Wittgenstein – Un monologo

26 giugno 2013
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Di SONIA CAPOROSSI

ad Emilio Garroni

Descrivi l’aroma del caffè.

L. Wittgenstein

Quaderno privato. Da non pubblicare, a rischio di sembrare matto, o quantomeno, retrivo.
Appunto disordinato, numerato alla rinfusa.
Giorno: corrente. Rilettura: passata. Lettori posteri presunti: il minor numero possibile.
Titolo del paragrafo, se occorre un titolo.
Inutilità di una metafisica che graverà per sempre sulle nostre teste.
Sto meditando in questi giorni sull’essenza metafisica del linguaggio. In definitiva, sulla sua connaturata ontologia. Tautòs lògos. L’essenza definitoria interna alla struttura stessa del linguaggio, qualsiasi linguaggio, che nasce per forza di cose, come conseguenza, quando ad un significante come immagine acustica facciamo corrispondere storicamente e quindi, arbitrariamente, un determinato significato o valore concettuale.
Occorre cominciare a buttar giù qualche paradossale contraddizione. Bene, diamoci pure da fare, cercando di evitare, il più possibile, citazioni dall’Isagoge di Porfirio.
Aristotele proprio non posso sopportarlo.

* * *

Paragrafo Primo. La metafisica del linguaggio.
Premessa concettuale, in forma di postulato.
A) È ontologicamente impossibile parlare della metafisica fuori da termini, canoni e confini metafisici.
Perché?
È come indagare le motivazioni private e personali che un cane ha di mordersi, ogni giorno un po’, la coda. Non possiamo sapere fino in fondo perché lo fa; possiamo, al massimo, analizzare come lo fa. Nel momento stesso in cui indaghiamo il motivo per cui un cane si morde la coda, non stiamo facendo altro, in definitiva, che applicare il nostro sistema di riferimento mentale etologico ai parametri di comportamento di un individuo vivente che non pensa e non ragiona come noi. Pur tuttavia, la necessità dello scoprire il perché è ciò che ci spinge in quanto umani.
E l’operazione in sé è quantomeno pretenziosa.

Proposizione n. 1.
Tutto il linguaggio è metafisico.
E questa è una bella crassa, grassa, giuliva oca tautologica.
È come dire: Dio è Dio. Dio è divino. Dio è se stesso.
Usciremo mai fuori, noi poveri esseri umani, dalla necessità psicologica del tì estìn? Non credo sia possibile. Il tì estìn ci domina. Socrate continua pedissequamente a penetrarci fra i lombi con la mollezza della mente che si traveste da forzuta energheia. La carne dell’orrore tautologico. L’orrore, l’orrore del colonnello Kurtz applicato alla pretesa filosofica di sapere. L’orrore intrinseco e umano, troppo umano del linguaggio.
Lo stesso orrore che è in Dio. L’orrore stesso che è Dio.
Prendiamo come esempio l’assunto medievale: aliquid stat pro aliquo. Nel rinviarsi incessante dei segni, nell’ondeggiare mellifluo del linguaggio in seno al senso, nasce in noi la possibilità della comunicazione. Niente di più confortante della possibilità di potersi capire a vicenda. E allora, mi si dirà, dove sta l’orrore in tutto questo? Se in definitiva, nell’uso quotidiano e comunitario delle definizioni, ci capiamo a vicenda?
È un po’ come quando Derrida parlava di decostruzione come di una specie di movimento che la filosofia compie intorno ed ai margini della metafisica, non potendosi mai pienamente sbarazzare di essa. E poi gli storici della filosofia, per questo suo atteggiamento analitico – critico terroristico (da buon algerino!), hanno shiftato il termine da “decostruzione” a “decostruzionismo” (caro, vecchio Paul De Man!), facendolo ricadere in pieno in quella metafisica dalla quale pure per tutta la vita aveva tentato di divincolarsi, nonostante affermasse la totale impossibilità di riuscirci in pieno.
Derrida è decostruzionista.
X è y.
Dio è se stesso, solo cambiato di segno.
E allora? La metafisica forse non sta tanto, come voleva Derrida, nella metafora? Non è questo il punto. È vero che nella metafora ci sta la poesia. È vero che la metafisica appare invece come la prosa del pensiero, come la baldanza della definizione che pretende di dire, di sapere, e lascia agli altri il mero fare. Come la presunzione del “che cos’è”. Come l’orrore di una copula sodomitica e socratica che esige un suo corrispettivo in moneta sonante, nella parte nominale ben recitata da tutti noi, che siamo gli attori.
Attori di atti inconsulti del linguaggio.
Atti unici? Sì, secondo la saussuriana parole, eppure universalmente comunicabili. Non facciamo che recitare una sceneggiatura linguistica monocorde fondata sul nostro proclitico copulare indefesso, eppure ci capiamo gli uni con gli altri. Ci intendiamo, in quel “che cos’è”, nell’ “x è y”, nelle miriadi di risposte multiple al “tì estìn”, nell’istanza metafisica stessa del linguaggio. Alla metafisica non si sfugge.
È come la morte. Anzi, di più.
Poi è arrivata una frotta di filosofi strutturalisti a rompere le uova nel paniere del Sistema, in pieno Novecento, una flotta da Invincibile Armata a rivoltare l’Ottocento come un guanto, come un condom al contrario che rende sterile chi non l’indossa, a incappucciarci di critiche al sistema metafisico, utilizzando (consapevolmente?) di esso lo stesso identico linguaggio metacorporale.
Una sorta di critica metafisica essa stessa, astratta perché astraente, che non esulava dal Sistema proprio in quanto ne svolgeva la critica, la critica della critica della critica della et cetera; che poteva pure tacciarsi di essere antimetafisica, ma per quello stesso “essere” pur definibile in qualche cosa, in qualche modo, certo oltre la metafisica non era.
Come cristo tutto questo sia stato possibile, e soprattutto come sia potuto essere passibile di movimenti adeptici e di consensi, io non lo so.
Il tempo è prezioso: non intendo scoprirlo.
Ma che cos’è il tempo? Mio grande, mio dolce, mio docile Agostino…Perché mai hai sentito l’intima necessità di domandartelo?

