Céline è il nome di mia madre

22 agosto 2013
Pubblicato da
Antonin Artaud et Cécile Brusson pour Le Moine de Matthew Gregory Lewis

Antonin Artaud et Cécile Brusson pour Le Moine de Matthew Gregory Lewis

di
Cécile Brusson1
traduzione di Francesco Forlani

Mentre noi eravamo a teatro, uno sconosciuto aveva portato in rue Amélie un pacchetto che aveva consegnato al vecchio Georges, dopo la chiusura degli uffici. Quando torna a casa, Denoël, come suo consueto, passa per il suo ufficio. Io salgo su. Trascorre del tempo, e lui sempre al piano di sotto. Lo chiamo.
– Sto arrivando, mi grida.
Passa ancora un bel po’ di tempo. Di Denoël nessuna traccia. Lo chiamo di nuovo.
– Sì, sto salendo!

E arriva, con un enorme manoscritto sotto il braccio, il volto raggiante. “Formidable!” Mi dice semplicemente. E getta il manoscritto sul letto. Mentre si spoglia, io inizio a leggere. Robert si mette a letto e riprende la lettura passandomi i fogli man mano. Di tanto in tanto, ci lanciamo uno sguardo, senza proferire parola.
voyage
Eravamo appassionati, sorpresi, stupiti, letteralmente soggiogati. Non avevamo mai letto qualcosa di simile. Eravamo straordinariamente impressionati, una rivelazione pari a quella che si può provare davanti a un dipinto di Brueghel, Hieronymus Bosch. La stessa esplosione di luce, o meglio di verità, di sincerità, quella stessa precisione nei dettagli della vita, della morte, l’angoscia, la speranza. Questo lampo di verità in cui la bruttezza raggiunge il culmine del sublime; il tutto tradotto in parole vere, sincere e dirette. Avevamo l’impressione che il testo fosse stato scritto a denti stretti con una virulenza, una durezza del tutto simili a quella che Denoël utilizzava quando parlava dell’ambiente borghese della sua infanzia e che lui aborriva.

Trovavamo in quel manoscritto la giustificazione della nostra fuga. Vi trovavamo ciò che ci aveva fatto lasciare le nostre famiglie, ci aveva spinti in Francia, ciò per cui avevamo scelto di essere editori. Finalmente! avevamo trovato quello che cercavamo: qualcuno che aveva spezzato le catene della falsa morale, delle false convenzioni, dell’ipocrisia che ci aveva imprigionato per delle generazioni. Qualcuno osava dire merde! se ne aveva voglia e chiamava le cose con il loro nome. La nostra lettura silenziosa ma esaltante proseguì durante tutta la notte.

L’indomani, Steele è arrivato di buon’ora. Denoël lo aveva sicuramente chiamato. Gli parlò della necessità di pubblicare quel libro immediatamente. In fretta. Molto in fretta. Meritava il Goncourt e non c’era tempo da perdere. Tuttavia, mancava un dettaglio. Un semplice dettaglio apparentemente senza importanza: il manoscritto aveva un titolo: “Viaggio al termine della notte”, ma il nome del suo autore non era da nessuna parte. Abbiamo allora chiesto a Georges.
– Un signore alto, sul suo tipo, alto e magro, con una palandrana come la sua ….
– Ma non le ha detto niente?
– No. Stavo per andarmene quando qualcuno ha suonato. Ho aperto. Questo signore mi ha chiesto se lei era in ufficio. Ho detto di no. Poi mi ha detto: “Beh, non importa, gli dia questo. “Ho allora domandato da parte di chi e lui ha risposto: ” Non ha nessuna importanza. “E se n’ è andato. Ho messo il pacchetto nel suo ufficio.
– Ma adesso che ci penso, la carta in cui era avvolto … l’avevo lasciata qui.

