Fare il (info) punto dell’Expo

1 aprile 2013
Pubblicato da

infopoint expo

di Gianni Biondillo

Ricordo ancora con vergogna, da studente d’architettura, quando portai quella che all’epoca era la mia fidanzata – e che oggi insiste a volermi ancora bene al punto d’avermi addirittura spostato -, a vedere l’esposizione dei progetti del concorso per il riordino di Piazza Fontana. Parlo, per capirci, di circa un quarto di secolo fa. Di tavola in tavola, di prospettiva in prospettiva (i rendering computerizzati erano ancora lungi dall’irrompere nell’immaginario disciplinare), mi sentivo sempre più imbarazzato. Ero lì in teoria per spiegare alla ragazza che amavo perché volevo fare l’architetto nella vita, ma più guardavo assieme a lei quelle ipotesi strampalate, effimere, spesso di pessimo gusto – se non addirittura irrimediabilmente trash – e più mi mancava l’aria, per l’incapacità che avevo di giustificarle tanto inutile spreco di tempo prezioso.

Fortunatamente apparve d’incanto la soluzione capitanata da Gino Pollini. La più logica, la più semplice e, oggettivamente, la più bella, ad evitare l’onta dello sberleffo imperituro da parte della mia futura moglie. Fortunatamente, insomma, la disciplina era salva. (i casi della vita vollero che poi, pochi anni dopo, mi ritrovai a lavorare proprio presso quello studio, dove convertì molte di quelle tavole disegnate a mano in modelli tridimensionali al computer.)

Non è un paese di concorsi d’architettura il nostro. Non ne abbiamo la tradizione, quella che ha cambiato le sorti della disciplina in molti paesi europei. Anche per questo il fatto stesso che Expo abbia deciso di affidare l’incarico del progetto dell’InfoPoint ad un professionista dopo un concorso è già di suo una notizia. Positiva, se si guarda il bicchiere mezzo pieno: è una attitudine, questa, che dimostra una sensibilità desueta nelle nostre città, che ci si augura non resti isolata. Un modo, forse, di attuare un’etica di impresa che non miri solo all’inciucio (o al massimo profitto).

È un peccato, ovvio, questa disabitudine al protocollo concorsuale: le competizioni architettoniche sono da sempre un laboratorio di ricerca tipologica, formale, tecnologica. Luoghi della ricerca, dell’innovazione, dove le logiche economiche lasciano spazio anche al pensiero critico. Molta della storia della nostra disciplina passa da concorsi che hanno fatto epoca. Spesso, in Italia, perduti o mai realizzati.

Ma il concorso porta con se anche un rischio. Quello, appunto, di ritrovarci fra le mani progetti di pessimo o nullo valore da giudicare. Robaccia, rumore, ronzio di fondo, scarti. Sembra quasi che la formula concorsuale piuttosto che stimolare il pensiero critico di un progettista vellichi la sua creatività puerile, egoriferita, ridicola. Se poi ci aggiungiamo il fatto che, nel caso dell’Infopoint,  si tratta di ideare una architettura “a tempo”, nato per essere smontato finita l’esposizione, a guardare le prime immagini sul web del concorso appena concluso ho la netta sensazione che grazie a Dio l’abbiamo scampata anche stavolta. Proprio come un quarto di secolo fa, l’ideale coppietta di giovani innamorati, un architetto imberbe e una ragazzina disinteressata alla disciplina, che dovesse scorrere le immagini reperibili in rete (eccoli i rendering del nostro immaginario!) rivivrebbe quella stessa sensazione di imbarazzo mista a frustrazione. Quanta robaccia, quanto inutile spreco di pensiero! Quale occasione perduta dove poter fare un collettivo ragionamento critico sul tema. No, solo padiglioni precari, effimeri, indifferenti al contesto, formalmente vecchi, stanchi, installazioni da fiera di provincia, spesso a firma di nomi “eccellenti”, quasi non ci credessero neppure loro, presi da altri e più fruttuosi impegni professionali.