Proposizione n.2.
Ogni singola parola è un’astrazione che rimanda a qualcos’altro, in un cortocircuito metafisico di senso e significato.
Quando? Dove? Perché?
“Il segno è infatti una cosa che, oltre all’aspetto sensibile con cui si presenta, porta a pensare qualcosa di altro a partire da sé.” (Agostino, De doctrina christiana I.1.1).
Il dualismo di senso e significato oggi sostituisce dicotomie di una metafisicità ben più manifesta, e che un tempo si travestivano da Dio e Diavolo, da bene e male. Occorre andare al di la del bene e del male. Sì. Ma quando? Dove? Perché? E soprattutto: come? Fra senso e significato, non c’è una pura e semplice relazione di uguaglianza, ma neanche una pura e semplice relazione di inferenza. Non univoca, almeno. E non preferenziale. Un segno rimanda non ad un altro segno, ma ad altri segni. A volte, a molti altri.
Praticamente, rinvia ad un sano: “non mi ci raccapezzo”. Ecco perché è sempre esistita la metafisica. Seppure consista bellamente in una presa in giro con cui il linguaggio deride se stesso (con cui il linguaggio di Derrida derida se stesso!), ci sembra di raccapezzarci in essa. Appare sbrogliarci dalle secche del pensiero, del linguaggio. Si manifesta come una volontà superiore di ordine rispetto all’ineffabilità del sentire, rispetto all’inesprimibilità dell’aroma del caffè, che mai e poi mai riuscirò a definire se non in qualche modo. Ovvero poeticamente, come a dire: esteticamente.
Ma essa serve davvero ai nostri scopi?

Proposizione n. 3.
La metafisica è fallace.
Non è difficile, dal criticismo in poi, affermare la fallacità della metafisica, ovvero l’essenza eterea del linguaggio, nebulosa, gravida di umori e febbri sospese e tracciate dalla linea del mercurio temporale del vivo pensiero. Per gli antimetafisici, che non sanno di essere ultrametafisici, la metafisica sbaglia perché possiede un’istanza definitoria astraente, la quale afferma postulando a priori ciò che andrebbe verificato a posteriori. Ah, la métaphysique! Bisogna proprio prenderla a martellate in pieno viso; bisognerebbe, nevvero?, filosofare col martello.
Ma è come dire che la metafisica sbaglia, perché è metafisica. E non c’è qualcosa di sbagliato in questa stessa proposizione?

Proposizione n. 4.
L’assunto dello strutturalismo è, parafrasando l’incipit de Il Ritratto di Dorian Gray: tutta la metafisica, come l’arte, è perfettamente inutile.
Non serve a nulla, non serve nulla. Non serve a nulla in quanto le categorie kantiane, una volta assorbite nell’intelletto, esauriscono la loro funzione costitutiva del pensiero per diventare semplici strumenti nelle mani del soggetto pensante – pensato. Non serve nulla, perché la metafisica “lascia tutto così com’è”, un po’ come la filosofia secondo le mie Ricerche Filosofiche. Non a caso, per secoli, la filosofia si è identificata esclusivamente con la metafisica, con sommo gaudio di Platone ed Aristotele, della Padristica occidentale, di Spinoza e di Leibniz, del pensiero comune così com’è pensato. Non serve nulla, perché in realtà non si mette al servizio di niente e di nessuno: è lì, nel non luogo metafisico, nell’iperuranio della pretenziosità calata dietro il sipario della scienza, nei retroscena di velluto rosso della Loggia Nera di Lynch, che non cerca e non trova vie d’uscita dalla dannazione dell’attrazione sensibile del male, dal proprio autocratico isolamento. Essa non tenta di correggere il proprio atteggiamento astrattamente definitorio, là dove un tentativo di definizione del reale in termini di linguaggio non è più possibile, a meno di incaponirsi nell’assurda pretesa pseudoscientifica di voler definire il necessario attraverso il contingente, l’assoluto attraverso il relativo, e non (questo sì!) tentare anche solo di cogliere l’astratto nel concreto.
Secondo lo strutturalismo, la metafisica non serve, perché è sbagliata. Ed è sbagliata, perché non serve. Ma anche l’arte è perfettamente inutile, come sosteneva giustamente Oscar Wilde.
Dov’è che l’arte sbaglia?

Proposizione n. 5.
Intendere è come un cogliere di colpo.
Questo “cogliere di colpo”, su cui mi dibatto da anni nelle mie solitarie austriache meditazioni, prive del galateo intellettuale di Oxford, è possibile proprio perché rimanda ad una dimensione estetica di significato in base alla quale nulla, dico nulla è definitorio: neanche questa stessa frase. Ma ha luogo una tale dimensione quando si trapassa nel campo dell’espressione linguistica?
Finché sento, tutto è bene. Quando cerco di esprimere in forma di linguaggio ciò che sento, attraverso l’istanza definitoria, lì comincia il campo di dominio della metafisica. Ma allora, se il linguaggio è metafisico per sua stessa interna costituzione, che cosa non lo è?
Il mio intendere non lo è. Non lo è e continua a non esserlo nemmeno mentre parlo. Quanto io sento, io sono, senza l’intimo bisogno di una y a predicato. La parola è un sovrappiù al mio sentire. La parola è espressione della sensazione e del sentimento.
Io sento, quindi intendo. Ma che cosa succede quando cerco disperatamente di tradurre in parole le immagini interiori di questo mio privatissimo sentire? Che strumenti devo utilizzare per poterlo anche soltanto esprimere in qualche modo?
Occorre volgersi allo strumento privilegiato della poesia, ciò in cui si insinua insidiosamente la metafisica stessa del linguaggio. Io debbo parlare per metafore. E debbo farlo proprio per farmi capire dagli altri.
Il linguaggio personale è perpetua parole. È inesauribile poesia in forma di rosa. Pier Paolo, aiutami. Che cosa intendevi dirmi?

