note book : Roberto Saviano

26 aprile 2013
Pubblicato da

rob

da Zero Zero Zero
di
Roberto Saviano1

La ferocia si apprende

Mi chiedo da anni a che cosa serva occuparsi di morti e sparatorie. Tutto questo vale la pena? Per quale ragione? Ti chiameranno per qualche consulenza? Terrai un corso di sei settimane in qualche università, meglio se prestigiosa? Ti lancerai nella battaglia contro il male, credendoti il bene? Ti daranno lo scettro di eroe per qualche mese? Guadagnerai se qualcuno leggerà le tue parole? Ti odieranno quelli che le hanno dette prima di te, ignorati? Ti odieranno quelli che non le hanno dette, quelle parole, o le hanno dette male? A volte credo sia un’ossessione. A volte mi convinco che in queste storie si misura la verità. Questo, forse, è il segreto. Non segreto per qualcuno. Segreto per me. Nascosto a me stesso. Tenuto in disparte nelle mie parole pubbliche. Seguire i percorsi del narcotraffico e del riciclaggio ti fa sentire in grado di misurare la verità delle cose. Capire i destini di un’elezione politica, la caduta di un governo. Ascoltare le parole ufficiali inizia a non bastare. Mentre il mondo ha una direzione ben precisa, tutto sembra invece concentrarsi su qualcosa di diverso, magari di banale, di superficiale. La dichiarazione di un ministro, un evento minuscolo, il gossip. Ma a decidere di ogni cosa è altro. Questo istinto è alla base di tutte le scelte romantiche. Il giornalista, il narratore, il regista vorrebbero raccontare com’è il mondo, com’è veramente. Dire ai loro lettori, ai loro spettatori: non è come pensavi, ecco com’è. Non è come credevi, adesso ti apro io la ferita da cui puoi sbirciare la verità ultima. Ma nessuno ci riesce mai completamente. Il rischio è credere che la realtà, quella vera, quella pulsante, quella determinante, sia completamente nascosta. Se inciampi e ci caschi, inizi a credere che tutto sia cospirazione, riunioni segrete, logge e spie. Che qualsiasi cosa non sia mai accaduta come sembra. Questa è l’idiozia tipica di chi racconta. È l’inizio della miopia di un occhio che si ritiene incontaminato: far quadrare il cerchio del mondo nelle tue interpretazioni. Ma non è così semplice. La complessità sta proprio nel non credere che tutto sia nascosto o deciso in stanze segrete. Il mondo è più interessante di una cospirazione tra servizi di intelligence e sette. Il potere criminale è una mistura di regole, sospetto, potere pubblico, comunicazione, ferocia, diplomazia. Studiarlo è come interpretare testi, come diventare entomologo.

Eppure, nonostante tutti i miei sforzi, non mi è chiaro perché si decida di occuparsi di queste storie. Soldi? Fama? Gradi? Carriera? Tutto infinitamente meno rispetto al prezzo da pagare, al rischio e all’insopportabile mormorio che accompagnerà i tuoi passi, ovunque tu vada. Quando riuscirai a raccontare, quando capirai come rendere accattivante il racconto, quando saprai esattamente dosare stile e verità, quando le tue parole usciranno dal tuo torace, dalla tua bocca e avranno un suono, tu sarai il primo a provarne fastidio. Sarai tu il primo a odiarti, con tutto te stesso. E non sarai l’unico. Ti odierà persino chi ti ascolta, cioè chi sceglie di farlo senza alcuna costrizione, perché gli mostri questo schifo. Perché si sentirà sempre messo dinanzi a uno specchio: perché io non l’ho fatto? Perché non l’ho detto? Perché non l’ho capito? Il dolore si fa acuto e l’animale ferito spesso attacca: è lui che mente, lo fa per depistare, per corruzione, per fama, per soldi. Raccontare il potere criminale ti permette di sfogliare come libri palazzi, parlamenti, persone. Prendi un palazzo di cemento e lo immagini come costruito da migliaia di pagine, e più puoi sfogliare quelle pagine più puoi leggere quanti chili di coca, quante tangenti, quanto lavoro nero ci sono in quella struttura. Immagina di poter fare così con tutto ciò che vedi. Immagina di poter sfogliare qualunque cosa sia intorno a te. A quel punto potrai capire molto,ma arriverà un momento in cui vorrai tenere chiusi tutti i libri. In cui non ne potrai più di sfogliare le cose.
zero

