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	Commenti a: Su 3 chapbook poetici	</title>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241931</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2013 22:38:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241924&quot;&gt;Giulio Mozzi&lt;/a&gt;.

mi sembra che siamo d&#039;accordo sul punto generale: si scrive dentro un contesto, spinte e controspinte, reazioni a, emulazioni di, ecc. io però torno al punto specifico che mi interessa. Al di là delle spinte o degli attriti interni, che sono le condizioni che ogni scrittore o artista stabilisce per misurare la riuscita o la sensatezza della suo fare, m&#039;interessano alcune importanti condizioni esterne. Un romanziere in genere deve realizare il suo lavoro a partire da alcuni compromessi, legati alla natura del mercato editoriale. Se scrive racconti, lo spingono a fare il romanzo, se fa un romanzo su un certo tema, lo indirizzano a un tema più accattivante, se usa un certo linguaggio, lo spingono ad usarne un altro. Considero questi gli imperativi di adattamento, che non per forza devono sfociare in un lavoro mediocre. Al poeta, in genere, non si fa neppure l&#039;editing. Nessuno gli dice metti dentro questo e togli questo. Di tutti i libri di poesia che ho pubblicato, una volta sola mi è stato fatto una sorta di editing, con risultati per me molto soddisfacenti. I poeti devono farsi l&#039;auto-editing da soli, chiedendo agli amici di leggere e di dare loro consigli. Quando un editore decide per qualsiasi ragione di pubblicare un libro di poesia, il più è fatto. I limiti possono essere di numero di pagine, ma raramente vi è qualche compromesso da realizzare. Questo è un dato di fatto. Di per sé ciò non indica che allora, senza compromesso, vengono fuori dei capolavori. Ma dentro questa libertà può anche finirci chi non per forza concepisce la poesia come la intende una maggioranza di lettori. Alcuni vanno lì semplicemente perché si sentono più liberi di scrivere in un certo modo. L&#039;affiliazione al genere diventa meno importante che la libertà di cui lì si dispone. (Spero io di essermi spiegato.)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241924">Giulio Mozzi</a>.</p>
<p>mi sembra che siamo d&#8217;accordo sul punto generale: si scrive dentro un contesto, spinte e controspinte, reazioni a, emulazioni di, ecc. io però torno al punto specifico che mi interessa. Al di là delle spinte o degli attriti interni, che sono le condizioni che ogni scrittore o artista stabilisce per misurare la riuscita o la sensatezza della suo fare, m&#8217;interessano alcune importanti condizioni esterne. Un romanziere in genere deve realizare il suo lavoro a partire da alcuni compromessi, legati alla natura del mercato editoriale. Se scrive racconti, lo spingono a fare il romanzo, se fa un romanzo su un certo tema, lo indirizzano a un tema più accattivante, se usa un certo linguaggio, lo spingono ad usarne un altro. Considero questi gli imperativi di adattamento, che non per forza devono sfociare in un lavoro mediocre. Al poeta, in genere, non si fa neppure l&#8217;editing. Nessuno gli dice metti dentro questo e togli questo. Di tutti i libri di poesia che ho