Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (primo tempo)

14 settembre 2013
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Il 16 dicembre del 1980 fu inaugurato davanti ai cantieri di Danzica il monumento ai caduti durante le proteste del 1970: tre altissime croci, alla base le parole del salmo “Il Signore benedice il Suo popolo, il Signore dona la libertà al Suo popolo” e di una poesia di Miłosz

Danzica. Monumento ai caduti durante le proteste del 1970:  una poesia di Miłosz

“Tu che hai offeso l’uomo semplice
ridendo sguaiatamente sulla sua sventura
con intorno una corte di buffoni
per confondere bene e male

(…)

non sentirti al sicuro. Il poeta ricorda.
puoi ucciderlo – ne nascerà un altro.
Saranno messi a verbale atti e parole”.

Czeslaw Milosz (1911-2004)

 

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dans un premier temps

Questo valse à trois temps comincia con un testo di Milosz che ho a lungo inseguito e finalmente trovato in rete e tradotto in questi giorni. Il secondo passo sarà una lettura ragionata del nuovo numero di Micromega consacrato all’intellettuale Albert Camus. Il terzo, assai critico, lo dedicherò alla stroncatura che ne ha fatto Alfonso Berardinelli sul Foglio, qualche giorno fa. effeffe

Albert Camus e Il coraggio di dire delle cose elementari

1

di

Czeslaw Milosz

traduzione di Francesco Forlani

“Mi darò come compito quello di spiegare perché coloro che, come me, vengono dall’Europa dell’Est provano verso Albert Camus così tanta gratitudine. Era vicino a noi più di quasi tutti gli scrittori francesi contemporanei. Il fatto è che il parallelo storico non è un fattore trascurabile. Ora si sa, gli intellettuali francesi degli anni 1940 e 1950, in gran parte erano affascinati dalla storia. […] Aspiravano a una sorta di saturazione personale attraverso la storicità, noi altri ne eravamo saturi fino al midollo. […] Tutti i discorsi sulla storia sentiti in Francia ci sembravano sospetti, perché vi si invocava un’immagine, un’idea, e non quella realtà che abbiamo conosciuto nelle sue forme più crudeli, nazismo e stalinismo. Io non so cosa proteggesse Albert Camus da una moda diffusa tra gli intellettuali parigini, tanto conformisti.

Erano forse le spiagge dell’Africa, le sue origini popolari che lo preservavano dalla “cattiva coscienza” borghese? In ogni caso, trattava gli idoli del momento, con una diffidenza di cui pagava il prezzo, perché gli intellettuali non perdonano una tale mancanza di rispetto per speculazioni post-hegeliane .

Camus non sghignazzava. La moda è in quello scherno, ormai tradizionale, diretto contro le buone maniere delle classi irrigidite nella loro stretta morale […] Per quanto mi riguarda, il sogghigno mi ha sempre infastidito . […] Al contrario, avevamo bisogno di entusiasmo e slancio […] Camus non scherniva, il che lo rendeva estremamente vulnerabile agli attacchi applauditi da un pubblico ben addestrato . […] È per questo motivo che sono sempre stato dalla parte di Camus.

Quel che mi stupisce degli intellettuali francesi è questa loro fede nelle idee generali : basta, credono loro, che un uomo si chiuda a chiave nella sua cameretta e pensi a rigor di logica, per giungere a una comprensione assoluta di ogni cosa, per esempio dei conflitti che si verificano in Ghana, Ungheria, Polonia o in Russia. I risultati mi hanno quasi sempre fatto ridere [ … ] ho imparato, e non senza difficoltà, che è rischioso pronunciarsi sugli affari interni di un paese di cui non si parla la lingua […] Mi sorprendevano la facilità e la cosiddetta competenza con cui si discuteva della Cina a Parigi […]

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Avevo l’impressione che Camus appartenesse a una razza ben diversa da quella dei grandi specialisti con scienza infusa che tagliano corto sui problemi del Texas o dell’Indonesia , come se si trattasse di piccoli comuni di periferia. Questo tratto distintivo di Camus, considerato a Parigi come un difetto, lo si motivava con una mancanza di esercizio filosofico . […]

Questo ci porta dritti alla questione algerina. Io non approvavo del tutto la posizione che aveva preso a riguardo. […] La posizione di Camus mi ricordava certi strappi interiori che in tanti da noi avevano provato prima dell’ultima guerra . [ L’evocazione dei massacri di popolazioni polacche ad opera dei distaccamenti ucraini armati dai tedeschi ] Anche nel peggiore dei casi, e da entrambe le parti , esseri umani erano disperati dall’intensità dell’odio […] l’imbroglio (in italiano nel testo) etnico dell’Europa orientale mi è servito a capire le difficoltà di Camus .

