Pierre Drieu La Rochelle. Morte di un delicato.

15 marzo 2013
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di Francesco Filia

Si scrive veramente con l’inchiostro o con il sangue? Che rapporto c’è tra vita e scrittura? Tra esistenza e parola1? Queste domande attraversano l’intera esistenza di Pierre Drieu La Rochelle (13 gennaio 1893 – 15 marzo 1945) fino al suicidio, avvenuto in una casa di campagna, nei pressi di Parigi, alla fine della guerra che lui, collaborazionista, ha interamente percorso dalla parte sbagliata e da cui trae le estreme conseguenze, senza cadere nel melodramma del pentimento. Ma ridurre la fine di Drieu al dato storico sociologico, che pur è presente, di una sconfitta politica, sarebbe non comprendere il cuore del suo percorso artistico e intellettuale. Nella sua opera si agitano e si mostrano, nella loro terribile limpidezza, le questioni che dilaniano la vita di ogni uomo, lo sappia o no. Può essere concepita la vita senza la distruzione? O, meglio, senza l’autodistruzione? Ha senso continuare a vivere oltre la soglia fatidica della giovinezza, sopravviverle? Tradire ciò che si è stati anche solo per un attimo? “Da ragazzo ho giurato a me stesso di rimanere fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola.”2

La figura di Drieu è una delle più affascinanti, non solo della letteratura francese, ma anche di tutto il primo novecento, soprattutto per queste domande definitive e inaggirabili, in cui, il fascino dello scrittore e del dandy ammalato di delicatezza si alimentano l’un l’altro, lasciando sempre un che di irrisolto che fa ritornare a leggerlo nuovamente. Forse Drieu come scrittore è incompiuto, perché avrebbe voluto essere scrittore di un solo libro, il libro perfetto, indelebile, “Rimbaud, Lautréamont. Beati gli uomini dai pochi libri: non hanno avuto il tempo di confessarsi, di addomesticarsi ripetendosi”3. Invece ha continuato a scrivere, a confessarsi4, fino a due giorni prima del suicidio, lasciandoci un ultimo grande testo incompiuto Memorie di Dirk Raspe5, biografia romanzata di Vincent Van Gogh, in cui, nell’affinità con il grande pittore olandese, Drieu coglie il cuore di ogni destino artistico, quello di farsi “divorare dalla visione” dell’irrealtà, ossia, da quell’Oltre immanente a ogni cosa che fonda già da sempre quello che noi, per nostra comodità e stoltezza, chiamiamo realtà. Ma la figura di Drieu pone una domanda ancora più inquietante: che senso dare alla nostra vita quando questa, rapita una volta e per sempre dall’atrocità del vero e del bello, inizia a tradirci? Perché per Drieu la vita è degna solo del suo apice e non della decadenza, che pur le è costitutiva e che lui, come gran parte dei suoi personaggi, attraversa sino in fondo. La vita va vissuta nella sua irripetibile selvatichezza, a questa intuizione e non da altro si deve, forse, far risalire le sue scelte politiche scandalose6. Il dramma di Drieu e di molti dei personaggi dei suoi libri, che non coincidono mai del tutto con l’autore, è segnato da una doppia impossibilità, quella di esistere autenticamente e di arrendersi al quotidiano, o, se resa c’è, è nelle sue forme più abbiette e autolesionistiche, come estremo gesto di rivolta, folle, patetica e disperata, che però non chiede pietà ma ha l’ambizione, attraverso l’ultimo estremo gesto, di lasciare “una macchia indelebile” su chi resta7. Perché quel che conta è solo l’amore, l’ardore dell’esistenza che si sporge oltre se stessa e quando questo slancio vitale si esaurisce, l’amore – e le donne che non si lasciano afferrare, trattenere e anzi sembrano stringere in un assedio che pretende la resa della procreazione – diventa forma vuota, maschera mortuaria e dunque tutto si trasforma in vuoto, in thanatos, in un lento finire che ha solo due vie d’uscita, morire o sopravvivere a se stessi.

