Come vivere felici da poveri in canna

13 settembre 2013
Pubblicato da

di Pino Tripodi

La moglie mia si lamentava assai per la continua penuria e per la mancanza di mezzi atti a frequentare la società intesa come parrucchieri d’alto bordo, cinema di prima visione, eleganti bar, negozi all’ultima moda, ristoranti marchiati slow food e teatri ma sui teatri faceva volentieri eccezione perché il teatro  non è strettamente necessario se non per mostare l’ultimo collier prodotto apposta per me dal gioielliere di fiducia così diceva la moglie che ai teatri si addormentava sovente le poche volte che lì si portava conducendo anche me per pagare il biglietto di entrambi.

La moglie da sempre disoccupata maritata a un cassintegrato a zero ore come il presente mai aveva goduto direttamente di tale società che tuttavia amava intensamente perché in Albania, Paese da cui la moglie proviene,  l’avevano cresciuta a poco pane e a tanta televisione che per fortuna mostrava ai poveri con dovizia di particolari tutto quello che i poveri non si possono permettere coi mezzi propri ma i ricchi sì che se lo possono permettere col lavoro e col denaro altrui e senza badare alla tv. La tv copia dai ricchi, dice la moglie e i poveri copiano dalla tv così la società si tiene unita.

La moglie appassionata di quella società, sbarcata in Italia, non si occupò più di televisione. Si mise saggiamente a lavorar duro per cercare occupazione che le permettesse di vivere come le signore della tv che sì tanto amava. L’idea d’andare a caccia grossa di principi del soldo e conduttor d’azienda servendosi delle potenti armi di donna al contempo scaltra e avvenente sfumò sotto i suoi occhi in poco tempo. Gli uomini prescelti non li avvistò neanche e quelli che le promisero portarla da loro schioccando le dita la lasciavano sulla strada esposta agli occhi torbidi del mondo a macerare sogni e bile.

Ma la mia moglie non è donna di facili rinunce o di disfatte clamorose.

Se principi del soldo e conduttor d’azienda marcavano visita per non presentarsi al suo cospetto, allora più sobriamente si poteva lavorare per trovar nelle miniere italiche se non oro, almeno argento o bronzo che assicurassero vita dignitosa e senza ambasce.

In quella dura e scrupolosa cerca fu così che dopo un anno o due la mia moglie s’imbattè in me.

Il me ch’io era allora ben s’adattava al desiderio invero ormai un po’ rattrappito della mia futura moglie. Io era per quanto timido e schivo pur sempre primo apprezzato ragioniere della Fiatta, un’azienda grande grande che mi forniva in abbondanza pane e companatico in cambio di solerte lavoro.

Io aveva bel stipendio, macchina veloce e casa trilocata comprata con mutuo trentennale provenendo quanti anni or sono, non so se mi spiego, dall’altra parte d’Albania che essendo un’isola in Italia chiamano Sardegna.

Quando il migrato sardo assatanato d’affetto, voglioso già prima della nascita d’avere una donna tutta per sé d’amare mattina meriggio e sera straordinari notturni compresi, vide la migrante albanese bella e sognante a più non posso di bella vita fare in Italia, l’amore decollò senza bisogno di propellente. Rimase in alto il nostro amore finché il salario mio assicurava pane e rose, ma la vita ahimè riserva sgambetti a ogni passo così la cassa integrazione colpì duro l’affetto suo che si sgonfiava precipitando in fretta mentre il mio senza sforzo alcuno non declinava affatto anzi nelle difficoltà

cercava l’agognato zenit.

Senza vestiti nuovi, mancando  profumi adatti e vacanze vippe, la vita sua si umiliava scrutando in me la causa soggettiva di tanta sofferenza. Non mi picchiava, no, nè mi derideva ma io capiva dai suoi occhi lo sguardo di rimprovero alla mia persona e il rimpianto a lei medesima rivolto di tanto affidamento fatto allo scrivente che si presenta anonimo per la vergogna e forse per dissimulare nella condizione sua l’universale situazione.

