Da “Settesette. Una rivoluzione. La vita”

20 febbraio 2013
Pubblicato da

di Pino Tripodi

Dal capitolo Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose

Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare di vivere la follia. Sopravvivere è impazzire. Continuare a fare il savio come pretendi tu è la follia vera. Solo uno già pazzo come te può pensare di rimanere savio. Io ero un freak. Ma un freak comunista. Non lo scordare. Un freak comunista non è un freak e basta. Né un comunista e basta. È un freak comunista. E un freak comunista non bada solo a spassarsela. A viaggiare e a fumare. A fare le danze della pioggia e a delirare di poesia. A fare l’amore di gruppo e stop. Un freak comunista sciala con tutto ciò. Ma non dimentica che il suo agire in condizioni di soggettiva libertà e la rottura dei ponti con tutte le inibizioni e le costrizioni che ci incatenano hanno senso solo se quelle condizioni di libertà sono condizioni universali. La libertà per ciascuno deve essere libertà per tutti. Solo in una società di eguali posso essere libero. Ciò non significava come pensano i comunisti non freak che le mie condizioni di libertà vanno posposte a quelle di tutti. Che accanto a tutti i freni che mi costringono in una realtà di merda debba aggiungere come additivo in più il freno di un’ipotetica società del futuro. L’unica società futura è quella che costruisco adesso. L’unico futuro è il presente che diviene. E nel presente i comunisti tristi non mi sono mai piaciuti. Il comunismo non è l’al di là della storia. Il comunismo è il di qua della vita. Le piaghe principali del comunismo. Anzi no. Voglio esagerare. Le piaghe principali dell’umanità sono i nemici della contentezza. I lamentosi i rancorosi i piagnoni i frignoni i depressi i critici critici. Tutti costoro hanno il comunismo sempre sotto i piedi. Se lo immaginano come un’apocalisse. Noi freak siamo per il comunismo della festa. Piuttosto che vedere una persona triste vorrei non vedere. Non dico che la tristezza non esista. No no. Ma la tristezza ciascuno di noi se la porta dentro. Quando partecipo la mia tristezza non affermo che sono triste. Pretendo che tu lo sia. Pretendo che tutti lo siano. E sapere che tu sei triste mi gratifica. Mi dà qualche soddisfazione. I comunisti per me devono essere amici della contentezza. E se uno è amico della contentezza come fa a smazzarsi decine di riunioni inconcludenti. Come fa a passare le sue giornate chiuso in una sezione di partito. Come si fa a discutere di linea quando tutti sono allineati da una tristezza infinita. Tu te lo immagini un comunista che sorride? Io si. Ma deve essere un po’ freak. I freak mirano a dare un po’ di libertà al comunismo. E un po’ di libertà ai comunisti. Libertà e uguaglianza ma anche festa. Contentezza e amicizia. Noi freak abbiamo portato l’amicizia nel movimento. Quando ero più freak che comunista difficilmente notavo comunisti fra di loro amici. Per essere amici bisogna essere comunisti m’ha detto un cretino. Cretino. Per essere comunisti bisogna essere amici. Per me quando si è comunisti si è sempre comunisti di qualcuno. Si è sempre comunisti di qualcosa. Il comunismo è un’amicizia particolare. Non si può essere comunisti in astratto. Comunista e basta non esiste. Io sono comunista tuo. Tu sei comunista mio. Siamo amici e l’amicizia deve essere un sentimento sacro per i comunisti. Un comunista che non fosse comunista mio io non l’ho mai concepito. E questo mi ha salvato. Senza un sentimento di amicizia non sono capace neanche di