Note- Book : Will Self e Mischa Berlinski

2 maggio 2013
Pubblicato da

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L’antropologia degli scrittori
di
Carlo Capello

Nonostante notevoli eccezioni, l’antropologia culturale ha intrattenuto un rapporto ambiguo nei confronti della letteratura, disconoscendo non di rado la propria parentela con la narrazione e la poesia allo scopo di legittimarsi in quanto scienza, con tutti i rischi del caso.

E tuttavia, il rifiuto non è stato reciproco; per quanto forse in maniera discreta, la letteratura ha continuato a nutrire un certo interesse per l’antropologia e per l’etnografia, che ha rappresentato per molti scrittori una fonte di ispirazione per narrazioni nelle quali il “selvaggio” e l’utopia da lui abitata formano uno spazio bianco su cui proiettare riflessioni e inquietudini sulla condizione umana e le sue contraddizioni. Per la letteratura, il materiale etnografico con il suo carico di esotismo, alterità, possibilità alternative è servito per costruire scenari altri, arricchendo il proprio discorso e le avventure dei protagonisti con l’esperienza della differenza culturale e dell’altrove. Penso, ovviamente, a L’uomo della pioggia di Saul Bellow, il quale, caso peraltro non raro, aveva studiato antropologia prima di dedicarsi alla letteratura. Per altri autori è invece la stessa figura dell’antropologo, questo eroe solitario, ultimo rappresentante degli esploratori di un tempo e insieme professionista dell’alterità, a porsi come fonte di ispirazione e oggetto di studio, come nel famoso racconto di J. L. Borges, L’etnografo.

In quanto antropologo culturale, sono rimasto colpito da due romanzi che, con stili e prospettive differenti, dialogano con l’antropologia culturale, rifacendosi in qualche modo all’esempio fornito da quei due classici: Una sfortunata mattina di mezza estate di Will Self (Fanucci editore, 2011), e Ricerca sul campo di Mischa Berlinski (GranVia editore, 2011), che interpellano direttamente la disciplina, attiggendovi per costruire riflessioni narrative tutt’altro che scontate.

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Il libro di Will Self, The Butt (il mozzicone) in originale, è in realtà totalmente innervato di antropologia, vero materiale di costruzione della storia, ambientata in una lontana isola-continente dagli strani costumi nativi. Lo scrittore britannico si pone, anche in questo libro, sulla linea di autori come Ballard, di cui si considera allievo, in quello spazio narrativo in cui la letteratura mainstream e si ibrida con la fantascienza, generando non di rado capolavori. Una fantascienza che più che sul futuro si proietta su mondi alternativi, “mondi immaginati” i cui piccoli scarti rispetto al nostro presente generano uno spaesamento che attrae il lettore e lo inquieta. Che sia questa letteratura dei presenti alternativi, piuttosto che la fantascienza classica dei futuri possibili, a imporsi sempre più, è forse un segno della progressiva debolezza dell’ideologia del progresso. E l’ironia triste di Will Self, con la sua distopia, è in parte il frutto della constatazione che al presente alienato, mirabilmente tratteggiato nei racconti gelidi e stranianti del precedente Dr. Mukti e altre sventure (Mondatori, 2004), non sembra esservi reale alternativa.

Tom Brodzinski, il protagonista di The Butt, è un turista in vacanza con la moglie e i quattro figli, in un’immaginaria isola-continente che, pur simile all’Australia per vastità e per i suoi sconfinati deserti (e per le ridicole leggi antifumo), presenta tratti di diverse altre post-colonie, come il Congo: i primi feroci colonizzatori sono immaginati come belgi, soppiantati in seguito da inglesi, gli “anglo”, che formano l’elite dominante dell’isola.
Come evidenzia il titolo originale, tutto sembra avere inizio con un mozzicone di sigaretta. Costretto a fumare sul balcone della sua stanza d’albergo, a causa delle rigide leggi antifumo vigenti nelle città dell’isola, e distratto dalla decisione di smettere definitivamente di fumare, Tom colpisce sulla testa, con il mozzicone acceso, l’anziano vicino del piano inferiore, che, ustionato, finisce in ospedale. Dopo diversi giorni di agonia, l’uomo muore e Tom viene giudicato secondo la legge consuetudinaria indigena, poiché la vittima è sposata con una donna nativa. Secondo la legge indigena, prima del vero processo, sarà sottoposto a un’iniziazione per divenire astande, “colui che raddrizza i torti”, e dovrà consegnare un certo numero di beni (fucili, pentole e denaro, i simboli della colonizzazione) alla tribù cui appartiene la donna, che abita le montagne oltre il grande deserto.