Le pulizie erano state fatte. Georges aveva sicuramente preso la carta per metterla insieme al resto in caldaia come faceva ogni mattina. Scendiamo in cantina. Tutte le cartacce erano lì, pronte per essere bruciate, e così trovammo quella che aveva avvolto il manoscritto. Una carta stropicciata su cui si leggeva appena appena un nome. Quello di una donna che, poco tempo prima, aveva portato un altro manoscritto. Buono o cattivo che fosse, non lo so, ma troppo lezioso per essere pubblicato da noi. Uno dei nostri collaboratori incaricato di redigere cortesemente la lettera di rifiuto trova l’indirizzo. Denoël si fa carico della telefonata.

Con una voce tra le sue più fascinose – e solo Dio sa quanto affascinante sapesse essere ! – si scusa con la signora per non aver avuto il piacere di riceverla di persona, assicurandole che il suo libro è eccellente, ma che non può far parte del programma per l’anno in corso  ma che per il prossimo forse .. e arriva al vero motivo della sua telefonata:
– A proposito, abbiamo appena ricevuto un altro manoscritto, senza nome o l’indirizzo dell’autore, ma è stato impacchettato con della carta su cui è scritto il suo nome. Si tratta di un altro suo manoscritto? … Anche se a prima vista lo stile mi sembrerebbe molto diverso.
– Un altro manoscritto a mio nome?
chiede la donna.
– No. Solo la carta che lo conteneva porta il suo nome. Uno dei suoi amici, forse …
– Non saprei. Davvero. Ma aspetti un attimo … Sul mio pianerottolo abita un pazzo che mi ha mostrato un giorno qualche pagina di un suo manoscritto appena terminato … Però non mi dica che lo pubblicherete! Un orrore, è disgustoso! ripugnante!
– Certo che no, mia cara signora, la rassicura Denoël. Non abbiamo neanche avuto il tempo di leggerlo, tutto questo è successo ieri sera. Si tratta semplicemente di compilare una scheda, come si è soliti farlo per qualsiasi manoscritto che ci viene affidato. Credo che lei lo conosca bene visto che le ha chiesto della carta …
– Per carità! sbotta la signora che non vorrebbe per nessuna ragione al mondo avere a che fare con quel mezzo matto. Per carità! ma abbiamo la stessa donna delle pulizie e ha l’abitudine di prendere qualsiasi cosa per avvolgerci le pantofole, forse è lei che ha lasciato la mia carta intestata in casa del medico.
– Il dottore? Ah! lui è un dottore?
– Oh! in un ambulatorio di periferia.
– Bene, bene! Ma sa, per la scheda, mi potrebbe dire il suo nome?
– Destouches. Dottor Destouches.
– E l’ indirizzo è lo stesso suo , credo.
– Ahimè, sì, signore, 98, rue Lepic.

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Denoël si perde in ringraziamenti e scuse per aver disturbato, le assicura che le sue prossime opere  riceveranno in futuro un più caloroso benvenuto, poi ancora, sempre per telefono, un paio di sviolinate e finalmente riattacca. Pazzo di gioia, esplode con una grassa risata. Mi racconta la conversazione telefonica che gli ha rivelato l’identità dell’autore del “Viaggio”.
Sempre a giocarti la carta del fascino tu, eh?
– Per fortuna,
mi risponde lui sorridendo, è un metodo che mi riesce sempre!

Ma non c’era tempo da perdere. Steele aveva letto qualche pagina. Ne era stato letteralmente stomacato ma aveva una totale fiducia nel gusto e nel fiuto di Robert e si è sempre trovato bene.

Fu convocato d’urgenza il dottor Destouches e non si fece attendere. Denoël gli disse che voleva far uscire il suo libro senza indugio e in fretta per presentarlo al Goncourt. Destouches lo guardò sorpreso e poi con voce burbera, lasciò cadere: “Ma se non ha avuto il tempo di vederlo. ”
– Oh! ma certo che sì. Abbiamo trascorso tutta la notte, mia moglie e io a leggerlo e credo che meriti il Goncourt,
rispose Denoël . Ma perché lo ha portato qui piuttosto che altrove?
– L’ho ripreso da Gallimard, che non mi ha dato segni di vita per diversi mesi, per poi a conti fatti, rifiutarlo.
– Beh, io lo prendo.