Puoi pensare che occuparti di tutto questo sia un modo per redimere il mondo. Ristabilire la giustizia. E magari in parte è così. Ma forse, e soprattutto in questo caso, devi anche accettare il peso di essere un piccolo supereroe senza uno straccio di potere. Di essere in fondo un patetico essere umano che ha sovrastimato le sue forze solo perché non si era mai imbattuto nel loro limite. La parola ti dà una forza assai superiore a quella che il tuo corpo e la tua vita possono contenere. Ma la verità, ovviamente la mia verità, è che c’è solo un motivo per cui decidi di star dentro a queste storie di mala e trafficanti, di imprenditoria criminale e stragi. Fuggire ogni consolazione. Decretare l’inesistenza assoluta di qualsiasi balsamo per la vita. Sapere che quello che saprai non ti farà stare meglio. Eppure cerchi continuamente di saperlo. E quando lo sai inizi a sviluppare un disprezzo per le cose. E per cose intendo proprio le cose, la roba. Vieni a sapere immediatamente come vengono fatte le cose, qual è la loro origine, come vanno a finire.
E anche se stai male ti convinci che questo mondo puoi capirlo davvero solo se a queste storie decidi di star dentro. Puoi essere un divulgatore, un cronista, un magistrato, un poliziotto, un giudice, un prete, un operatore sociale, un maestro, un militante antimafia, uno scrittore. Puoi saper far bene il tuo mestiere, ma questo non significa necessariamente che tu per vocazione, nella tua vita, voglia star dentro a queste vicende. Dentro significa che ti consumano, che ti animano, che bacano ogni cosa del tuo quotidiano. Dentro significa che hai nella testa le mappe delle città con i cantieri, le piazze dello spaccio, i luoghi dove si sono siglati patti e dove sono avvenuti omicidi eccellenti. Non ci sei dentro solo perché stai in strada o ti infiltri come Joe Pistone per sei anni in un clan. Ci stai dentro perché sono il senso del tuo stare al mondo. E da anni ho deciso di starci dentro. Non solo perché sono cresciuto in un territorio dove tutto era deciso dai clan, non solo perché ho visto morire chi si era opposto al loro potere, non solo perché la diffamazione scioglie nelle persone qualsiasi desiderio di opporsi al potere criminale. Stare dentro ai traffici della polvere è l’unica prospettiva che mi abbia permesso di capire le cose fino in fondo. Guardare la debolezza umana, la fisiologia del potere, la fragilità dei rapporti, l’inconsistenza dei legami, la forza immane del danaro e della ferocia. L’assoluta impotenza di tutti gli insegnamenti volti alla bellezza e alla giustizia di cui mi sono nutrito. Mi sono accorto che la coca era il perno attorno a cui ruotava tutto. La ferita aveva un nome solo. Cocaina. La mappa del mondo si tracciava sì con il petrolio, quello nero, quello di cui siamo abituati a parlare, ma anche con il petrolio bianco, come lo chiamano i boss nigeriani. La mappa del mondo si costruisce sul carburante, quello dei motori e quello dei corpi. Il carburante dei motori è il petrolio, il carburante dei corpi è la coca.

  1. Appena ho finito di leggere il suo ultimo libro, ho chiesto a Roberto Saviano di poter pubblicare per i lettori di NI un passaggio tutt’altro che breve di questa nuova e avvincente narrazione. Ringrazio Roberto per aver accettato il mio invito e Sonia Folin, della Giangiacomo Feltrinelli Editore, per avermi inviato il materiale in formato elettronico effeffe []

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44 Responses to note book : Roberto Saviano