pubblicato, una volta sola mi è stato fatto una sorta di editing, con risultati per me molto soddisfacenti. I poeti devono farsi l&#8217;auto-editing da soli, chiedendo agli amici di leggere e di dare loro consigli. Quando un editore decide per qualsiasi ragione di pubblicare un libro di poesia, il più è fatto. I limiti possono essere di numero di pagine, ma raramente vi è qualche compromesso da realizzare. Questo è un dato di fatto. Di per sé ciò non indica che allora, senza compromesso, vengono fuori dei capolavori. Ma dentro questa libertà può anche finirci chi non per forza concepisce la poesia come la intende una maggioranza di lettori. Alcuni vanno lì semplicemente perché si sentono più liberi di scrivere in un certo modo. L&#8217;affiliazione al genere diventa meno importante che la libertà di cui lì si dispone. (Spero io di essermi spiegato.)</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Giulio Mozzi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241924</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giulio Mozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2013 13:32:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241917&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Sospetto, Andrea, che &quot;in mezzo al vuoto pneumatico&quot; proprio non si possa scrivere. Ossia che quelli che tu chiami &quot;attriti&quot; (parola con sfumatura negativa) sono semplicemente i componenti del campo della poesia.
Io mi ricordo che a suo tempo cominciai a scrivere (racconti) anche grazie ad alcune spinte (altro che &quot;attriti&quot;!): lessi alcune opere e dissi a me stesso: &quot;Ma se questi qui scrivono queste cose così, allora posso provare anch&#039;io, perché questa lingua somiglia a quella che io parlo&quot;; lessi altre opere e dissi a me stesso: &quot;Devo fare qualcosa contro queste opere. Tipo farne una diversa&quot;. Ecc.
Questi sono fatti biografici, ma anche generazionali (il primo autore era il Lodoli di &quot;Grande raccordo&quot;, il secondo il De Carlo di &quot;Arcodamore&quot;).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241917">andrea inglese</a>.</p>
<p>Sospetto, Andrea, che &#8220;in mezzo al vuoto pneumatico&#8221; proprio non si possa scrivere. Ossia che quelli che tu chiami &#8220;attriti&#8221; (parola con sfumatura negativa) sono semplicemente i componenti del campo della poesia.<br />
Io mi ricordo che a suo tempo cominciai a scrivere (racconti) anche grazie ad alcune spinte (altro che &#8220;attriti&#8221;!): lessi alcune opere e dissi a me stesso: &#8220;Ma se questi qui scrivono queste cose così, allora posso provare anch&#8217;io, perché questa lingua somiglia a quella che io parlo&#8221;; lessi altre opere e dissi a me stesso: &#8220;Devo fare qualcosa contro queste opere. Tipo farne una diversa&#8221;. Ecc.<br />
Questi sono fatti biografici, ma anche generazionali (il primo autore era il Lodoli di &#8220;Grande raccordo&#8221;, il secondo il De Carlo di &#8220;Arcodamore&#8221;).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241917</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2013 09:56:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241913&quot;&gt;Giulio Mozzi&lt;/a&gt;.