Destouches era allo stesso tempo incredulo e stupito dalla rapida decisione di Denoël. Il libro fu immediatamente messo in produzione. L’autore ne seguiva il percorso passo dopo passo, imponendo le sue idee per la presentazione, la copertina, urlando quando Denoël avrebbe voluto tagliarne un passaggio o due, cambiare una parola … “Di grazia, scriveva, non aggiunga una sillaba … ”

In ogni occasione mandava delle lettere, ci scriveva delle note veloci che spesso ci portava di persona, poi rimaneva a cena. Il suo posto era sempre apparecchiato. Una grande amicizia ci legava già.

– Dovrò trovare un nome, ci disse un giorno.
– Ma, Destouches, va più che bene.
– No. Non voglio mischiare il medico con lo scrittore. Eppure, c’è un nome che mi avrebbe fatto piacere … Céline.
– Un nome di donna? Non credo di capire …
– Forse, ma è il nome di mia madre.

C’era nella sua voce tanta di quella tenerezza contenuta che ne fummo commossi. Così nacque Louis-Ferdinand Céline.

  1. Il testo che si intitola « Denoël jusqu’à Céline… qui lui ressemblait comme un frère » è stato scritto da Cécile Brusson. Nata il 19 settembre 1906 a Liegi e deceduta il 20 gennaio 1980 ad Antibes. è stata la moglie di Robert Denoël, primo editore di Louis-Ferdinand Céline. Fu scritto nel 1969 su richiesta di Dominique de Roux, per una nuova edizione della Apologie de Mort à crédit, progetto che però non vide mai la luce . Leggermente rivisto dall’autrice nel giugno 1979 per La Revue célinienne, la pubblicazione fu dapprima ritardata a causa della sua morte e in seguito sospesa a causa della scomparsa della rivista. Marc Laudelout ha potuto finalmente pubblicarlo sui numeri 150-155 del Bulletin célinien, apparsi tra il marzo e l’agosto del 1995. Quello che segue è un estratto da me tradotto del lungo testo che è possibile leggere, nella sua totalità, in francese a questo indirizzo. []

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4 Responses to Céline è il nome di mia madre

  1. véronique vergé il 22 agosto 2013 alle 18:15

    Ho letto una sola volta Voyage au bout de la nuit.

    La scrittura è di un’energia incredibile. Ma Céline non è mai entrato nella mia casa, non l’ho voluto in compagnia dei miei autori di predilezione.

    Non lui perdono il suo antisemitismo.

    • Alberto Aldrovandi il 23 agosto 2013 alle 23:32

      Céline è morto (aveva predetto che gli sarebbe successo) quindi che tu lo perdoni o meno non ha nessuna importanza. Bisognerebbe chiedere a Dio piuttosto….
      Comunque l’antisemitismo è divertente e mantiene giovani, come i cartoni animati. Bagatelles pour un massacre, tra una tiritera antisemita e l’altra, contiene pezzi di straordinaria bravura, le descrizioni dell’urss sono di ineguagliabile limpidezza: già tutto capito, tutto detto, 70anni prima. Il pezzo sul dott. Toutvabienovich, che esplora decine di vulve sifilitiche di seguito a mani nude perché Trotsky gli ha rubato il caoutchouc vale un secolo intero di letteratura

  2. […] Céline è il nome di mia madre | Nazione Indiana. […]

  3. véronique vergé il 24 agosto 2013 alle 11:07

    Scrivere: “comunque l’antisemitismo è divertente… ” è provocazione inutile e pericolosa.

    Mi fermo qui. La traduzione di Francesco merita meglio. E’la mia colpa per avere espresso un sentimento personale: non posso avere in casa libri di Céline.

    Il testo evoca la scoperta di una scrittura nuova, l’emozione dell’editore, quando si trova di fronte a una lingua selvatica. Ma non dimentico che questa lingua fu lo strumento dell’odio.



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