Ritorno alla terra

8 agosto 2013
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di Angelo Mastrandrea

Non poteva avere obiettivo più diretto, l’annuale convegno della Società dei territorialisti, svoltosi a Milano alla fine di maggio: “Ritorno alla terra”. I territorialisti non sono post leghisti né ideologi del Nimby – acronimo di “not in my backyard”, “non nel mio giardino” –, appendice estrema e conservatrice della resistenza all’apertura delle frontiere geografiche e culturali. Sono architetti, ingegneri, docenti universitari, attivisti neoruralisti. Un po’ seguaci del filosofo della “decrescita felice” Serge Latouche, un po’ teorici dell’alleanza tra produttori e consumatori, tutti proiettati verso un modello di sviluppo eco-compatibile, si definiscono “entomologi del territorio”.

Per questo si pongono agli antipodi rispetto ai nonluoghi del mercato globale, all’appiattimento dei gusti e dei consumi, alla globalizzazione che sotterra ogni identità. In questo momento, sono la punta teorica avanzata di un fenomeno che, nella crisi del neoliberismo, prende sempre più piede: quello del ritorno alla terra, appunto. Per inquadrarlo al meglio è necessario fare un po’ di conti: la Cgil e Sbilanciamoci hanno stimato nel 25% la perdita di produzione industriale in Italia dal 2008 a oggi; viceversa, ci dice l’Istat, in agricoltura le assunzioni sono aumentate del 3,8% rispetto allo scorso anno. In questo quadro, il biologico fa registrare addirittura un +10% di fatturato: basta farsi un giro nei mercatini bio di mezza Europa, specie nei paesi del Nord dove la diffusione di questi prodotti è di massa, per rendersi conto di come il cibo italiano sia diffuso.

Se si pensa che nel 1860, al momento dell’unificazione, l’Italia era un paese che viveva al 90% di agricoltura, e di come la “civiltà contadina” di cui tesseva le lodi il poeta-scrittore-politico Rocco Scotellaro sia stata spazzata via a partire dal dopoguerra, potremmo essere di fronte, oggi, al primo segnale di inversione di tendenza. I territorialisti, dal canto loro, mettono legna al fuoco del progetto di riconversione agricola: parlano di filiere alimentari sostenibili, chilometro zero e alleanze tra produttori e consumatori. Propositi tanto affascinanti quanto realizzabili, a Nord, se si pensa che l’Expo 2015 di Milano avrà come tema portante l’alimentazione, tra i consulenti scientifici c’è l’ecologista indiana Vandana Shiva e un po’ di risorse stanno andando alla ristrutturazione delle vecchie cascine lombarde, alcune inglobate nello sprawl urbano, altre tuttora in aperta campagna.

Anche a Roma, la città d’Europa con più terreni agricoli, si sta affermando un movimento di “nuovi contadini” che formano cooperative e si attrezzano a coltivare in maniera attenta alla salute e al territorio. “Siamo in presenza di un vero e proprio fenomeno, ma sappiamo bene che su cento giovani che si avviano su questa strada, alla fine rimarranno in venti”, mi dice il presidente dell’Aiab Lazio Adolfo Renzi, che incontro alla Città dell’Altra Economia nell’ex Mattatoio di Testaccio, a Roma, uno dei punti principali di sbocco della produzione biologica in Italia. Al netto dell’entusiasmo e della moda degli orti urbani – mediaticamente attraente e finalizzata all’autoconsumo, ma dai numeri ancora poco significativi – per parlare di una conversione a U del nostro sistema produttivo bisogna innanzitutto sviscerarne le difficoltà. La prima è la durezza del mestiere del contadino, il suo essere legato alla stagionalità.

“Questo settore è per sua natura precario. Su un milione e centomila lavoratori, solo centomila hanno un contratto a tempo indeterminato”, mi spiega Davide Fiatti della Flai Cgil. La seconda è l’accesso alla terra: è forse esagerato affermare che siamo in una situazione analoga a quella dell’immediato dopoguerra, prima della riforma agraria, però gli intoppi, per un giovane che voglia mettersi a fare questo lavoro, sono notevoli. “Non è che la terra manchi in assoluto: ce n’è tanta abbandonata, altra è di proprietà pubblica. Ma il problema in Italia è l’edilizia: a Roma le terre sono nelle mani dei costruttori, e nei paesi i piccoli proprietari hanno come obiettivo quello di poterci costruire”, dice Renzi.