Dal confronto tra due opposte possibilità, una richiamante l’altra, nascono pagine tra le più belle dell’intera opera di Drieu, i capitoli di Fuoco fatuo in cui Alain, il protagonista, si confronta, passeggiando per i boulevard di Parigi, con l’amico di un tempo Dubourg, che, a differenza sua, ha accettato il “ritmo elementare della vita”, il caldo rassicurante della quotidianità, simboleggiato dal ventre della moglie che lo accoglie ogni sera nel letto o dall’amore per l’archeologia egizia, amore necrofilo, ma che permette di trovare un interesse per sopravvivere. Dubourg non può salvare Alain, non può distoglierlo dal suo proposito, perché in fondo anche lui sa che sta barando con se stesso (“Dubourg capiva che l’occasione per salvare Alain gli era sfuggita. Si diceva che se fosse veramente sicuro di se stesso, si sarebbe gettato su Alain con brutalità, insultandolo, mettendolo a nudo. Gli avrebbe gridato: ‘Sei mediocre, accetta la tua mediocrità. Rimani a livello che la natura ti ha assegnato. Sei un uomo: per la tua semplice umanità sei, per gli altri, ancora inestimabile'”)8. Alain, con la sua sola presenza, mostra le cose per quel che sono, eppure anche Alain sa che in Dubourg c’è l’altro se stesso deformato; è come se i due vecchi amici guardassero nell’altro se stessi in uno specchio e vedessero la strada non presa. In Alain c’è già il distacco di chi si sente finito, in Dubourg il cruccio di chi sopravvivrà, in entrambi le braci sempre più tiepide di un amore per la vita che non ha più di che alimentarsi.

Del suicidio, il tema dei temi nell’opera e nella vita di Drieu, è fin troppo facile parlarne male, giudicarlo come un atto frutto di una qualsivoglia disperazione, vile o un atto contro Dio, come lo giudicano le religioni, ma invece in esso sono in gioco la libertà e il destino. Drieu coglie un aspetto del gesto estremo che nessun atteggiamento strettamente moraleggiante potrà cogliere. Nella possibilità dell’autodistruzione irrompe la questione del sacro, del patto sancito da ogni uomo per il solo fatto di esser nato. Patto sancito con cosa? Come nominare quella forza che ci fa stare al mondo, come corrispondere all’enigma che siamo? Ecco che nella possibilità ultima che la morte evoca e che il suicidio anticipa, irrompe l’alterità, l’estraneità radicale che, per contrasto, ci riguarda più da vicino, fino a toglierci il fiato, fino a toglierci la vita. Alterità che si fa gesto in noi nella vertigine dell’auto distruzione e in tale gesto è raccolto, per un attimo che si fa soglia irrevocabile, tutto ciò che quel singolo uomo è stato, è e, in maniera tragicamente paradossale, sarà ancora per un istante: altezza e bassezza, autocommiserazione e disprezzo di sé, amore immedicabile per la vita e disgusto dei giorni che si ripetono sempre uguali, lucido delirio autarchico (“La vita non andava abbastanza in fretta per me, io l’accelero. La corda si allentava, io la tendo. Sono un uomo. Sono padrone della mia pelle, lo dimostro.”)9 e estrema consapevolezza dell’impossibilità di bastare a se stessi (“Ma in fondo a te stesso ti credi un delicato. Quanto a me, lo credo, non posso non crederlo. Avrei voluto piacere alla gente, ma mi manca qualcosa. E, in fondo, questo qualcosa mi disgusterebbe.”)10 e, infine, sapere di non poter uscire dalla propria radicale solitudine e che, per un’inezia o per un vizio, per un piacere unico e irripetibile, diventa un percorso verso la perfezione del morire (“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde”)11. La via della bellezza è la via della morte, in questa equazione sembra riecheggiare la sapienza platonica del Simposio, del Fedone e del Fedro. Dove, però, a differenza di Platone, la psicagogia non porta ad una anabasi salvifica, ma ad una catabasi della Disperazione, non ritrovare se stessi, ma perdersi in maniera definitiva nell’indistinto della morte, come unico modo autentico di essere fedeli all’errore che si è, perdersi nel nero abbagliante del nulla ( vorrei rientrare nella notte senza stelle, nella notte senza dei, la notte che non ha mai portato il giorno nel suo seno, che non ha mai aspirato al giorno, che ha mai prodotto il giorno, la notte, immobile, muta, intatta, la notte che non è mai esistita e non esisterà mai. Così sia12. In questo senso il suicidio per Drieu è il rito, nel senso forte del termine, che ci inizia all’enigma dell’esistenza13 e del mondo, al suo fondo buio, a quel qualcosa che si nasconde dietro a ciò che noi nominiamo nulla e che non si dà in altro modo possibile. L’auto-distruzione fino al gesto estremo, non solo e non tanto come un atto di disperazione, quindi, ma come punto d’arrivo di una logica implacabile, compimento della vera Disperazione strutturale che noi siamo, che non si accontenta del rimorso, della tristezza o del melodramma del ‘se avessi’, ma arriva sino allo strappo finale, lì dove si spezza il nesso tra parola pensiero ed essere, dove la parola si ritrae o, al massimo, arriva postuma e dove, se riesce a dire qualcosa di essenziale, non ha la pretesa di salvare ciò che non può essere salvato14.