Allora io mi dispiaceva di questo dolore della moglie e un giorno affetto   d’orgoglio moto, solenne annuncio di portarla al ristorante come e meglio dei tempi fuiti ma lei incredula mi prende per matto pur se io insistette a dirle  ti porterò nel ristorante più esclusivo della città e allora lei donna pragmatica mi chiese ma con quali soldi cagnetto mio. Non ti fare problemi cara, io disse, so trovare i mezzi anche quando ne sembriam privi perché dall’alto piovono miserie e vessazioni. L’amor non è rinuncia e morte ma fantasia che  umilia ogni barriera così al tuo felice stare io rinunciar non può e a inventar m’appresto materia e segni d’occasionale certo ma io pure spera d’imperitura provvidenza. Notando assieme all’incredulità anche la crescita d’interesse verso la mia persona della moglie decisi di affondare ancor più duro parlandole del Savini dove l’avrei condotta; Savini l’altolocato ristorante milanese appunto che per onorarci della nostra presenza avrebbe chiuso per tutti gli altri ricchi e fatto da mangiare solo per noi due. La maraviglia della moglie divenne astrale a sentire tali propositi del suo marito amato e avvertendo la possibilità di una grande festa sociale chiese ma allora perché non invitare le amiche mie se non proprio a desinare almeno a veder simile evento. Io disse che a veder senz’altro ma che a mangiare era impossibile non solo per l’assottigliarsi dei mezzi necessari, ma soprattutto perché una tale evenienza andava per tempo preparata. Diamine, io disse, non è che il Savini può a discrezione nostra preparare per due o per venti teste.

Convinta del numero dei cenanti, quel giorno e il giorno dopo e il giorno appresso fino al giorno fatidico del sabato in cui io aveva promesso lauta festa al Savini passarono felici con la considerazione della moglie che cresceva come quella di un cavallo servito mane e sera a bieta fresca, profumata molto  e abbondante al quanto.

I baci suoi si sprecavano mentre io seguitava a farle promesse di ricchezza certa e imperitura. Io era felice assai davvero a vedere la moglie mia contenta e interessata a me il cagnetto suo.

Quel sabato radioso di mattina invito la donna mia a prepararsi ma io sapeva che lei da giorni discuteva con la sua mente, con le amiche e con le passanti intorno al vestito da indossare per la sera e che il parrucchiere delle grandi occasioni che costa il triplo di quelli delle occasioni normali la attendeva alle quindici in punto per farle taglio, sciampo e tinta a credito.

Uscita di casa la moglie anch’io mi dedicava agli ultimi dettagli.

Il vestito lo avevo ereditato dai tempi belli della Fiatta ma quello che manca sempre ai poveri in canna sono le scarpe. Ne avevo sì un paio con cui passavo primavere estati autunni e inverni, ma non potevo recarmi al Savini con calzature tali senza fare incazzare la donna amata. In mio soccorso si prestò un ex cassaintegrato della Fiatta poi licenziato che per sbarcare il lunario si diede a fare il calzolaio. Lui scelse per me le miglior scarpe passate da lui nuove per qualche personalizzazione prima di essere calzate dal legittimo proprietario. Per quella sera solo mi disse ché altrimenti mi devo trovare altro lavoro.