ti sei spiegato forte e chiaro, Giulio; a queste pressioni che citi, e che sono verosimili, si potrebbero aggiungere le pressioni interne: sono convinto di dover scrivere in versi regolari, anche a costo di falsare la voce, perché così credo e sono convinto si debba fare, devo far saltare la sinstassi, perché così facevano i miei maestri, ecc. ecc.
giusto per dire che nessuno scrive in mezzo al vuoto pneumatico, ovunque uno si giri c&#039;è l&#039;attrito... ma non tutti gli attriti sono della stessa natura, sopratutto per le conseguenze che possono avere sulla scrittura... ma il discorso sarebbe lungo e dovrei esemplificarlo, ad esempio, in termini autobiografici...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241913">Giulio Mozzi</a>.</p>
<p>ti sei spiegato forte e chiaro, Giulio; a queste pressioni che citi, e che sono verosimili, si potrebbero aggiungere le pressioni interne: sono convinto di dover scrivere in versi regolari, anche a costo di falsare la voce, perché così credo e sono convinto si debba fare, devo far saltare la sinstassi, perché così facevano i miei maestri, ecc. ecc.<br />
giusto per dire che nessuno scrive in mezzo al vuoto pneumatico, ovunque uno si giri c&#8217;è l&#8217;attrito&#8230; ma non tutti gli attriti sono della stessa natura, sopratutto per le conseguenze che possono avere sulla scrittura&#8230; ma il discorso sarebbe lungo e dovrei esemplificarlo, ad esempio, in termini autobiografici&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Giulio Mozzi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241913</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giulio Mozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2013 06:48:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea, tu scrivi (giustamente) che &quot;il fatto che la scrittura poetica si situi da tempo ai margini del mercato editoriale, le consente almeno un vantaggio: essa vive al di fuori di tutta una serie di pressioni e di imperativi di adattamento&quot;. Secondo me sarebbe interessante capire a quali &lt;em&gt;altre&lt;/em&gt; pressioni e a quali &lt;em&gt;altri&lt;/em&gt; imperativi di adattamento, diversi da quelli del mercato editoriale, la poesia oggi è soggetta.
Faccio qualche esempio, magari triviale, per spiegarmi: essere o non essere invitati a certi festival, essere o non essere inclusi in certe antologie, essere o non essere tradotti (nota per il lettore comune: la poesia, anche quella più &quot;invisibile&quot;, è in realtà molto più internazionale della narrativa), essere o non essere oggetto d&#039;interesse per quel tal critico, essere o non essere recensiti o ospitati in Nazione indiana (o in qualunque altro sito che assicuri visibilità o considerazione), essere o non essere oggetto di studi accademici, essere o non essere inclusi in questo o quel gruppo, essere o non essere dentro le mura della Cittadella delle Lettere, e così via.
Sono riuscito a spiegarmi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea, tu scrivi (giustamente) che &#8220;il fatto che la scrittura poetica si situi da tempo ai margini del mercato editoriale, le consente almeno un vantaggio: essa vive al di fuori di tutta una serie di pressioni e di imperativi di adattamento&#8221;. Secondo me sarebbe interessante capire a quali <em>altre</em> pressioni e a quali <em>altri</em> imperativi di adattamento, diversi da quelli del mercato editoriale, la poesia oggi è soggetta.<br />
Faccio qualche esempio, magari triviale, per spiegarmi: essere o non essere invitati a certi festival, essere o non essere inclusi in certe antologie, essere o non essere tradotti (nota per il lettore comune: la poesia, anche quella più &#8220;invisibile&#8221;, è in realtà molto più internazionale della narrativa), essere o non essere oggetto d&#8217;interesse per quel tal critico, essere o non essere recensiti o ospitati in Nazione indiana (o in qualunque altro sito che assicuri visibilità o considerazione), essere o non essere oggetto di studi accademici, essere o non essere inclusi in questo o quel gruppo, essere o non essere dentro le mura della Cittadella delle Lettere, e così via.<br />
Sono riuscito a spiegarmi?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241859</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jul 2013 12:09:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241850&quot;&gt;ar&lt;/a&gt;.

