Cubatura zero

3 giugno 2013
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di Gianni Biondillo

(Tre anni fa, per il Padiglione italiano della Biennale di architettura di Venezia curato da Luca Molinari, scrissi questo appello che ho la sensazione sia – mai come in questi giorni, purtroppo – ancora attuale.)

Non esiste un solo ettaro in Italia di natura “naturale”. È bene non dimenticarcelo. Il paesaggio italiano, dalle Alpi fino a Lampedusa, è stato tutto modificato, manipolato, disegnato dall’uomo. Che sia nei suoi centri storici, o nelle metropoli, che sia nelle valli impervie o lungo le spiagge, l’Italia intera è come una sorta di tela, di progetto a dimensioni iperterritoriali. Super Land Art. La differenza quindi non sta nel sogno bucolico di tornare a una natura che non abbiamo mai conosciuto per davvero, ma nella consapevolezza che questo paesaggio antropizzato – che per millenni ha saputo trovare un equilibrio fra le esigenze di chi lo abitava e il rispetto per il ciclo delle stagioni – ha subito nell’ultimo secolo troppi shock, troppi strappi nella tela. Il bosco di castagni è economia tanto quanto la centrale idroelettrica, ma è anche paesaggio, scrittura materiale del territorio. Occorre cambiare la prospettiva economica, comprendere che lo sviluppo, di per sé, non può essere infinito perché il territorio a disposizione è finibile. Anzi: è ormai finito.

La sostenibilità è uno dei mantra dell’architettura del  nostro inizio millennio. Ma che significa, in pratica? “Chilometro zero”, “emissione zero” (spero non “tolleranza zero”!), e poi? Una visione dell’Italia del futuro che non comprenda che il tema vero dovrà essere la “cubatura zero” è una visione ancora legata al narcisismo puerile dell’idea di moderno. Sappiamo che la popolazione nazionale comunque crescerà, anche grazie alle forze nuove che vengono dalle epocali immigrazioni globali. Ma dobbiamo abbandonare il mito devastante, e in fondo piccolo borghese, della frontiera (mito importato, imposto, deleterio). La sfida autentica sarà costruire senza neppure rubare un solo metro quadrato di territorio agricolo, di costa, di argine, di declivio. La cubatura zero è un imperativo morale.

Oggi 100 metri quadrati al minuto di Pianura Padana vengono cementificati nel nome delle magnifiche sorti e progressive. E gli ettari di abusivismo edilizio spalmati per l’intero stivale neppure si contano. Tutto ciò non si può più sostenere, è un suicidio simbolico, artistico e materiale. La tela dell’opera d’arte globale che è l’Italia ha bisogno di ricuciture degli strappi, di attenzione, di cura. Ecco la sfida per la nuova generazione di architetti: censire, discernere, conservare. Ma anche approntare cancellature nel palinsesto, non avere paura a demolire e riprogettare intere parti del territorio, riedificare meglio e con maggiore consapevolezza le nostre città. Contraendo, piuttosto che invadendo, modificando abitudini di mobilità privata, ridisegnando gli spazi metropolitani, estendendo le superfici dedicate all’ambiente.

Il lavoro è enorme. Riqualificare le coste, dalla Liguria alla Calabria, demolendo chilometri di inutile edilizia di scarsa qualità, seconde, terze case sfitte e decrepite; ridefinire e consolidare gli argini e i letti dei nostri fiumi, riforestare i crinali contenendo i dissesti idrogeologici, liberare la Brianza dallo sprawl indifferenziato, bonificare la Terra di Lavoro dalle discariche abusive tossiche , etc. etc.

Tecnologia e green economy. Non per un romantico approccio arcadico, ma per vieto interesse. La natura può fare a meno di noi. Noi, se vogliamo sopravvivere, non possiamo fare a meno della natura.

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5 Responses to Cubatura zero

  1. […] Gianni Biondillo implacabile (sì, è l’aggettivo giusto) su Nazione Indiana. […]

  2. helena janeczek il 4 giugno 2013 alle 22:28

    Ottimo!

  3. francesco pecoraro il 5 giugno 2013 alle 00:18

    E’ l’idea dell’equilibrio perduto che non tiene. Assieme a quella di natura “naturale”. Eccetera. Questo non vuol dire che nella sostanza Biondillo non abbia ragione.

  4. Alessandra Sarchi il 6 giugno 2013 alle 11:26

    Caro Gianni,
    grazie di questo articolo, il cui imperativo categorico, come sai, mi trova del tutto concorde. Non trovo fuori luogo parlare di equilibrio, dal momento che l’uomo non è altro rispetto all’ambiente in cui vive, anche se la sua capacità di alienazione e di costruzione di strumenti e protesi è superiore a quella di qualsiasi animale. L’equilibrio è conoscere il limite di sopportazione, di capacità di rigenerazione del sistema in cui si vive; segnali che questo limite sia stato abbondantemente oltrepassato non mancano: la sparizione di suolo agricolo, l’inquinamento delle falde acquifere, i dieci milioni di case abusive sparse sul territorio nazionale, la periferia diffusa (e di uno squallore sproporzionato al benessere economico del paese, per non parlare della sua storia) sono elementi di un elenco cha ha una matrice comune: la totale mancanza di progettualità vera. Continuare ad estendere il parco di capannoni, svincoli stradali pletorici, condomini e villette a schiera non richiede nessuna forma di pensiero e di progetto sui luoghi, sulle forme del vivere, e per contro fa incassare oneri di urbanizzazione rapidi ai Comuni. Ripensare le nostre città, il rapporto fra centro e periferia – che di certo in termini classici non esiste più – riqualificare, demolire e restaurare richiede il misurarsi col senso che vogliamo dare al fatto che siamo qui in tanti, anzi tantissimi, a condividere lo spazio.

  5. daniele ventre il 11 giugno 2013 alle 10:26

    Natura naturale, natura naturante, o natura denaturata?



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