Tra i due contendenti

3 marzo 2013
Pubblicato da

riflessioni, contraddizioni e timori postelettorali

di Helena Janeczek

Ho l’ossessione degli ultimi anni di Weimar, gli anni precedenti alla vittoria di Hitler. Ce l’ ho da quando l’Europa mediterranea, un paese dopo l’altro, è piombata in una crisi economica che si avvicina nella sua gravità a quella che, dopo il crollo di Wall Street del ’29, raggiunse il Vecchio Continente. La Grande Depressione si abbatté con la massima durezza sulla Germania, complice le politiche di austerità imposte dal cancelliere Brüning.
Trovo sinistro che questa storia sia diventata quasi matrice di quanto sta succedendo oggi e che questo avvenga in parte cospicua a causa delle miopie della politica tedesca; con l’aggravante perversa che la distruzione sociale e economica di buona parte del continente avvenga sotto il tetto, anzi proprio a causa delle gestiona di un progetto-istituzione come l’Unione Europea, il cui fine doveva essere l’esatto opposto dei conflitti tra le singole nazioni.
Quel che è accaduto sinora è che un partito di squadristi neonazisti ha preso quasi il 14% in Grecia e che l’Ungheria è governata dalla più classica destra razzista e liberticida. Il resto delle reazioni, per fortuna, ha aggregato i cittadini a sinistra. O perlomeno, molto chiaramente, non a destra.
In Italia temo che, per una volta, dobbiamo anche ringraziare il tempismo giudiziario nel mostrarci le lauree del Trota comprate all’università Crystal di Tirana, gli investimenti della stirpe celtica in Tanzania e ogni altro svelamento dell’ incredibile grottesca corruzione dei “duri” e “puri” di Padania. Che una parte del voto leghista sia confluito sul M5S è un esito cruciale, visto che anche stavolta abbiamo scampato per un soffio una nuova vittoria Berlusconi-Lega.
Grillo, senza dubbio, ha cercato di rivolgersi anche alla base elettorale della Lega. Spesso ha avuto uscite in odor di razzismo, di cui la più grave, poiché più strutturata, è il rifiuto della legge per la cittadinanza dei figli di immigrati unita alla clausola che il movimento accetta tra i suoi candidati solo cittadini italiani.
E’ una mossa con cui si parla a un “comun sentire” xenofobo, in realtà assai trasversalmente diffuso e che la crisi non ha fatto altro che accentuare. Ma questo dato, che a me basta e avanza per ritenere l’M5S invotabile, non può essere preso in buonafede come tratto determinante del movimento. Se un ex elettore della Lega vota l’M5S, compie una scelta per la quale formule come “padroni in casa nostra” ecc. non sono più priorità della sua agenda.
La priorità e il denominatore comune più largo del voto al Movimento è la volontà di porre fine allo stato di fatto che un neologismo italiano definisce partitocrazia. L’esperienza del governo “tecnico” non ha portato a nessun ridimensionamento significativo dei costi della politica di fronte ai cittadini massacrati da tasse insostenibili, riduzione drastica dei diritti dei lavoratori come pensioni, welfare, condizioni contrattuali di impiego. La trasformazione della classe politica in una casta blindata in sistematica autodifesa non è mai stata così palese e insopportabile.
È sempre grave quando i rappresentanti democraticamente eletti si rivelano impegnati a inseguire i propri interessi privati non solo con l’emergere di reati gravi come corruzione, concussione, appropriazione di denaro pubblico ecc. ma anche attraverso le leve di potere di cui dispongono per mandato. Lo è ancora di più quando riguarda partiti che, per tradizione, dovrebbero stare dalla parte dei ceti più deboli. Gli elettori hanno tradito i partiti di sinistra, in primis il Pd, perché è stato il Pd a tradirli per troppo tempo. Il fatto che, almeno a livello degli esponenti che contano, non si fossero nemmeno resi conto di aver passato il limite di tolleranza, non fa che dare credito al significato della parola “casta”.
A questo si somma un altro aspetto. Il sostengo al governo Monti, ossia l’avvallo alle sue politiche d’austerità imposte dall’agenda europea. Qui la questione diventa più complicata. In tutti i paesi sotto il mirino della crisi c’è stata l’imposizione perentoria dello stesso programma, del quale si sono fatti esecutori indistintamente governi di centro destra e centro sinistra, premier o governi tecnici. Tentando, magari, qualche insufficiente manovra di contrattazione a livello europeo come più volte ha fatto Monti, ma comportandosi da bravi sheriffi di Nottingham a casa propria. In Grecia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Irlanda. François Hollande, eletto con un tifo davvero pan-europeo, aveva promesso di ricontrattare sul fiscal compact, ma l’economia francese e quindi la subordinata politica francese è troppo debole perché abbia sinora potuto mantenere la promessa.
La politica e la democrazia sono svuotate e asfissiate dal loro evidente essere state poste sotto strozzinaggio. E se è vero che pressoché tutti i partiti tradizionali della sinistra europea hanno vissuto, dopo la caduta del Muro, una lunga stagione di infatuazione per il neoliberismo, in questa fase sta accadendo una cosa preoccupante. Ripensamenti e correzioni di rotta se li può permettere solo chi agisce negli stati UE che hanno il coltello dalla parte del manico. Per esempio la Spd che si trova a confrontarsi con i frutti delle riforme avviate dal cancelliere Schröder, quelle che hanno trasformato la Germania nel grande predatore da export, grazie alla riduzione del costo del lavoro; vale a dire, per esempio, a contratti sottopagati che equivalgono, secondo un recente articolo del Financial Times, al 22% della forza lavoro tedesca. Ora che stanno avvertendo sempre più forti segnali di impauperimento possono permettersi di votare contro il fiscal compact. La sinistra tradizionale greca, spagnola, italiana invece diverrebbe antieuropeista,populista e irresponsabile.