Proposizione n. 6.
La definizione è nel linguaggio ciò che Dio è nella teologia: il simbolo delle modalità di funzionamento di un tipo di pensiero, di un particolare sistema di riferimento mentale.
Il verbo essere, copula nell’analisi logica, per sua natura sembra subire le peggiori storture quando viene usato in gergo filosofico, nelle istanze definitorie, in quanto racchiude in sé il germe stesso, nosoforo e malsano in quanto tale, della forma logica della definizione: “x è y”. Eppure, questo è il modo peculiare che noi tutti abbiamo di parlare. È la natura stessa del linguaggio! Dov’è che sbagliamo? Non potremmo esprimerci nei nostri sentimenti, nelle nostre emozioni, impressioni, sensazioni, in un linguaggio diverso da quello che già possediamo.
Ce ne dobbiamo fare una colpa?
Dio mio, sono un porcospino, in quanto tale mi rotolo spesso, e rotolarsi sporca, e rotolandomi mi rendo impuro. Dov’è che sbaglio, se sono un porcospino? Dov’è che sbaglio, se mi rendo impuro?

Proposizione n. 7.
Quale è la forma logica del cogliere di colpo in senso estetico? Essa, semplicemente, non esiste.
Si potrebbe dire anzi che non possiede neanche una forma, se la sua “forma” è estetica. Se è tale, infatti, è anche in continuo mutamento agli occhi della mente e della percezione sensoriale; si presenta come un “intreccio di somiglianze e di differenze”.
Un insieme di Cantor del pensiero? Non mi sembra proprio. Piuttosto: una ghirlanda variopinta del sentimento. Poesia in forma di rosa. Poesia metaforica a getto continuo, in fluida mobilità. Petali e petali rossi di sentimento mi sbocciano nel cuore ad ogni primavera del pensiero. La primigenia istanza del capirsi passa attraverso tutto questo.
E tale è anche e soprattutto la funzione storica dell’arte.

Proposizione n. 8.
X non è tanto y quanto a,b,c,d,e…Dove a,b,c,d,e…sono connessi con x riguardo un diffuso fondo di senso comune, solidale con l’oggetto per quanto riguarda il concetto di sé: il mutamento della varietà riconoscibile.
Qui “mutamento” non significa necessariamente “metamorfosi in continua evoluzione” alla maniera di Eraclito e, in parte, di Hegel. Può anche solo significare un impuro manifestarsi eterogeneo di elementi (che non sia un coacervo indistinto, bensì recuperabile in una pur vaga parvenza di forma logico – razionale a base estetica), di cui uno differisce dall’altro ma è simile ad un terzo che ha elementi in comune con il secondo il quale è solidale con un quarto che non ha niente a che fare con gli altri due e così via, come le parentele trasversali di una famiglia ricolma di figliolanze imbastardite e prive di ideali ariani. Le parole sono come cugini di primo, secondo, terzo, quarto grado. A volte neanche si conoscono a vicenda, eppure si rimandano l’una con l’altra, perché hanno lo stesso sangue, perché sono solidali riguardo le sensazioni, e quindi i concetti, di sé e degli altri. Infatti, a rimandarsi le une con le altre, prima di tutto, sono le sensazioni dei senzienti. Le parole, per dirla in breve, sono un campo fecondo in cui crescono folte le spighe della solidarietà.

Proposizione n.9.
La metafisica è superata non solo perché, insomma, inutile nel senso sopra descritto, ma anche paradossalmente proprio perché non se ne può fare a meno.
Non se ne è mai potuto prescindere, per Dio! Non ce ne libereremo mai. Questo è il punto. La poniamo come problema ogni singolo giorno della nostra esistenza, perché essa è ovunque e sempre. Impossibile disfarsene. È nella natura stessa del linguaggio. E nel momento in cui parliamo, la riduciamo a oggetto di riflessione, la possediamo, la facciamo nostra, la superiamo nei suoi presunti legacci impedenti: essa non è più un problema, bensì, semplicemente, il nostro modo di esprimerci.
Riflettiamo ad esempio sul concetto di sublime, del quale darei questa metafisicissima ed intrinsecamente tautologica definizione: il sublime è l’impensato o ciò che non è stato ancora pensato. Ma per il fatto stesso che esiste un termine che lo determina, un nome che lo denomina, il sublime è già stato pur pensato in qualche modo! Dunque esiste un termine metafisico, perché astratto ed astraente, per indicare un pensato che in quanto già pensato in qualche modo, non può fare a meno di essere continuamente pensato e ripensato, appunto in qualche modo; di conseguenza, esiste almeno nel pensiero che lo pensa, nel pensatore che pensa quel pensiero, nel pensatoio del pensatore, sospeso in una cesta con i discepoli stesi a terra a percepire il contatto con le proprie sensazioni. Il nostro personale phrontistèrion da esseri semplicemente umani non è mai monadico, com’è invece il pensatoio di Dio. Anzi, è sempre interconnesso da miriadi di relazioni multiple intersecantesi all’infinito, nel comune fondo di conoscenze ed esperienze dell’umanità.
Dio è Dio.
L’uomo è l’uomo.
X continuerà sempre ad essere y.

Proposizione n.10.
Un concetto metafisico, una volta pensato, è ineliminabile dal pensiero che pensa nel qui ed ora del pensiero stesso.
Ma del resto, può esistere un pensiero che non pensi solo ed esclusivamente hinc et nunc? Solo Dio è eterno e fuori del tempo.
Ma Dio pensa?
È questo un problema esemplare che ci riguarda? Sì: homo sum, ultrahumanum nihil a me alienum puto. Ed è un problema che possiamo risolvere in modo definitivo? No. Ma proprio per questo, a ben vedere, il noumeno kantiano non è un impedimento alla conoscenza, perché possiamo provarci almeno in modo definitorio; ovvero, direbbe Kant, in modo metafisico. Ma se metafisico è per sua stessa natura il linguaggio, dunque, tenteremo ogni volta di risolvere problemi come questo in modo contemporaneamente anche teoretico, oltre che pratico, in virtù dei nostri stessi strumenti linguistici e di pensiero, ed a partire dal fondo comune di senso estetico in cui siamo immersi a testa china.
Un tentativo definitorio di parlarne può essere il seguente.
Se anche Dio pensasse, penserebbe in modo diverso dal nostro. In ambedue i casi, sia che pensi o che non pensi, come facciamo a saperlo?
Tutto ciò che ci rimane, per ora, è un’affermazione in forma di domanda. Ma non è forse anche questa, ben lungi dall’epokè, una forma di conoscenza? E se ci scrivessi sopra un poema, che forma di conoscenza sarebbe?
La più metafisica. La più perfetta e sublime. Una poesia.

