Dodici poesie

10 settembre 2013
Pubblicato da

di Stefano Colangelo

 

scritta in treno al posto di un primo saturnale

nelle parentesi ci trovi tutto
il fratello morto da ragazzo, il figlio con lo stesso nome
la voce fatta a pezzi dal cellulare
il braccio che non vuole l'appoggio
il piede che striscia nella fuga del pavimento

					                              22.8.08


esplose

guarda invece adesso come si appoggia
non fa un passo senza tremare
minaccia di partire ma torna sempre
dove le figure sono già esplose
dove è rimasta la striscia delle parole

					                              23.9.08


rx

il cuscino accompagna il giro del braccio
la tosse casca tra gli spettri e i bicchieri
si vede come un ramo nella nebbia
musica infibulata, caverna ingorda
sotto una crepa che si assottiglia

					                              4.10.08


verum corpus

la testa è una camera di passaggio 
il mattino gli balla addosso
e lui dorme ancora nel come se
sdentato, sritmato
con un male da sciogliere i chiodi

					                              5.10.08


ancora esplose

come quando
disegni i pezzi lungo una linea sola
che si veda in prospettiva il loro stare uniti
il loro tendere, andare di sbieco e rifiutarsi
di lavorare a un vero funzionamento

					                              5.1.09


archivio patologie del lavoro

gratta e vinci qualche anno ancora 
respira la polverina inalterabile
traccia di raschiatura vicino al cuore
in fondo al corridoio tira la moneta
il respiro, le foto, testa o croce

					                              26.1.09


saturnale terzo

non riesce più a piovere 
da questa madre celeste
ogni cosa è nel suo ripostiglio
paglia legata, cartone e ferro
e allora aprici tu la bocca, vento

					                              27.5.09


altre cose spiegate

come pettinare una spiaggia
come aspettare che passi una guerra
come lasciarsi fare dall'abbraccio
(la sopravvivenza che abbraccia la vita
e dice per questa volta no)

					                              11.9.09


t9

scusa diventa paura
governo diventa inverno
paese diventa padre
padre che scese scrivendo terra
terra che tersa verrà

					                              8.3.11


deducere deportare

figura, transfigura
che urli nel megafono scarico lasciateli stare
i bambini sedati, le creste sui farmaci, i manini di mercato
guarda che la bici ti sta crollando tra le gambe
la forcella oscenamente sghemba, il filo del freno ritorto

figura, defigura
stacca un lembo di pelle, coraggio, tira forte
non vedi che è giorno, portati via la carcassa della lingua
senti come gratta su dai ricordi, comincia a bruciare e si disfa
e mentre brucia sa di sapone

					                              22.7.13


saturnale quinto

stroke, blocco tempo, scucitura di parola
da lì in poi oscilliamo come pupazzetti al vento della notte
ognuno attaccato a un tuo puntino di sospensione
da lì ci senti tossire e balbettare, disabituati alla terra
mentre muovi piano le dita per tornare al segno

					                              5.8.13


altra nostra storia

dunque, cosa abbiamo, mia madre e mio padre
il loro bosco di morti, la ruota dentata del cancello che si bagna nell'olio
la tv accesa, il neon, i mucchi di carte, il lavoro che sfinisce
la sabbia negli occhi, i figli prigionieri che rincorrono i figli traditori
tutto ammucchiato qui davanti ogni volta che scrivo

					                              19.8.13


[Le prime otto poesie sono presenti anche in: Stefano Colangelo, break notes, 
curato da Sara Pavan per le edizioni autoprodotte di "ernest," in occasione di Internazionale a Ferrara 2009.]

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11 Responses to Dodici poesie

  1. Marco Di Pasquale il 10 settembre 2013 alle 17:53

    mi impressiona la dinamica tra chiudere/rinchiudere e aprire/spaccare, tra fuggire ed essere imprigionati, una sequenza di corse e trappole che legge le nostre vite, nell’alternanza delle generazioni.
    molto belle, complimenti

    mdp

  2. renata morresi il 10 settembre 2013 alle 18:47

    “e lui dorme ancora nel come se”

    belle, sobrie ma con guizzi di follia, e pure in crescendo – leggo che break notes è esaurito, si hanno notizie di altri suoi libri di poesia?

    grazie,
    r

  3. Simone Dinard il 10 settembre 2013 alle 21:41

    J’aime la délicatesse puissante de cette voix.