Il rischio dei fallimento dell’Italia che ha portato all’istaurarsi del governo Monti era assai reale. Per questo la responsabilità degli esiti economici e politici dei salassi d’austerità con cui il paziente è passato dalla cattiva salute al semicoma va riportata forse ancor più su chi l’ha imposta che ascritta al suo esecutore-modello, che perlomeno ha cercato in vano di mercanteggiare qualche piccolo osso, premio o sconto. È tipico della cultura autoritaria esigere che il buon figlio “agisca responsabilmente” e poi prendersela con il popolo immaturo che non vuole riconoscersi in quella “grave responsabilità”. I giornali tedeschi liberali come “Die Zeit” e “Süddeutsche Zeitung” all’indomani del voto in Italia erano pieni di commenti che illustravano con colta e paternalistica competenza la tradizione del paese di Pulcinella, ma l’uscita più preoccupante è stata la frase sprezzante del candidato Spd Steinbrück sui due clown che hanno vinto le elezioni. Avrebbe dovuto chiedersi come mai 25% di italiani hanno dato il loro voto contro la cura Ludovico che il suo stesso partito stava bocciando in parlamento. Una sinistra costretta a agire contro i bisogni (nemmeno più soltanto interessi) della sua base elettorale è portata semplicemente verso il suicidio. Come si fa a votare convinti per un partito di centro-sinistra (vale ancora più per Sel), quando il problema non è più solo o soprattutto che questo non vuole dire o fare qualcosa di sinistra, ma che non può, potrebbe, dovrebbe farlo?
Il Movimento Cinque Stelle ora si trova in mano una responsabilità enorme. Se la spinta verso un governissimo gli riesce, porta a casa il cadavere del Pd e non certo quello di Berlusconi. Se si torna a votare, sarà tutto da vedere.
Qui c’è di nuovo qualche analogia con la storia degli ultimi anni di Weimar. Lo scontro più micidiale era quello tra Kpd e Spd, con i socialdemocratici spesso “responsabilmente” in appoggio delle politiche d’austerità dei governi di centro-destra. I comunisti li chiamavano “social fascisti” e credevano, al contrario, di poter sfruttare il movimento nazista per promuovere le spinte autenticamente rivoluzionarie. Dietro a quella politica c’era Stalin e quindi il parallelismo va preso con le pinze e riportato a un nodo centrale. Gli odi fratricidi a sinistra possono fare la fortuna della destra.
Il problema che vedo in questi giorni è che Beppe Grillo, sinora unico udibile portavoce del Movimento, colui che detta la linea, sta ricambiando i commenti sprezzanti e le strategie per delegittimare lui e l’M5S con gli interessi. I mandarini del Pd hanno pensato di cavarsela con formule come “populismo”, “antipolitica”, “demagogia” e peggio, dimostrando un’altra volta l’incapacità di capire quel che stava succedendo nel paese.
Ma quando Grillo spara che Bersani è un morto che cammina, una puttana che adesca e altre frasi del genere, alza consapevolmente dei muri d’ostilità pericolosi. La base elettorale di Pd e Sel vorrebbe in buona parte le stesse cose di quella del M5S, a partire dal rinnovamento e ridimensionamento della classe politica e delle regole di ingaggio che l’ha fatta diventare il mostro che è adesso. Quasi sempre, inoltre, si tratta ormai di voti dati senza adesione e entusiasmo, stanche crocette per il “meno peggio”, ossia scelte pochissimo identitarie. Invece l’umiliazione pubblica del nemico sconfitto innesca riflessi di difesa e chiusura intorno alla propria rappresentanza anche in chi è critico di quelli stessi “capi”. Parlo per me che avrei votato obtortissimo collo per Sel o il Pd (se avessi avuto la benedetta cittadinanza); mi sono sentita offesa da quelle uscite sino a arrivare a chiedermi se, nel caso si presentasse un aut-aut tra Berlusconi e Grillo, ce l’avrei fatta a votare per il secondo. Non è la scelta di non formare un governo assieme al Pd che mi ha destato scandalo, ma il come: perché coincide con quegli atti linguistici sommamente autoritari, che vogliono costringere chi li ascolta a una scelta di campo senza mediazioni.
Non c’è niente di fascista in questo; ma di rivoluzionario, in senso descrittivo, sì. O tutto o niente. Chi non sta con noi, è contro di noi. Chi sta con noi è massa rivoluzionaria che preme in avanti dietro la guida dell’avanguardia che decide.
Abbiamo già avuto per vent’anni l’esperienza di una politica che riduceva i cittadini a plebi da stadio, contrapposte tifoserie dotate di un potere di scelta molto simile a un televoto contrario o favorevole al solo personaggio dominante della scena, Berlusconi. Era la sua forma di “rivoluzione”, di eversione democratica televisiva. Che questa modalità venga ora attivata come schema per una divisione in tre blocchi nemici lo trovo potenzialmente foriero di pessimi esiti.
Certo sta a noi in primo luogo non abboccare, ricordarci che il peso e le legittimità dei partiti e movimenti si compone della nostra fiducia accordata con il voto. E che gli elettori del Pd non sono esponenti della “casta” esattamente come gli elettori del M5S non sono compagni di merenda di Beppe Grillo o Casaleggio. Dovremmo quindi esigere un minimo di rispetto perché quei rappresentati non sono altro che l’espressione della nostra delega, anche se nello specifico abbiamo mille riserve nei loro confronti. Vale per Grillo, per Bersani, per Peter Steinbrück e per tutti. E ha un peso diverso ora che non siamo più in campagna elettorale, ma dopo. O forse siamo già alla vigilia di una nuova campagna elettorale, ma con un esito che si sta delineando a altissimo rischio.
Per ora il Movimento parla pressoché con una sola voce. E se Grillo mira a usare i suoi voti e i suoi militanti allo scopo primario di delegittimare integralmente il Pd (non solo i suoi mandarini e la sua casta ma qualsiasi militante o persona che lo vota), temo che alle prossime elezioni cercherò di convincere ogni amico che ha scelto l’M5S a cambiare orientamento. Non per volontà di “annientamento”, ma ridimensionarlo q.b. per fargli svolgere un ruolo di reale opposizione, di pungolo nella carne stanca e spesso marcia soprattutto del Pd. E sperare che, stando in parlamento, possa farsi le ossa nel esercizio della politica nazionale e, strada facendo, capire come è fatto, di quale pluralità di persone e voci e posizioni, e dove vuole andare.
In ogni caso, se ora non si riesce a trovare un modo magari anche atipico per sperimentare una politica che si avvii a mettere in pratica ciò che chiede oltre la metà degli italiani (nuova legge elettorale, tagli alla politica, politiche per il lavoro, tanto per cominciare), mi pare molto probabile che tra i due contendenti in un paese ancora più avvelenato, ci sarebbe il terzo che gode: Silvio Berlusconi e il suo carrozzone di corrotti, razzisti, mafiosi e Scilipoti di nuovo al governo. Stavolta l’abbiamo scampata per un pelo (non in Lombardia dove su due candidati alternativi ha vinto Maroni). Sarebbe la cosa peggiore che potrebbe succedere all’Italia.