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Tom s’imbarca così in un lungo e pericoloso viaggio, accompagnato da Prentice, figura meschina e repellente, che deve pagare un analogo debito con la tribù. Noleggiata una macchina, i due raggiungono il villaggio della moglie della vittima. Qui vengono ricevuti da Erich Von Sasser, l’antropologo che, insieme al padre, etnologo a sua volta, allievo di Mauss e Lévi-Strauss, ha scritto l’opera di riferimento sulla cultura indigena. Durante la serata Von Sasser rivela a Tom la verità della loro impresa: quando il padre giunse in quelle terre per condurre la propria ricerca sul campo, si rese conto fin da subito che tutto era perduto, perché la società indigena era ormai completamente disgregata dal colonialismo, e la cultura locale, le tradizioni, i costumi ancestrali distrutti. L’unica soluzione era ridare loro un’identità, orgoglio, e unità: l’unica soluzione era inventare una nuova cultura indigena. Da degno allievo di Lévi-Strauss, con l’inventiva del bricoleur, Von Sasser padre costruì una nuova cultura collazionando riti, miti, tradizioni e pratiche di tutto il mondo, dando ai suoi nativi una perfetta cultura indigena, e con essa un nuovo orgoglio nativo. Poi, con l’aiuto del primogenito antropologo, iniziò a pubblicare resoconti sulla cultura locale per renderla nota al mondo antropologico, riuscendo addirittura a far accettare le leggi da lui inventate come leggi consuetudinarie del paese.

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La provocazione di Will Self va presa sul serio, al di là della vena sarcastica, che spinge all’eccesso decine di anni di riflessione postmoderna sull’etnografia come finzione. Abbiamo qui, semplicemente, una critica feroce, e senza appello, della disciplina? Del resto Von Sasserjr. è descritto come un ridicolo colonialista in salsa austriaca, e il progetto suo e di suo padre come un’impresa senza senso che, oltretutto, ha dato vita a costumi tribali bizzarri e incomprensibili. Molti elementi fanno pensare a una derisione dell’impresa antropologica come finzione assurda. O, per Will Self, a rivelarsi assurdo è altro, qualcosa di ben più importante ed essenziale, l’oggetto della disciplina, la cultura stessa?
L’“invenzione della cultura” e la “comunità immaginata” dai Von Sasser non sono che la versione più estrema e caricaturale di una realtà ben più generale. È vero: i rituali cui Tom deve sottoporsi sembrano, a lui e al lettore, privi di senso, ma Tom è vittima anche della società anglo che perseguita la scelte individuali con una biopolitica salutista – e in questo senso il libro, in cui le sigarette e la scelta di fumare o smettere hanno una posizione centrale, potrebbe essere letto anche come una critica alla biopolitica. L’enclave “anglo”, civilizzata, con la sua ossessione contro il fumo è altrettanto insensata e caricaturale.

Diversi indizi, e una frase in particolare, ci indirizzano verso un piano di lettura più profondo: quando verso la fine Tom accetta passivamente di essere sottoposto all’ultima, decisiva prova, l’autore commenta con queste parole: “dopotutto stava facendo quello che aveva sempre fatto: si stava conformando passivamente a un sistema di credenze inventate”. Per quanto la figura dell’etnografo abbia un ruolo decisivo, la riflessione critica di Will Self ha un obiettivo molto più ampio e ambizioso, configurandosi come tassello di un relativismo negativo, come espressione di ciò che potremmo definire nichilismo etnografico.
Anche se le definizioni più articolate non celano certo gli aspetti negativi e le contraddizioni presenti in ogni cultura, quando parliamo di relativismo culturale tendiamo a coniugarlo in forma positiva: tutte le culture hanno in sé lo stesso valore perché tutte operano per dare significato alla nostra esistenza e ordine alla nostra esperienza. Il relativismo negativo di Self afferma esattamente l’opposto: che si viva nelle zone anglo o si sia membri delle tribù della montagna, le due culture sono uguali nell’incomprensibilità dei loro meccanismi. Tutte le culture dell’isola immaginaria sono uguali nell’alienazione che portano con sé e nella loro mancanza originaria, nella loro assenza di fondamento.