Proposizione n.11.
La metafisica del linguaggio sopravvive benissimo sul filo del rasoio di un paradosso metaforico inestinguibile.
Il paradosso consiste nel fatto che la metafisica, nonostante la sua inutilità vada a braccetto con la sua eterna sussistenza nell’universo mentale, viene superata continuamente nel momento stesso in cui viene messa in questione: proprio quando viene problematizzata, non è più un problema. Io ne parlo, e nell’attimo in cui lo faccio, la posseggo in tutte le sue molteplici accezioni. Io ne parlo, e nel momento esatto in cui mi esprimo, ci sono in mezzo, mi ci calo, è cosa mia, rientra nel mio personale ma universalmente comunicabile orizzonte di senso.
Io sono un uomo metafisico che si dibatte sorridendo e pieno di speranze nella fluida metamorfosi del tropo.
Io detengo in me la possibilità di comunicare con il mio prossimo, all’interno e sulla soglia dell’immenso campo semantico di ogni possibile semiosfera. E da quella soglia io osservo ciò che c’è oltre, ciò che c’è dopo, disegno il volto di Dio a mia immagine e somiglianza. Niente e nessuno può fermarmi. Io raccolgo in me, in un florilegio cornucopico metaforico, tutta l’incessante poesia, possibile ed impossibile, del linguaggio. Io racchiudo in me le infinite possibilità estetiche e logiche della metafisica. Il diavolo se la porti, la posseggo metafisicamente nella sua totalità!

Proposizione 12.
Non esiste nulla di cui non si possa parlare. Non esiste nulla di cui si debba tacere.
C’è forse un limite espressivo alla poesia? No. Che la prosa si adegui, se può. Ma la prosa già lo fa, da millenni. Non c’è trucco, non c’è inganno. La metafora è il fondamento del nostro modo di sentire, di pensare, di parlare. Ci ho pensato, pensato infinite volte. La metafisica è il prose poem del pensiero. La sua istanza, io lo so, è metaforica. In questo aveva ragione Derrida. Solo che non c’è il minimo problema in tutto questo. Solo che la metafisica non la si può decostruire, a meno di un tentativo di suicidio fisico ed intellettuale. Perché essa è la natura del nostro stesso pensiero – linguaggio. Quindi Derrida aveva, anche, torto.
Quanta poesia c’è nella prosa?
Quanto orrore cosmico dell’intelletto risiede nelle grandiose possibilità del sentimento?
Quanta poesia ipnoterapeutica c’è nella filosofia?

* * *

Appunto disordinato, numerato alla rinfusa. Scritto per puro caso. Con il filo di sangue che macchia ogni giorno il mio rasoio di Occam.
Giorno: corrente. Rilettura: infinite volte, e con sfumature metaforiche sempre diverse. Le sfumature le ha operate il barbiere di Occam. Come la zigrinatura obliqua della capocchia di uno spillo, come la tonsura circoscritta di un chierico vagante, un circolo di senso e significato mi vortica danzando nel cervello. La soluzione più giusta è sempre quella più semplice. Così si risolvono davvero i problemi: scoprendo che non ce ne sono mai stati.
Lettori posteri presunti: il maggior numero possibile. Perché è bene che quanto di ovvio vi sia in queste pagine venga rimuginato.
Perché è bene che se ne parli.
Perché è nell’ovvio che c’è davvero la meraviglia.

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37 Responses to Wittgenstein – Un monologo

  1. alfredo il 26 giugno 2013 alle 23:04

    Aspettavamo da tempo, diciamo che temevamo, lo sbarco della “Critica impura” su Nazione Indiana. La boucle est bouclée. Vous vous foutez de nous? Oui, vous vous foutez de nous. Qui vi viene spiegato tutto, non avevate capito: che cosa fa Platone con il dito contro la schiena di Socrate scrivente. Mais pourquoi, finalement, elle ne passe pas son temps à remplir des poubelles. Les rues sont pleines d’ordures. Non vale la pena neanche citare Derrida. Il suffit qu’on se moque de lui: “… per questo suo atteggiamento analitico – critico terroristico (da buon algerino!)…” (S. C.) . “con cui il linguaggio di Derrida derida se stesso” (S. C.). Queste frasi passeranno senz’altro, l’eleganza della frase prima di tutto, ma il mio commento verrà censurato, temo. Tanto vale citare ancora, rimettendomi alla benevolenza di Pinto, Inglese, ecc. : “l’orrore di una copula sodomitica e socratica – proclitico copulare indefesso – come un condom al contrario”. Dopo la filosofia venne la poesia : “Petali e petali rossi di sentimento mi sbocciano nel cuore ad ogni primavera del pensiero. La primigenia istanza del capirsi passa attraverso tutto questo. E tale è anche e soprattutto la funzione storica dell’arte”. Poi alla fine della proposizione n.8 mi accasciai tra le parole, pardon tra i cuscini, pardon tra i cugini di primo, secondo, terzo, quarto grado. Mi sono risvegliato di fronte alla parola “sublime” caracollando incredulo fino al “pensatoio di Dio”. Ho creduto di non farcela ad arrivare alla proposizione successiva, ma l’uomo è l’uomo e l’uomo ha resistito. Sono stato tentato a più riprese di mettermi in cerca di Wittgenstein o Garroni, non trovando una sola virgoletta. Però mi sono detto, prima o poi deve finire, magari fino a dodici ci arrivo. E perché no, posso anche saltarne una, il senso dell’insieme non mi sfuggirà. “E se ci scrivessi sopra un poema” (S. C.), qui un brivido lungo la schiena, la minaccia era seria. Superata. Ma sapevo che non era tutto in discesa, la proposizione n.11 era in agguato, con il grande Io a dettar legge. Gli interrogativi della dodicesima stazione mi fecero sudare freddo. Ma arrivai all’epilogo e appresi che aveva riletto infinite volte quel che mi aveva torturato fino ad ora “e con sfumature metaforiche sempre diverse… operate (dal) barbiere di Occam”. “Come la zigrinatura obliqua della capocchia di uno spillo, come la tonsura circoscritta di un chierico vagante” un cerchio alla testa mi fece capire che… Ero un “lettore postero presunto” e non lo sapevo.