“Egli è convinto di credere al nulla, pensa di abbandonarsi al nulla, ma sotto questa parola negativa, sotto questa parola approssimativa, sotto questa parola limite c’è qualcosa che gli resta nascosto”15. In questi passaggi, rivelatori del pensiero e del vero sentire di Drieu, sembra quasi delinearsi una filosofia neoplatonica, una teologia negativa, il Mónos di cui parla Plotino a cui si può giungere solamente superando la dualità del divenire in una forma di mistica negativa, nel caso di Drieu non ascendente ma discendente e nichilistica16. Questa deriva consapevole di Drieu è testimoniata dal diario e dall’ultimo suo libro pubblicato in vita, I cani di paglia17 , libro di rara sottigliezza analitica e di una bellezza livida, che prende il titolo da una frase del Daodejing di Laozi posta in epigrafe18, in cui la crudeltà dell’esistenza è connaturata alla condizione umana, che sembra essere un esperimento del destino in mano a forze sconosciute dove ognuno – il collaborazionista, il traditore, il comunista, il gollista – in situazioni limite, come quelle della Francia occupata dai nazisti, fa i conti tragicamente con ciò che è, con il carattere che lo abita, che lo possiede, al di là di ciò che vorrebbe essere, al di là della sua volontà19.

Drieu alla fine dei suoi giorni sente il fascino di un pensiero originario che lo possa liberare dal carcere dell’esistenza e, di volta in volta, questa liberazione si presenta sotto forme diverse, dalla filosofia neoplatonica alla sapienza evangelica, dalla mistica alla teologia negativa, dai Veda all’Upanishad e al Taoismo, vie che però, al di là delle intenzioni dello stesso Drieu, non potranno mai essere abbracciate da lui, letterato fino al midollo20, che ha riversato tutto il suo sangue nell’inchiostro della scrittura, scrittura che non potrà mai contenerlo tutto nonostante il suo amore per la terra, per ogni singolo dettaglio e che, però, alla fine si mostrerà incapace dell’ultima parola che possa dire ciò che parola non è. C’è un’ombra che cade tra la parola e la cosa, è questo il limite disperante di ogni gesto letterario. Drieu quindi è uno scrittore incompiuto non per una sua mancanza soggettiva d’artista, ma perché quel che egli vuole dire si ritrae definitivamente dalla parola, cede il passo a quel che non potrà mai essere nominato. E proprio per la sua radicale alterità e quindi sacralità, più sacro di qualsiasi dio, il nulla o ciò che attraverso esso è, richiede un rito, l’ultimo e il solo, che però non ha il conforto della ripetizione ma l’indicibile vertigine dell’irripetibilità, del mai più, del per sempre21.
L’ek-stasi di un delicato, cioè di colui che coglie l’intima violenza e bellezza dello stare al mondo, in un’epoca senza dèi è il suicidio. Il perdersi oltre la dispersione dell’esistenza, l’uscire fuori di sé nel tutto infinito (“L’infinito crea il finito e rimpiange l’infinito.”)22 ed è al tempo stesso fare i conti per la prima e ultima volta con le cose – attraverso un gesto, questo sì veramente politico – con la muta barriera inscalfibile che le avvolge e che ci avvolge. Fare i conti con la nostra costitutiva sconfitta. “Una pistola è solida, è d’acciaio. È una cosa. Scontrarsi, finalmente, con le cose”. (Pierre Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, cit., p. 115)