Non so bene quali siano stati i requisiti della selezione dei progettisti. D’istinto, avessi avuto in mano io il boccino, avrei preteso un limite d’età. Non per giovanilismo di maniera, ma per dare una occasione autentica ai nuovi talenti che in questa Italia non possono esprimersi. Però, sia ben chiaro, questa scelta non avrebbe reso il risultato migliore: l’autoreferenzialità è il difetto nel manico del progettista nazionale, qualunque sia la sua età anagrafica.

Anche per questo ammiro il lavoro di scrematura fatto dai componenti della giuria. Giuria, per inciso, sulla quale forse due cose dovremmo pur dirle: va bene coinvolgere la società civile, le autorità, le istituzioni, etc. ma se su sette esponenti solo due appartengono in senso stretto al campo disciplinare è come indire un concorso letterario dove i giurati fanno nella vita di tutto, dal chirurgo al notaio, tranne che praticare la critica letteraria o la scrittura poetica. Assai curioso, no?

Eppure, anche stavolta, a discapito di ciò che ho appena scritto, c’è andata bene. La giuria s’è comportata con ragionevolezza, ha scelto non semplicemente “il meno peggio” (opzione fra le più deprimenti) ma davvero un progetto bello, interessante, sul quale poterci spendere parole, pensiero, teoria. Quelli che Alessandro Scandurra – il vincitore – sembra abbia speso quando s’è impegnato a risolvere un tema difficile in uno spazio irrisolto quale quello di largo Beltrami, che è contornato da quinte edilizie di alta qualità ma che è sempre stato nei decenni illogicamente utilizzato come un parcheggio di autobus o di taxi. Un vuoto nel cuore della città annichilito dall’incapacità pubblica di trasformarlo in uno spazio collettivo.

Chissà se l’architettura “effimera” di Scandurra (eppure così rigorosa in questo progetto, così rispettosa dei tracciati storici), almeno nel periodo che sarà corpo edilizio e non solo rendering, saprà stimolare un nuovo utilizzo di quell’area…

Ora però chiediamoci di quali contenuti quei traslucidi contenitori verranno riempiti. È ora di dare peso a questa manifestazione che ad oggi è stata raccontata solo per polemiche giornalistiche e mai per i temi messi in gioco. Lo ammetto non invidio la posizione di Giuseppe Sala, l’amministrazione delegato di Expo. È quello che, più di tutti, ci sta mettendo la faccia. E le facce in Italia si tende a prenderle a schiaffi e sputi. Ogni occasione è buona per la critica distruttiva. “Muoia Sansone con tutti i filistei”, è il motto dell’intellettuale italiano. “Tanto peggio, tanto meglio”. Speriamo invece non sia così. Se Sala saprà dimostrarsi coriaceo come sembra, in questo momento di crisi globale forse qualcosa di buono per la città riusciamo comunque a portarlo a casa. La scelta del progetto di Scandurra mi sembra già un buon viatico.

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2 Responses to Fare il (info) punto dell’Expo

  1. francesco forlani il 1 aprile 2013 alle 11:21

    Caro Gianni
    ho letto con attenzione il tuo articolo e devo dire che ne condivido lo spirito con cui lo hai scritto e alcune, non tutte, tue osservazioni. Per chiarirti il mio pensiero partirei dal “refuso” – i francesi li chiamano più graziosamente coquilles- che c’è nelle prime righe, quando scrivi ” e che oggi insiste a volermi ancora bene al punto d’avermi addirittura spostato . “Spostato” invece di sposato, immagino. Appunto, come si sa si sposano non solo uomini e donne che, si spera, si amano, ma anche un’idea, un progetto, un’opera. Cosa accade allora quando si spostano dei paradigmi dal campo puramente estetico a quello più brutalmente pratico ed economico?
    Leggo in rete che le modalità del concorso messo in opera erano queste:
    “Al concorso sono invitate direttamente a partecipare ben 48 realtà del settore, su incarico di Expo 2015 SpA. I requisiti del progetto sono scritti, nero su bianco, in modo inequivocabile: l’infopoint dovrà essere una struttura temporanea, realizzabile in 4 mesi entro la data ultima del 30 novembre 2013 e con un budget di 3,5 milioni di euro IVA e spese tecniche escluse.”
    e per quanto riguarda la commissione:
    “Di primissimo livello, poi, il panel della giuria selezionata: da Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano, ad Alberto Artioli (Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici), dal Direttore del Corsera Ferruccio de Bortoli allo stilista Elio Fiorucci, passando per l’architetto Vittorio Gregotti e Daniela Volpi, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Milano. Un posto in giuria, inevitabilmente, anche per il padrone di casa Giuseppe Sala, Amministratore Delegato di Expo 2015 S.p.A.”

