I poeti appartati: Massimo Rizzante

29 luglio 2013
Pubblicato da

da Scuola di calore di Massimo Rizzante
max-riz

Corinne

A Bruxelles i poeti cattolici pregano in un istituto
per il sostegno ai paesi in preda alla fame e al sottosviluppo.
Fra loro c’è un teologo di Lovanio, famoso per il suo credo: «Dieu est noir!».
«Le Pape du tierce monde», lo ha chiamato una giornalista di Le Soir…

Fino a quando, in una poesia, ammise di aver inculato un neretto
di Dakar. La confessione in versi non è prova di reato.
Così, benché l’istituto denunciasse gli abusi alle nazioni più sofferenti,
Padre Jacques continuò a partecipare agli incontri

In una seconda poesia scese nei dettagli. Ne riporto solo qualche verso,
poiché il direttore di Alternative Afrique ne ha tagliato diverse parti.
Rientrava in aereo dal Senegal, quando si accorse che al suo fianco
si era appollaiato «un bocconcino dagli occhi di brace»

La sua pelle emanava «un odore acre di digiuni e lavande»,
le sue braccia ossute gli ricordavano «un roseto selvatico»,
le cui «spine invisibili» gli penetravano «il cuore nemico e vandalo».
«Tre volte, nell’alto dei cieli, la notte della mia croce lo prese»

In una terza poesia, che Padre Jacques lesse in redazione,
si accenna al «piacere» che si dissolve «in un amen».
E al «risveglio secolare», al sangue sull’abito talare,
alle preghiere che «la lingua di fuoco» non riusciva a pronunciare

Il piccolo fu visitato da uno psicologo di Gand. Per il suo silenzio
la madre chiese un’indennità. Il direttore della rivista rimpatriò
in catene. L’istituto con il nome Africa’n’chic divenne un night.
La poesia, bisogna ammetterlo, è rimasta l’unico sacerdozio!

Gabriela

Cornelius affermava che «Niente e nessuno può proteggere
l’umanità dalla sua follia». Né MTV, né Bono Vox,
né la Cabala, né la grande maggioranza degli onanisti
che siedono alle Nazioni Unite, né i superstiti di Auschwitz

Da figlia di una coppia di ebrei andati in fumo nel ’44,
vedova di un martire della guerra di Yom Kippur,
madre di due gemelle sordomute allevate tra i mufloni
in un kibbutz di Even Yehuda, ho le carte in regola

Per difendere il bene comune da ogni «differenza»,
sia quella degli allevatori di mufloni del nord d’Israele
o dei cacciatori di teste della tribù dei Daiachi
rispetto ai quali i boia di Mauthausen sono dei macachi ammaestrati

Mi hanno insegnato che ogni espressione va compresa
e che il giudizio supremo spetta alle pietre. Oggi più di ieri,
allorché i muri invece che al pianto servono da tavolozza
ai delinquenti quotati dai loro carcerieri più di Cezanne

Non ho mai pensato che, come si afferma nel Levitico,
l’omosessualità sia un abominio. So che il prezzo da pagare
per la libertà è la distruzione di Homo economicus. È così alto?
Davvero preferiamo un IPod a un nuovo amico?

Chi dice che nella storia dell’uomo gli imperi sono solo eccezioni
e che il regno naturale di Homo sapiens è la democrazia, si ricordi dei Daiachi
e dei loro lobi deformati dal piercing, quando la sua testa mozzata
da un machete rotolerà ai piedi di un muro coperto di graffiti

Lourdes

Nella città senza mappe del mio incubo la parola «volontà»
non ha più alcun significato. Che cosa ho davvero voluto?
Aborrire il mio paese? Sposare un bibliotecario di Namur?
Baciare il volto tumefatto di mia madre all’obitorio di Saint Pierre?

O vagabondare per il Sablon con l’urna delle sue ceneri
sulle spalle, sigillata e accuratamente riposta nello zainetto?
Come un neonato congolese addormentato (il peso di un altro
è il nostro peso, più la radice quadrata di ciò che abbiamo perduto)

O che non abbiamo perduto. E che differenza c’è tra il portare
sulle spalle un cadavere o un figlio appena nato? In ogni caso
tu ne sei il prolungamento, il sogno, l’incubo, l’incarnazione vivente
che l’amore e la morte si congiungono in un punto di domanda

E la domanda è: che cosa si prova? Allora ciò che resta è uscire
dalla Storia e tuffarsi nella cronaca, visitare per anni l’archivio
delle ossa, confrontare i registri, le testimonianze, i tarli
con il nome delle vie, le piazze, i conoscenti, i loro «ripassi più tardi…»

E quando? Il giorno del mio prossimo concepimento? O quando anch’io
sarò inghiottita dal ricordo di qualcun altro? Da quello della vedova Thiénot,
ad esempio, la cui massima ambizione è raccogliere gli escrementi del suo cane.
Da quello di Kawthar, che si sente in patria solo quando il marito la frusta

Nell’incubo di questa città senza mappe, ognuno di noi appartiene
a una persona che ha lasciato questo mondo, o che è appena nata.
Ed è il suo peso a sollevarci dalla paura dell’ignoto sempre in gestazione:
come una madre che si ostina a non prendere precauzioni

Le poesie sono tratte da Scuola di calore (Effigie edizioni) di Massimo Rizzante, in uscita in questi giorni in libreria.

Su La dimora del tempo sospeso, progetto curato da Francesco Marotta è possibile leggere Lydie

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6 Responses to I poeti appartati: Massimo Rizzante

  1. natàlia castaldi il 29 luglio 2013 alle 09:51

    ha una capacità di raccontare “la verità” con ottiche e soggettività sempre diverse, sempre femmine, e di una potenza incredibile.

  2. carmine vitale il 29 luglio 2013 alle 10:32

    compro subito
    aspettavo
    magnifico!
    c.

  3. Pastorius il 29 luglio 2013 alle 18:05

    queste mani scribacchine sembrano arrampicarsi su ciottoli di reale che non appena lasciati dal polpastrello cadono in testa al vero. Con A.B. che sorride!

  4. Michele il 31 luglio 2013 alle 14:43

    Una poesia che racconta… notevole!

  5. effeffe il 1 agosto 2013 alle 08:22

    poesia come non se ne legge in giro. bella anche l’edizione effeffe

  6. carmelo il 2 agosto 2013 alle 18:58

    bellissime!!!!!!!!!!!!!!!



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