La politica non li ha abituati bene: il settore delle costruzioni ha trainato il boom economico del dopoguerra, l’Italia è diventata un paese di proprietari di case – l’80% ne possiede almeno una – ed è sempre arrivata, prima o poi, una modifica dei piani regolatori a consentire di edificare o un condono a sistemare gli abusi. In Francia il problema è stato affrontato dando in comodato d’uso gratuito per due anni le terre incolte nelle mani dello Stato, e altrettanto si potrebbe fare da noi. I benefici potrebbero essere notevoli: stando alle stime della Confederazione italiana agricoltori (Cia), dall’agricoltura potrebbero nascere 150mila nuovi posti di lavoro, offrendo uno sbocco alla crisi occupazionale dei giovani.

La Coldiretti si spinge persino più in là: i nuovi occupati potrebbero essere 200mila. Già nel 2012, a fronte di una recessione in quasi tutti i settori produttivi, quello agricolo è andato in controtendenza, facendo registrare una crescita dell’1,1 del Pil. “Sono dati che, sommati all’andamento in crescita sia dell’occupazione sia delle nuove aziende agricole iscritte negli elenchi delle Camere di commercio, dimostrano la vitalità di un settore che continua a muoversi con una tendenza anticiclica rispetto al resto dell’economia”, commentano alla Flai Cgil. Il problema dell’accesso alla terra è stringente a tal punto che a Roma è nato un Coordinamento dei soggetti che si battono per ottenerlo.

Lo scorso 10 maggio le organizzazioni che ne fanno parte – tra le quali l’Aiab, le associazioni Terra e Da Sud, la Flai Cgil – hanno manifestato su un terreno di 22 ettari, di proprietà del comune, a Borghetto San Carlo, sulla via Cassia. L’obiettivo dei manifestanti era di far sì che il comune lo affittasse a una cooperativa di giovani agricoltori. “Trasformati da fondi dimenticati in aziende agricole, terreni come questo potrebbero essere quella green economy di cui tanto si parla”, ha dichiarato in quell’occasione Marta di Pierro, dell’Aiab Lazio. Qualche giorno fa le stesse organizzazioni hanno consegnato al neosindaco di Roma Ignazio Marino 10mila firme raccolte in calce a una petizione che rivendica l’assegnazione delle terre incolte ai giovani agricoltori.

“Abbiamo chiesto di rimettere l’agricoltura al centro dell’agenda politica per difendere i posti di lavoro e crearne di nuovi in grado di assorbire la domanda occupazionale dei giovani”, ha dichiarato il segretario regionale della Flai Alessandro Borgioni. Per il sindacato della Cgil, solo a Roma si potrebbe dare occupazione a 35mila persone. Secondo la Coldiretti il 42% dei giovani, se avesse accesso alla terra, sarebbe disposto a darsi all’agricoltura. Un terzo elemento di difficoltà è il credito. Il 65% dei giovani – stando a un sondaggio Swg/Coldiretti – lamenta difficoltà ad accedervi, mentre il 67% ritiene necessari strumenti di finanziamento agevolato. In questo caso, si tratta di una situazione non dissimile da quanto avviene in altri settori. Nel frattempo, soprattutto al Nord si avvicinano le distanze tra produttori e consumatori.

Nei Distretti di economia solidale (Des), molto attivi in particolare in Brianza, i gruppi di acquisto (Gas) fioriti in risposta alla crisi ma anche all’esigenza di consumare prodotti a chilometro zero e con garanzie di qualità, si incontrano con i coltivatori, accorciando drasticamente la filiera produttiva e sperimentando un modello mutualistico. L’obiettivo – rilanciato al convegno annuale della Società dei territorialisti – è quello di creare una Rete nazionale di economia solidale, esportando il modello in tutto il paese. Un’indagine commissionata dalla Cia alla Doxa ha messo in fila alcuni punti rilevanti per il settore: l’importanza della vendita diretta e dei mercati contadini per veicolare i prodotti, l’esistenza di uno spazio imprenditoriale per i distributori, la necessità di creare consorzi di aziende e di formare competenze per raggiungere nuovi canali di vendita, sostegno agli investimenti in attrezzature e mezzi per la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti.