 

  1. Questo tema è stato messo a fuoco e affrontato nel saggio “Il sangue e l’inchiostro” di Paul Renard. Nella traduzione italiana in appendice a “Racconto segreto” Pierre Drieu La Rochelle, SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani. Edizione originale Editions Gallimard, 1961. []
  2. Ibid., p.23. []
  3. 4 dicembre 1944, p. 436. Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, Il Mulino 1995. Edizione originale Journal 1939 – 1945, a cura di Julien Hevrier, Editions Gallimard, 1992. []
  4. “La letteratura non è altro che una forma edulcorata di confessione.” Pierre Drieu La Rochelle, Diario di un delicato, SE edizioni, 1998, trad. di Milo De Angelis. Edizione originale Journal d’un délicat, Editions Gallimard, 1963. []
  5. Pierre Drieu La Rochelle, Memorie di Dirk Raspe, trad. di Paolo Bianchi, Edizioni SE, 1996. Edizione originale Mémoires de Dirk Raspe, Editions Gallimard, 1966. []
  6. Per una ricostruzione, se pur parziale delle scelte politiche di Drieu La Rochelle si veda la conversazione di Frédéric Grovier con Louis Aragon in appendice all’edizione italiana di Diario di un delicato, SE edizioni, cit. []
  7. “Io mi uccido perché voi non mi avete amato, perché io non vi ho amato. Mi uccido perché i rapporti erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile.” P. 106. Pierre Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, SE edizioni, 1987, trad. di Donatella Pini, p. 111. Edizione originale Editions Gallimard, 1931. []
  8. Pierre Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, cit., p. 69. []
  9. Ibid., p. 111. []
  10. Ibid., p. 115. []
  11. Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani, p. 23. Edizione originale Editions Gallimard, 1961. []
  12. Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, cit., 17 ottobre 1944, p. 425. []
  13. “Preferivo qualcosa di minuto, di elastico, di delicato. Ecco. Quel coltellino da dessert così appuntito, che penetrava così facilmente nella carne di una pera o di una pesca. Saggiavo la punta con il polpastrello, la saggiavo e la sentivo. La spinsi contro il dito dolcemente, la spinsi più forte. Incomincio a farmi male e allora smisi di premere. Ripresi con più forza, spinto dalla curiosità e dal desiderio. Il dolore diventò diverso, più concentrato, più acuto e una goccia di sangue apparve. Restai a bocca aperta: era dunque possibile.” Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, cit., p. 19. []
  14. A tal proposito si veda il capitolo Adieu a Gonzague su Drieu La Rochelle con la versione poetica del frammento omonimo di Poesia e destino, Milo De Angelis, Cappelli editore, 1982. []
  15. Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, cit., p. 23. []
  16. In questa prospettiva Alain, il protagonista tossicomane di Fuoco fatuo, è il prototipo del tipo umano descritto da Drieu: “I drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano in esse un processo inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla”, Fuoco fatuo, cit., p. 62 []
  17. Pierre Drieu La Rochelle, I cani di paglia, Guanda, Milano, 1982. Traduzione di Maria Pia Tosti Croce. []
  18. “Il cielo e la terra non sono umani o benevoli alla natura degli uomini, essi valutano tutti gli esseri come se fossero cani di paglia da usare nei sacrifici.” []
  19. Si veda a tal proposito un passaggio delle ultimissime pagine scritte da Drieu in vita, le ultime dell’incompiuto Memorie di Dirk Raspe: “ma devo riconoscere che io vedevo l’uomo al di là di ogni civilizzazione, passata o futura che fosse” p. 254. []
  20. “La letteratura è il contrario di una seria disciplina filosofica e religiosa che miri a raggiungere l’ascesi e ad acquistare così la concentrazione su punti via via imprescindibili. La letteratura è ricerca e culto del concreto, del particolare; per altri versi, beninteso, comporta una visione dell’universale, ma di un universale che resti presente e impegnato in tutte le sue parti.” Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, cit., 18 ottobre 1944, p. 427. []
  21. “Io, scrivo sotto l’ombra d’un ponte una frase anonima che nessuno leggerà mai. Ma è una frase detta per sempre. Come per sempre questa piccola maschera di pietra è scolpita in cima alla cattedrale, dove in quattro secoli è stata guardata distrattamente due volte soltanto dagli operai addetti alle riparazioni. Più i dettagli dei miei giorni, delle mie ore, dei miei minuti sono infimi e più mi ci aggrappo; più mi dedico all’effimero e più l’effimero mi distacca… No, mi lega all’eternità che cade nel mio petto goccia a goccia… No, è una goccia sospesa per sempre e che non cade mai”. Pierre Drieu La Rochelle, I cani di paglia, cit. []
  22. Pierre Drieu La Rochelle, Diario di un delicato, cit., p.76. []