ar,
il mio pezzo sopra non è un saggio su Rancière, e per le mie esigenze la citazione era sufficiente. Poi è cosa ottima che Rancière sia ormai conosciuto, come le tue osservazioni mostrano. A questo serve una citazione: a indicare un contesto argomentativo senza doverlo esplicitare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241850">ar</a>.</p>
<p>ar,<br />
il mio pezzo sopra non è un saggio su Rancière, e per le mie esigenze la citazione era sufficiente. Poi è cosa ottima che Rancière sia ormai conosciuto, come le tue osservazioni mostrano. A questo serve una citazione: a indicare un contesto argomentativo senza doverlo esplicitare.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: agostino longo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241857</link>

		<dc:creator><![CDATA[agostino longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jul 2013 07:56:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241845&quot;&gt;ar&lt;/a&gt;.

&quot;Perché Andrea Inglese non si fa dire da Agostino Longo qual’è il suo “concetto” di poesia?&quot;

Perché in questo caso non era in questione il mio &quot;concetto&quot; di poesia. Nel caso di un giudizio sulla poesia di Luca poteva aver senso indicare da quale orizzonte di convinzioni arrivassi a quel giudizio (il che, peraltro, non ha destato nessun interesse). Qui la discussione verte su &#039;letterario&#039; e &#039;non letterario&#039; e implica ragionamenti estranei al &#039;mio&#039; concetto di poesia. Mi sembra però, gentile AR, che la sua più estesa citazione da Rancière non sposti di molto le cose: &quot;una politica che lascia parlare il mondo, un mondo, i mondi, il sensibile, il visibile, gli oggetti, scaricando il soggetto, l’uno, il portatore di istanze politiche, economiche, sociali&quot;, mi sembra implicita in molta poesia pre-moderna, dove non sempre il soggetto è così ingombrante, monolitico e usurpatore come lo si vuole vedere e anche quando si palesa nella sua centralità finisce per rivelarsi spesso il teatro di una pluralità in movimento continuo (persino, oso dire, in una delle esperienze più perentorie dell&#039; &#039;io&#039; poetico qual è quella di Petrarca). Quanto alla dichiarazione che &quot;la parola letteraria è il muto linguaggio delle cose&quot;, chi potrebbe obiettare? Ma non lo si poteva dire già leggendo Lucrezio? E comunque non è solo &quot;il muto linguaggio delle cose&quot;, potrebbe essere anche, allo stesso titolo di legittimità, &quot;il parlante linguaggio delle persone&quot;, intese, come lei le intende, nel senso di &quot;soggetti senza gerarchia&quot;. E aggiungo per tediarla all&#039;estremo: che in un&#039;opera letteraria si esprima una gerarchia, sia pure quella &quot;dal basso&quot;, dell&#039;umile oggetto senza voce (anche quella diventa in fondo un&#039;operazione gerarchizzante) è una necessità, credo, imposta dal fatto che l&#039;opera è delimitata, è pur sempre altro dal mondo e nel rappresentarlo lo delimita e lo seleziona. Questa intrinseca mancanza di democrazia (se tale è) è davvero superabile? E, che lo sia o no, ci deve mettere davvero a disagio?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241845">ar</a>.</p>
<p>&#8220;Perché Andrea Inglese non si fa dire da Agostino Longo qual’è il suo “concetto” di poesia?&#8221;</p>
<p>Perché in questo caso non era in questione il mio &#8220;concetto&#8221; di poesia. Nel caso di un giudizio sulla poesia di Luca poteva aver senso indicare da quale orizzonte di convinzioni arrivassi a quel giudizio (il che, peraltro, non ha destato nessun interesse). Qui la discussione verte su &#8216;letterario&#8217; e &#8216;non letterario&#8217; e implica ragionamenti estranei al &#8216;mio&#8217; concetto di poesia. Mi sembra però, gentile AR, che la sua più estesa citazione da Rancière non sposti di molto le cose: &#8220;una politica che lascia parlare il mondo, un mondo, i mondi, il sensibile, il visibile, gli oggetti, scaricando il soggetto, l’uno, il portatore di istanze politiche, economiche, sociali&#8221;, mi sembra implicita in molta poesia pre-moderna, dove non sempre il soggetto è così ingombrante, monolitico e usurpatore come lo si vuole vedere e anche quando si palesa nella sua centralità finisce per rivelarsi spesso il teatro di una pluralità in movimento continuo (persino, oso dire, in una delle esperienze più perentorie dell&#8217; &#8216;io&#8217; poetico qual è quella di Petrarca). Quanto alla dichiarazione che &#8220;la parola letteraria è il muto linguaggio delle cose&#8221;, chi potrebbe obiettare? Ma non lo si poteva dire già leggendo Lucrezio? E comunque non è solo &#8220;il muto linguaggio delle cose&#8221;, potrebbe essere anche, allo stesso titolo di legittimità, &#8220;il parlante linguaggio delle persone&#8221;, intese, come lei le intende, nel senso di &#8220;soggetti senza gerarchia&#8221;. E aggiungo per tediarla all&#8217;estremo: che in un&#8217;opera letteraria si esprima una gerarchia, sia pure quella &#8220;dal basso&#8221;, dell&#8217;umile oggetto senza voce (anche quella diventa in fondo un&#8217;operazione gerarchizzante) è una necessità, credo, imposta dal fatto che l&#8217;opera è delimitata, è pur sempre altro dal mondo e nel rappresentarlo lo delimita e lo seleziona. Questa intrinseca mancanza di democrazia (se tale è) è davvero superabile? E, che lo sia o no, ci deve mettere davvero a disagio?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ar		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241850</link>