prendere il caffè con qualcuno. Figurati di fare la lotta armata. M’ha salvato perché i comunisti con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. Anche gli autonomi con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. E i combattenti con cui faccio il freak pure. Nessuno si è pentito di essere amico mio. Finora. Nessuno m’ha mandato in galera. Finora. Come si può trasformare il mondo con uno di cui diffidi. Come si può trasformare il mondo con uno che non stimi. I freak miei. Gli autonomi miei. I combattenti miei. Sono tutti miei amici. Ma per essere amico mio non devi essere per forza un freak o un comunista o un combattente. No no. Non è necessario. L’amico è quello che ti stima perché si stima. L’amico è quello che non diffida di te perché non diffida di lui. L’amico è quello che ti vuol bene perché si vuol bene. L’amico è quello che è sicuro di te perché è sicuro di sé. L’amico è quello che non ti tradisce perché si tradirebbe. L’amico sa che sei puro d’animo perché lui è puro d’animo. Il mio amico non la deve pensare come me. Io non la penso come lui. Il mio amico non mi può far male perché si farebbe del male. Il mio amico non è geloso perché dovrebbe essere geloso di se stesso. Il mio amico desidera la mia libertà perché lotta per la sua. Il mio amico non mi chiede mai ciò che non chiederebbe a se stesso. Se qualcuno ti chiede di fare lo stronzo non è un amico. È uno stronzo. Io ho tanti amici perché sono molto amico di me stesso. Quando vedo i miei amici mi guardo come sono. Bianco nero alto basso. Come loro. Come me. Magro o no. Maschio o no. Intelligente o no. Ricco o no. Comunista o no. Amico. Amico. Non si può essere amici se non si è uguali. Non si può essere amici se non si è uno libero dell’altro. Il vincolo dell’amicizia è impossibile scioglierlo perché non ha legami. È al di là dei legami di sangue. È al di là dei legami di parentela. Non ha legami di subordinazione. Non fa ricatti. Non fa clientele. Non fa favori a interesse. Fare qualcosa a interesse è la peggiore usura. E contrarre obblighi è la peggiore servitù. I legami costringono l’amicizia in una camicia di forza. L’amico può essere un compagno. Il compagno deve essere un amico. Non frequento molto i compagni. Molti compagni non sono amici. Cerca di capire. Non pretendo che siano amici miei. No no. Molti compagni non sono amici miei. Non sono amici tuoi. Non sono amici loro. Non sono amici di nessuno. Non sono amici e basta. Diffidano. Sparlano. Vedono sempre triste e truce. Chi guarda vede ciò che è. Guardalo e nelle sue sparole si dice. Ogni sparola che attribuisce ad altri devi sapere che riguarda sicuramente se stesso. Non so quanti compagni sanno essere amici. Anche la lotta armata la faccio solo con amici. Ma prima di friccheggiarti la mia lotta armata ti devo dire cosa ne penso della violenza. Per capire le ragioni della lotta armata in Italia devi sapere bene il crinale che la separa dalla violenza e dal terrorismo. Vuoi che dica a che età ho iniziato. Ho iniziato all’età dei rivoluzionari. E l’età dei rivoluzionari non importa mai. I rivoluzionari possono non avere età. Ciò che conta non è l’età dei rivoluzionari. Ciò che conta è l’età della rivoluzione. L’età della rivoluzione. Quella si che è importante. E la nostra rivoluzione è stata giovanissima. Il suo guaio? Essere sepolta da tutti i cascami del novecento. La nostra rivoluzione è stata sommersa in fasce da tutto il vecchiume del secolo. Del secolo ventesimo. Ma anche del decimonono. Anche di quello. Anche di quello.