  1. Federica il 26 aprile 2013 alle 08:50

    bel pezzo! sono curiosa di leggere il libro…

  2. Canallegri il 26 aprile 2013 alle 10:16

    Certo che scrive davvero una chiavica Saviano. È un grande

  3. francesco forlani il 26 aprile 2013 alle 10:48

    e tu pensa soltanto a cosa succederebbe se scrivesse bene! effeffe

  4. diamonds il 26 aprile 2013 alle 11:08

    estrarre fili di luce dall’oscurità può contrastare l’atroce verità,e magari riscattarla,che Alessandro Magno pensò di aver scovato a fine corsa(“ho vissuto tutto.niente vale la pena”)

    http://www.youtube.com/watch?v=aa6JVXBPKg4

  5. Canallegri il 26 aprile 2013 alle 11:17

    effeeffe vuoi mettere come scrive lui con come scrivi tu scusa? non c’è paragone

    • Canallegri il 26 aprile 2013 alle 11:18

      nel senso che vinci tu of course

      • francesco forlani il 26 aprile 2013 alle 15:23

        più chiavica io sicuramente effeffe

  6. opi0 il 26 aprile 2013 alle 11:51

    bisogna vedere che cosa si scrive, non come si scrive, finalmente. anzi bisogna vedere come si vive e non come si sopravvive. e poi saviano non scrive peggio di tanti scrittori sciocchini che vanno per la maggiore.

  7. Dinamo Seligneri il 26 aprile 2013 alle 12:07

    Canallegri mi ha tolto il complimento di bocca (lo possino benedillo!), stavo per dire pure io la stessa cosa a Forlani, che però a sto punto non vorrei s’offendesse ché lo sa pure lui che scrivere meglio di Saviano è un attimo. Quindi mi voglio spigne più in là, mi voglio rovinare: Forlani non solo scrive meglio di Saviano che è un attimo ma cosa assai più importante pensa sà quant sà quant meglio di Saviano (che anche qui non ci vuol molto ma, Forlà, come si dice? per oggi prendi e porta a casa… e non arrossire a peperone, che ti piaccia o no, è la verità, non quella di Saviano o del Fq, non sia mai che ci danno dei blasfemi, è la verità mia, e forse di Canallegri… detta col cuore, ché non ti s’è regalato niente, veramente)…

  8. gianni biondillo il 26 aprile 2013 alle 12:40

    Non comprendo il senso di questa bizantina contrapposizione (e comunque imbarazzante per l’ospite e l’ospitante) fra la scrittura di due amici scrittori. Parliamo del testo di Roberto, se è possibile.

  9. Dinamo Seligneri il 26 aprile 2013 alle 13:44

    Biondillo, lo so che l’umorismo non lo apprezzi, ma io non stavo parlando di chi cucina meglio il risotto ai frutti di mare, stavo a parlare di testi.
    Saviano in questo estratto come nelle sue altre performance mi sembra sostanzialmente sempre lì e non lo dico contro la persona ma contro la sua visione poetica: per me Saviano scrive male e pensa peggio, ma è giovane, gli auguro di fare libri più belli, o tutt’al più meno scomodi….

  10. véronique vergé il 26 aprile 2013 alle 13:59

    Caro Effeffe, ti ringrazio per avere dato spazio al magnifico libro Zerozerozero. Libro che apre la porta al dolore e alla solitudine.

    Solitudine dello scrittore e del lettore. Solitudine in un mondo crudele. Il mondo del narcotraffico. Ogni parola fa viaggio nella tua mente, raggiunge la parte d’ombra.

    La più grande domanda nel libro è: perché scrivere? Perché fare sacrificio della felicità in nomine della ricerca della verità?

    Una domanda che va al di là della simplice via dello scrittore: rinunciare alla vità quotidiana per scrivere fino a l’ossessione.

    Il capitolo dedicato a Napoli mi ha stretto il cuore, come quello che risuscita giornalisti: Christian Poveda o Bladimir Antuna Garcìa.

    Via dedicata alla verità, vita affondata nell’ombra, già dimenticata. Vita di scrittore fantasma. Vita finita con il metallo contro la testa. Vita dove la morte si annega nella solitudine di un fiume.

    Un grido che raggiunge il lettore.