		<dc:creator><![CDATA[ar]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2013 23:04:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A mio parere Andrea Inglese avrebbe dovuto citare differentemente o più estesamente Rancière, ricollegandosi a “Politica della letteratura”, dove “funzione poetica” e “funzione pratica” o comunicazionale, o trasparente, del linguaggio non vengono contrapposte, ma intersecandosi delimitano lo spazio letterario, la sua politica, la “politica della letteratura”. Una politica che lascia parlare il mondo, un mondo, i mondi, il sensibile, il visibile, gli oggetti, scaricando il soggetto, l’uno, il portatore di istanze politiche, economiche, sociali. Allora sì, ci sono dei soggetti, ma senza gerarchie, perché il linguaggio della letteratura è uniforme. Impassibilità e mutismo della parola letteraria; dalla retorica religiosa (Rimbaud) alla filastrocca infantile (Rimbaud; Ghérasim Luca), al silenzio della frase, nel punto di domanda. Che non c’è alcuna ragione per cui le parole si dispongono su un foglio bianco, se non per dare la parola a ciò che non può parlare. Ecco che, non c’è alcuna distanza tra “Madame Bovary” e, tanto per dire, “Mobile” di Butor. Per Rancière il linguaggio letterario è l’unico linguaggio democratico, perché può appartenere a tutti senza distinzione. Perché nessuno possa appropriarsi della parola letteraria banalizzandola, basta capire che la parola letteraria è il muto linguaggio delle cose. “Le cou engendre le couteau”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A mio parere Andrea Inglese avrebbe dovuto citare differentemente o più estesamente Rancière, ricollegandosi a “Politica della letteratura”, dove “funzione poetica” e “funzione pratica” o comunicazionale, o trasparente, del linguaggio non vengono contrapposte, ma intersecandosi delimitano lo spazio letterario, la sua politica, la “politica della letteratura”. Una politica che lascia parlare il mondo, un mondo, i mondi, il sensibile, il visibile, gli oggetti, scaricando il soggetto, l’uno, il portatore di istanze politiche, economiche, sociali. Allora sì, ci sono dei soggetti, ma senza gerarchie, perché il linguaggio della letteratura è uniforme. Impassibilità e mutismo della parola letteraria; dalla retorica religiosa (Rimbaud) alla filastrocca infantile (Rimbaud; Ghérasim Luca), al silenzio della frase, nel punto di domanda. Che non c’è alcuna ragione per cui le parole si dispongono su un foglio bianco, se non per dare la parola a ciò che non può parlare. Ecco che, non c’è alcuna distanza tra “Madame Bovary” e, tanto per dire, “Mobile” di Butor. Per Rancière il linguaggio letterario è l’unico linguaggio democratico, perché può appartenere a tutti senza distinzione. Perché nessuno possa appropriarsi della parola letteraria banalizzandola, basta capire che la parola letteraria è il muto linguaggio delle cose. “Le cou engendre le couteau”.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: ar		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241845</link>

		<dc:creator><![CDATA[ar]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2013 20:23:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46048#comment-241845</guid>

					<description><![CDATA[Perché Andrea Inglese non si fa dire da Agostino Longo qual&#039;è il suo &quot;concetto&quot; di poesia? Si fa prima... e non ci si annoia... 