Conciato a festa attesi la moglie con la criniera a nuovo, poi attesi ancora a lungo prima che lei finisse di vestirsi  e imbellettarsi. Al dunque sotto braccio la condussi fuori casa con tutto il vicinato che osservava schiattando dall’invidia. Oltre il cancello attendeva altro ex cassintegrato amico mio così pazzo da spendere liquidazione e debiti a non finire per un taxi che a velocità folle lo aveva portato alla sopravvivenza pura e alla disperazione grande.  La fabbrica fa invecchiar presto ma vi giuro che i debiti contratti per il taxi dal mio amico gli hanno inflitto un carico di cent’anni nel tempo di qualche mese. L’infarto e l’ernia al disco arrivati presto con i debiti e con  il taxi non gli avevano però cambiato il cuore che seguitava ad aiutar gli amici come me alla bisogna. Gratis ci condusse fino all’ingresso della Galleria del Duomo dove trovasi il Savini, gratis  aprì la portiera della moglie e gratis  fece inchino giurando sul suo Dio che avrebbe fatto altra montagna di debiti pur  di essere al suo fianco in luogo dell’accompagnator di  lei che poi era io, l’amico suo.

Prima che la moglie si allarmasse, le feci notare che il Savini aveva appena chiuso al pubblico ma tempo cinque minuti tutto sarebbe stato pronto per noi. Così fu. Gli amici più cari del consiglio di fabbrica della Fiatta fecero quanto di meglio si poteva per far felice la moglie mia e per rispetto a me unico primo ragioniere ad abbaiare con loro in piazza contro il padrone. Tra inchini e baciamano portarono due sedie e tavola bandita presto con ogni ben di Dio preparato direttamente da loro in consorzio con le loro mogli sorelle compagne e figli. Il menu fu ricco e le libagioni pure. La moglie quasi quasi non credeva, ma la realtà era dura da smentire. Dieci tra cuochi, camerieri e sommelier ci servivano a lume di candela solo a noi di ogni cosa indicata nel menù di Savini anche quello preparato con cura da un altro amico della Fiatta che un tempo alla fabbrica faceva il capo cuoco. Presto diventammo uno spettacolo per i passanti tutti che pensavano di vedere un film. Infatti solo in un film poteva capitare che un povero in canna permettersi poteva tutto ciò. La moglie era raggiante e pure io lo era. Passammo la serata più bella della vita sommersi in un sogno organizzato con ogni cura per me dai miei ex compagni della Fiatta.

Ma il sogno dura poco e io non voleva che il mio bel sogno mai finisse. Il giorno dopo chiamai i miei compagni per ringraziarli certo ma dissi pure con fermezza che non c’è giustizia al mondo se i sogni finiscono così. La Fiatta ci aveva in un incubo cacciati io disse con fermezza ma noi dobbiamo riprendere a sognare. I miei compagni non capivano ma io disse piano piano che la felicità offerta a me per la mia moglie d’ora in poi dovevamo produrla per tutti i poveri in canna come noi ammogliati o meno.

Ma come disse il primo.

Neanch’io sapeva come.

Nessuno lo sapeva, ma da quel giorno chi di noi vuole mangia al Savini dove adesso c’è scritto chiaro chiaro i poveri in canna qui pagano se possono, se vogliono oppure mangiano gratis. Tutti i ristoranti della Milano bene  portano la medesima scritta. Eppure i pub e  i teatri e i tram e i negozi di profumi e di vestiti e  di ogni ben di Dio e gli alberghi e le banche e completate voi la lista a vostro piacimento portano scritte simili. E se non le portano per dimenticanza o altro gliela portiamo noi poveri in canna che non sopportiamo più le nostre mogli e i nostri mariti e nostre figlie e i nostri amici soffrire in abbondanza la penuria. Quando io disse alla mia moglie ciò quasi impazziva dall’essere felice. Mi diede un bacio grande grande e volle pure lo stesso bacio dare a tutti  i compagni della Fiatta che avevano preso appresso a me la mia stessa storica decisione.

Io stava attento ai baci suoi ma non era geloso perché la mia moglie disse se felicità deve’esserci felicità per tutti sia cagnetto mio.

 

 

 

Milano, 26 giugno 2013

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One Response to Come vivere felici da poveri in canna

  1. Andrea il 13 settembre 2013 alle 15:46

    Belle lettere, sorrisi sinceri.

    Tanti ‘bravo!’.



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