  11. francesco forlani il 26 aprile 2013 alle 15:35

    è imbarazzante, questa strana vicenda dei commenti e soprattutto non capisco perché venga fuori ‘sta cosa da letture comparate. Detto questo io non credo che esista il saper scrivere, non me ne voglia Gianni; quel che è importante, secondo me, è che quando si ha una storia da raccontare per quella esista soltanto una voce in grado di farlo. E per voce intendo non solamente lo stile ma anche l’energia che lo porta. Gomorra prima e Zero Zero Zero confortano questa mia tesi. Per il resto, del panorama generale italico vedo per la maggior parte dei casi voci e storie che non si corrispondono. Che si tratti di poesia o di narrativa ci sono da una parte compositori, come Roberto in grado di scrivere, permettete il francesismo, vere e proprie “partizioni”, musica e testo, dell’opera e dall’altra parolieri, buoni quanto si vuole ma spesso distanti dalla musica (dalla storia) che dovrebbero o vorrebbero raccontare. In genere ai primi, non si commissionano i contenuti dei libri,e questa libertà si sente effeffe

  12. Es il 26 aprile 2013 alle 17:22

    paragoni inutili anche perché i termini di paragone non operano sullo stesso piano per senso, stile, obiettivo e fine.
    Saviano scrive storie utili e necessarie, magari scomode e poco letterarie, ma ben vengano.
    Forlani fa letteratura, saltando e rimescolando generi, sensi, idiomi; è tanto bravo da performare se stesso, va oltre il reale e l’utile del testo, è lui stesso il testo. e ben venga.
    detto questo, approfitto per dire che io a Saviano rimprovero solo un silenzio, ma questo è un taglio emotivo e personale che mi porto dentro col ricordo di Vittorio.
    Per il resto ce ne fossero di Saviano, come – appunto – di Vittorio stesso.

  13. véronique vergé il 26 aprile 2013 alle 18:21

    ” Poco letterarie”; non lo credo.

    Roberto Saviano scrive in una lingua adeguata alla realtà.

    Fatta su misura.

    Non fa letteratura, lo scrive nelle ultime pagine di Zerozerozero. Cerca il punto giusto.

    E’dentro la letteratura. La vive.

    Zerozerozero appartiene alla letteratura. Riflette sulla posizione dello scrittore. Non cade nella trappola dello stile sottolineato.

    Lo stile è diverso secondo la natura della scrittura. Scrittura scarsa, barocca, solare, notturna, ironica, poetica.

    Uno scrittore si riconosce alla sua voce, al suo canto.

    Posso riconoscere la voce di Roberto Saviano, il suo grido, il suo allucco in ogni pagina dei suoi libri.

    • Es il 26 aprile 2013 alle 18:27

      ma certo che appartiene alla letteratura, non ho detto il contrario, rende “utile” la letteratura, la vive quindi.
      intendevo proprio questo e non era un’offesa, anzi un complimento.

  14. Dreiser il 26 aprile 2013 alle 19:29

    “La parola ti dà una forza assai superiore a quella che il tuo corpo e la tua vita possono contenere”.

    Ma allora Saviano è davvero uno Jedi! Wow!

    Rabbia, paura, violenza: sono loro il lato oscuro. Veloci ti raggiungono quando combatti. Se anche una sola volta il sentiero oscuro intraprendi, per sempre esso dominerà il tuo destino. Consumerà te come consumò l’apprendista di Obi-Wan. »
    (Yoda) (Da Wikipedia)

    Dreiser Cazzaniga

  15. opi0 il 26 aprile 2013 alle 22:18

    nella scrittura di saviano c’è uno sforzo evidente, una ricerca che non è soltanto estetica, ma che tenta di raggiungere i noccioli di verità che hanno conformazioni frattaliche. se sia un grande scrittore non lo so. so che quello che scrive serve.

  16. lorenzo carlucci il 26 aprile 2013 alle 22:38

    “L’assoluta impotenza di tutti gli insegnamenti volti alla bellezza e alla giustizia di cui mi sono nutrito.”

    mah… sarà…?

    “Il carburante dei motori è il petrolio, il carburante dei corpi è la coca.”

    già… in effetti sembra un po’ una “ossessione”, come dice l’autore, nel senso che ciò di cui si parla e si scrive diventa per essere (e deve essere per il lettore) il centro del mondo, l’unica cosa che conta, “la verità”. altrimenti non vale la pena.

    atteggiamento un po’ fastidioso per i miei gusti, ma anche un po’ pericoloso,
    io credo.

    ciao,
    lorenzo

    • Guido Caserza il 27 aprile 2013 alle 16:53

      La questione, a mio parere, è questa. E’ probabilmente un’ossessione; accade però in letteratura (quella di Saviano è letteratura) che un’ossessione diventa allegoria: è lo sguardo paranoico (non del paranoico) che trasforma il particolare in visione del mondo, come succede in Kafka e in certo Nove, ovvero, in altri termini, la metafora presa alla lettera. Accade così in Saviano? Credo che la questione sia questa, ed è una questione che riguarda lo stile. A mio avviso, non accade così in Saviano; per questo motivo può derivarne quel senso di fastidio di cui parla Carlucci.

