/01%20-%20Sarabande%20%28From%20The%20Levi%27s%20Advert%29.mp3" rel="nofollow ugc">http://www.hlam.tv/music/disco/01%20-%20Sarabande%20%28From%20The%20Levi%27s%20Advert%29.mp3</a></p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232465</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 00:20:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Rileggendo il pezzo di Giglioli, ho capito meglio ciò che mi lascia insoddisfatto. Un primo punto riguarda un tentativo di accorpamento tra modernità – emancipazione (Kant) – e pretesa d’universalità di paradigmi come lo strutturalismo, come se lo strutturalismo non fosse semplicemente una forma della modernità che semplicemente si è imposta e avuto successo su altre. È quel tipo di pretesa universalistica che ha avuto un esito tragico. 

Ma la modernità è stata anche altro. E Giglioli lo sa bene. Ad esempio Bachtin rappresenta il ramo dialogico, alternativo agli assiomi strutturalistici, che è rimasto in ombra per lunghi decenni, prima di riaffiorare nel momento stesso in cui il paradigma strutturalista declinava. Ma allora non produce confusione l’affermare che ciò che interessa sono i paradigmi egemoni della modernità, e poi confondere il loro fallimento con il fallimento di tutta la modernità, che è per me qualcosa di plurale? (Cito Giglioli: “Ma il sogno (o l’incubo) di una critica trasformata in scienza della letteratura è stato l’estremo rifugio di quell’aspirazione all’universale che la modernità ha inscritto nel suo programma fondativo.”).

E qui s’inserisce la questione della strana scomparsa della filosofia, assorbita nella “teoria”. Viene citato Jameson: “Teoria, nel senso storicamente situato che qui ci interessa, è una disposizione del discorso che ha avuto l’ambizione di sostituirsi alla filosofia e ad altri saperi partendo dal presupposto che il pensiero, i concetti e perfino gli oggetti di studio non possono prescindere dalla loro espressione linguistica. Teoria è sostituzione del discorso sul mondo con un discorso su come il discorso rappresenta il mondo.” Posta in questi termine la faccenda è strana: è proprio molta filosofia del novecento che fa quel che qua si dice faccia “solo” la teoria. Un nome su tutti, Wittgenstein. Quel Wittgenstein che in un bel saggio del 1984 di Jacques Bouveresse (Razionalità e cinismo) veniva additato come colui che senza grandi enfasi apocalittiche e acrobazie stilistiche aveva già messo fuori gioco molti precetti di quella metafisica, che con tanto scandalo e pubblicità Derridava andava decostruendo. Giglioli cita puntualmente Brioschi e Di Girolamo, grandi critici nostrani, e passa sotto silenzio Ferruccio Rossi-Landi, uno dei nostri grandi filosofi nostrani (e non ne abbiamo a bizzeffe…). E anche in questo caso vi è un effetto simile, l’inefficacia della teoria, anche secondo il paradigma dell’interpretazione o del disincanto, si trascina dietro tanta filosofia novecentesca che non è stata egemone, e diffusa, pur appartenendo al progetto moderno, nel suo senso kantiano di emancipazione. 

Insomma, l’impressione è quella di un’omogeneizzazione delle correnti novecentesche a partire dai loro effetti di diffusione e vanificazione. Ma per la chiarezza e la nettezza della diagnosi non si rischia di fornire una necessità alla idee (o alle cose che le provocano) maggiore di quella che meritano. Non esistono filoni secondari e semisommersi che hanno continuato a serpeggiare tra cerchie intellettuali e gruppi sociali più estesi?

E quanto alle cosiddette attitudini “diffuse”, siamo così sicuri che siano leggibili in termini univoci? Il Rove di oggi parla in gergo costruttivistico, il suo omologo degli anni Cinquanta magari parlava in gergo sartriano: ma gli uni e gli altri sotto le coloriture gergali alla moda dicevano in fondo le stesse cose. E ancora: siamo davvero tutti costruttivisti? Ma Giglioli stesso cita poi il ritorno “sacrale” alle identità (sostanziali). Allora siamo per un identità costruttivista o per un’identità realista? Qui sarebbe interessante citare un articolo di tali Brubaker (sociologo) e Cooper (storico) sull’identity talk nel mondo contemporaneo: i militanti e gli attori sociali tendono ad utilizzare il termine identità in senso realistico (l’identità del gruppo dei precari, delle donne, degli omosessuali, ecc. esiste storicamente), laddove l’analisi dotta realizzata dalla sociologia critica tende a far prevalere una visuale costruttivista. E i due usi convivono (contraddittori) spalla a spalla.