Anche nel Mezzogiorno d’Italia, dove il Pil negli ultimi cinque anni è andato giù più che in Grecia, l’agricoltura non è solo sfruttamento della manodopera migrante e caporalato. La Calabria, ad esempio, è al secondo posto nel paese per numero di aziende biologiche e per ettari di terreno coltivati, appunto, biologicamente. I “nuovi contadini” non hanno più nulla a che vedere con quell’“agricoltura dell’assurdo” stigmatizzata da Manlio Rossi Doria in un celebre discorso al Teatro Stabile di Potenza, nel 1949: un modello produttivo votato all’autoconsumo, in cui la sproporzione tra l’impegno lavorativo e i risultati concreti aveva il solo effetto di rendere l’attività diseconomica e defatigante, al punto di indurre le persone a emigrare in cerca di condizioni di lavoro e di vita più soddisfacenti.

(da rassegna.it)

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6 Responses to Ritorno alla terra

  1. sparz il 8 agosto 2013 alle 11:26

    bello, molto interessante, chissà che non si faccia davvero strada una nuova tendenza finalmente a misura d’uomo. Possiamo avere fiducia solo negli “oscuri uomini – e donne – di buona volontà”. Grazie anche del ricordo di un grande, Woody Guthrie: tutte le parole della sua canzone stanno ad esempio qui: https://web.infinito.it/utenti/v/vallarsa/woody/thisland.htm

  2. […] Ritorno alla terra | Nazione Indiana. […]

  3. francesco forlani il 8 agosto 2013 alle 14:25

    In Francia questo ritorno ( ma in realtà si tratta di andata visto che la maggior parte di loro veniva dalle città) ha il nome di néoruraux ( http://www.ipsos.fr/ipsos-marketing/actualites/2003-06-04-neo-ruraux-portrait-citadins-venus-s-installer-campagne )
    su wikipedia qualche dato ci fa riflettere assai sulla situazione:

    Selon une étude Ipsos, ces néoruraux représenteraient environ 2 millions de personnes (4,2 % de la population de plus de 15 ans).

    on sait qu’ils sont jeunes : 46 % ont entre 25 et 34 ans alors que cette classe d’âge représente 19 % dans la population nationale.

    il fatto che quasi la metà sia compresa tra i 25 e i 35 anni mi sembra un dato importante

    les motivations d’installation des néoruraux sont les suivantes1 :

    bénéficier d’une meilleure qualité de vie (95 %)
    prendre un nouveau départ (38 %)
    retrouver ses racines familiales (25 %)
    vivre dans une région que l’on aime (24 %)
    participer au renouvellement et développement du milieu rural (14 %)

    al primo posto c’è il desiderio di migliorare la qualità della vita e di gran lunga sotto la seconda motivazione che sembra più un ripiego.

    altro dato interessante, anzi imprescindibile, secondo me è quello concernente l’attitudine degli autoctoni. qui la percezione dei néoruraux e dei sindaci delle comunità intervistate nel rapporto che vi ho linkato, coincidono e sono incoraggianti.

    Les néoruraux, sur la base de leur vécu, estiment à 56 % que les habitants de leur commune sont favorables au fait que des citadins viennent s’y installer, 30 % pensent qu’ils sont plutôt neutres et seuls 13 % déclarent qu’ils y sont plutôt opposés.

    grazie per l’articolo all’autore e al redattore

    effeffe

    • Pensieri Oziosi il 10 agosto 2013 alle 23:02

      Be’ Mastrandrea parla di un ritorno all’agricoltura, mentre l’indagine Ipsos, si riferisce più all’andare a vivere in campagna, ma non necessariamente per darsi all’agricolutra. L’articolo che linchi, cita, senza fornire percentuali, commercianti, contadini, artigiani e professionisti.

      • francesco forlani il 11 agosto 2013 alle 09:13

        sono d’accordo con te anche se i due fenomeni, andare a sistemarsi in campagna e lavorare la terra mi sembrano legati o almeno li ho sempre percepiti così. così per molti miei amici in Francia. effeffe

  4. virginialess il 9 agosto 2013 alle 18:48

    Vivo in una campagna laziale e confermo, dal mio limitato angolo di visuale, la presenza di parecchi “nuovi contadini”. Di solito originari della zona: giovani neo diplomati, non tutti in agraria, oppure reduci da occupazioni in crisi.
    La terra messa a cultura è di proprietà di genitori o parenti, oppure presa in affitto. Malgrado le difficoltà del credito, prediligono la coltivazione in serra (fragole,ortaggi); sono informati, accedono al web, si inseriscono nel mercato locale, ma individualmente perché faticano a consociarsi.
    Non praticano un’agricoltura “biologica”(mitizzata, direi, ma è altro discorso) e impiegano manodopera straniera (anni fa africana, poi rumena, ora indiana), sia regolarizzata che al nero.



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