    SD

  4. stefania il 11 settembre 2013 alle 14:35

    il loro bosco di morti…

    che belle, potenti e asciutte, un po’ mi spaventa questa voce

  5. Andrea Raos il 11 settembre 2013 alle 21:07

    t9 in particolare (forse per via dell’esplicitazione dell’aspetto “generativo”) mi e’ piaciuta molto, complimenti.

  6. Gian Maria il 12 settembre 2013 alle 01:03

    Emozionante leggere questi intensissimi testi di Stefano dopo tanto silenzio apparente. Un ritorno importante che spero sia anche la promessa di un libro a venire.

  7. Gabriele il 12 settembre 2013 alle 19:44

    Bellezza trattenuta, ruvida dolcezza. Continua, Stefano.

  8. Stefano C. il 12 settembre 2013 alle 22:55

    Vi ringrazio tutti. Proprio tanto. Avete scritto cose molto più belle delle poesiole.

    Vi rileggo, e subito Marco ci ha preso in pieno: corse e trappole; ci sono altre “notes” con le stesse caratteristiche. M’hanno già “sgamato”, mannaggia.

    Per Renata, che ringrazio tanto: di libri ne ho messo insieme uno nel secolo scorso. Una falsa partenza. Non vale proprio la pena.

    Poi silenzio, che pendola in effetti, negli anni, tra apparente e reale. Gian Maria ne sa molto, e ne intuisce moltissimo, come al solito.

    Intanto succedono diverse cose senza importanza. E alcune, invece, capitali: il “t9” (sono contento che ti piaccia, Andrea) sta andando fuori moda. Devo sbrigarmi. C’è Sara Pavan, che mi chiede qualcosa di scritto. E io che non ho altro che una quindicina di pezzetti, cinque versi ciascuno, su un taccuino “break notes” della Vittorio Martini.

    Poi il piccolissimo – intrigante, e solo per mano di Sara – oggetto grafico autoprodotto per i folli di “ernestvirgola”. Mi piace molto.

    Poi Alessandro Broggi, la cui ospitalità e amicizia è molto più di quanto la mia scombinatezza possa meritare.

    Ed eccoci qui: magari vado avanti sul serio, e ascolto il mio caro amico Gabriele, che sa tutto fin dall’inizio, e che tormento parecchio con i miei tentativi.

    Di un libro non so se c’è bisogno. E’ già molto per me che una voce (una “voix”, addirittura) ancora ci sia, non so quanto potente o delicata, o forse proprio spaventosa anche per me (grazie sinceramente, a proposito, Simone e Stefania).

    Ne riparleremo quando vorrete, se vorrete.

    Grazie.

    Stefano C.

  9. margherita rimi il 13 settembre 2013 alle 19:31

    “nelle parentesi ci trovi tutto”
    (Questa poesia trovata)
    grazie

  10. matilde avenali il 14 settembre 2013 alle 11:35

    “i figli prigionieri che rincorrono i figli traditori” ed il suo epilogo “tutto ammucchiato qui davanti ogni volta che scrivo”… GRANDE!!! Medesimo di me, si può dire? Condivido Marco, la sua incisiva sintesi, e Renata nel suo affacciarsi discreto rivolto al cogliere l’humus d’una poetica esplosiva in misura d’un implosivo evitato ed evoluto in “figura trasfigura / figura defigura” del “deducere deportare”.
    Poesia che chiama a fermarsi, e a scendere nel profondo da cui le parole provengono, nella loro intensità significante (propria d’una chiamata al qui e ora, al come ed in che cosa stiamo, al coraggio di accogliere forme e parole anche a sè stessi a volte estranee) e radicale (rami…radici…origine)
    Grazie! Matilde

  11. matilde avenali il 14 settembre 2013 alle 11:37

    … quando dico: “medesimo di me” intendo il ritrovarmi, riconoscere un mio stesso sentire che si ri/trova nelle parole d’un altro. Chiedo scusa per non averlo prima precisato!
    Matilde



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