      • lorenzo carlucci il 27 aprile 2013 alle 19:04

        chiaramente se parlando di un testo letterario lo si qualifica come espressione di un'”ossessione” si sottintende che non lo si riconosce sorretto da uno stile (o altro, ché stile è veramente un termine vago) che lo giustifichi.

        non ho mai letto un romanzo di saviano (non che me ne vanti) e confesso la mia esperienza di lettore: sono andato oltre alle prime tre o quattro righe del testo qui sopra soltanto perché sapevo che l’autore era saviano e dicendomi “vediamo un po'”.

        mi chiedo in effetti di quale natura sia l’aggiunta autoriale in questo caso, se volessimo paragonarlo a un’inchiesta giornalistica o magari giudiziaria sul traffico di stupefacenti.

        le difese qui sopra della qualità letteraria sono – mi pare – del tipo: (1) è una scrittura adeguata al suo oggetto, e (2) tocca temi importanti ed attuali. quindi direi, una difesa di stampo… “naturalistico”? voi che avete letto di più (del saviano) saprete senz’altro dirci se è così, se siamo davanti a un grande romanziere naturalista. oppure se, come suggeriscono i detrattori, (1) e (2) sono usate per giustificare delle carenze complementari, compensandosi l’una con l’altra.

        ciao,
        lorenzo

        • Guido Caserza il 27 aprile 2013 alle 19:50

          Penso che un testo letterario possa essere l’espressione di un’ossessione ed essere compiuto stilisticamente. Per l’appunto, è il caso di kafka, che trasforma l’ossessione in allegoria (la tecnica della metafora presa alla lettera); questo è ciò che non avviene in Saviano, per il quale non è comunque il caso di stare a discutere se si tratti di ossessione. L’equivoco – se sia romanzo o meno, ovvero narrativa – dopotutto deriva dalla tendenza mainstream editoriale di etichettare come narrativa generi diversi, ovviamente per questioni di marketing (il che, dal punto di vista imprenditoriale, ha un senso). D’altra parte la tradizione a cui si rifa è quella di Capote, ovvero quella del romanzo verità

  17. diamonds il 27 aprile 2013 alle 12:33

    sembra di stare a Beirut fuori stagione

    http://www.youtube.com/watch?v=AL5UkYbaFpQ

  18. Dreiser il 27 aprile 2013 alle 19:32

    “La mappa del mondo si costruisce sul carburante, quello dei motori e quello dei corpi. Il carburante dei motori è il petrolio, il carburante dei corpi è la coca.”

    Ma cosa vuol dire una frase come questa? Sembra voler imporre una comparazione tra corpo e motore che dal punt di vista logico è assurda e che anche da quello poetico è inerte. Lo avea già fatto il funesto Marinetti e il carattere necrofilo era pori apparso evidente (Fromm scrisse sulla natura necrofila della comparazione tra motore e corpo pagine illuminanti).
    Certo qui la comparazione vuole suscitare un’altra reazione, per certi versi opposta a quella marinettiana, tuttavia questo accostamento tra corpo e motore, con questa enfasi è lo stesso greve, triste, un po’ torbido e non apre neppure una prospettiva euristica perché, insomma risulta evidente che il petrolio produce energia e lavoro, la cocaina, nei corpi non ha effetti direttamente termodinamici. E queste frasi nel testo e nello “stile” di Saviano sono davvero frequenti, non si tratta di sviste ma di scelte, purtroppo.

    D.C.

  19. véronique vergé il 27 aprile 2013 alle 20:40

    Siamo di fronte a un romanzo orizzonte, fatto di confini tra romanzo, racconto, indagine, ritratti.

    Solo un romanzo possiede vastità.

    Roberto Saviano scrive nella tradizione realistica. Evoca nel suo libro Emile Zola, Varlam Salamov.
    Sono mille presenze che fanno compagnia nella scrittura. Mi fa pensare a Truman Capote, Tolstoi nella capacità di tradurre una visione acuta, crudele.

