H mi telefona da Parigi

21 giugno 2013
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[La traduzione in francese di questo testo, realizzata da Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net]

di Andrea Inglese

H mi telefona da Parigi, mi telefona sempre dalla stessa cabina, una cabina che si trova in una piazzetta di Montmartre, io comincio a conoscere questa piazzetta, ora quando mi chiama non m’immagino più solo la cabina, con il congegno telefonico e il supporto triangolare di metallo, e qualche adesivo incollato sul vetro, in parte grattato via, gli aloni misteriosi sulle pareti di vetro, le cartacce a terra, o dei piccoli rametti spezzati che un paio di scarpe hanno trascinato fin lì, ora mi immagino dell’altro, appena lei inizia a parlare esploro ciò che si trova intorno alla cabina, la piazzetta, sento che è animata, vi passa della gente, per lo più vecchiette, che battono il selciato col bastone come a risvegliare i morti, anche un bambino sul monopattino, che cerca un modo per farsi male, un gatto che salta attraverso la cancellata, inseguendo una chimera, e i platani, un paio di grandi platani, che ramificano ampi e solenni verso l’azzurro, ma soprattutto la chiesa, piccola probabilmente, poco frequentata, ma che scampana spesso, scampana puntuale, ogni volta che H chiama suonano le campane, è come se le campane fossero dentro la cabina e appena stacca la cornetta si mettessero a suonare, sembra Charles Trenet, come se mi telefonasse da uno scenario di Trenet, con lui silenzioso che ascolta accanto, magari fuori dalla cabina, appoggiato alla parete di vetro, e roteando i suoi occhi, i suoi bulbi gonfi e giganteschi, e dovendo stare dietro a tutto questo, faccio una certa fatica a seguire H, non bado neppure a quello che dico, anche perché la telefonata è breve, è per forza breve, non brevissima, devo fare in tempo a sentire le campane, a immaginare dove le vecchie finiranno per sedersi, dev’esserci per forza una panchina, e il rumore secco del bambino, quando finisce a terra, il tonfo del gatto, ora che piomba nel giardino, ben attutito dal tappeto d’erba, ma con uno sforzo mi concentro sulla voce di H, non c’è più nient’altro, solo H che parla, la posso vedere di spalle, con un abito scollato, e immagino bene la sua nuca, la schiena, la massa di capelli, le vedo ai piedi delle scarpe diverse, anche i vestiti che indossa, nel corso di una semplice telefonata, sono sempre più di uno, quello a fiori, che le mette bene in risalto i seni, quello bianco che la rende irresistibile e più alta, quello scherzoso, tutto aperto, dove posso introdurmi di colpo, contro la sua pelle, ma ora devo ascoltarla, devo prestare attenzione a quello che accade, è solo la voce adesso, esiste solo la voce, e oggi H si è messa a piangere, mentre finiva la telefonata ho sentito che piangeva, cercava non tanto di trattenere il pianto, ma di piangere poco e piano, ma si capisce lo stesso quando uno piange, anche se piange poco è sempre triste, se poi piange a migliaia di chilometri di distanza, e neppure le campane suonano, allora è una brutta giornata, è una telefonata triste, per via dell’insonnia, H non sa più come dormire, ha disimparato a dormire, e quindi vive troppo, cioè non ce la fa più, è distrutta, vive tutte le ore, tutte le ventiquattrore e dopo di nuovo, altre ventiquattrore, senza pausa, intervallo, ricreazione, e quindi fa i pensieri neri, mentre non dorme, occupa tutto il tempo della notte con i pensieri neri, e tutto va male, non c’è nulla che si salva in quei pensieri, non salvano nulla quei pensieri della sua vita, sembra una cosa da buttare, uno scarto, quasi un piccolo veleno, la sua vita, sia che guardi indietro sia che guardi avanti, e nel mezzo, tra l’uno e l’altro, c’è l’agitazione nera dei pensieri, e la mattina poi è difficilissimo fare tutto, perché il vecchio giorno si cumula con il nuovo, pesa sul nuovo, tutti i giorni precedenti, quelli in cui non ha dormito, si trascinano nel nuovo giorno, e per uno che ha disimparato a dormire, il sonno non sa più cos’è, come si fa, come prenderlo, da che parte entrare nel sonno, non sa più dove sgorgava il sonno, lo cerca, ma non si capisce bene, il sonno non è un organo, che uno potrebbe toccarsi, massaggiare, accudire, e neppure un oggetto personale, che prima o poi salta fuori, anche se sembra che si sia perso, in realtà è da qualche parte, di sicuro, ma il sonno da dove viene, e soprattutto come