I poeti appartati: Ilaria Seclì

19 giugno 2013
Pubblicato da

Cis03-02

Inediti
di
Ilaria Seclì
immagini di Philippe Schlienger

Ecco la perla senza nome

Ecco la perla senza nome
il giglio il grano
venuti al piano dal monte
al monte torneranno.
Ecco il verde, l’azzurro di Creta
Leuca fulgida
scintillano bianco e vento
al mare torneranno.
Dalla scogliera parole e ossa
vengono all’interno
riempiono il cuore degli uomini
i grembiuli delle donne
i capelli vorticano
fanno di sabbia pensieri e opere
alla pietra torneranno.
Incanta questa luce
è sulla bocca di tutti
si riferisce il sortilegio
bocche accecate, stordite
alla luce tornerà la luce
quando il vento non avrà parole
più splendida del diamante brillerà.
Verde e rosso monastero di Athos
verde e rossa cava idruntina
sublime conca di Epidauro
nidi di cicogne su vecchi pali nei villaggi
verde eterno, rosso dei millenni
alla terra tornerà la terra
alla terra torneranno.
Idrusa lava le ottocento chiome
l’acqua è fresca non giunge voce
al mare torneranno le chiome sciolte
le teche resteranno vuote.
Ecco il blu della moschea
di celesti spezie vibrano i sensi.
Mille volte tanto al cielo tornerà
nessuna voce scheggerà la sua bellezza
nessun giubilo ne guasterà il riposo
Ombra di uomo sull’uomo detta amore.

Profezia

Finiremo giocandoci a palla il mondo
e quel resto che fu d’inciampo
Rideremo di nomi e venti
mari e boschi di cui fummo prigionieri
quando avremo l’universo nel palmo
distanze e continenti su cinque punte di mano
ogni bimbo canterà la verità del mondo
e sarà creduta la sua versione delle cose

Ritorno

Dice la corteccia che ogni crepa è santa
il vento più forte accarezza le foglie una ad una
punti celesti fanno denso il cielo
lo gonfiano fino all’occhio
è bianco il lembo che lo taglia
suoni di conchiglia da macchine e case aperte
radio e voci di vite fa.
Soffia luce la pietra anche di notte
mentre il falco vola sul medioevo di Cerrate
dove siamo stati, dove torneremo.
Non si inseguono numeri o torpedoni qui
al di là della vittoria è l’applauso dello sconfitto
c’è un campo di grano e cielo per ogni creatura
e ogni notte, la luna.

Espanse parentele

Ecco dov’è che vinci
atto che forze non tracimano
né luce. Se alito di morti mischi
all’impronta di passanti
ne fai toppa, pupilla di due mondi
lì di qua a spiare, e qui da loro
canto che scoperchi addita casa
statua più calda di una voce,
quello che nascondi brilla espanse
parentele che mai anello ha stretto
al dito né nome imbalsamato

Nivea

Nel palmo semi cardinali
fili sfarinati al soffio
non un colore turba la scena
di colomba e piuma
bolla scucita al tempo
assoluta miniatura
cosa che sei estranea e sciolta
vuoto essere, stata a piombo
dall’inizio non mossa.
Pane che diventa
già è, nel globo piccolo sosta
nel cosmo di latta eccola
prova che è vera,
viene, umana al mondo.

Cosmoteca

per i giorni venturi di nebbia conservata
come scarpe ai piedi di chi è stato vivo
può essere pupilla non ancora fissa
scritte di muri affacciati sui binari
nenie a bocca chiusa dondolio di braccia
per le rogge che c’erano e non ci sono più
tutto ‘sto viale era un canale e lavandaie
prime memorie di latino e rose
rombo che corri da stanza a balcone, cuore,
primo cuore, alito di menta e primavera
sentito e non visto cartacee ore
visi di Bisanzio, litanie, candeggina
teste di cavallo tra lenzuola bianche
bianco vecchio sulla curva buia
giugno al mare con l’asino e la tenda
estinta cosmoteca mia bimba che eri
sorella e figlia bianco sassolino
macro e matto altare nato dalla prole
ci fosse un ballatoio per memorie esterne
finestre, tabernacoli a ore, portargli arance
recuperare il nome, occhi, il rombo del motore
aspettami aspettami lo spazio senza previsione
ricordo porta bene, porta bene, bene
ma nessuno dice di saperne niente

