I poeti appartati: Giovanni Dettori

31 maggio 2013
Pubblicato da

 

albert dubout

 

Leçons de ténèbres

(conversazioni col gatto Théo)

di

Giovanni Dettori

Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;
Retiens les griffes de ta patte,
Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,
Mêlés de métal et d’agate.

Charles Baudelaire, Spleen XXXIV

… e accompagni di gola viole da gamba
clavicembali e archi
voci che non sono più di questa terra
gatto fusante
seguendo assorto distante
questa lezione di tenebra che sai – non fu anche la tua?…–
e il Luogo il Nome
occulto che conosci
il Nome di ogni fine

fondi di viola
nel tuo sangue
canne d’organo e cello
gáttu maúrra
compitando fusando
le lettere della vita e della morte
nella memoria
i lemmi del patire
l’alfabeto dimenticato dell’amore

ah! come deserta ora la casa
dove ancora acerba
una presenza ha riempito i giorni
ore che non mancavano di nulla

amaramente
ora uggiola a-pena
sotto il cielo disteso
il lamento della notte come un cane

chiusa a chiave la porta
nel flusso in furia della notte
nel sole a picco in tumulto
per nessun luogo faccio ancora nel sogno le valigie

come tra sonno e sogno
gatto
ora adagi la tua gola sul mio ventre
vecchio nomade semita
compitando fusando nella palpebra socchiusa
su fessure
l’ora abissale di questa veglia ubriaca

ora voci
nel verdegrigio del mio occhio scorre un fiume
un dio di piene in flusso di marea
distesa di fango per le semine
– incerte mietiture carestie
rettili e ratti
nube di locuste a oscurare il sole –

quando ancora era sacra
la mia gola di organo e viòla
quest’unghia lieve che ora accenno nella mano
quando il mio pregio sorpassava il valore della perla
nei santuari
non mancavo di nulla

vegliavi vegliavi…
ma dove era dove è ora la tua Tebe
la Valle delle Regine che non trovi

O voi tutti! che passate per la via,
considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio
l’uomo ha steso la mano su ogni cosa
dall’alto ha scagliato il suo fuoco
nelle ossa l’ha fatto penetrare…

hai vegliato invano
le strade hanno pianto nella notte
mentre tu ti disperdevi erravi
gáttu maúrra
mentre tu ai quattro cardini del mondo
sopra la terra nuda dei pastori
transumavi
traversando millenni

ri-nominava l’ininterrotta notte
astri spazi clessidre
compassione e vendetta
malattia e salute
rinominava poteri e magie
rinominava riti e santuari
abbandonati
altari piazze crocevia

disertavano il mondo
gli dei che mi erano stati compagni
custodi del vento e della notte
lo sciacallo il serpente l’astore
si nascondevano a lungo in malattie sudari
nell’infinito tempo
arena e duna
sopra ogni fuoco distendevano l’oblio

…tenebra che sai
gatto che mi fissi con occhi di vita
luoghi del ricordo diventati vani
nomi che si nascosero e non so ripetere
forse soltanto le sere
nelle acque del tuo occhio in fessure
forse ancora nella musica che sale
dal vibrato della gola
voce organo viola

ricordi i giorni della miseria e del vagare…

nella memoria
soltanto ancora Tebe
la Valle ancora delle Regine accade
restano ancora
nel sogno ricordato
nel mio corpo
restano massacri
contrade e nomi di notti inferocite
abbazie
certose
cattedrali dove
salmodie di gregoriano mi sigillavano a muro

nel mio corpo
i tre chiodi del Cristo
ancora mi fissano ai portali

giorni
della miseria e del vagare…
fuoco cieco della tenebra che sai
sola amica silente
la magia e il fuoco delle brùssas
sapeva la tenebra e il silenzio
dei miei occhi
dove il metallo all’agata si mischia

ora distesa
gola d’organo nel ritmo fusando
forse persino ne sorridi
forse ancora ne conservi la paura
gáttu maúrra
che mi fissi con occhi di vita

chi hai là in fondo?

 

Arte di governo

… Ho percepito delle voci e le ho dette
a quelli che non potevano più sentire.
Ho colto dei visi e li ho mostrati
a quelli che non potevano più vedere.

Karl Kraus – Die Fackel, 10 luglio 1914

… racconta Erodoto nel libro delle storie
che divenuto tiranno dei Corinzi
Kípselo
molti perseguitò e rese nudi
delle loro ricchezze molti più della vita
regnando a lungo fino a quando chiuse
felicemente la sua opera e i giorni
gli succedette il figlio – come vide
l’oracolo di Delfi – un figlio mite ancora
poco esperto dell’arte di governo
nella sua orfania
cercò un maestro che nei segreti del potere
superasse il re suo padre
messaggeri e domande
trovarono a Mileto
il giusto tiranno che cercavano
a lungo tacque Trasibulo
dentro di sé sorridendo dell’ingenuo domandare
si limitò a condurre
fuori le mura l’araldo di Corinto
sussurrava al vento orientale
il grano maturo di un campo
e ogni volta che vedeva
una spiga più lunga
una spiga più piena
la recideva il tiranno e la buttava
fino a quando
nessuna spiga svettò più sull’atra
e la parte più alta della messe
venne rasa

licenziò l’araldo
senza aggiungere parola
né altro consigliare su come al meglio
governare la città
quale mai saggezza – di ritorno
si stupiva l’araldo –
poteva essere quella di distruggere
la ricchezza di un campo
quale sensato consiglio poteva
venire da uno stolto
ma a Corinto
al figlio di Kípselo fu chiaro
come luce il messaggio.

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7 Responses to I poeti appartati: Giovanni Dettori

  1. viola il 31 maggio 2013 alle 10:19

    molto apprezzate

  2. Alessandra il 1 giugno 2013 alle 11:20

    Mi piace molto!

  3. Paolo il 1 giugno 2013 alle 21:27

    belle. davvero. complimenti

  4. marcello g il 1 giugno 2013 alle 21:45

    Non poteva questo gatto che chiamarsi Théo.

  5. Lina il 3 giugno 2013 alle 09:17

    Belle ma pesanti come mattoni

  6. effeffe il 3 giugno 2013 alle 12:37

    così si costruiscono case
    effeffe

  7. Cosa Bozzuta il 5 giugno 2013 alle 11:25

    toghe ste poesie, il gatto nero da par suo pensa a questo, si sa…



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