agostino longo il 30 giugno 2013 alle 18:54
https://www.nazioneindiana.com/2013/06/30/gherasim-luca-quart-dheure-de-culture-metaphysique/
Tentativo (spero onesto) di critica. Trovo il testo, che ho letto nella lingua originale, piuttosto astratto e generico. Le metafore corporee che percorrono tutta l’articolazione del discorso appaiono insufficienti a dare plasticità al contenuto concettuale che in esse si svolge. Contenuto, peraltro, pretenzioso senza essere davvero profondo e incisivo. Ma in generale, mi sembra, pervade tutto il componimento una concettosità eccessiva per essere sostenuta da una struttura così leggera, fatta tutta di frasette all’infinito che si trovano giustapposte senza nessuna prospettiva. La cosa finisce per annoiare senza tenere mai davvero un attimo in tensione (intellettuale, emotiva) il lettore. Il mio giudizio, per quel che può valere, si fonda su un concetto di poesia forse non condivisibile da tutti, ma che è questo: pensiero, immagine e suono non devono prevalere l’uno sugli altri, altrimenti l’equilibrio e l’intensità ne patiscono. Qui mi pare di vedere troppo pensiero, e per giunta privo di quell’urgenza e di quella necessità che si osserva nelle grandi poesie ‘di pensiero’, dispiegarsi a scapito del resto. Ho letto altre poesie dello stesso autore e sono stato colto sempre dalla medesima impressione. Della traduzione discuto solo la scelta del testo stesso. Mi pare non ne valesse la pena, soprattutto in proporzione alle capacità del traduttore, che in molti altri casi ha dato prova di doti eccezionali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché Andrea Inglese non si fa dire da Agostino Longo qual&#8217;è il suo &#8220;concetto&#8221; di poesia? Si fa prima&#8230; e non ci si annoia&#8230; </p>
<p>agostino longo il 30 giugno 2013 alle 18:54<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/06/30/gherasim-luca-quart-dheure-de-culture-metaphysique/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2013/06/30/gherasim-luca-quart-dheure-de-culture-metaphysique/</a><br />
Tentativo (spero onesto) di critica. Trovo il testo, che ho letto nella lingua originale, piuttosto astratto e generico. Le metafore corporee che percorrono tutta l’articolazione del discorso appaiono insufficienti a dare plasticità al contenuto concettuale che in esse si svolge. Contenuto, peraltro, pretenzioso senza essere davvero profondo e incisivo. Ma in generale, mi sembra, pervade tutto il componimento una concettosità eccessiva per essere sostenuta da una struttura così leggera, fatta tutta di frasette all’infinito che si trovano giustapposte senza nessuna prospettiva. La cosa finisce per annoiare senza tenere mai davvero un attimo in tensione (intellettuale, emotiva) il lettore. Il mio giudizio, per quel che può valere, si fonda su un concetto di poesia forse non condivisibile da tutti, ma che è questo: pensiero, immagine e suono non devono prevalere l’uno sugli altri, altrimenti l’equilibrio e l’intensità ne patiscono. Qui mi pare di vedere troppo pensiero, e per giunta privo di quell’urgenza e di quella necessità che si osserva nelle grandi poesie ‘di pensiero’, dispiegarsi a scapito del resto. Ho letto altre poesie dello stesso autore e sono stato colto sempre dalla medesima impressione. Della traduzione discuto solo la scelta del testo stesso. Mi pare non ne valesse la pena, soprattutto in proporzione alle capacità del traduttore, che in molti altri casi ha dato prova di doti eccezionali.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241843</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2013 19:40:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46048#comment-241843</guid>

					<description><![CDATA[La letteratura è nella post modernità.

 Distruggere il senso, mettere in pericolo il genere poetico,mescolare il letterario e il non  letterario, hanno fatto cammino. 

Non si puo sempre giocare, vivere l&#039;esperienza poetica nella stessa direzione.