ci si entra, in che posizione, perché il sonno è di sicuro ciò in cui devi glissarti, nel punto e al momento giusto, e H finisce che non dorme, cerca di imparare di nuovo a dormire, fa anche finta, simula il sonno, si mette giù, la testa sul cuscino, il lenzuolo sul viso, e chiude gli occhi, li tiene chiusi, come se dormisse, ma invece del sonno, che poi magari porta i sogni, ci sono i pensieri neri, passano di continuo i pensieri neri e riempiono tutta la notte, tutte le ore della notte, e dicono che la sua vita è niente, è fatta male, è da buttare via, che anche se morisse non conterebbe nulla, e ad un certo punto H ha preso lo stilnox, lo stilnox è una cosa che ti porta il sonno, ti porta il sonno a casa, è una cosa che compri, lo metti in bocca, lo fai scivolare dentro il tuo corpo, e lui ti porta il sonno dove sei tu, se sei a letto ti porta il sonno a letto, te lo caccia dentro a forza, è abbastanza risoluto lo stilnox, te lo preme dentro, sembra quasi che ti cada addosso il sonno, come un peso, come qualcosa che ti tramortisce, sembra un colpo in testa, come quelli nei film, per far svenire la sentinella, è un colpo secco sulla testa, e poi uno scivola a terra svenuto, e dorme, ma non fa niente, non lascia lividi, non c’è rischio di spaccarsi la testa, è lo stilnox, ma se ti mette nel sonno, se ti tira dentro nel sonno, è un sonno diverso dal tuo, non è come il sonno che avevi, il sonno dentro cui sprofondavi, è un sonno parallelo, eccentrico, quando ti svegli, e poi ti alzi, ti sembra in realtà di non aver dormito, il corpo ha dormito, tu sei meno stanco, hai più forza, come se avessi dormito, in effetti hai dormito, ma la sensazione è diversa, non hai conosciuto il tuo sonno, lo stilnox tramortisce, ti fa dormire, ma non ti fa conoscere il sonno, è un segreto, sarà per una questione di proprietà intellettuale, è un sonno segreto, il farmaco stilnox ti porta un sonno segreto, non può fartelo conoscere, ti prende alla sprovvista, di spalle, e poi se ne va via, ma poi H volendo conoscere il sonno, volendoci entrare alla luce del giorno, senza segreti, ha razionato progressivamente lo stilnox, e adesso non lo prende più, perché aveva riappreso a dormire, ma non ieri notte, e neppure l’altro ieri notte, è spaventata, perché per due notti ha dimenticato come si fa, le è andato via di mente, l’aveva sottomano il sonno, e poi nulla, sparito, e al suo posto i pensieri neri, per questo ora piange piano, io vorrei toccarle le labbra, lo so che non è immediato, uno tocca le labbra, e poi deve andare avanti, seguire quell’orientamento, fino a quando sei sul corpo dell’altro, tutto il tuo corpo è contro quello dell’altro, e a mano a mano la pelle tutta è contro tutta la pelle dell’altro, quando c’è solo la pelle, la guarigione è quasi totale, è sicura, pelle contro pelle, è il rimedio vecchio, il solito, ma non funziona mica così, è un rimedio vecchio ma difficile, tra di noi funziona, è perfetto, si può dire senza esagerare che è un rimedio perfetto, ma al telefono non si può fare, non nella cabina, con la chiesetta che chiude la piazza, e le vecchie che saettano i bastoni, e i gatti che fanno balzi di molti metri, e bambini riversi a terra in pozze di sangue.

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4 Responses to H mi telefona da Parigi

  1. véronique vergé il 21 giugno 2013 alle 20:02

    ANDREA,

    Le cabine hanno sparito o muiono con lentenza.Sono sagome di vetro. In abbandono. Mi ricordo il calore battendo contro i vetri.
    Il sofffocante dolore.
    L’odore.
    Il mondo visto dal vaso.
    La danza della gente.
    E il sentimento di non avere tempo per parlare.
    Ricordi di studentessa.
    Avete già provata una rottura sentimentale in una cabina? Pianto, lacrime. Un mondo aperto della pena in visibilità. Il mondo dietro il vetro come cielo liquido.
    Questo testo fa sentire il vincolo tra la visione e l’emozione.

    • andrea inglese il 22 giugno 2013 alle 01:43

      è vero véronique: le cabine sono in via d’estinzione, e tutto un universo che come in un boccale germinava in esse.

  2. Gianluca il 22 giugno 2013 alle 22:22

    come stile mi ricorda un breve racconto di Foster Wallace, ma il tono, il tono è completamente diverso; e il tono è tutto.
    mi ha lasciato qualcosa, ed è raro.
    grazie.

  3. elle il 23 giugno 2013 alle 22:25

    bella questa cosa francese di inglese



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