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38 Responses to Tra i due contendenti

  1. daniele ventre il 3 marzo 2013 alle 16:56

    Non vedo molte alternative a questa situazione attuale. Ed è probabile che l’Europa finirà davvero per trasformarsi in una costellazione di repubbliche weimeriane pronte a trasformarsi in piccoli fascismi guerrafondai, a maggior gloria della lobby delle armi americana, o dell’egemonia russa. Questo è il regalo che i tecnici, della Germania, della BCE e della finanza sibi permissa faranno alla nostra e alle prossime generazioni.

  2. Domenico Lombardini il 3 marzo 2013 alle 17:51

    Helena,

    in una situazione di crisi, economica e politica come questa, chi diffonde informazioni sbagliate si assume delle responsabilità gravi. La tua asserzione “Il rischio dei fallimento dell’Italia che ha portato all’instaurarsi del governo Monti era assai reale”, è FALSA. Vi sono DATI DELL’UNIONE EUROPEA che dicono che l’Italia non è mai stata a rischio, e che il debito italiano è uno tra i più sostenibili in Europa (Fiscal Sustanaibility Report 2012*,
    pubblicato dalla Commissione Europea, qui un riferimento utile:https://dl.dropbox.com/u/75232044/sostieneL%E2%82%ACuropa.pdf). Quindi TUTTE le cosiddette riforme Monti (che non sono nient’altro che inasprimenti fiscali orizzontali) sono state non solo inutili ma anche estremamente dannose per il paese, come si può vedere dal pil negativo, dall’aumento della disoccupazione, ecc. Trovo anche che l’enfasi sulle analogie con Weimar e qualsiasi altro accadimento storico sia un difetto cognitivo di un procedimento euristico di chi non non si appoggia a dati empirici; in definitiva, di chi intuitivamente cerca di capire ma non ha gli strumenti per farlo. Non a te che mi riferisco in particolare, ma è una tendenza generale: qual è il problema? si risponde: il debito pubblico sovrano. Ma la Spagna ha un debito molto basso (rapporto debito/pil sotto il 60%, meglio della Germania; non siamo oltre il 120%), è sta peggio di noi. Questa è una crisi di debito PRIVATO, o meglio, di CREDITO PRIVATO, soprattutto bancario, in particolare delle banche tedesche e francesi che hanno investito eufemisticamente male in Spagna, Grecia, Irlanda, e che ora, disperatamente e per non fallire, impongono agli stati europei IMMANI trasferimenti di denaro pubblico per il salvataggio della Grecia e della Spagna (o meglio, delle banche greche e spagnole), ossia il salvataggio delle banche tedesche e francesi creditrici. Tutto questo si somma al Fiscal Compact (50 mld di euro/anno di risparmi obbligatori, per i prossimi 20 anni per portare il rapporto debito/pil sotto il 60%) e pareggio di bilancio in costituzione, che castrano ogni nostro tentativo di politica economica. Una sinistra degna di questo nome (ma in Italia ne siamo sprovvisti; anche all’estero tuttavia non sono messi meglio), dovrebbe o protestare o organizzare la nostra IMMEDIATA USCITA DAL SISTEMA MONETARIO E DALLA UE. Cosa che si può fare, certo con qualche criticità; anzi, si deve fare, pena la nostra progressiva terzomondizzazione. Grillo, in maniera paracula, propone il referendum per uscire dalla moneta unica, ma i cittadini come fanno ha scegliere liberamente e consapevolmente, dopo 30 anni di propaganda pro-Euro? È necessario che sia una forza politica a prendersi questa responsabilità, ma non credo che né il movimento5stelle, né tanto meno PD né PDL abbiano le palle per farlo. Ma Grillo e la sua enfasi sul costo della politica, sul debito ecc. non sembra aver capito nulla; il PD è coresponsabile di questo disastro; la destra berlusconiana avrà quindi un campo fertile di propaganda anti-europea da portare innanzi, monopolizzando rivendicazioni che sarebbero appannaggio di una sinistra degna di questo nome. Politiche europee che causano lo smantellamento dello stato sociale non sono politiche di ultradestra? Perché allora vi ostinare a parla di PD-SEL in termini di sinistra? Tutto questo è ridicolo nei fatti. La permanenza nell’Euro è insostenibile, a detta di ormai moltissimi economisti mondiali (premi Nobel inclusi), e il suo costo è assai più gravoso dei supposti vantaggi. L’uscita dall’Euro è l’unica risposta per dare una speranza all’Italia e all’Europa.

  3. f. il 3 marzo 2013 alle 17:57

    il rigore e la lucidità di analisi non ti hanno mai fatto difetto, ed è per me un piacere leggerti, a prescindere, anche quando posso non condividere alcune deduzioni del tuo argomentare complessivo

    grazie per questa pagina

    • f. il 3 marzo 2013 alle 17:58

      era per helena, lombardini non l’ho ancora letto

  4. andrea inglese il 3 marzo 2013 alle 18:01

    cara helena, metto a margine di questo tuo bel pezzo tre punti.
    1)Le analogie storiche esistono, sorgono inevitabili, non si può né si deve ignorarle, bisogna anche sapersene difendere.
    2) L’unico modo per non esserne completamente catturati, è fare un’analisi circostanziata della situazione presente, che per definizione non è mai identica ad una passata.
    3)le democrazie capitalistiche europee sono alla paralisi, da anni. Da anni analisti lucidi lo dicono. Uscire da questa paralisi – se si comincerà ad uscirne – sarà doloroso, angosciante e non privo di nuovi rischi. Quello che ci può aiutare è la volontà di capire, di esporre noi stessi, come anche tu fai, ragionando a partire dalla nostra esperienza, senza considerare che i giochi sono già fatti, che l’inevitabile è accaduto, e che – come dicevamo ieri – l’anatema sia l’unica risposta alle incertezze del presente.

  5. andrea inglese il 3 marzo 2013 alle 18:16

    Non avevo ancora letto il commento di Domenico. E che tocca in dettaglio quanto dicevo sulle analogie con il passato e la necessità di analisi del presente.
    Ora, mi rivolgo però a Domenico. Domenico prima che una sinistra organizzi l’uscita dal sistema euro, posto che sia l’unica soluzione oggi possibile per uscire dal continuo schiacciamento dei salari e dalla demolizione dello stato osciale, si pone una precondizione. Questa uscita la si impone tramite colpo di stato, o tramite procedimento parlamentare. Nell’un caso e nell’altro, è importante convincere sia gli elettori sia il popolo in armi della necessità di questa mossa. Insomma, siamo in pieno credenza che la terra è piatta e che ai sui margini si cade nel vuoto. Non basta che un piccola minoranza sappia che non è così. Ci vuole un lavoro di contro-propaganda coi fiocchi. E questo lavoro non lo possono assolvere da soli gli economisti eretici, ma dovrebbe essere appunto il compito prioritario delle organizzazioni politiche di sinistra esistenti.
    Da quando scrivevo sulle narrazioni della crisi economica, mi pare che su questo non si siano fatti molti passi avanti.

  6. helena janeczek il 3 marzo 2013 alle 18:26

    Domenico, salvo la questione se eravamo o non eravamo a rischio default (che non mi pare derimente) non capisco davvero perché ti infuri tanto.
    Non mi pare di aver detto cose fondamentalmente molto diverse. E se vuoi che lo metta per iscritto più chiaramente, come ho già fatto in altri articoli.
    I tedeschi quando chiamano la crisi “Schuldenkrise” intendendo il debito propongono una palla nella forma di un termine apparentemente neutro. Vale lo stesso anche per noi, senza quel neologismo. L’ho scritto che è l’austerità a ammazzare i paesi, non il debito.
    Io preferirei, ma sembra sempre più impossibile, un’alleanza tra partiti e movimenti europei per cambiare la politica imposta. O una exit-strategy concordata. Tutto molto difficile. Temo che con l’uscita o l’espulsione alla spicciolata ci possiamo trovare mazziati e cornuti.

  7. véronique vergé il 3 marzo 2013 alle 21:49

    Ottima analisa. Condivido tutto, anche per il punto di vista sulla Francia. C’è una mancanza di coraggio dalla parte di François Hollande in questo caso.
    Sono delusa della politica fatta in Europa, ma non raggiungo quelli che si fanno riparo con il nazionalismo. Spero che la lezione della Storia sia ancora memoria viva.