COVER

U černého orla

Da qui scorre la Moldava
pioggia che non bagna
le finestre a coppie
di latte appena sporco
o verde di bistrot.
Penzolano burattini a pochi euro
fatti a mano gatti e gufi
rispondono ai silenzi dell’impero
i funerali dell’età del gioco
non hanno ammutolito
le risa dei passanti.
All’isola di Kampa
mulino e giocoliere
si passano l’acqua divertiti
fino a che si fa il deserto attorno
fumi e vapori gonfiano le altezze
dal Cavallo Nero al Topo Grasso
dai Due Soli all’Aquila D’Oro
ore macabre di Venceslao
danze cineree e statue di dubbia fissità
coprono mute l’aria eppure cantano
spezzano il cielo con metalli rossi
ne fanno tavolo da gioco e da bagordo
fino alle prime luci e pane caldo
passi di donna col suo scialle.
Tramestio pudico e svelto alza l’aria,
tutti in corsa verso un chiodo,
ritornare muti, ritornare imbalsamati
per lo sguardo dei passanti
ritornare statue, burattini.

***

Piccolo treno in bilico sul mare
nella tua stanza ogni cosa è mite
alba di giugno, benigna luce.
Cielo aperto, voli di santo
mentre va il respiro al cerchio
ed è lontano il mondo, se rondini
fanno festa tra rovine di carta.

***

Tornano. Prime ore di domenica
Quando l’aria ha spazi per gli uccelli
gli alberi sono alberi, le voci voci
Fluide avanzano da un eterno esserci
attraversano muri di città
portano stornelli, antiche melodie.
Sgretolano il terzo millennio
e dalle crepe e sfondi campestri
ecco l’azzurro di festa,
di prima comunione
che squarcia cortili bianchissimi,
e bianche scarpe avanzano
su tappeti di bucato e sugo.
Richiami e voci spiaggiate
cedono al dominio delle sieste.
Là ogni forza si arrende, nessun rimedio
blindato, spioncino o altra sicurezza
ha impedito l’ingresso al fantasma

Di vero in vero

la distanza di vero in vero resta
nulla è più certo dice il mondo
ferri del mestiere salvadanaio insonne
occhi di bambino suo bersaglio
occluse metriche, vizi dell’erranza,
o deserto che infiori a un passo
o deserto che infiori a un passo
guarire di pelle alla mano, torna
s’ostina il palmo ostacola la pioggia
s’ostina bassa questa lontananza

***

Voleva essere stagione
cosa ciclica, foglia all’acqua,
becco puntuto sul tronco
impronte di neve
al cimitero di confine
tramestio di zampette
su vizzi prati di ottobre
animate celle di clausura
canti riaccesi
porticato di pietra grigia
melagrana, battuto legno
umido legno,
pioggia e catrame di Dublino,
verde che cola ombroso, 1852,
suono delle cose vegetali
cose che curano i rifugi
senza turbamento,
pioggia e neve
colora ciò che deve
sbianca ciò che deve
cura, cielo del nord, cielo
pioggia e sole,
neve e vento
ricama l’aria il verso
risponde l’altro
tra raggi sfrigolanti
tra chiome animate
che burlano di ombre e oro
striscianti creature, l’intanto
che scende chiude si fa pozzo
poi annotta come il bosco
intero nella sua parola

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10 Responses to I poeti appartati: Ilaria Seclì