    • riccardo cavallo il 27 giugno 2013 alle 09:28

      impossibile non concordare in tutto e per tutto con Alfredo…

  2. daniele ventre il 27 giugno 2013 alle 12:28

    Certo, certi individui (post-de-moderni) concordano sempre in tutto e per tutto.

    • alfredo il 27 giugno 2013 alle 14:57

      par le temps qui court la “carte postale” est de plus en plus lente, laisse courir le cheval… , c’est un cheval de retour, ti manderò par retour du courrier una reproSuction, faute d’orthographe di Derrida, e retour en force della scrittura fonetica…

    • riccardo cavallo il 27 giugno 2013 alle 15:49

      concordavo con Alfredo,non certo per culto del consenso,nè per altre certezze,individuali post o de

      • alfredo il 27 giugno 2013 alle 15:57

        Anche perché… le certezze stanno tra la “padristica” occidentale e “l’epoké”…

    • alfredo il 27 giugno 2013 alle 15:52

      “per questo suo atteggiamento analitico – critico terroristico (da buon algerino!)”

      Si può passare da casa per le spiegazioni o si resta in linea…?

  3. MARTA MANZONI il 27 giugno 2013 alle 13:02

    ???

  4. Sonia Caporossi il 27 giugno 2013 alle 16:26

    Salve, solo due parole di chiarificazione.
    Non vorrei che si confondesse il testo nelle sue valenze di genere e specie, non vorrei che si travisasse il suo significato in base a presunte antipatie concettuali antiche che per me non hanno ragione di esistere. Qui non si “spiega” proprio niente, non solo perché “la filosofia lascia tutto com’è” (Wittgenstein), non solo perché “spiegare” vorrebbe significare una pretesa di punto di vista giudicante, dall’alto (un po’ come quella che ostentano spesso coloro che parlano di sé al plurale come il Papa, insomma) sinceramente estranea al filosofo a cui è intestato il brano e alle intenzioni di chi scrive, ma anche e soprattutto perché si tratta di un monologo letterario che in quanto tale non pretende verità di scienza né certezze. Inoltre vorrei specificare che amo molto Derrida, se così non fosse parso a causa della drammatizzazione del testo.
    Una buona serata a tutti, grazie della lettura.

  5. Vladimir il 27 giugno 2013 alle 17:22

    Lo trovo intensamente interessante, lucido, colto e raffinato nello stile. Non una sorpresa (data la talentuosa abitudine che l’autrice riserva a questi scritti), semmai una conferma.

  6. […] Leggi “Wittgenstein” su Nazione Indiana. […]

  7. Alessandro il 27 giugno 2013 alle 22:48

    Ma non ho ben capito cosa Alfredo non ha gradito dello scritto. l’ho trovato tagliente con riferimenti pertinenti . Nessuno ha capito cosa fa col dito Platone sulla schiena di Socrate, nemmeno Derrida. Meno ironia e più critiche costruttive. Questo monologo merita di più che una semplice scrollata di spalle. e poi il francese alfredo, cosi demodé…

    • alfredo il 28 giugno 2013 alle 19:49

      Caro Alex, fino a ieri sapevo leggere, non posso essermene dimenticato in un attimo. Questo monologo non merita niente di più che ironia e sarcasmo. Mi sono anche trattenuto, per evitare la censura, a cui non sono sfuggito altrove. Leggi “Chez Madame”. Il francese demodé: raccontalo a Philippe Sollers. Se la letteratura e la poesia sopravvivono, accendi un cero a questa lingua sovranamente letteraria. Se la netiquette di Nazione Indiana, provvidenzialmente, fosse estesa agli articoli, non ci saremmo gustati l’ennesimo monologo caporossiano, e saremmo tutti più poveri. Come sarebbe bello, però, delirare ognuno nella propria piccola camera. Ma no, è proprio l’Altro, con la grande A maiuscola che l’inchiostro della futilità vuole raggiungere, scrivere banalità, passando tra le gambe della virtualità. Monologo tra filosofia e letteratura, nientedimeno. Vuoi sapere cosa non ho gradito nello scritto, il florilegio sarebbe troppo esteso, perché è un coacervo di str…..e. Un esempio per tutti, ma poi mi fermo per decenza: “Socrate continua pedissequamente a penetrarci fra i lombi con la mollezza della mente che si traveste da forzuta energheia”. Ma si può scrivere così. E chi è costei: Saba Sardi in gonnella. E si va avanti così per dodici stazioni. Col tono oracolo-tentacolare filosolfa acchiappa gonzi. Vi siete tutti vegliati ieri o parliamo seriamente. Ma tu che sei intelligente caro Alex, e forse un tempo leggevi cose serie e profonde, spiegami buon Alex questa frase che resiste e tormenta il mio cervello, cedimelo il tuo cervello: “questo suo atteggiamento analitico – critico terroristico (da buon algerino!)”. Non ti suona vagamente… . Se hai letto “La carte postale” qualcosa in più della coppia Platone-Socrate ne saprai… ma se hai letto “La carte postale” com’è che non afferri la differenza tra scrivere (e l’ironia non manca certo a Derrida) e pontificare dal sottoscala.

      • UH 'rbano il 6 agosto 2013 alle 17:22

        sono inderogabilmente d’accordo con AR, perché 2 o 3 brutture squisitamente formali ci sono davvero(ma ‘sta cosa dei lombi e derrida/algeria/boh?): inscusabili, ma penso ormai lo riconoscerà la stessa autrice.

        forse mera svista, succede.