E cosa mostrano le rivoluzioni arabe: ritorno (modernissimo) a una teocrazia, in chiave politica, anti-imperialista, o evoluzione (moderna) verso forme di democrazia e secolarizzazione, in chiave politica anti-imperialista? Indovino chi è in grado di sciogliere il dilemma. 
Detto questo, oltre la proposta di una critica – per far breve – performativa, mi è piaciuto nel saggio il riferimento al dilemma relativo al mondo non-occidentale, nel suo tentativo di fare qualcosa del concetto di emancipazione e delle pretese universalistiche che esso implica. Qui c’è un nodo davvero grosso, che in qualche modo nasce con la modernità stessa e non si è ancora sciolto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rileggendo il pezzo di Giglioli, ho capito meglio ciò che mi lascia insoddisfatto. Un primo punto riguarda un tentativo di accorpamento tra modernità – emancipazione (Kant) – e pretesa d’universalità di paradigmi come lo strutturalismo, come se lo strutturalismo non fosse semplicemente una forma della modernità che semplicemente si è imposta e avuto successo su altre. È quel tipo di pretesa universalistica che ha avuto un esito tragico. </p>
<p>Ma la modernità è stata anche altro. E Giglioli lo sa bene. Ad esempio Bachtin rappresenta il ramo dialogico, alternativo agli assiomi strutturalistici, che è rimasto in ombra per lunghi decenni, prima di riaffiorare nel momento stesso in cui il paradigma strutturalista declinava. Ma allora non produce confusione l’affermare che ciò che interessa sono i paradigmi egemoni della modernità, e poi confondere il loro fallimento con il fallimento di tutta la modernità, che è per me qualcosa di plurale? (Cito Giglioli: “Ma il sogno (o l’incubo) di una critica trasformata in scienza della letteratura è stato l’estremo rifugio di quell’aspirazione all’universale che la modernità ha inscritto nel suo programma fondativo.”).</p>
<p>E qui s’inserisce la questione della strana scomparsa della filosofia, assorbita nella “teoria”. Viene citato Jameson: “Teoria, nel senso storicamente situato che qui ci interessa, è una disposizione del discorso che ha avuto l’ambizione di sostituirsi alla filosofia e ad altri saperi partendo dal presupposto che il pensiero, i concetti e perfino gli oggetti di studio non possono prescindere dalla loro espressione linguistica. Teoria è sostituzione del discorso sul mondo con un discorso su come il discorso rappresenta il mondo.” Posta in questi termine la faccenda è strana: è proprio molta filosofia del novecento che fa quel che qua si dice faccia “solo” la teoria. Un nome su tutti, Wittgenstein. Quel Wittgenstein che in un bel saggio del 1984 di Jacques Bouveresse (Razionalità e cinismo) veniva additato come colui che senza grandi enfasi apocalittiche e acrobazie stilistiche aveva già messo fuori gioco molti precetti di quella metafisica, che con tanto scandalo e pubblicità Derridava andava decostruendo. Giglioli cita puntualmente Brioschi e Di Girolamo, grandi critici nostrani, e passa sotto silenzio Ferruccio Rossi-Landi, uno dei nostri grandi filosofi nostrani (e non ne abbiamo a bizzeffe…). E anche in questo caso vi è un effetto simile, l’inefficacia della teoria, anche secondo il paradigma dell’interpretazione o del disincanto, si trascina dietro tanta filosofia novecentesca che non è stata egemone, e diffusa, pur appartenendo al progetto moderno, nel suo senso kantiano di emancipazione. </p>
<p>Insomma, l’impressione è quella di un’omogeneizzazione delle correnti novecentesche a partire dai loro effetti di diffusione e vanificazione. Ma per la chiarezza e la nettezza della diagnosi non si rischia di fornire una necessità alla idee (o alle cose che le provocano) maggiore di quella che meritano. Non esistono filoni secondari e semisommersi che hanno continuato a serpeggiare tra cerchie intellettuali e gruppi sociali più estesi?</p>
<p>E quanto alle cosiddette attitudini “diffuse”, siamo così sicuri che siano leggibili in termini univoci? Il Rove di oggi parla in gergo costruttivistico, il suo omologo degli anni Cinquanta magari parlava in gergo sartriano: ma gli uni e gli altri sotto le coloriture gergali alla moda dicevano in fondo le stesse cose. E ancora: siamo davvero tutti costruttivisti? Ma Giglioli stesso cita poi il ritorno “sacrale” alle identità (sostanziali). Allora siamo per un identità costruttivista o per un’identità realista? Qui sarebbe interessante citare un articolo di tali Brubaker (sociologo) e Cooper (storico) sull’identity talk nel mondo contemporaneo: i militanti e gli attori sociali tendono ad utilizzare il termine identità in senso realistico (l’identità del gruppo dei precari, delle donne, degli omosessuali, ecc. esiste storicamente), laddove l’analisi dotta realizzata dalla sociologia critica tende a far prevalere una visuale costruttivista. E i due usi convivono (contraddittori) spalla a spalla.</p>
<p>E cosa mostrano le rivoluzioni arabe: ritorno (modernissimo) a una teocrazia, in chiave politica, anti-imperialista, o evoluzione (moderna) verso forme di democrazia e secolarizzazione, in chiave politica anti-imperialista? Indovino chi è in grado di sciogliere il dilemma.<br />
Detto questo, oltre la proposta di una critica – per far breve – performativa, mi è piaciuto nel saggio il riferimento al dilemma relativo al mondo non-occidentale, nel suo tentativo di fare qualcosa del concetto di emancipazione e delle pretese universalistiche che esso implica. Qui c’è un nodo davvero grosso, che in qualche modo nasce con la modernità stessa e non si è ancora sciolto.</p>
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		<title>
		Di: db		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232464</link>