  1. Iulo il 19 giugno 2013 alle 12:23

    Sorprendente scoperta

  2. diamonds il 19 giugno 2013 alle 12:49

    i suoi occhi erano finestre da cui scorgevo valparaiso,e perfino un po d’inferno.Quel giorno compresi come Mungo Park avesse potuto pensare che perdersi dentro al grande fiume nero in cerca delle sue sorgenti,o forse delle proprie radici,sarebbe stato il modo ideale di onorare ‘il demone dei compensi’ e umide notti luminose così lunghe e buie da poterci cascare dentro come marionette scanzonate

    https://www.youtube.com/watch?v=qel20PskfXs

  3. natàlia castaldi il 19 giugno 2013 alle 13:17

    da leggere con attenzione, salvo e ci ritorno.
    brava.

  4. Nunzio Festa il 19 giugno 2013 alle 14:15

    quindi consiglio:

    Del pesce e dell’acquario,

    b!

    Nunzio Festa

  5. gian il 19 giugno 2013 alle 17:16

    Brava Ilaria,
    le tue parole sfuggo al controllo e s’avvinghiano ovunque.

  6. elogiodelleccedenza il 20 giugno 2013 alle 01:36

    Sì, si è nella grandezza della cronometria senza apocalisse che non sia già ricognizione dell’essere nati: cartacee ore/visi di Bisanzio, litanie, candeggina/teste di cavallo tra lenzuola bianche/bianco vecchio sulla curva buia/giugno al mare con l’asino e la tenda; e poi una particolare forma di lussuria mistica, o eros di carne vituperata: ma non sono cose dissimili: nel museo di Platone si vedrebbe un quadro la cui didascalia dice: eros e physis. Viene poi una voce da dietro che dice: vedete è lo stesso, non ci resta che andare.

    Grande Ilaria Seclì che è maestra, bimba all’angolo e già morta da sempre (ma pure aspetta) e quindi sapiente, più d’ogni madre.

    E poi c’è un barocco che ha la levità delle cose toccate e già deformate per tatto; poi c’è l’irrisarcibile nozione di una poesia che è ingenuamente empirica, eppure definitivamente addizionata sul già dedotto; poi il frammento sorprendente, ma più d’ogni altra cosa, l’entusiasmo (vero e greco), cosa tanto rara.

    Poi un bacio in diretta, notturno. Poi a presto.

  7. Ilaria Seclì il 25 giugno 2013 alle 14:21

    Grazie a chi ospita, a Francesco Forlani, creatura attenta e gentile.
    A voi che avete letto e segnato il passaggio.
    Ilaria

    • Eugenio il 23 luglio 2013 alle 23:15

      ciao, complimenti E

  8. Luigi il 28 giugno 2013 alle 10:36

    Sibille, forze telluriche, dolce nenia, deliri e profezie. La parola ha un ritmo incantatorio che agisce come fattore fondante dei versi (autogenerante) ed elemento della natura, principio generatore. Infatti “ricama l’aria il verso”, genera movimento, tensione, abbraccio. Eppure ci sono precisi riferimenti a luoghi e date, ma vivono a mezza strada tra la loro irripetibilità e la consegna all’altro affinché riaccadono (ma non più nell’identico, bensì nell’altro: penso a Derrida che legge Celan): conducono insomma in regioni cicliche e mitiche che annullano il presente e rievocano fatti in uno stato di trance. Se fosse una figura matematica, questa poesia sarebbe una spirale.
    Nell’eccedenza barocca di talune immagini c’è un che di arcano che si ritrae a ogni tentativo di avvicinamento interpretativo: è un’inafferrabilità non deliberata, ma che si innerva nella ragion d’essere di queste liriche.

  9. Fabiana il 10 luglio 2013 alle 14:44

    E sento l’eco di una Leuca crocicchio di correnti e dimensioni ed il tuo canto che mi raggiunge Ilaria ed accarezza il mondo e le sue mille sfaccettature con quella delicatezza ed eleganza che ha l’acqua sorgiva quando, incantevole, abbraccia il mare sussurrandogli dolci nenie, perché non tema mai per un momento l’incedere fiero dell’alta marea.



indiani