    • daniele ventre il 30 giugno 2013 alle 10:42

      Alfredo non ha gradito, dello scritto, Sonia Caporossi che Alfredo stesso si è divertito a insultare gratuitamente in passato, e me che si è divertito a insultare gratuitamente in tempi recenziori. E’ suo costume.

      • ar il 30 giugno 2013 alle 15:23

        Signor Ventre, io non so bene cosa lei consideri insulto… ma credo proprio che lei sia sulla cattiva strada… lei ha solo paura dell’ironia e della satira… da cui persone intelligenti sanno difendersi… e controbattere… e lei non è uno stupido… lo diventa quando per dar sfoggio di sé traduce da una lingua che non conosce e si espone al ridicolo… è stato lei, che, privatamente mi ha riempito di insulti e minacciato di denunciarmi, fino a minacce di ben altro tenore… mi fermo qui… io non credo di aver mai usato un linguaggio come quello che lei ha usato in privato con me… quanto alla signora SC se lei (D. V.) mi spiega, con l’acume di cui dispone, il significato di questa frase su Derrida: “questo suo atteggiamento analitico – critico terroristico (da buon algerino!)”, ma la prego non mi dica che è filosofia o letteratura… e dimentichi Derrida… , ne possiamo riparlare… però se lei censura i miei interventi… e mi muove accuse di trolleraggio o altro, quando io ho sempre usato il mio blog con nome e cognome… e muovendomi in una direzione ben precisa, perché il “troll” più pericoloso è l’articolista…

  8. Francesco Pelillo il 27 giugno 2013 alle 23:41

    Cara Sonia, ho letto e riletto e devo dirti che, forse per mie carenze culturali, mi sono un po’ perso nella tua lunga e edotta esposizione. Però ho ripreso queste tue frasi, per dirti la mia a seguito di ognuna:

    Prop.4) “incaponirsi nell’assurda pretesa pseudoscientifica di voler definire il necessario attraverso il contingente”
    – Io penso e vivo convinto che solo il contingente possa definire il necessario, non perchè reputo il contingente come verità assoluta, ma solo perchè aderisco alla convenzione che esprima verità relative utili alla mia sopravvivenza.

    Prop.5) “Io debbo parlare per metafore. E debbo farlo proprio per farmi capire dagli altri”
    – Io penso che tutte le nostre proposizioni siano metafore di quello che realmente accade nei nostri circuiti neuronali a livello biochimico. Voglio dire che annettiamo significati a una serie di contatti sinaptici in base a esperienze pregresse che ne hanno determinato l’architettura.

    Prop.6) “La definizione è nel linguaggio ciò che Dio è nella teologia: il simbolo delle modalità di funzionamento di un tipo di pensiero, di un particolare sistema di riferimento mentale”
    – Io penso che non possa essere altrimenti. Senza definizioni, errate o giuste secondo gli altri, non ci sarebbe alcuna possibilità dell’affermazione di sé e, di conseguenza della formazione di qualsiasi relazione sociale, cooperativa o conflittuale che sia.

    Prop.6 bis) “Non potremmo esprimerci nei nostri sentimenti, nelle nostre emozioni, impressioni, sensazioni, in un linguaggio diverso da quello che già possediamo”
    – Perfetto. Sono totalmente d’accordo, alla condizione però, che tu lo intenda in modo dinamico. Voglio dire che il linguaggio che possediamo è continuamente aggiornato dalle nostre interazioni con il mondo.

    Prop.7) “Quale è la forma logica del cogliere di colpo in senso estetico? Essa, semplicemente, non esiste”
    – Se per “logica” intendiamo qualcosa che sia definita tale da una maggioranza, sono perfettamente d’accordo. Per il senso estetico non esiste. Ma se parliamo di una logica estetica individuale, la troviamo in ognuno di noi, e risponde sempre alla necessità di armonizzare le proprie aspettative determinate da fattori culturali e ambientali con l’oggetto osservato.

    Comunque, se il tuo intento era quello di smontare, universalizzandola, la pretesa peculiarità della metafisica, mi trovi completamente d’accordo. I soloni della metafisica e gli scientisti ottusi devono convincersi che, consapevolmete o meno, essa è appannaggio di tutti, dal ciabattino al premio Nobel…

    Grazie, Francesco.

  9. savino il 28 giugno 2013 alle 16:10

    penso che Wittgenstein, leggendo codesto papiro avrebbe, di sicuro, avuto un attacco apoplettico….

    • Carla il 30 giugno 2013 alle 10:17

      sempre se lo avesse letto…
      era molto selettivo verso le sue letture…
      e soprattutto nei suoi ultimi pensieri diversi.
      l’arte della concisione si matura col tempo, con l’esperienza, e con la capacità di usare bene le proposizioni.

      saluti

  10. antonio bux il 28 giugno 2013 alle 20:27

    Ho letto, trovando spunti interessanti qua e là, anche se in molti casi ho avuto difficoltà per le mie mancanze conoscitive circa i riferimenti.

    Alcuni passaggi li ho trovati, però, di spunto come:

    1) L’essenza definitoria interna alla struttura stessa del linguaggio, qualsiasi linguaggio, che nasce per forza di cose, come conseguenza, quando ad un significante come immagine acustica facciamo corrispondere storicamente e quindi, arbitrariamente, un determinato significato o valore concettuale.

    2)È vero che nella metafora ci sta la poesia. È vero che la metafisica appare invece come la prosa del pensiero, come la baldanza della definizione che pretende di dire, di sapere, e lascia agli altri il mero fare. Come la presunzione del “che cos’è”. Come l’orrore di una copula sodomitica e socratica che esige un suo corrispettivo in moneta sonante, nella parte nominale ben recitata da tutti noi, che siamo gli attori.
    Attori di atti inconsulti del linguaggio.

    Rimando al bel saggio, per quanto riguarda il primo paragrafo da me ricopiato, di Brunella Antomarini, edito da Aragno, “La preistoria acustica della poesia”, da me recentemente letto ed apprezzato, penso ci sia molta chiarezza in quello scritto al riguardo.