*

Sono stato comunista. Ma il mio comunismo aveva ben poco della tradizione. Era un comunismo eretico e sincretico. Nutrito da Marx e dalla beat generation. Dai consiliari e da Rimbaud. Da Stirner e da Kafka. Dagli anarchici e dai Pink Floyd. Da Rosa Luxembourg e da Foucault. Da Maiakovskij e da Sartre. Un cocktail di comunismo che poteva shakerare tutti gli ingredienti assieme o uno per volta. Indifferentemente. Era un comunismo fatto più di poesia che di economia. Che si trovava a suo agio più con le dissonanze della vita che con le immutabili leggi della storia. Che amava più il tratto insondabile e intricato del segno rispetto alla prosopopea museale dell’opera. Era un comunismo che non combatteva per l’emancipazione del lavoro. Nel suo orizzonte non c’erano schiavi che lottavano per diventare schiavi più dignitosi. Se ne infischiava del lavoro. Non combatteva per aumenti salariali. E disprezzava il denaro perché amava la ricchezza. Avevo sempre da fare e ho lottato contro il lavoro. Contro qualsiasi attività che non comportasse una scelta radicalmente e indissolubilmente libera. Anche fare l’amore con il proprio partner può essere un lavoro. Studiavo chissà quanto e ho lottato contro la scuola e contro l’università. Ho combattuto il carcere perché mi sentivo recluso. Ma ho combattuto anche la medicina la psichiatria la vecchiaia la malattia e la tirchieria. La tirchieria. Sì. Perché i tirchi sono peggio dei borghesi. Perché i tirchi sono peggio dei fascisti. Dove c’è un tirchio in agguato la controrivoluzione è in cammino. Dove c’è un tirchio la morte è in arrivo. Ho odiato la paura. La paura di non riuscire a combattere contemporaneamente contro questo po’ po’ di roba. La paura di stancarmi. La paura di addormentarmi. Forse è per questo che sognavamo sempre senza dormire mai. Non sopportavo il pensiero dell’infelicità. Del degrado. Dei corpi per qualsiasi motivo impediti. Non tolleravo l’autorità. Il potere di qualcuno di assoggettare qualcun altro. Ed ero lacerato alla vista della sofferenza e del dolore. Attraversando la città ogni giorno coglievamo infiniti segni dei nostri incubi. Bisognava fare qualcosa. Subito. Avevamo la forza necessaria per non avere la pazienza di sopportare neanche per un solo giorno che tutto ciò potesse ancora accadere. Tutto ciò non implicava un programma politico da realizzare con il partito o con l’organizzazione. No. Implicava invece una scelta di vita. Riguardava l’azzardo di giocarsi la vita con un colpo di dadi. Dovevamo fare qualcosa. Subito. Con qualsiasi mezzo. Ho lottato con ogni mezzo. Con l’ironia e con l’haschish. Con la fantasia e con il sesso. Con l’amore e con le molotov. Con gli acidi e con i volantini. Con i libri e con le pistole. Un cocktail di mezzi che potevamo shakerare assieme o uno per volta. Indifferentemente. Ho utilizzato tutte queste armi. Contemporaneamente. Ma il proiettile più sensibile che ho scagliato nella mischia è stato il mio corpo. Il corpo. Una palla rotolante scagliata contro i birilli di un bowling. Ne ha colpito qualcuno. Ma più rotolava più la base del triangolo di birilli cresceva e si ispessiva e si innalzava come un muro. Non potevamo fare strike. Non ci sono più birilli nel nostro bowling. C’è solo un muro di potere contro cui questo corpo ha la coazione a rotolare. Fino a quando l’ultimo dei suoi compagni non tornerà dall’esilio e dalla galera. Poi finalmente quel settantasette sarà finito e potrò tornare a casa. A dormire e a mangiare. A gioire e a litigare. A vivere normalmente come pare facciano infelicemente tutti gli altri.

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Pino Tripodi, Settesette. Una rivoluzione. La vita, Edizioni Le Milieu, Milano, Dicembre 2012

Manifesto dell’autonomia diffusa scritto in ven’tanni, rimasto inedito per altri quindici, letto come manoscritto cult da generazioni e movimenti differenti, questo romanzo corale ripercorre la stagione del movimento settantasette, ultima grande utopia rivoluzionaria italiana, senza mai cedere a tentazioni reducistiche, prima che la polvere della storia la seppellisca per sempre in verità precotte.

Spinoza e le P38, Pitagora e la lotta armata, i dadaisti e le femministe: storie, appunti e ricordi che si intrecciano in un mosaico sperimentale ricco e multiforme. Il settantasette è stato protagonista di diverse pubblicazioni di taglio storico e politico; qui quelle grandi passioni ritrovano vita in un contesto finalmente anche filosofico e letterario. Le pratiche, i sogni, gli slogan riprendono vivacità attraverso una scrittura che è colta e barricadera, profetica, assoluta come la rivoluzione, come la vita e al tempo stesso visionaria, proprio come il suo autore.

“Nessun’altra rivoluzione busserà alle porte prima che alle ragioni del 77 sia lasciato il campo aperto della possibilità”.

 

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2 Responses to Da “Settesette. Una rivoluzione. La vita”

  1. jacopo galimberti il 21 febbraio 2013 alle 01:29

    il cinico che si masturba in piazza, il freak comunista, l’enrage’, il gemeinen Mann ci porteranno, forse, nel ventunesimo secolo

  2. virginialess il 21 febbraio 2013 alle 16:48

    Mi procurerò il libro; lo troverò divertente, immagino. Il ’77 lo ricordo benino,insegnavo filosofia in un liceo. Tutto quel bel coacervo di autori, musiche, canne e corpi rotolanti non mi si propose come un’utopia ricca di fascino. E sembrava già chiaro che i muri li consolidava, anzi che ad abbatterli neppure ci tenesse, sennò sarebbe toccato tirar su qualche edificio.
    In compenso mi familiarizzai con molti testi interessanti. Spero lo sia anche questo.



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