E così come il relativismo culturale si fonda, a livello personale e disciplinare, sull’etnografia, così il relativismo negativo di Will Self è espressione di un nichilismo etnografico. Non è che conseguenza, in altre parole, della consapevolezza della qualità costruita e fittizia della realtà culturale. Consapevolezza che, ovviamente, è direttamente legata all’incontro storico con l’alterità culturale e all’antropologia stessa. Il nichilismo etnografico è semplicemente la formulazione più estrema e coerente della lezione più preziosa dell’antropologia culturale: che la cultura sia una finzione collettiva. Che nel libro la cultura nativa sia il frutto di una finzione personale di un antropologo, non serve che a dar maggior peso alla questione fondamentale e drammatica, il carattere fittizio di tutte le culture. Ma mentre gli antropologi, per lo più, tracciano dei limiti, rilevando la necessità della finzione e delle convenzioni sociali, il nichilismo etnografico va oltre, affermando che, se la cultura è un insieme di convenzioni, accordi impliciti, di invenzioni prese per dati di fatto, è perché si fonda sul nulla. È l’assenza di fondamento che permette il gioco della costruzione culturale. Ma è l’assenza di fondamento che rende ironica e tragica la nostra condizione, costretti come siamo a far affidamento a un tessuto inventato, immaginario per ripararci dal mondo.

Ecco, sfruttando a pieno tutte le risorse della fiction, con la creazione di un “mondo immaginato” e di un rito di passaggio mancato sotto forma di viaggio d’avventura, Will Self è riuscito a costruire un testo che, nella sua apparente leggerezza, ci interpella direttamente, anche in quanto antropologi, analogamente al romanzo di esordio di Mischa Berlinski, giornalista e scrittore americano, residente in Italia da diversi anni.
Mentre il libro di Self sembra prendere a modello il romanzo di Bellow con la sua immaginaria società nativa, Berlinski richiama piuttosto L’etnografo di Borges, fin dal titolo, Ricerca sul campo, Fieldwork in originale, che non può non suscitare interesse in un antropologo; alla protagonista, studiosa dei Dyalo, una popolazione immaginaria della Thailandia settentrionale, la cui invenzione è uno dei maggiori meriti del libro, intensa meditazione sull’esperienza di terreno come incontro con l’alterità e sui suoi rischi.

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Trasferitosi, per seguire la compagna insegnante, in Thailandia, dove vive scrivendo articoli per la stampa, il narratore viene a sapere da un suo amico della vicenda di un’antropologa, Martiya Van derLeun, da poco suicidatasi in un carcere locale. Colpito e incuriosito, Berlinski decide di ricostruirne la storia, riuscendo a contattare diverse persone che avevano conosciuto l’antropologa americana e ricomporre le diverse tessere del puzzle: arrivata nel paese nei primi anni Settanta per studiare i Dyalo per il suo dottorato a Berkeley, la giovane studiosa aveva poi deciso di non terminare la tesi e di prolungare il proprio soggiorno presso i suoi ospiti indigeni. Il suo ingenuo sogno di riuscire a cogliere veramente il “punto di vista dei nativi” va però in crisi, dopo anni passati a vivere come un’indigena, di fronte a un amore vietato dalla cultura locale e alle conseguenze del fervore missionario di David Walker, capro espiatorio della sua frustrazione.
Pur con qualche ingenuità, per esempio nelle pagine dedicate a Malinowski, il libro, opera prima dell’autore e candidato al National Book Award, è una riflessione piuttosto profonda su quel vero “rito di passaggio”, su quell’esperienza trasformativa che è la ricerca sul campo presso culture diverse dalla nostra. Attraverso un’interessante costruzione a incastro di voci e registri diversi, dal tono scanzonato della voce narrante ai toni quasi epici raggiunti nella descrizione della vita sul campo e delle esperienze missionarie della famiglia Walker, Berlinski riesce a farci appassionare alla ricerca di Martiya, credibile personificazione di quel modello eroico dell’“etnografo solitario” che continua a rappresentare una delle ragioni del fascino della disciplina, non solo per il pubblico più vasto.