    Per quanto riguarda il secondo paragrafo, reputo che la sola metafora non sia rappresentante, come giustamente si avverte poi, della poesia odierna. Più mi ritrovo in questa prosa del pensiero come si intende la metafisica, quello che cerco di fare anche nella mia trilogia che Sonia sta leggendo, e che in molti dei passaggi qui riportati trova assonanza. Un po’ ricordando Benjamin, cito a memoria la questione del deutung, ossia della spiegazione (intesa anche negli scritti miei, dunque a mio parere, come “falsa presunzione” che porta all’inevitabile superamento di un senso, senso intenso come verità a sé stante):

    “La vera spiegazione (Deutung)
    afferra l’estrema superficie delle cose,
    la loro più pura materialità (Sinnlichkeit);
    spiegazione (Deutung) è superamento del senso”

    Dunque per vera, e dico vera, spiegazione, si intende la falsa presunzione dell’oggetto pensante contro l’oggetto nel suo contorno metafisico. Già ci si avvia, ancor prima di pensare, verso una falsa presunzione, entrando in una metafisica delle cose, per attraversare la propria materialità, quella parte spirituale che poi condensa le forme da dentro. Ciò lo fa appunto il pensiero, il linguaggio cercando di superarsi, cercando di superare il senso sotto questa forma di presunzione, sotto questa verità preponderante. È un problema di spazi, infine, nel metafisico che è spazio di per sé, dove il pensiero ha un riferimento preciso, a volte qualche buco nero anticipa le cose però, lì succede qualcosa di diverso e di migliore.

    Per questo molte volte, e parlo anche personalmente, si prova a dare alla verità il proprio superamento di essa, proprio tramite se stessa. Alla fine, nello straparlare degli oggetti, fluisce incombente e più sotto, lo strato più vero delle cose osservate, dette, pensate.

    Comunque rischio, come mio solito, di sfociare in altro…perciò mi fermo.

    Complimenti per il coraggio e per l’altezza dei temi, anche se, per me, a volte diventa difficile connettere tutto (causa anche i vari miei problemi strutturali e carenze culturali) e, dunque, esprimere un giudizio globale e definitivo spesso non mi riesce. Però ho apprezzato il tentativo di congiungere le problematiche annose del linguaggio con le esigenze quasi materiali che oggi impone un certo tipo di scrittura, affrontata con franchezza e responsabilità.

    Sonia è una persona franca e responsabile, dunque ha la mia stima.

    Spero di non aver detto fregnacce. Grazie,

    un saluto

    Bux

  11. antonio bux il 28 giugno 2013 alle 20:33

    scusate qualche refuso per la fretta: “si prova a dare della verità il proprio di superamento di questa, tramite se stessa”, grazie, sorryBux

  12. Meth il 29 giugno 2013 alle 14:14

    Si ritrova in questo monologo la fierezza “brava” dello scrivere di Sonia Caporossi,che non teme di metter inchiostro e pensiero analitico in scritti in cui altri “oracoli filosofici” pongono visioni delfiche e cumane. Altro va in ombra? No, il testo è l’origine da cui partire ogni volta, ci manchebbe, ma sentir confutare le opinioni “accolte tra i dotti” (Descarts) è un leggere che finisce in solitaria. Un saluto.

  13. antonio bux il 29 giugno 2013 alle 15:34

    “si prova a dare della verità il proprio superamento di questa, tramite se stessa”

    TASTIERA MALEDETTA :D

  14. […] Wittgenstein – Un monologo | Nazione Indiana. […]

  15. Ezio Saia il 30 giugno 2013 alle 13:04

    Mi è molto piaciuto questo tuo monologo poetessa filosofa. Il migliore che tu abbia scritto: almeno secondo me. La cifra della prosa poetico-filosofica ti abita e si sente a casa sua. Il vocabolario, la sintassi, il divagare, gli approdi di pensiero e linguistici, l’aggettivo che non ti aspetti.
    Ma veniamo agli argomenti trattati. Parli di metafisica e di linguaggio, di Wittgenstein e di Derrida e questi sono argomenti sui cui, se pur da dilettante, ho meditato molto.
    Domanda Metafisica. La forma generale del teorizzare ci dice che non c’è altra forma con cui esprimere una qualsiasi domanda e che quindi la domanda stessa diviene la condizione dell’impossibilità della risposta; un’impossibilità che noi leggiamo come “non senso”. Essere è vivere, è respirare ed è anche e inevitabilmente, essere a disagio, interrogarsi e cercare risposte. Purtroppo tutto deve avvenire con il linguaggio,
    La struttura del linguaggio, la metafisica convogliata, è quella dell’informazione, dei modelli, delle teorie. Non ci porta verità ma perde il mondo mentre lo conquista. Tu sembri sostenere che la poesia ci può dare ciò che con il linguaggio (Quello delle teorie, l’unico che abbiamo) non si può dire e ti appelli al linguaggio poetico, anzi alla metafora. Il linguaggio è quello dell’uomo informatico quello selezionato dall’uomo conquistatore e sopravvivente, quello in cui si è prefigurato il destino dell’uomo conquistatore. Ma noi abbiamo solo quello.
    Se il linguaggio che abbiamo a disposizione è quello dell’informazione, se esiste solo quel linguaggio, se esiste quel qualcosa che indichiamo come verità, allora quel qualcosa, quella verità dobbiamo convogliarla usando l’arma del nemico ossia il linguaggio di verità. Non solo metafora ma ironia, comicità, grottesco, ecc.

  16. Ezio Saia il 30 giugno 2013 alle 13:07

    Kant elabora un circolo virtuoso che dà una fondazione alla verità “sensata”, ma la dà fondando il “sensato” sul “non sensato”, anche se su “un non sensato” problematico. L’idea rivoluzionaria di Kant ci dice che non si ha senso senza attività di non senso,

    Ciò che Kant non coglie è che l’indagine sulla domanda metafisica va rinviata al senso della domanda in se stessa indipendentemente dalla distinzione tra il metafisico e il non metafisico e, più in generale, al senso del teorizzare.
    Diamo per scontato che sia l’uomo a interrogarsi, ma di certo sappiamo solo che la domanda si pone e si ripropone, che sicuramente risuona dentro di noi singoli individui, che noi sentiamo questa domanda e ne comprendiamo il senso. Diamo per scontato che coercitivamente dobbiamo ascoltarla e affaticarci per dare una risposta e non ci spingiamo oltre. Non sappiamo chi è il soggetto che s’interroga, non sappiamo chi pone la domanda. Non sappiamo se è essa stessa a porsi, se siamo noi a porcela o qualcuno esterno a noi.