    l’infopoint di tali notizie è stato l'”autorevole” sito Dagospia.http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/lexpo-che-non-tira-snobbato-il-concorso-per-la-creazione-dellinfopoint-53269.htm

    Dove la domanda che si fa l’estensore del post è sostanzialmente, come mai su 48 studi invitati solo una ventina ha risposto all’appello.
    Questa è la prima domanda che vorrei rivolgere all’architetto Biondillo.
    La seconda domanda è perché non sia stato scelto il progetto di Italo Rota, sono un suo fan sfegatato da quando ebbi modo di collaborare con lui durante le olimpiadi invernali di Torino, e che secondo me, da quanto ho potuto vedere nella galleria da te linkata, aveva proposto qualcosa davvero nello spirito della manifestazione.
    Insomma, partirei da questo tuo Post per SPostare l’attenzione su due tre questioni che meriterebbero un’analisi approfondita.
    1- cosa ha scoraggiato più della metà degli studi partecipanti?
    2- la tempistica e il finanziamento proposti sono ragionevoli dal punto di vista “architettonico”?
    3- Perché, come si evince dal tuo articolo, una giuria di addetti ai lavori dovrebbe ça va sans dire garantire la migliore delle scelte possibili?
    4- I concorsi per questo genere di opere sono sempre ad invito, ovvero con chiamata a concorso? Domanda da non addetto.
    effeffe

  2. gianni biondillo il 2 aprile 2013 alle 01:50

    Francesco,
    (bellissimo il lapsus, quasi quasi non lo correggo, lo lascio così).
    Rispondo celere:
    1) non ne ho idea, sinceramente. Non ho seguito al cosa, non conosco i retroscena. Forse altri non se la sentivano di impegnarsi in un cantiere rognoso (dati i tempi irregimentati). Temi così, nel cuore di un tracciato storico ben definito e simbolicamente forte, sono delicati da risolvere. Forse molti hanno preferito evitare di infognarsi in polemiche infinite.
    2) Sì. Fattibilissimo. (almeno nel resto del mondo occidentale! Qui siamo pur sempre in Ytalia). Secondo me, anzi, spenderanno anche meno.
    3) L’unico progettista è Gregotti. la Volpi è in giuria come presidente dell’Ordine di Milano. Io lo trovo assai curioso. A meno che tu trovi ovvio che un concorso d’arte o in uno di poesia o narrativa a giudicare siano chirurghi, aviatori e macellai, nel nome della sensibilità innata nei confronti del bello che ognuno di noi ha. A che servono scultori, pittori, critici, poeti, etc. Che ne sanno loro del tema proposto? Se queste sono le ragioni (ma lo troverei assurdo) sarebbe deprimente per l’idea che si ha della disciplina. Certo, l’architettura è una attività innegabilmente sociale, legata al contesto. ma questo non significa che chi la deve giudicare non debba avere un corretto armamentario per farlo. Bastava equilibrare i pesi.
    4) E’ una modalità. Non l’unica. Io, come dico nel pezzo, ne avrei scelto un’altra. ma non significa che sarebbe stata “migliore”.

    Su Rota, che reputo intellettuale raffinato con fenomenale sensibilità artistica, posso dirti che qui, non ostante il bel padiglione, credo abbia troppo concentrato sulla forma la sua attenzione, dimenticando il contesto. Che poi è stata la forza del progetto di Scandurra.



indiani