  8. Domenico Lombardini il 3 marzo 2013 alle 21:57

    Ciao,

    ad Andrea: con la riacquisizione della moneta nazionale non cadremo nell’ignoto, ma nel noto, nel senso che “rotture” di una moneta unità ve ne sono state circa 100 nel secolo scorso, e qui, http://www.policyexchange.org.uk/images/WolfsonPrize/wep%20shortlist%20essay%20-%20jonathan%20tepper.pdf, ad esempio, si spiega come si fa. Si può fare tutto nell’arco di pochi giorni, a cavallo di un fine settimana, senza alcun colpo di stato. In realtà, gli economisti ormai quasi all’unanimità considerano fallimentare l’esperienza dell’Euro, e solo coloro organici a strutture/istituzioni/paesi interessati (Ue, Bce, Germania) affermano il contrario. La sinistra italiana, ripeto, responsabile del disastro, essendo stata la forza politica che ha promosso negli anni l’ingresso nella zona Euro, non si prenderà mai questa responsabilità, andando quindi contro la sua ragion d’essere, ovvero proteggere i lavoratori. Lo ripeto: in una situazione di cambio fisso e sotto una crisi economica, gli stress si scaricano necessariamente sui lavoratori, non potendo attenuare il colpo con la leva del cambio (deprezzando la moneta – rendendo i nostri prodotti più economicamente vantaggiosi all’estero – cosa fatta, tra gli altri, dal Regno Unito dopo lo shock del 2009 e ora pesantemente dal Giappone). Tra l’altro anche l’Euro nei primi anni si è deprezzato più del 20% circa rispetto al dollaro (cosa che non ha provocato nessun un aumento vertiginoso del petrolio, ad esempio). Sono convinto anch’io che è necessario una controinformazione; ed è per questo che m'”infurio” – ora mi riferiscono a Helena – perché non è dirimente stabilire che NON vi fu rischio default, perché è proprio sotto questo pericolo che gli italiani hanno accettato senza colpo ferire delle riforme che hanno colpito soprattutto i ceti medio-bassi. Come non vedere il pericolo insito in questa strategia? Al prossimo aumento vertiginoso dello spread (artatamente pilotato dalla Germania via Bce) potrebbero dirci di nuovo altrettanto, e imporci nuove misure draconiane. Non è poi solo un problema di politiche europee, è la moneta unica in sé a non funzionare, perché necessariamente e invariabilmente (la storia ci dice questo) i paesi più deboli facenti parte dell’unione monetaria sperimentano deficit delle partite correnti, ossia importano più di quanto esportino, aumentando così il loro debito (soprattutto privato, che poi però diventa pubblico per la stagnazione dell’economia che ne consegue), come sta ora accadendo in Europa: la Germania, prima dell’ingresso nell’Euro, era in deficit, noi in surplus (essendo forti esportatori, quasi al pari dei tedeschi), e dopo pochi anni la situazione si è ribaltata e ora la Germania ha un surplus di 200 mld(!) che è pari al deficit sommato di quasi tutti i paesi europei, Francia inclusa (che sono quindi importatori netti). Perché tutto ciò? Perché la Germania persegue una politica di contenimento dei prezzi (tramite deflazione salariale a fronte di aumenti di produttività), la sua inflazione è bassa, i suoi beni sono relativamente a buon mercato, il cambio non può cambiare (come cambierebbe se potesse fluttuare; infatti, prima, con le valute nazionali, se io compravo un bene tedesco, era in primo luogo una domanda di moneta (il marco), che ne provocava, secondo la legge della domanda-offerta, un aumento di valore, con conseguente aumento relativo dei prezzi), e i paesi che hanno un’inflazione strutturalmente più alta della Germania (tutti gli altri) sono per forza di cose meno competitivi. L’unico modo che hanno questi paesi per guadagnare competitività è aumentare produttività a fronte di una riduzione dei salari; ma questo la Germania l’ha ottenuto in dieci anni in un contesto economico relativamente favorevole, noi dovremmo farlo in questa crisi ed essendo taglieggiati da Fiscal Compact e pareggio di bilancio.

    • Marco Saya il 4 marzo 2013 alle 17:24

      Totalmente d’accordo.

  9. Domenico Lombardini il 3 marzo 2013 alle 21:59

    volevo dire ” perché è dirimente stabilire”

  10. andrea inglese il 3 marzo 2013 alle 22:42

    domenico, è interessante quanto dici:”gli economisti ormai quasi all’unanimità considerano fallimentare l’esperienza dell’Euro”; in Francia ho seguito la mobilitazione del Manifesto degli economisti “atterrés” (inizialmente 630) che contestavano la politica economica europea, assieme ad altre personalità (Jorion, Todd, Lordon, ecc.); ho seguito e in alcuni casi promosso i dibattiti che dalla sua nascita ha ospitato alfabeta2 su questi temi (Brancaccio, Stefano Lucarelli, Marazzi, Lazzarato, ecc.). Ebbene, ciò nonostante né in Francia né in Italia, questo consenso degli economisti contro l’euro ha saputo / potuto rovesciare la narrazione dominante (l’austerità è inevitabile pena una catastrofe più grande). Tu dài una prima risposta: chi dovrebbe rovesciarla, a livello di politica nazionale, le sinistre, non lo fanno perché hanno costruito la loro “dignità politica” (?) sulla moneta unica. Basta questo a spiegare l’impasse narrativa.
    Tu individui nella frase di Helena un elemento della narrazione dominante. Bene. Io ho letto molte decostruzioni della narrazione dominante convincenti, tra cui anche le tue. Ma se devo esporle a tutti quelli che mi chiedono: “Ma poi i soldi dove vai a prenderli?”, “ma se c’è il collasso delle banche?” ecc. ecc., io che non sono un economista e che sono pure un noto zuccone in queste faccende, non so dare una risposta convincente. Sembra secondario, ma è anche su questa fragilità a essere contestata dal basso e dal non esperto, che la narrazione dell’euro s’impone e domina.

  11. Alessandro Ansuini il 3 marzo 2013 alle 23:04

    Ciao Elena, ne abbiamo già parlato su Fb ma qui volevo sottolineare una cosa del tuo articolo. Si tenga presente che è un’osservazione che faccio da elettore deluso di sinistra che ha votato m5s. Scrivi: “La base elettorale di Pd e Sel vorrebbe in buona parte le stesse cose di quella del M5S, a partire dal rinnovamento e ridimensionamento della classe politica e delle regole di ingaggio che l’ha fatta diventare il mostro che è adesso.”
    Oltre a questa tua giusta osservazione, faccio riferimento anche a quanti (cfr. wu ming) sostengono che la base del m5s dovrebbe “ribellarsi” e far valere una linea più collaborativa da un lato o sfascista dall’altro.
    Mi chiedo, ma perché gli elettori del PD tanto bravi nell’analizzare un moviemtno che ancora non è stato testato alla prova dei fatti non se la prendono coi propri dirigenti che hanno fatto diventare il partito comunista un’aberrazione di stampo centrista europeista? Perché non viene incitata la ribellione all’interno del PD per rimuovere l’intera classe dirigente? Ora, tu potresti dirmi, anche tu sei un elettore di sinistra perché non la fai invece che votare m5s? la mia risposta è che non mi fido più della diluita classe dirigente della sinistra, e quindi provo con l’antidoto. Mi sbaglio, faccio bene? Lo vedremo. Ma una risposta la do. Non ti voto e voto per quelli che dicono che vogliono rimuoverti. Un elettore del PD che invece non voterà mai m5s come risponde? Se lo pone il problema? Lo dico veramente fuori da ogni polemica, è per capire.