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11 Responses to Pierre Drieu La Rochelle. Morte di un delicato.

  1. Mario Pandiani il 15 marzo 2013 alle 11:15

    Il suicidio è sempre una rappresentazione, quella più vicina, quasi identica, alla cosa, all’oggettività, ma è rappresentazione.
    Questo desiderio dell’unicità inviolabile, (forse però più un desiderio di riscatto dai milioni di pensieri e compromessi che hanno meschinamente trascinato avanti una vita), sa sempre un pò di teatro vuoto, drammatica certo, ma un tentativo di scappare con gli ultimi spiccioli di estetica di una cattiva gestione.

    C’è una legge non scritta, tra le tante regole dell’arte del ritratto, si riferisce ai nudi maschili, e riguarda la lunghezza del pene, che non deve essere mai superiore a una misura che si noti, perchè altrimenti entra in conflitto con la fisionomia, il volto non marca più la forza dell’identità del soggetto, che viene invece ricordato per l’attributo virile.
    Questo, da Fidia a Bacon, da Michelangelo a Lucian Freud, vanifica l’arte nel suo sforzo mimetico.

    Il suicidio dell’autore è un po’ un ultimo autoritratto con il fallo in evidenza, in qualche modo vuole tacitare ogni giudizio sulla qualità letteraria del suo lavoro, trasfigurandola, questa fusione di arte e vita, in una dimensione che qui viene definita mistica, rituale, ma che resta un gesto compiuto in solitudine di cui nessuno è testimone dell’ultima paura, dell’ultimo tentennamento e rimpianto, soffocati dall’ambizione all’eternità.
    Non amo letterariamente e umanamente il suicidio, ma se accetto e mi commuovo per l’ultimo atto di una grande disperazione, (forse cercando giustificazione nella demenza pietosa che può dare un grande dolore), detesto invece quello pianificato, lucido come una lapide eterna su cui non si sa più cosa scrivere.

  2. daniele ventre il 15 marzo 2013 alle 13:30

    Non so se l’autoannullamento acuto o cronico (suicidio o vizio autodistruttivo) sia pianificato dall’autore, o non forse dal contesto del suo spazio letterario, che egli percepisce come chiuso. Forse il suicidio dell’autore, di un certo tipo di autore, è un comportamento emergente di una societas letteraria chiusa e sorda, più che una pianificazione dell’autore stesso in quanto soggetto letterario. Allora, forse, certi autori, (Pavese, Drieu la Rochelle, Silvia Plath) hanno questo in comune: un profondo senso di non accettazione, inculcato dall’esterno, di cui si sono de-nutriti, come da una mammella intrisa di veleno. Forse l’autore suicida non è vittima del proprio narcisismo autoriale frustrato: piuttosto compie un suicidio altruistico, nel senso tipico delle shame-cultures. Avendo investito nel linguaggio l’intera sua dimensione esistenziale, la percepisce come vanificata, nel momento in cui la comunità cultural reagisce con l’emarginazione sociale in vita e con la marginalità critica in morte. Determinati giudizi postumi sembrano l’ultimo suggello di questo processo di emarginazione marginalizzatrice. Personalmente non li amo e sarei molto restio ad emetterli.