Intrecciando la vicenda di Martiya con quella dei Walker, la famiglia di missionari protestanti impegnati a salvare le anime dei Dyalo dall’imminente apocalisse, il romanzo è espressione del conflitto, ormai secolare, tra l’antropologia e l’attività evangelizzatrice. Conflitto che perlopiù si è manifestato come tensione tra lo zelo missionario nello spazzare via le culture pagane e la volontà antropologica di preservare l’unicità delle culture native, che in Martiya, come in molti antropologi a dire il vero, si traduce nel desiderio impossibile di conservarle intatte e pure di fronte al mondo esterno. L’autore, tuttavia, sembra volersi mantenere neutrale rispetto al dissidio, mostrando piuttosto i punti di contatto tra antropologi e missionari, come la dedizione, anche rigida e ossessiva, al proprio lavoro.
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Del resto è forse l’ossessione il vero tema del libro: l’ossessione etnografica di Martiya, la più ambiziosa, eccezionale e insieme ingenua degli etnografi; l’ossessione dei Walker per l’evangelizzazione dei nativi; quella del narratore per la storia di Martiya, che contribuisce a mettere in crisi la sua stessa vita sentimentale. Qual è, sembra chiedersi Berlinski, il confine tra la passione per il proprio compito e l’ossessione? Per quanto tenue, la differenza passa forse per la possibilità di oggettivare e quindi de-scrivere la propria esperienza: come già ci insegnava l’etnografo borgesiano, anche per Martiya l’ossessione etnografica, che si spinge fino al desiderio di fondersi con i nativi, si traduce nell’impossibilità di tradurre quanto appreso in testo e narrazione.

L’ossessione, a sua volta, ricollegandoci a quanto detto del libro di Self, non è per i protagonisti che il tentativo disperato di sfuggire a una realtà sociale vuota e priva di senso. Il narratore è fuggito in Tahilandia per allontanarsi dalla linea d’ombra che segue la fine degli studi e trova in seguito nella storia di Martiya una ragione per dar senso alla propria permanenza nel paese. I Walker si dedicano alla predicazione per riscattare un mondo votato alla fine. Martiya abbandona il dottorato perché la vita accademica le appare assurda e insignificante rispetto alla pienezza vitale della società dyalo. Narrando la storia dell’etnografa e intrecciandola a quella di altri esiliati alla ricerca della pienezza del senso, Berlinski ci ricorda che, in larga misura, tutta l’antropologia culturale può leggersi come tentativo, venato di nostalgia, di ritrovare nelle comunità native e non moderne quell’organicità e quel significato che la vita moderna sembra negarci.

Se nel libro di Self l’antropologo è poco più di una caricatura, emblema assurdo dell’assurdità della condizione umana, nel romanzo di Berlinski è al centro stesso della scena. Due libri accomunati dal tentativo di costruire una realtà etnografica immaginaria come specchio per riflettere sul noi e sul nostro presente alienato. E sebbene offrano un’immagine certo parziale dell’antropologia culturale, contribuiscono a far emergere quello spirito romantico e critico che rappresenta un momento importante della disciplina, spesso celato dalle sue ambizioni scientifiche. L’antropologia degli scrittori non è forse esattamente quella degli antropologi, ma proprio per questo merita la nostra attenzione di lettori e studiosi.

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2 Responses to Note- Book : Will Self e Mischa Berlinski

  1. Mónica Flores il 4 maggio 2013 alle 01:44

    Grazie di aver condiviso questo testo, mi è sembrato molto interessante. Il primo libro mi ha svegliato molto la curiosità…cercherò di leggerlo!

  2. […] Carlo Capello parla di Ricerca sul campo per Nazione Indiana nel saggio “L’antropologia degli scrittori”. […]



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