  12. Dreiser Cazzaniga il 4 marzo 2013 alle 12:10

    L’euro è una moneta e come tale, o meglio anche come tale è un’arma. Uno strumento per i processi di centralizzazione dei capitali. e per la grande contesa mondiale che un tempo si definiva imperialista. Questo era chiara fin dal principio. E non ha nemmeno molto a che fare con l’economia, quanto piuttosto con la politica intesa nel senso alto della parola. È un’arma anche nei conflitti di classe, perché per esempio permette, in prospettiva, l’unificazione della conflittualitá sindacale su scala continentale, la mobilitá continentantale dei lavoratori salariati e quindi la possiilitá di formazione di organizzazioni sindacali e politiche autonome dei lavoratori salariati molto piú grandi e forti. Il problema è che l’euro come arma dei conflitti di classe è stato impugnato da una classe sola, quella dominante che lo ha usato senza scrupoli e senza pietá. Un altro aspetto della questione è che l’emergere della grandi potenze demografiche e continentali come Cina, India che ha causato una gigantesca ridefinizione nel quadro della contesa mondiale per il potere e i mercati, di cuoi una delle conseguenze è che i ritmi di sviluppo che assicurarono il compromesso socialdemocratico e del wellfare in Europa non sono stati e non saranno piú possibili.
    Di fronte a queste due evidenze i partiti di sinistra e i sindacati si sono dedicati a tempo pieno all’antiberlusconismo, Berlusconi ha occupato ogni piú piccolo spazio di analisi, di tattica e di strategia e sotto il tappeto dell’antiberlusconismo si è nascosta tutta la polvere dell’insuficienza intellettuale, morale, della meschinitá di prospettive, della subalternitá di un ceto politico che ha completamente il senso della dignitá della `politica.
    Succede che la storia caschi su una o piú generazioni e le trascini in una specie di inferno di conflitti. E non c’è molto da fare se non attrezzarsi per uscirne, senza farsi illusioni che sia facile, con repsonsabilitá e mettendo a disposizione tutte le proprie forze morali, fisiche e intellettuali. Non vi è altra via d’uscita.
    Per quanto riguarda l’uscita dall’euro: se una frazione abbastanza forte della classe dominante, che abbia interesse a farlo, troverá la forza di imporlo, a pagarlo saranno gli stessi che hanno pagato l’entrata, e il biglietto di uscita sará davvero salato per i salariati, precari etc. Se le classi subalterne organizzate avessero la forza di imporre un’uscita dalla moneta unica alle proprie condizioni, allora non converrebbe loro di uscirne, perché una classe lavoratrice autonoma e organizzata, all’interno di un mercato continentale ha infinitamente piú forza di una frammentata a livello nazionale.
    Abracciare l’antieurismo è semplicemente mettersi al servizio dell’ideologia di una parte delle classi sociali dominanti.
    Nel frattempo non mancano e non mancheranno le occasioni di lavoro politico e di lotta politica, sui temi della scuola, dell’ambiente, della salute, del salario, intorno ai quali costruire pratica politica e organizzazione e poli di resistenza e di rivendicazione.
    Dreiser Cazzaniga

  13. Il fu GiusCo il 4 marzo 2013 alle 13:26

    Molto probabile che una sorta di referendum (euro-europa si/no) si avra’ gia’ alle probabili prossime elezioni di meta’-fine anno. Sara’ interessante vedere se il popolo italiano, messo di fronte alla scelta bruta del dentro o fuori, prendera’ la strada del fuori. Io ne dubito. Suppongo che molto risentimento sia rivolto a come l’Europa viene gestita da 10-15 anni a questa parte, non all’idea alla base dell’unione. Ancora piu’ risentimento e’ rivolto a come la classe politica nazionale italiana ha gestito quegli affari esterni e soprattutto quelli interni. Ed infatti Grillo questo sostiene ai media stranieri: far fuori la classe politica nazionale e ritrattare l’Europa, rottamare e riedificare la prima, non sfasciare tutto. Vedremo. Mi pare anche che molto dipenda dalla Germania e sara’ un altra scommessa andare a votare PRIMA o DOPO le elezioni tedesche. Dichiaro a scanso di equivoci che ho votato Monti, augurandomi che -sfebbrato il paziente- la “lotta” a questa maiera di Europa si faccia dal di dentro. Ricordo che Mazzini e Garbibaldi alzarono il polverone ma che l’Italia la fece in effetti Cavour, cioe’ la politica Qui manca il Cavour europeo ed e’ bene che sia italiano (o forse l’abbiamo, e’ Mario Draghi, stiamo attenti a non perderlo).

  14. Dreiser Cazzaniga il 4 marzo 2013 alle 14:43

    Certo i draghi sono soggetti allo smarrimento, quanti Draghi mi sono perso in questi lustri, stiamo tutti attenti a non perderci almeno questo! Per caritá.
    Tornando alle cose serie, per esempio, invece di discutere di come uscire dall’Euro si sarebbe potuto cercare di manifestare solidarietá ai greci e ai portoghesi attraverso l’unificazione di vertenze comuni e la messa in opera di embrioni di organizzazioni transnazionali, una volta si faceva solidarietá coi cileni, col Vietnam, con i palestinesi, io ricordo persino con gli algerini, adesso i leader e gli intellettuali di sinistra soono stati attenti a solidarizzare con le bande di mercenari al soldo delle potenze in Libia e in Siria, ma con la Grecia o il Portogallo niente. Certo in questo condizioni il lavoro vivo non è in condizioni di condurre una lotta politica rivendicativa e nemmeno di attestare solidi fronti di difesa, questo no, ma un embrione di coscienza politica autonoma delle classi lavoratrici europee si che si puó cominciare a metterlo in piedi. È una scelta di campo, credo piú utile in prospettiva che discutere quale frazione della classe dominante appoggiare, se quella pro o quella contro l’euro, anche perché entrambe le frazioni quello che rivendicano sono dosaggi diversi della stessa medicina. Il lavoro vivo è schiacciato dalla disoccupazione irreversibile di massa, dalla favelizzazione internazionale da Rio a Napoli, ma il fatto che in Europa si unifichino le politiche fiscali e le politiche di smantellamente dei diritti favorisce una embrionale presa di coscienza collettiva non piú nazionale ma potenzialmente europea, altrimenti l’alternativa è la deriva delle classi lavoratrici verso il nazionalismo e delle frange definitivamente emarginate verso il gangsterismo.
    Come sta succedendo dappertutto. Smantellare il ceto politico come vuol fare Grillo, puó avere anche una valenza positiva, ma non molta se contemporaneamente non si sottopone allo stesso trattamento la classe intellettuale, pubblicistica, giornalistica e altro servidorame. Impresa questa molto, molto ma molto piú difficile.
    Dreiser Cazzaniga

  15. Lombardini il 4 marzo 2013 alle 14:49

    NON VI FU RISCHIO DEFAULT PER L’ITALIA. Sapete cos’è: l’impressione cerebro-neuronale indelebile dovuta alla ripetizione inesausta di parole d’ordine è difficile da estirpare, anche dati alla mano. Poco possono quest’ultimi dinanzi alla sclerotizzazione cognitiva… che è poi molto comoda, è tranquillizzante sapere di sapere, è più facile e bello crogiolarsi in questo stato.