		<dc:creator><![CDATA[db]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 22:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@lorenzo
in effetti non ho continuato a leggere, tanto non è giglioli che spiega la crisi, ma la crisi che spiega giglioli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@lorenzo<br />
in effetti non ho continuato a leggere, tanto non è giglioli che spiega la crisi, ma la crisi che spiega giglioli.</p>
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		<title>
		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232463</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 19:59:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232450&quot;&gt;Laserta&lt;/a&gt;.

Be&#039;, allora perdonami. 

Mi chiedevo semplicemente se il problema della non universalità di certe visioni del mondo non fosse altro che un problema di mutua traduzione (trasposizione) e interpretazione (espressione) di un linguaggio rispetto a un altro, di una cultura rispetto a un&#039;altra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232450">Laserta</a>.</p>
<p>Be&#8217;, allora perdonami. </p>
<p>Mi chiedevo semplicemente se il problema della non universalità di certe visioni del mondo non fosse altro che un problema di mutua traduzione (trasposizione) e interpretazione (espressione) di un linguaggio rispetto a un altro, di una cultura rispetto a un&#8217;altra.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Velien		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232458</link>

		<dc:creator><![CDATA[Velien]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:44:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232426&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Credo tu abbia perfettamente ragione: &quot;Mi sembra che la filosofia sparisca in questo discorso, a profitto della “teoria”, che mi sembra poi la filosofia selezionata dai dipartimenti di letteratura statunitense negli anni Ottanta o giù di lì&quot;.

Mi permetto di consigliarti a proposito - naturalmente se già non lo conosci - questo testo: http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/filosofia/9788842815754/french-theory-2/]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232426">andrea inglese</a>.</p>
<p>Credo tu abbia perfettamente ragione: &#8220;Mi sembra che la filosofia sparisca in questo discorso, a profitto della “teoria”, che mi sembra poi la filosofia selezionata dai dipartimenti di letteratura statunitense negli anni Ottanta o giù di lì&#8221;.</p>
<p>Mi permetto di consigliarti a proposito &#8211; naturalmente se già non lo conosci &#8211; questo testo: <a href="http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/filosofia/9788842815754/french-theory-2/" rel="nofollow ugc">http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/filosofia/9788842815754/french-theory-2/</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Velien		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232457</link>

		<dc:creator><![CDATA[Velien]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:31:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232435&quot;&gt;Laserta&lt;/a&gt;.