  3. véronique vergé il 15 marzo 2013 alle 23:20

    Il suicidio dello scrittore accade, viene, quando la scrittura non è più all’altezza della disperazione. Allora la linea di bellezza, la sola chiarezza della parola è scomparsa.

    Rimane un sentimento di vuoto. Perdita assoluta. L’idea di morire non puo scappare nel desiderio di scrivere, rimane dentro e si compie nel gesto.

    Non ho mai letto Drieu de la Rochelle.
    Il suicidio di Virginia Woolf mi è più intimo: l’attrazione dell’acqua come dispersione del dolore di vivere nel sogno, la partenza liquida.

    Scrivere è ripetere la sua propia morte nella proiezione dell’anima, il fragore dell’anima nella parola.

  4. Francesco Filia il 16 marzo 2013 alle 16:19

    @Marco capisco alcune tue perplessità per quel che riguarda il rapporto tra vita e scrittura e quindi tra suicidio e scrittura e il sospetto che ci sia un bluff dietro può starci, anche se non lo estenderei sic et simpliciter alla scrittura e all’esistenza di Drieu.
    @ Daniele condivido in pieno la tua analisi e hai colto un aspetto centrale della questione.
    @ véronique “L’idea di morire non può scappare nel desiderio di scrivere, rimane dentro e si compie nel gesto.” Mi sembra che in questa frase ci sia il cuore di quello che ho cercato di dire.

    Leggo Drieu La Rochelle da vent’anni ormai e la cosa che mi ha spinto a scrivere questo micro saggio è l’ipotesi che in Drieu ci sia un’analisi, letteraria e filosofica, del suicidio (che è presente anche in altri autori, il primo nome che adesso mi viene in mente è quello di Guido Morselli), come idea e come atto, svincolata da quella censura e dal sentimento di condanna con cui se ne è sempre parlato. Drieu ne fa il tema centrale della sua scrittura non per esaltarlo ma per mettere a fuoco che in quel pensiero, in quel gesto, in quella possibilità emerge (senza risolversi) in maniera cristallina l’enigma che l’uomo è per se stesso e che nessuna condanna morale o addomesticamento dottrinario (vedi il suicidio stoico) potrà porre rimedio al vero scandalo che il suicidio è e sarà sempre.

    Ho notato un piccolo refuso nel testo, da imputare a una mia disattenzione, la frase “ritmo elementare della vita” va virgolettata perché è un calco preso dalla nota del curatore e traduttore dell’edizione italiana di “Diario di un delicato”.

    Ringrazio Andrea Raos per il post e per la sua pazienza e Nazione indiana tutta per l’ospitalità.

  5. Mario Pandiani il 17 marzo 2013 alle 14:29

    Non volevo assegnare tutto il peso del suicidio alla frustrazione, (ma vedo che sia Daniele che Francesco lo riconducono in qualche modo all’ostilità dell’ambiente letterario), ma al fatto che percepisco una sproporzione tra letteratura e vita, e neanche volevo mancare di apprezzare l’articolo che rivela un’attenzione e una conoscenza affezionata all’autore, non era una critica ma una riflessione su un tema che tende a diventare, non qui certamente, emozione di consumo.

    Naturalmente le ragioni diventano più evidenti approfondendo l’opera di un autore, e certamente qualcuno, e non ho dubbi che Drieu sia fra questi, ne ha levigato e cesellato tanto a fondo il disegno da farlo accedere a una dignità superiore, ma quello che a me interessa normalmente in letteratura, è quanto questa si intrecci con la vita, cioè quanto un elemento rappresentativo abbia radici nel sangue pulsante, in quegli aspetti che conosciamo solo per contatto, la cui definizione può essere solo a posteriori, e mi sembra invece di rilevare che quello che chiamiamo nichilismo e che credo sia titolo adeguato per Drieu, si diletti più fra le lenzuola della morte che della vita, dunque faccia una scelta a priori sostituendo il termine vitale della pulsazione involontaria con un’altra forma di rappresentazione, quindi un racconto di una figura.
    Cos’altro è infatti la morte agli occhi di un vivo se non un’immagine, o una non immagine, comunque qualcosa che può essere determinato solo figurandoselo in un a priori, oppure facendone esperienza, negando così la possibilità a chiunque altro di accedere alla verifica empirica dell’atto.