  16. roberto b il 4 marzo 2013 alle 15:52

    Cara Helena, quanto a Weimar, mi pare che la grande differenza tra quanto tu dici (“la Grande Depressione si abbatté con la massima durezza sulla Germania, complice le politiche di austerità imposte dal cancelliere Brüning”)e l’interpretazione main-stream tedesca di quel periodo, è – a quanto ne so, ma tu lo puoi sapere meglio di me – che la seconda addebita l’avvento di Hitler all’iperinflazione weimariana, quindi, sulla base di questa manipolazione storica, ai tedeschi è stato fatto credere che il male assoluto sia (sempre e comunque) l’inflazione, non già le manovre lacrime e sangue imposte dall’austerity e la disoccupazione stratosferica (del resto, in tedesco “debito” ha la stessa etimologia di “peccato”). E su questo le classi dirigenti tedesche (politiche ed economiche) hanno giocato (sporco) alla grande nel periodo successivo l’unione monetaria, manovrando sui differenziali di inflazione tra loro e, poniamo, l’Italia (o gli altri paesi sudisti), comprimendo i salari e la domanda interna, e nel contempo (sforando anche il trattato di Maastricht con le cosiddette riforme Hartz – perché glielo hanno/abbiamo permesso? -, su cui varrebbe la pena approfondire) accreditandosi come esportatore netto in Europa (e, guarda caso, esportando a meraviglia nei paesi Piigs), facendo shopping delle imprese italiane, svantaggiate dalla loro concorrenza “sleale”, fino ad arrivare ai sette milioni (o più, bisognerebbe cercare i dati precisi) di tedeschi che attualmente campano con i cosiddetti mini-jobs da 400 euri al mese. Questi sono gli antecedenti, poco discussi dai nostri media embedded, tutti allineati a dirci che i tedeschi guadagnano più di noi, mentre ciò che conta – e dovrebbero saperlo, visto che si qualificano come “specialisti economici” (alla Giannino?) – non è oggi quanto guadagna un italiano o un tedesco (il valore assoluto), ma come è stato il trend dal 2003 al 2011 ad esempio, al netto dell’inflazione, per tutti i comparti nazionali. E qui casca l’asino, perché http://goofynomics.blogspot.it/2012/08/i-salari-reali-alamanni-sono-scesi-del-6.html
    Detto parzialmente e frettolosamente, questo può valere per retroscena e scenario storici di come siamo messi. Mentre per quanto riguarda l’oggi, ritengo che la Storia abbia dato le sue carte. Certo, possiamo recriminare sul fatto che non sono per noi quelle giuste, che il colore del mazzo non ci piace, ecetera, ma le carte sono lì, sul tavolo. Noi possiamo dire: “Per questo giro passo”, oppure accettare la sfida e metterci a giocare, anche perché il processo di transizione che si è aperto in Italia (ma anche in Europa: quel “contagio” che non piace alle classi dominanti tedesche) è, a mio avviso, irrversibile

  17. helena il 4 marzo 2013 alle 17:19

    Cari tutti, batto un colpo per dirvi che vi risponderò in un giorno meno incasinato di oggi. Ossia stasera o domani.

    Intanto grazie!

  18. virginialess il 4 marzo 2013 alle 18:46

    Trovo superficiali e azzardati certi paralleli storici. Limitandoci alla vicenda monetaria, la Germania di Weimar sostituì infine la moneta svalutatissima con il nuovo marco (circa 4 miliardi dei vecchi), nella speranza di stabilizzarla. Inutile dire che il sistema dei cambi e rapporti internazionali non è confrontabile.
    Si può continuare a discutere, per quel che vale, sull’opportunità dell’ingresso nell’euro. Uscendone ora faremmo un allegro salto nel caos delle neo lirette da svalutare ad libitum, con inflazione alle stelle. Che problema c’è? Indicizzeremo tutto e venderemo meglio all’estero. Però energia, materie prime e quant’altro dovremo pagarle in euro e dollari. Non leggo quantificazioni serie e non mi sembra un orizzonte promettente.

  19. diamonds il 4 marzo 2013 alle 18:52

    il fatto che dal 2001 i governi aggirino l’impossibilità di stampare banconote emettendo titoli di stato utilizzati come contante sotto lo sguardo ineffabile delle istituzioni europee mi lascia pensare che stiamo andando in nova a prescindere.La prossima costituzione forse sarà un cadavere squisito(ma la lepre della storia sta ancora correndo.E “del resto dobbiamo la nostra reputazione al fatto che spingiamo sempre in avanti”,fino al prossimo muro)

  20. helena il 5 marzo 2013 alle 09:17

    Grazie @ Roberto B. che spiega un nodo sul quale si impernia l’analogia che ho chiamato in causa. Perché così come c’è il tarlo di una lettura nel far coincidere il punto d’Achille della crisi con il debito pubblico e nel dovere di ridurlo con politiche di austerità (anche il passaggio da A a B non è affatto obbligatorio), così c’è in Germania l’azione molto estesa e forte di un tarlo della memoria collettiva. Il trauma dell’iperinflazione degli anni venti ha totalmente cancellato quello del disastro sociale ancora assai maggiore dell’austerità degli anni Trenta. Se oggi i politici e i media tedeschi possono spingere su questo tasto e rafforzarlo è perché rappresenta una “convinzione” davvero maggioritaria.
    Oggi in Germania, per esempio, c’è un boom immobiliare che rasenta la bolla perché (me lo confermano anche amici e conoscenti del settore) molte persone mettono tutto ciò che hanno nel mattone, impegnandosi in mutui di durata quasi eterna e accettando prezzi spropositati per le case.
    Questo è una relativa novità perché, a differenza che da noi, il ceto medio specie urbano, aveva perloppiù scelto di vivere in affitto.
    La spinta verso questa tendenza è appunto la paura dell’inflazione e questo in un paese dove altre forme di risparmio appaiono, come purtroppo sappiamo, sicurissime.

    Io qui non mi sono tanto soffermata su questo aspetto perché mi premeva più riflettere su come l’imposizione di una politica economica di destra sia in grado di disgregare le reazioni di risposta a sinistra. Poi ci sono tantissimi aspetti diversi e mi pare che ne faccio abbondantemente cenno. Una è la questione ambientale, l’altra quella del lavoro che si presenta molto più strutturalmente critica di un centinaio di anni fa. Entrambe vanno ripensate insieme.

    Infine non posso che ripetere a Domenico quel che penso, per quanto non sia un’economista. Da quel che ho capito io, il rischio di fallimento era il risultato di molti fattori e non certo dell’insostenibilità del nostro debito pubblico. Sappiamo che Usa, Regno Unito e Giappone convivono con uno molto maggiore senza per questo essere mai finiti nel mirino delle grandi manovre finanziare/speculative. Il problema di quel che è capitato all’Italia (alla Grecia e alla Spagna dove il debito pubblico era persino più “virtuoso” di quello tedesco) sta nelle costrizioni imposte dalla UE. Impossibilità di stampare moneta e svalutare più impegno su fiscal compact (firmato, guarda a caso, da Tremonti poco prima che cominciassero i problemi di speculazione) e tutto ciò che ne deriva in politiche che non potevano far altro che affondare un economia già stagnante. E’ questo ciò che ci ha reso vulnerabili, detto semplificando, a mio avviso.