Immagino una poesia utopica - dal senso distrutto- una poesia in nascita - 

Una lingua isola. Una lingua pianeta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La letteratura è nella post modernità.</p>
<p> Distruggere il senso, mettere in pericolo il genere poetico,mescolare il letterario e il non  letterario, hanno fatto cammino. </p>
<p>Non si puo sempre giocare, vivere l&#8217;esperienza poetica nella stessa direzione.</p>
<p>Immagino una poesia utopica &#8211; dal senso distrutto- una poesia in nascita &#8211; </p>
<p>Una lingua isola. Una lingua pianeta.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: agostino longo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241839</link>

		<dc:creator><![CDATA[agostino longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2013 15:26:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46048#comment-241839</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241837&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Tu scrivi: &quot;Esse considerano la poesia non più come un genere letterario, codificato e condizionato storicamente, ma come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa.&quot; Condivido con te che quest&#039;attitudine diventa &quot;progetto letterario&quot; in età moderna, ma già il fatto che il progetto resti &quot;letterario&quot; mi fa sospettare che il &quot;non letterario&quot; o la &quot;pratica di scrittura all&#039;interno della quale si possa esplorare ed interrogare...la letteratura stessa&quot; restino insormontabilmente all&#039;interno del &quot;letterario&quot;. Quanto al &quot;regime degli stili&quot;, che effettivamente opera nella letteratura pre-moderna, esso presenta una mutevolezza, una serie di ricercate ambiguità, infrazioni miranti a una continua ridefinizione metaletteraria, che resta difficile classificare tutto questo entro la &quot;letteratura&quot; senza dover poi ammettere che il &quot;letterario&quot; non è poi una categoria così omogenea, storicamente data, non contraddittoria e chiusa al suo contrario, quale a volte si tende a credere. Mi sembra, insomma, ma non voglio insistere, che tra il &quot;letterario&quot; e il &quot;non letterario&quot; s&#039;instauri spesso un gioco d&#039;ombre e di sfumature, all&#039;interno del quale l&#039;uno muta spesso nell&#039;altro e soprattutto che il &quot;non letterario&quot; di oggi sia già inevitabilmente pronto a diventare il &quot;letterario&quot; di domani. Non vorrei che queste osservazioni fossero prese per reazionarie e ritengo davvero che la poesia che si sta facendo adesso (almeno molta di quella che tu indichi), comunque la si definisca, rappresenti un&#039;autentica tensione a costruire (e insieme continuamente a distruggere) il senso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/17/su-3-chapbook-poetici/#comment-241837">andrea inglese</a>.</p>
<p>Tu scrivi: &#8220;Esse considerano la poesia non più come un genere letterario, codificato e condizionato storicamente, ma come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa.&#8221; Condivido con te che quest&#8217;attitudine diventa &#8220;progetto letterario&#8221; in età moderna, ma già il fatto che il progetto resti &#8220;letterario&#8221; mi fa sospettare che il &#8220;non letterario&#8221; o la &#8220;pratica di scrittura all&#8217;interno della quale si possa esplorare ed interrogare&#8230;la letteratura stessa&#8221; restino insormontabilmente all&#8217;interno del &#8220;letterario&#8221;. Quanto al &#8220;regime degli stili&#8221;, che effettivamente opera nella letteratura pre-moderna, esso presenta una mutevolezza, una serie di ricercate ambiguità, infrazioni miranti a una continua ridefinizione metaletteraria, che resta difficile classificare tutto questo entro la &#8220;letteratura&#8221; senza dover poi ammettere che il &#8220;letterario&#8221; non è poi una categoria così omogenea, storicamente data, non contraddittoria e chiusa al suo contrario, quale a volte si tende a credere. Mi sembra, insomma, ma non voglio insistere, che tra il &#8220;letterario&#8221; e il &#8220;non letterario&#8221; s&#8217;instauri spesso un gioco d&#8217;ombre e di sfumature, all&#8217;interno del quale l&#8217;uno muta spesso nell&#8217;altro e soprattutto che il &#8220;non letterario&#8221; di oggi sia già inevitabilmente pronto a diventare il &#8220;letterario&#8221; di domani. Non vorrei che queste osservazioni fossero prese per reazionarie e ritengo davvero che la poesia che si sta facendo adesso (almeno molta di quella che tu indichi), comunque la si definisca, rappresenti un&#8217;autentica tensione a costruire (e insieme continuamente a distruggere) il senso.</p>
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