    Che questo atto totalmente privato venga chiamato narcisismo, o frustrazione io non l’ho detto, per mia composizione personale ho un senso di mistero che mi impedisce di definire la morte o di giudicarla, forse è la sua glorificazione che non digerisco bene, ma è comunque interessante per me cercare di penetrare questa mistica a rovescio che a partire dai suoi cantori più raffinati tende a pervadere il moderno in modo sempre più capillare, e quindi spogliandosi dell’abito di un’arte, di una disciplina, per assumere quello di un état d’esprit diffuso.

    Un’altra cosa, forse nei tentennamenti a cui facevo allusione, nell’aspetto velleitario cui ho accennato, non è che ci vedessi solo un bluff, ai miei occhi è piuttosto quell’umanità che ancora vive, che anche nello stato di abiezione e infamia, di negoziazione perdente della sopravvivenza, non si arrende alla tirannia estetica del gesto, tanto è assetata di libertà.

    • Francesco Filia il 17 marzo 2013 alle 16:25

      Mario anche dalla tua argomentata e acuta reazione si evince che il tema del suicidio resta un tabù, se non viene accompagnato da una condanna o da una riduzione a fatto privato e, se non lo si fa, l’accusa è quella di farne una “glorificazione”. La rimozione o la condanna di chi lo ha affrontato nelle sua contraddizione fondamentale fa parte di quella immagine della morte come qualcosa di altro che non ci riguarda, il morire è la cosa più umana che c’è ed è dal morire e non dalla morte come mero fatto che discende la possibilità estrema del suicidio.

      • Mario Pandiani il 17 marzo 2013 alle 16:36

        Hai ragione, è un tabù, circondato di un mistero che non so se deve essere razionalizzato.
        Un famoso romanzo distopico, ma non ricordo quale, Soloviev forse, modifica questa percezione senza togliere di fatto l’aspetto misterioso, trasformando il suicidio, l’eutanasia, in un sacramento sociale, un privilegio che il mondo centralizzato concede ai suoi cittadini.

        E’ inevitabile che l’assegnarsi la morte abbia bisogno di un cuscinetto, come possiamo definirlo? irrazionale? sacralizzato? poco importa, in questo contesto, che sia religioso o letterario questo alone, quello che risulta sempre evidente è che il suicidio non rientra nelle normali attività dell’umano, come lo è il morire di morte violenta o di cause naturali.
        Ognuno poi è libero di attribuire una valenza positiva o negativa a questo fatto, ma è evidente come non possa essere sdoganato come: “naturalmente umano”, non credi?

        • Francesco Filia il 17 marzo 2013 alle 16:45

          “naturalmente” riferito all’umano è un ossimoro (che io non ho usato) :)

          • Mario Pandiani il 18 marzo 2013 alle 20:17

            Sei un vero nichilista :))

  6. Franzecke il 18 marzo 2013 alle 11:52

    Senza dubbio tout se tient, però mi viene anche da pensare, magari ingenuamente, che non ho granché bisogno di collaborazionisti che si suicidano.
    Il nichilismo come pratica, scaturita dalla pietà e dall’amore disperato per il prossimo-incurabile, ecco, questo sì mi pare degno di interesse.
    Però bello, approfondirò, grazie.

    Un saluto.

  7. Marco Pagella il 24 marzo 2013 alle 11:31

    In realtà il vero ” fallito ” é Dubourg, che ha scelto di sopravvivere coltivando una scienza necrofila e conformandosi ad una vita piccolo borghese .
    Solo Alain é un vero combattente .



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