Lo stile e i temi di Camus. Per quanto riguarda la sua opera letteraria , confesso che non ho mai amato il suo stile . [Note sul carattere concreto della lingua polacca e la sua tendenza a “un lirismo inquietante”] Ma già al primo contatto, l’opera di Camus aveva per me qualcosa di familiare. […] Camus era affascinato da Dostoevskij, l’erede delle sette della cristianità orientale. E proprio come Dostoevskij, ha avuto il coraggio di affrontare temi di “cattivo gusto”. […] La peste è il miglior libro sulle attitudini che si possono avere verso la piaga totalitaria dei tempi moderni. Ma in prima istanza è una meditazione sul dolore degli innocenti. […] “Lui si prende gioco del dolore delle persone innocenti.” Chi? Jéhovah, il cattivo demiurgo dei manichei […]
In gioventù, presso l’Università di Algeri, Camus ha presentato una tesi di laurea su Sant’Agostino e mi chiedo se tutto il suo lavoro non fosse, in fondo, teologico. Volentieri interpreterei La caduta come un trattato sulla Grazia ( assente), la cui chiave sarebbe in questa frase : “Le colombe aspettano lassù, aspettano tutto l’anno. Volteggiano sopra la terra, guardano, vorrebbero scendere . […] Ma non c’è nulla tranne mare e canali […] ” Credo anche che l’attaccamento commovente di Camus alla memoria di Simone Weil , che lui chiamava ” l’unico grande spirito del nostro tempo ” sorga dal fervore albigese dell’eretica .
Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik
La vergogna dell’impotenza. Non era facile per me accettare l’Occidente. […] Mi dicevo, dopo la guerra: “Probabilmente non hanno imparato nulla, […] ricominciano il loro stupido gioco, come se non fosse successo niente.” […] Solo uomini come Albert Camus pesavano sull’ago della bilancia , perché si percepiva in loro un vero e proprio dolore . Nessuno di noi che siamo sopravvissuti alla vergogna dell’ impotenza non ha potuto affrancarsi da quel senso di colpa espresso da un personaggio di Camus : ” Ah ! chi avrebbe mai pensato che il crimine non fosse tanto quello di uccidere quanto quello di non morire per mano propria! ”

Scopro solo ora cosa permettesse allo scrittore Camus di accogliere la sfida dell’epoca dei forni crematori e dei campi di concentramento. Aveva il coraggio di dire cose elementari .

Camus era uno di quegli intellettuali occidentali, poco numerosi, che mi hanno teso la mano quando ho lasciato la Polonia stalinista , nel 1951 , mentre altri mi evitavano come la peste […] Abbastanza triste per un povero diavolo come me […] venire presentato dalla stampa come un panciuto borghese in fuga dalla sua patria socialista. Non mi sono stati risparmiati complimenti di questo tipo […] A destra, nessun linguaggio comune; a sinistra, un grosso equivoco, perché le mie idee politiche erano in anticipo di qualche anno su quella che sarebbe diventata moneta corrente dopo il 1956 .

In una tale situazione tanto scomoda, l’ amicizia riscalda e dà quel minimo di rassicurazione, senza cui ci si esporrebbe da soli a tentazioni nichiliste . Mai gli intellettuali hegeliani capiranno quali conseguenze hanno potuto avere i loro cavilli in termini di rapporti umani , e quale abisso scavavano tra di essi e gli abitanti dell’Est europeo, conoscitori di Marx o meno . La filosofia è una cosa molto carnale : raffredda gli occhi o, come in Camus, introduce nell’uomo la cordialità di un fratello. […]

(Milosz «L’interlocuteur fraternel» in Preuves. Une revue européenne à Paris, n° 110, avril 1960, et Julliard, 1989, p. 385. Repris dans Philosophie Magazine, pp.139-141)

  1. Milosz «L’interlocuteur fraternel» in Preuves. Une revue européenne à Paris, n° 110, avril 1960, et Julliard, 1989, p. 385. Repris dans Philosophie Magazine, pp.139-141 []

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8 Responses to Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (primo tempo)

  1. davide orecchio il 16 settembre 2013 alle 16:48

    E’ un testo molto bello (e la traduzione anche). Per accogliere un esule nel ’51 risparmiandosi ghigni, per riuscire a comprendere quell’esule nonostante la carenza di informazioni sull’Est europeo, occorreva “solo” il sesto senso di Camus, la capacità di empatia, il radar di uno scrittore e uomo e artista irripetibile.

  2. Prosper il 18 settembre 2013 alle 10:26

    s’impegni s’impegni Forlani che al prossimo giro su MicroMega ci scrive anche lei. Su avanti così.

  3. francesco forlani il 18 settembre 2013 alle 13:48
  4. Prosper il 19 settembre 2013 alle 09:31

    emmemme
    http://www.youtube.com/watch?v=bAqFt5KrwlQ
    continui e non demorda.

  5. daniele ventre il 19 settembre 2013 alle 17:44

    Aspetto la risposta a Berardinelli, che non a caso scrive su Il Foglio.

  6. […] eccomi giunto alla terza ed ultima puntata di questa incursione su Camus. Le puntate precedenti qui e lì, e una considerazione che devo subito fare e che potrei riassumere con questa formula: ma per […]

  7. […] Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (Parte prima – Parte seconda) Su Nazione Indiana due articoli (e in arrivo il terzo) in cui si parla di Albert […]



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