    • roberto b il 5 marzo 2013 alle 16:38

      Cara Helena, d’accordo su quanto scrivi. Permettimi una chiosa su questa tua frase: “Sappiamo che Usa, Regno Unito e Giappone convivono con uno molto maggiore senza per questo essere mai finiti nel mirino delle grandi manovre finanziare/speculative”. Ora, direi che per quanto riguarda gli Usa, i mercati finanziari ci vanno cauti, anche perché in buona parte sono loro stessi a stelle e strisce, e in secondo luogo una nazione come gli Usa, che all’occasione difende la sua moneta (che, non dimentichiamolo, è quella principe degli scambi internazionali) anche con portaerei e droni, be’, direi che non ha molto da temere (finora). Ma per gli altri paesi come il Giappone (che peraltro detiene la maggior parte del suo debito pubblico), o comunque per paesi che hanno sovranità monetaria, i mercati finanziari di solito non fanno troppo i furbetti, perché sanno che questi paesi, messi alle strette, possono fare sempre una bella svalutazione difensiva (non sempre le svalutazioni sono competitive, anzi, spesso sono difensive)e ripagare i propri debiti con moneta “cattiva”. Non è questo il caso dell’Italia e dei piigs dell’eurozona, dove i mercati finanziari possono speculare alla grande perché sanno che tanto il servizio del debito (cioè il pagamento degli interessi) verrà effettuato con moneta “buona”. E nell’ipotesi che un paese faccia default (ma hanno messo tanti cani da guardia contro questa ipotesi – il cosiddetto vincolo esterno, ecc. – che sarebbe problematico), muovono in alto lo spread per farsi pagare in anticipo il rischio default.
      E dato che non sono un economista, ma sono solo uno che da circa un anno a questa parte cerca di capire in che trappola ci hanno messi, anziché continuare a balbettare, a proposito di euro segnalo questo articolo interessante:
      http://sollevazione.blogspot.it/2013/02/leuro-e-un-morto-che-cammina.html
      scritto da un economista che è stato vicino al PD, ma che non ha seguito pedissequamente la follia omertosa dei suoi spin doctor alla Fassina

      • helena il 5 marzo 2013 alle 19:05

        Quel che dice Brancaccio è quanto accennavo prima: difficilissimo da realizzare, ancora più come progetto condiviso tra più stati, come sarebbe opportuno.

      • Vincenzo Cucinotta il 7 marzo 2013 alle 15:42

        La prospettiva non è il fallimento di uno stato nazionale, questa potrebbe perfino essere una prospettiva positiva, ma il fallimento globale del sistema bancario privato. Uno stato non fallisce mai, questa è la verità che nasondono come si nasconde il sole, fallisce in quanto non onora i debiti, ma il giorno dopo stampa una nuova moneta e tutto ricomincia, non dico al meglio, ma insomma se ne esce.
        Il fatto è che il fallimento di un singolo stato si ripercuote immediatamente su tutto il sistema di per sè estremamente fragile, ed è per questo che le minacce di fallimento sono soltanto un bluff, qui ci si inabissa tutti. L’alternativa al fallimento globale è il fallimento selettivo, che poi si traduce nel distruggere una montagna di cartaccia, affinchè sia di nuovo possibile associare alle “carte” un valore. La tattica utilizzata invece dei vari governi ormai proni alle banche, è quella di trasferire da un tipo di carta all’altra i problemi. Così, perchè le banche abbiano la liquidità per onorare le scadenze dei derivati che hanno emesso, la FED non ha trovato di meglio che stampare ogni mese tutti i mesi la cifra ragguardevole di 40 miliardi di dollari. Così però, si mette a rischio lo stesso dollaro, che davvero già oggi non ha più alcun reale valore, siamo poggiati su unm mare di dollari in giro per il mondo, ed è solo in base ad un accordo artificioso tra banche che si associa ancora valore al dollaro.

  21. Lombardini il 5 marzo 2013 alle 09:50

    Cara Helena,

    qui è importante sgombrare il campo e mettere alcuni punti fissi se no stiamo sempre in una situazione di impasse. Punto 1: Monti non ha salvato l’Italia (non c’erano problemi di nessun tipo nei “conti” del paese), anzi le sue politiche di ultra destra hanno minato il benessere sociale. Punto 2: l’aumento dello spread è una misura cautelativa degli investitori, che ci fanno pagare ora ciò che non riceveranno dopo l’uscita dall’Euro: noi, infatti, rinomineremo il nostro debito con la nuova lira e quindi ripagheremo i nostri debitori con una moneta che varrà 20-30% in meno. È una specie di default tecnico. Punto 3: Berlusconi è stato disarcionato con una specie di colpo di stato finanziario pilotato dalla Germania e Bce.

    L’Euro ha fondamentalmente avvantaggiato la Germania; tuttavia in questa fase storica le rigidità in cui siamo costretti dal sistema monetario sta danneggiando un po’ tutti: basta pensare al fatto che la Germania doveva crescere l’anno scorso sopra l’uno per cento, mentre invece ha avuto una crescita intorno allo 0,7 per cento; nell’ultimo trimestre dell’anno scorso è andata in rosso.
    Ciò significa che la sofferenza delle nostre economie (la Germania esporta soprattutto nella zona euro) sta iniziando a incidere pesantemente anche sulla performance del tessuto produttivo tedesco.

    A questo punto forse l’opzione di uno sganciamento della stessa Germania potrebbe essere considerata del tutto favorevole e il fatto che in Italia si affermi un quadro politico difficilmente decifrabile rende questa opzione politicamente proponibile agli elettori del nord, i quali se sentiranno dire dai politi che questi porci del sud sono una zavorra.

  22. helena il 5 marzo 2013 alle 10:14

    Domenico, forse l’hai giò visto ma linko anche per gli altri lettori questo articolo che dedica spazio alla situazione tedesca.

    http://www.alfabeta2.it/2013/03/03/a-che-punto-e-la-notte/#wp-comments

    Aggiungo qualcosina, già detta brevemente sotto il tuo pezzo. Oggi le scelte di politica economica della Germania vanno a principale beneficio del comparto finanziario, incluso quello delle finanze pubbliche. Grazie ai tassi bassissimi e talvolta negativi, lo Stato tedesco ha potuto abbattere o contenere quel debito pubblico che è stata la leva per far fuori la concorrenza intraeuropea.
    Ma il comparto produttivo, la macchina da export, come dicianche tu, comincia lo stesso a arrancare (lo stesso significa: pur con condizioni di costo del denaro assai più vantaggiose che da noi). Vale a dire; anche lì non c’è solo un conflitto tra capitale e lavoro, ma persino tra capitale produttivo e capitale finanziario. Questo mi pare un aspetto debitamente occultato in patria e ancora poco visto all’estero.
    Ma la narrazione della Germania “meritoriamente” egemone si basa proprio sull’assunzione del paese che produce e quindi offre lavoro (ben pagato).