    Il ritmo scandice l’ossessione. La velocità e l’energia fino a affondare nello specchio.
    Lo specchio dello scrittore. Vale la pena di scrivere? Che accade del potere delle parole dopo la morte? Questa domanda nutre il ritratto che Roberto Saviano fa di Christian Poveda.

    In realtà non c’è lotta tra il giornalista e lo scrittore. La voce unisce le due parte in una sola esigenza: verità e stile.

    • Guido Caserza il 28 aprile 2013 alle 00:16

      Io, a titolo di esempio, trovo più “verità” nel racconto “Nella colonia penale” di Kkafka che nella scrittura di Saviano. Ma è questione di prospettiva personali, ed anche di gusti, naturalmente. La scrittura di Saviano tende ad essere realistica, a riflettere, dunque: come uno specchio. Dunque resta in superficie. Quella di Kafka non riflette, va in profondità. Non uso però i due termini (superficie e profondità) con una connotazione etica, ma di prospettiva, per l’appunto.

  20. Guido Caserza il 28 aprile 2013 alle 00:17

    Aggiungo che, personalmente – sempre per usare esempi un po’ grssolani – trovo più realistica ed efficace una scrittura come quella di Kafka: ancora oggi mi parla più del mondo di quanto non faccia quella di Saviano.

  21. Mónica Flores il 28 aprile 2013 alle 18:23

    Grazie mille del testo Francesco…ma siccome non ho letto ancora il libro (inizierò presto, ce l’ho a casa da mercoledì!) preferisco aspettare e leggerlo tutto…non mi voglio fare un auto-spoiling :)

  22. girolamo il 29 aprile 2013 alle 12:35

    Segnalo questo intervento di Gianni Giovannelli: Triplo zero o zero work?.

  23. Guido Caserza il 29 aprile 2013 alle 13:51

    Sostenere che l’economia criminale non è separabile dal meccanismo capitalistico nel suo complesso, mi sembra una di quelle credenze (presso alcuni divenuti dogmi) che ingenera solo confusione.

  24. Canallegri il 2 maggio 2013 alle 19:17

    Lungi da me (a prescindere dalla battutaccia un po’ facile che ho utilizzato all’inizio) la semplice volontà di lanciare una pietra addosso a Saviano. Il mio giudizio riguarda la scrittura e riguarda – eccome – il testo.
    A me come scrive Saviano non piace, lo trovo paternalistico e insopportabilmente predicatorio. Le prediche sui libri le lascio a Padre Mapple. Erano un’altra cosa

  25. Operazione Cobra6000 il 2 maggio 2013 alle 20:20

    Ma le avete lette le dediche?

    Dedicare un libro ai carabinieri della sua scorta, fare riferimento continuo alla propria condizione di ‘martire’ (in tv, su facebook, negli articoli spesso inutili) è una tecnica paracula che ha stancato e anche da parecchio. Saviano cerca di colmare le sue carenze di scrittore con la captatio benevolentiae del lettore cresciuto nel cortile di Repubblica-L’Espresso.

    Per me non è in gioco solo il contenuto di un libro (abbastanza irrilevante, per il tema trattato), quanto l’icona saviano che NI vuole a tutti i costi ignorare (forse per accreditarsi tra gli ‘scopritori’?).

    Saviano è da anni che assume un tono da predicatore maledetto, ma non accetta contraddittorio e chiama a raccolta i suoi devoti quando qualcuno lo prende in giro. Non è piu’ letteratura, è religione strapaesana.

    Vorrei consigliare un bel pezzo di Paolo Persichetti (che da Saviano fu querelato, senza successo) in cui si racconta del saviano ’embedded’ dei poteri forti.

    In qualche modo il mostro che è diventato partecipa alla distruzione delle voci minoritarie che NI rappresenta, o dovrebbe rappresentare.