Il mio dubbio sul contenuto era rigorosamente riferito all&#039;articolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232435">Laserta</a>.</p>
<p>Il mio dubbio sul contenuto era rigorosamente riferito all&#8217;articolo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Velien		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232456</link>

		<dc:creator><![CDATA[Velien]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:28:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44718#comment-232456</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232436&quot;&gt;Luigi B.&lt;/a&gt;.

Praxis, performance, gesto ecc. non sono altro che varie forme per dire una cosa sola: Arte (e quindi letteratura, e quindi di rimando critica e teoria) non è altro che &quot;esperienza vissuta&quot;. Tutto diviene esperienza vissuta, la quale diviene base sia per la produzione dell&#039;arte, che per la sua fruizione. 

Resta da chiedersi, parafrasando Heidegger, se questa esperienza vissuta, questo IO, non sia l&#039;elemento in cui l&#039;arte, la critica, la teoria, sta morendo. 

In breve: non vedo nel passaggio da te citato nessunissimo spunto per uscire dall&#039;impasse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232436">Luigi B.</a>.</p>
<p>Praxis, performance, gesto ecc. non sono altro che varie forme per dire una cosa sola: Arte (e quindi letteratura, e quindi di rimando critica e teoria) non è altro che &#8220;esperienza vissuta&#8221;. Tutto diviene esperienza vissuta, la quale diviene base sia per la produzione dell&#8217;arte, che per la sua fruizione. </p>
<p>Resta da chiedersi, parafrasando Heidegger, se questa esperienza vissuta, questo IO, non sia l&#8217;elemento in cui l&#8217;arte, la critica, la teoria, sta morendo. </p>
<p>In breve: non vedo nel passaggio da te citato nessunissimo spunto per uscire dall&#8217;impasse.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/18/tre-cerchi-critica-e-teoria/#comment-232453</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 10:36:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sto leggendo un libro preso per caso e su cui tengo il giudizio sospeso(prima e dopo di Rosellen Brown da cui Barbet Schroeder ha pure tratto un film).Ma il protagonista torna in maniera interessante alla sua adolescenza quando si dannava l&#039;anima perché non poteva comprendere come mai fosse proibito compiere praticamente qualsiasi azione il sabato.Un giorno stava rischiando d&#039;impazzire mentre era solo in casa e un telefono a cui non poteva rispondere continuava a trillare,e pensava che fosse il nonno ricoverato che chiedeva aiuto o qualcuno dell&#039;istituto che chiamava per annunciare la sua dipartita.Alla fine non ce la fa più e con il cuore pesante per la cattiva azione che starebbe compiendo risponde,solo per scoprire che era un tipo che aveva sbagliato numero.E li si rende conto per la prima volta che forse non c&#039;è nulla che siamo veramente obbligati a fare e la vita a volte sembra una barzelletta(ripasso)

http://www.youtube.com/watch?v=kE28LqC-4Xk]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sto leggendo un libro preso per caso e su cui tengo il giudizio sospeso(prima e dopo di Rosellen Brown da cui Barbet Schroeder ha pure tratto un film).Ma il protagonista torna in maniera interessante alla sua adolescenza quando si dannava l&#8217;anima perché non poteva comprendere come mai fosse proibito compiere praticamente qualsiasi azione il sabato.Un giorno stava rischiando d&#8217;impazzire mentre era solo in casa e un telefono a cui non poteva rispondere continuava a trillare,e pensava che fosse il nonno ricoverato che chiedeva aiuto o qualcuno dell&#8217;istituto che chiamava per annunciare la sua dipartita.Alla fine non ce la fa più e con il cuore pesante per la cattiva azione che starebbe compiendo risponde,solo per scoprire che era un tipo che aveva sbagliato numero.E li si rende conto per la prima volta che forse non c&#8217;è nulla che siamo veramente obbligati a fare e la vita a volte sembra una barzelletta(ripasso)</p>
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