  23. Lombardini il 5 marzo 2013 alle 13:56
  24. malosmannaja il 5 marzo 2013 alle 20:05

    non me ne voglia helena, che pure ha scritto un pezzo interessante e ci offre l’opportunità di confrontarci qui, ma i commenti di Lombardini sono una boccata d’ossigeno. a volte ho l’impressione che tra spettri hitleriani (vedasi questo articolo) o fascisti (vedasi l’attacco alla lombardi dei cinquestelle) a sinistra siamo rimasti sclerotizzati al dopoguerra (vedasi il deprimente recentissimo manifesto dei miei amati wu-ming). la capacità analitica è più o meno la stessa della destra berlusconiana quando paventa l’avvento di comunisti e cosacchi del don.
    : )
    se è vero, da un lato che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, dall’altra il tessuto economico del 1940 sta a quello attuale come un triciclo a una ferrari f138. l’economia ultraliberista, le speculazioni delle grandi banche, derivati, futures, gli stati che per finanziarsi devono mettersi in mano ai mercati, la dittatura monetaria (unica dittatura di cui avere paura e che, guarda un po’, **c’è già** senza bisogno di allucinare totalitarismi a venire) sono le assolute novità che costituiscono l’artiglieria dei grandi capitali privati, mentre i poveri cittadini europei sono la nuova carne da cannone.
    : (((
    altro che fascismo, nazismo o comunismo: trionfa su scala mondiale il banchismo e la sua religione di non-stato, il mercatesimo (ovvero la convinzione che il mercato sia una divinità benevola cui affidarsi e non un semplice strumento).
    signori e signore, qui o ci hanno fatto il lavaggio del cervello oppure l’aria condizionata negli ipermercati ha effetti n’eurotossici.
    : )
    non sono certo i costi della politica il nostro problema (con buona pace di grillo), l’unica vera battaglia da portare avanti è quella per il ripristino di una BANCA DI STATO che possa battere moneta. negli stati uniti già nel 1951 e da noi trent’anni dopo, nel 1981, la politica finanziaria dello stato è stata privatizzata e la banca d’italia da pubblica è diventata privata con l’effetto inevitabile di privatizzare anche gli introiti dei titoli di stato mediante banche private e/o estere. in questo modo sono enormemente favoriti coloro che possono acquistare titoli di stato (mmm… indovina chi) a scapito dello stato e dei contribuenti (noi). non bastasse ancora, con la follia dell’euro e annessa austerity + fiscal compact stiamo distruggendo lo stato sociale e il futuro dei nostri figli. e dov’è schierata la sinistra? al fianco di ciampi, di prodi e di monti? aaaaargh… e non so con che coraggio possiamo poi sparare contro grillo: non fosse stato per i cinque stelle, s’appresserebbe un quadriennio di governo bersani-monti!!!
    l’obiettivo di tutti coloro che hanno a cuore lo stato sociale (quindi, spero, soprattutto la sinistra) e non sono disinformati o intellettualmente in malafede, dovrebbe essere quello di sensibilizzare grillo, casaleggio e i cinque stelle affinché prendano posizione sull’euro e sulla banca di stato. temo che sia più facile convincere loro che il pd…
    diamoci da fare, tutti.

  25. Lombardini il 6 marzo 2013 alle 09:09

    A riprova della politica fallimentare e nociva del governo Monti è il peggioramento del debito, sia in termini relativi del Pil, sia in termini assoluti (http://www.lastampa.it/2012/11/13/economia/debito-pubblico-al-massimo-storico-si-sfiora-quota-duemila-miliardi-Uq10TKEOKz2OcrvBOnwlLJ/pagina.html). E mi direte: ma allora tutti i nostri sforzi (IMU) che fine hanno fatto? I nostri soldi sono andati a finire nel fondo ESM (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-31/dallitalia-quasi-miliardi-capitale-081427.shtml?uuid=Abxq9hGF, pari a un conto da 20 miliardi, ossia quasi l’intero gettito IMU. Questi soldi sono stati girati alla Spagna e ad altri paesi (ovvero alle loro banche) più in crisi di noi che hanno visto, anni addietro, il gonfiarsi di bolle speculative (vi ricordate Zapatero che si vantava del Pil spagnolo, in gran parte ascrivibile al boom dell’edilizia?), che sono poi scoppiate; bolle alimentate dalla finanza del nord europa (in primis la Germania, che avendo un forte surplus deve in qualche modo reinvestirlo, no?), la quale, trovandosi ora nella bratta, usa il sistema Euro per estorcere a noi ciò che lei ha perso con investimenti, diciamo così, poco accorti.

    Noi stiamo pagando i debiti dei debitori della Germania. E ha ragione il qui sopra malosmannaja, che ci richiama a fare di più: dobbiamo comunicare a tutti, conoscenti, amici, nei blog, ovunque, la necessità ormai vitale di uscire dall’area Euro.

  26. helena il 6 marzo 2013 alle 11:27

    @alessandro ansuini,
    In tempi non sospetti, ossia prima che ci provasse Grillo trovandosi la porta sbattuta in faccia, ho pensato: basta lamentarsi e non fare un tubo; che bisognava partire, iscriversi in massa, riappropriarsi del partito.Dopo qualche anno c’è stata un’iniziativa di questo tipo promossa via twitter da alcuni “giovani” del partito che si chiamava, in linea con i tempi nuovi, #OccupyPd.
    Poi, a dover sempre ricostatare che “apertura” è parola non pervenuta nel lessico piddino, è passato lo slancio all’arrembaggio costruttivo.

  27. Lombardini il 6 marzo 2013 alle 12:49

    Dalema (in streaming su Repubblica.it): “c’è spazio per la politica, specialmente in Europa, in cui imporre crescita, federalismo, lavoro… è una supercazzola, praticamente. Mi piacerebbe approfondire il termine “federalismo” ossia, praticamente, trasferimento automatico di denaro da dove c’è a dove non c’è (come avviene in Italia, dal nord al sud o negli US). A parte che, come abbiamo visto, sta avvenendo esattamente il contrario, va’ tu a dire a un tedesco, il quale vede già male il trasferimento di denaro entro la propria repubblica federale tedesca, di trasferire denari a noi del sud.

    • helena il 6 marzo 2013 alle 13:19

      Già l’umore è pessimo e tu mi citi d’Alema…preferisco farmi dire che sono il megafono della Voce del Padrone.

  28. Stefano il 7 marzo 2013 alle 17:50

    Dire che l’ingresso dell’Euro sia una “responsabilità” da ascrivere alla sinistra mi sembra riduttivo e fuorviante. La nascita dell’Unione, e prima ancora della Comunità europea è un processo culturale che ha coinvolto molte forze politiche nell’arco di molti anni. La nascita dell’Euro ha rappresentato un passaggio obbligato di questo processo. Ricordiamo il contesto europeo del dopoguerra e il contesto storico-culurale in cui l’idea di Europa ha acquistato peso e consensi. La nostra vera rovina è il trionfo della finanza sull’economia reale che porta con sé la sperequazione sociale e il disorientamento

  29. Lombardini il 8 marzo 2013 alle 09:35

    A Stefano,

    scusami, ma questa è una supercazzola: “La nostra vera rovina è il trionfo della finanza sull’economia reale che porta con sé la sperequazione sociale e il disorientamento”, nel senso che “per forza di cose” un’area valutaria non ideale, come questa – che ha messo assieme Germania e Portogallo, è destinata a favorire il grosso a svantaggio del piccolo (per i motivi che illustra bene Bagnai qui http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=il+tamonto+dell%27euro), e quest’ultimo prima o poi alza i tacchi se non vuole morire. Quanto alla sinistra e all’Euro, ora anche Fassina comunica a dire la verità (http://www.youtube.com/watch?v=5bCw-bS6KAg), o almeno parti di essa, e vorrei ricordare che una cosa è l’Euro, una cosa è la Ue, altra l’Europa. Non era per forza una scelta obbligata fare l’Euro, tanto che nell’Europa a 27 solo 17 hanno la moneta unica.

  30. Matteo ciucci il 22 marzo 2013 alle 23:20

    Articolo e commenti interessanti. Vediamo come finirà il caos di Cipro, e prepariamoci al seguito della telenovela che si sposterà presto in Slovenia, che da quando ha introdotto l’€ ha qualche problema ad esportare ed è entrata in crisi…

    Buon lavoro,
    Matteo



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