  26. francesco forlani il 3 maggio 2013 alle 01:41

    e vogliamo mettere poi la carta, sì la carta, e il tipo di inchiostro poi, sì proprio quello, e la rilegatura, la grafica, i punti e virgola, i corsivi, ennò, e la spaziatura, sì proprio la spaziatura, come si giustifica il pezzo, no quello poi per non parlare delle maiuscole, e le minuscole, gli a capo, (o accapo?) . quello che so con certeza è che se Roberto Saviano avesse mancato questa seconda prova gli avrebbero fatto un culo davvero, in modo non pretestuoso, e invece non mi sembra che ci siano state critiche così. Affatto. effeffe ps Persichetti l’ho incrociato in francia quando era rifugiato politico, me lo presentò oreste scalzone, è lo stesso?

    • Mónica Flores il 3 maggio 2013 alle 19:25

      grazie mille effeffe…davvero… :)

  27. francesco forlani il 3 maggio 2013 alle 01:44

    “In qualche modo il mostro che è diventato partecipa alla distruzione delle voci minoritarie che NI rappresenta, o dovrebbe rappresentare.”

    post pubblicati dopo questo:
    https://www.nazioneindiana.com/2013/05/02/note-book-will-self-e-mischa-berlinski/

    https://www.nazioneindiana.com/2013/04/29/booking-stefania-hauser/

    li hai letti? no, solo per curiosità
    effeffe

  28. gianni biondillo il 3 maggio 2013 alle 09:17

    France’, o ssaje: e chi a vuo’ cotta e chi a vuo’ crura… ;-)

  29. véronique vergé il 3 maggio 2013 alle 19:57

    Il commento di operazione Cobra mi indigna.

    Roberto Saviano ha dedicato il suo libro alla sua scorta, perché fa parte della sua vita. Una vita senza la possibilità di sentire il vento, di guardare il mare, di vivere in una casa, tranquillo, libro di aprire una finestra, di scrivere sotto il sole.

    Una vita con la presenza della sua scorta.
    Ogni giorno e ogni notte. Fatta di un quotidiano.
    Fatta di voci.

    E’ uno scrittore: scrive con la matiera della sua
    vita ma non solo. Con la sua vita chiusa, porta la sua scrittura verso altre terre: Mexique, Afrique…
    Un mondo immenso partendo di un corpo tra muri o in una macchina.

    Per me – sono francese- Roberto Saviano è un dei più grandi scrittori italiani. Quando vengo in Italia compro sempre libri ( soprattutto di poesia) molti sono presentati .

    Non mi fido alla publicità intorno a uno scrittore, ma al suo talento.

    Aggiungo che Ni è per me la lingua italiana che amo nella sua diversità.

    • virginialess il 3 maggio 2013 alle 23:15

      Il commento di cobra è sgradevole e il pezzo di Persichetti pretestuoso. Saviano ha scritto di camorra PRIMA di ritrovarsi, ammesso che lo sia, “embedded”in una guerra in corso da tempo. Che poi le sue parole diano per così dire lustro al nemico, l’ho sentito e letto più volte…
      Penso piuttosto che la sovraesposizione renda difficoltoso il giudizio di merito sull’opera, fatalmente connessa al personaggio e al suo vissuto. I libri, una volta finiti, dovrebbero, si sa, “uccidere” il padre per andare nel mondo da soli.

  30. véronique vergé il 3 maggio 2013 alle 20:00

    Molti sono presentati su Ni.

  31. Il fu GiusCo il 4 maggio 2013 alle 10:32

    Mi auguro si smetta questo sciocco rigurgito collettivo di Saviano: ha re-inventato un genere che ha contribuito a svegliare le coscienze di qualche milione di persone e tanto basta. La chimica della sua letteratura potra’ essere oggetto di discussione, ma lo spessore del contributo (tanto al discorso pubblico quanto alla rappresentazione dei fenomeni criminali attuali) rimane di prim’ordine.

  32. véronique vergé il 4 maggio 2013 alle 13:12

    Il Fu Giusco: il potere delle parole è indissociabile della sua forma letteraria.

    • Mónica Flores il 4 maggio 2013 alle 13:17

      che grande frase Véronique! :-)

  33. véronique vergé il 4 maggio 2013 alle 17:02

    Grazie Mònica Flores. Buona lettura di Zerozerozero.

  34. jan reister il 23 maggio 2013 alle 16:19

    Alessandro Gazoia (jumpinshark) ha fatto una interessante analisi dei meccanismi retorici dell’incipit di zerozerozero:

    http://jumpinshark.blogspot.it/2013/05/sullinizio-di-zero-zero-zero.html



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