    Eppure la tradizione filosofica ci dice che siamo noi a interrogarci. Ma interrogare se stessi non è forse schizofrenico? Sembra quasi che qualcosa ci imponga questa conclusione e che questo qualcosa sia la forma linguistica della domanda. Sembra che sia il linguaggio a imporci un paradigma da cui non possiamo uscire e ci conduca come soggetto autonomo lungo un solco già tracciato. Il contesto semantico esige che, essendoci una domanda, ci sia, oltre il contenuto della domanda, un essere che domanda e un essere a cui la domanda è posta. Ma è proprio questo paradigma a portarci nel circolo vizioso; noi domandiamo nella forma della nostra domanda, noi rispondiamo in quella stessa forma di cui solo siamo capaci e l’oggetto della domanda è proprio quell’essere inscindibile e unitario che non può essere né domandato né afferrato dalla risposta. E’ più semplice pensare che non siamo noi a riproporre la domanda, e che questa si ripropone da sola con incredibile autorità. Constatiamo che non siamo liberi di rinunciare e cacciarla, che la domanda risuona in noi e c’interroga con prepotenza; che si pone con determinazione, INDIFFERENTE all’inquieto disagio che essa stessa ci infligge. Ma – e questo è fondamentale – se la domanda è soggetto, se il linguaggio ci conduce a un soggetto schizofrenico, non possiamo attribuire quella schizofrenia a quel singolo mortale che è ognuno di noi, quando sia la domanda, sia il linguaggio lo precedono. Domanda e linguaggio agivano prima che ogni “noi” singolo mortale venisse vissuto dal linguaggio e dalla domanda.

  17. virginialess il 1 luglio 2013 alle 18:05

    Se ricordo bene il testo di Garrone, il silenzio di Wittgenstein su certi argomenti richiamerebbe comunque una superiore coscienza critica… Essi vengono soltanto accennati, guardati attraverso (durchschauen).
    In parole povere, standocene sul determinato e guardando attraverso le possibilità dei fenomeni, ci rivolgiamo “obliqui” all’esperienza nella nostra ricerca di senso.
    Azzarderei un pezzetto sulla “totalità”che, insomma, continua a tentarci.

  18. Vincenzo Cucinotta il 2 luglio 2013 alle 07:43

    Non avendo il tempo di addentrarmi sui contenuti propriamente filosofici dello scritto, mi limito a fare un’umilissima domanda: ma perchè Wittgenstein?
    Insomma, ho l’impressione che la Caporossi non resista neanche lei alla “moda” di citare il nome di Wittgenstein, che in effetti si vende molto bene. Un giornalista c’ha fatto un blog fortunato, e non mancano tante opere di fiction, dalla narrativa alla cinematografia, che ne utilizzano il nome come una specie di etichetta (forse un marchio DOC?).
    Naturalmente, la citazione è strettamente correlata alla pertinenza del riferimento: a tutta prima, ma rileggerò con maggiore attenzione, mi pare che la pertinenza sia abbastanza carente, come risulta chiaramente almeno sulla forma argomentativa. Chi ha letto le “Ricerche filosofiche”, sa bene che lo stile di Wittgenstein è asciutto e va dritto a seguire geniali sviluppi logici, mentre la Caporossi usa argomentazioni molto discorsive, in modo che i due stili sembrano stare agli antipodi: sarebbe stato chiedere troppo alla Caporossi, che si fosse imposta una certa omogeneità stilistica con lo stracitato Wittgenstein?

    • virginialess il 2 luglio 2013 alle 09:09

      Concordo. E in generale, anche a prescindere dal Wittgestein “modaiolo”, l’approccio della Caporossi ha poco a che fare sia con le modalità argomentative che con le finalità speculative del pensatore.

      • Sonia Caporossi il 3 luglio 2013 alle 17:03

        Concordo anch’io, avete visto bene. Non c’è alcun tentativo mimetico dello stile di Wittgenstein, e Wittgenstein è solo un espediente narrativo – non per moda, ma per comunanza di interessi – per parlare di metafora e analogia come fondamenti del linguaggio senza la coercizione veritativa che dovrebbe essere propria del trattato filosofico. Vi è qui peraltro immaginata una pagina di diario; ma non vorrei aggiungere ulteriori chiavi interpretative, in quanto si tratta di un esperimento per natura un poco spiazzante, come tutte le ibridazioni, e preferisco che l’interpretazione rimanga aperta così che io possa assorbirne le indicazioni, delle quali anzi vi ringrazio tutti di cuore, perché mi sono estremamente utili e feconde.
        Sonia Caporossi

        • Roberto Franco il 9 luglio 2013 alle 12:50

          Sonia Caporossi usa qui una forma poetica, sebbene in qualche modo particolarmente precisa, cristallina difficile da fraintendere in ognuna delle proposizioni che costituiscono il testo. La sua è una critica del linguaggio (e, contemporaneamente della concezione occidentale del linguaggio) considerato come un processo fondamentalmente tautologico, incapace di validare o invalidare se stesso dall’esterno definendo (per affermazione o negazione) un ineffabile altro da sé, cioè un indicibile, cioè per sua stessa definizione qualcosa che non può essere detto. Le forme della poesia o della metafora sfuggono ancor più all’ossessione definitorio-tautologica che lei coglie – e qui la particolare originalità – nell’intera storia del pensiero occidentale, da Platone alla contemporaneità. Sonia scava sarcasticamente nel dedalo di tic e illusioni ottiche che caratterizza a suo vedere l’idolatria del totem tautologico nelle sue varie forme e sviluppi. Un monologo coraggioso, tutt’altro che vago o autoindulgente



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