Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (secondo tempo)

19 settembre 2013
Pubblicato da

-1

di Francesco Forlani

(la prima parte è qui )

Guardo la copertina e penso come abbiano fatto a pubblicarla senza incorrere nella censura dei non fumatori. A Sartre la sigaretta l’avevano tolta da un manifesto, in Francia, qualche tempo fa e a Camus sarà di certo successa la stessa cosa, in questi anni.  Et pourtant, ceci n’est pas une pipe, questo non è una pipa, per dirla con Magritte. Quanta intolleranza degli ex fumatori nei nostri confronti, simile a quella degli ex intellettuali di sinistra verso quelli che si ostinano a definirsi, ancora e malgrado tutto, tali!

Quando ho avuto notizia del numero 6 di Micromega, intitolato L’intellettuale e l’impegno, mi sono subito immaginato il fuoco di fila che avrebbe suscitato, l’impazienza compiaciuta con cui i soliti franchi tiratori, ex fumatori, si sarebbero sfregati le mani prima di imbracciare la penna e sistemare il mirino ad altezza bocca. Ne ero certo perchè la mia generazione, ovvero quella degli anni ottanta, nel suo autodafè linguistico, la prima parola che ha eliminato è stata proprio quella: impegno. Alla parola intellettuale ci avevano pensato quelli prima, molto prima.
A tal proposito vorrei riprendere un passaggio di un post scritto qualche tempo fa proprio su Nazione Indiana a proposito dell’incontro tra Albert Camus e Dino Buzzati.

L’unico ad aver colto l’anima di Albert Camus in una fulminante quanto appropriata descrizione è stato Dino Buzzati, quando raccontando (in Cronache terrestri) l’incontro con lo scrittore francese, lo descrive così:
“Grazie a Dio non aveva una testa da intellettuale, ma da sportivo, chiaro, da uomo del popolo, solido, ironico, con bonomia, in un certo senso un viso da garagista.”

che nella traduzione francese diventa:

“Grâce à Dieu, n’était pas celui d’un intellectuel pourri, mais plutôt celui d’un sportif, clair, populaire, solide, ironique et plein de bonhomie, peut-être: une tête de garagiste”

Cherchez l’erreur

Mi soffermo su un particolare, un dettaglio assolutamente non trascurabile. L’italiano intellettuale viene tradotto con intellectuel pourri (marcio), e mai come in questo caso il traduttore ha centrato in pieno il significato. Perché il significato che la parola intellettuale ha in italiano è proprio quello. Dire intellettuale a qualcuno, in Italia, equivale a dire ladro, anzi peggio, perché almeno un ladro se le sporca le mani! In Francia la parola intellectuel incute rispetto, trasmette un valore, e forse da un dettaglio del genere si possono spiegare tante cose sulla differenza tra noi e loro, sul fatto, per esempio che lì, Riforma e Rivoluzione ci sono state mentre da noi soltanto Controriforma e Restaurazione. Tanto per dire.

Questa premessa mi sembra necessaria per capire come e perché l’attenzione rivolta da una delle storiche riviste della sinistra italiana all’affaire non può che essere salutata con entusiasmo e insieme preoccupazione. Entusiasmo perché nella Novlingua contemporanea del nostro paese di queste parole non ne esiste nemmeno più la traccia, figurarsi allora le pratiche che le due sottintendono, intellettuale e impegno. O forse esistono e nessuno lo sa?

E preoccupazione perché in realtà sembra che quelle due parole si siano tramutate e fissate nella loro forma plurale: intellettuali e impegni, tantissimi tra un convegno e l’altro, un festival e un assegno di ricerca spesso scoperto. Preoccupazione perchè si ha come l’impressione che non solo ci si debba rivendicare come intellettuali ma che addirittura si debba ricordare l’impegno come se si potesse essere tali senza “onorare il debito” l’in – pegno che l’etimologia ricorda. In francese non cambia molto la cosa. Engagé significa mis en gage, dato in pegno appunto au mont-de-piété e qui vi risparmio la traduzione. L’impegno allora è un debito verso qualcuno, qualcosa e un altro motivo per cui vale la pena procurarsi questo numero è nell’identificazione di quel chi, di quel cosa, che di volta in volta ognuno degli interventi prova a mettere in chiaro.

Ho chiesto allora a Micromega l’autorizzazione a rendere disponibile l’editoriale di Paolo Flores d’Arcais  (dal link è possibile scaricare il pdf ) per i nostri lettori.  Editoriale che pur non condividendone alcuni passaggi mi è apparso illuminante. Nei commenti spero possa nascere una discussione, un dibattito, (ah il dibattito, surtout pas,  tradotto, per carità)  e insieme l’occasione anche  per me di spiegare perché abbia letto con grande interesse gli interventi  di Stuart Hall, La nascita della New Left, (magnificamente tradotto da Jamila Mascat), quello di Gianni Vattimo, di Carlo Freccero , Il creativo, intellettuale del futuro, Ermanno Rea L’intellettuale cittadino, Camilleri e Adriano Prosperi, Intellettuali o clown. Quest’ultimo lo cito anche perché, facendo di recente una ricerca proprio su Albert Camus di cui esiste un bel dossier con inediti dell‘intellettuale e un’intervista a sua figlia Catherine, a cura di Andrea Bianchi, sono incappato in una nota che Hannah Arendt scrisse proprio a proposito di Sartre e Camus.

S’intitola, L’esistenzialismo spiegato agli Americani (mia la traduzione dal francese)

(Nel 1946, Hannah Arendt (1906-1975) offre ai lettori del settimanale The Nationn la presentazione di una filosofia che fa furore oltre oceano: l’esistenzialismo francese. )

[] I filosofi diventano giornalisti, drammaturghi, romanzieri. Non si tratta di universitari, ma saltimbanchi che vivono negli alberghi e trascorrono il loro tempo nei caffè,  conducendo una vita a tal punto pubblica da rinunciare a qualsiasi privacy. [] Se la Resistenza non ha provocato la  rivoluzione in Europa, sembra avere innescato, almeno in Francia, una vera e propria ribellione intellettuale, il cui sottomettersi alle regole della società moderna è stato uno degli aspetti più tristi di quel triste spettacolo che ha offerto l’Europa tra le due guerre. [

per poi concludere, poco dopo, scrivendo:

Pour Camus, l’amour est une tentative maladroite et désespérée de briser l’isolement de l’individu. […] 

Per Camus, l’amore è un tentativo maldestro e disperato di infrangere l’isolamento dell’individuo.

 

 

 

 

12 Responses to Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (secondo tempo)

  1. Romano A. Fiocchi il 19 settembre 2013 alle 09:31

    “…la mia generazione, ovvero quella degli anni ottanta, nel suo autodafè linguistico, la prima parola che ha eliminato è stata proprio quella: impegno. Alla parola intellettuale ci avevano pensato quelli prima, molto prima”.
    Istantanea stupenda dello stato culturale degli ex giovani degli anni Ottanta (generazione a cui anch’io appartengo). Ma ottimo tutto l’articolo.

    • effeffe il 19 settembre 2013 alle 11:09

      grazie effeffe

  2. daniele ventre il 19 settembre 2013 alle 17:42

    E il risultato dell’abolizione dell’impegno, e in sottordine del senso, è il nullismo attuale.

    Lo so che te l’hanno già detto sotto l’altro post: grande pezzo, furlèn.

  3. carmine il 20 settembre 2013 alle 12:19

    che pezzacchione!

  4. Luigi B. il 21 settembre 2013 alle 20:50

    Il numero di Micromega sull’intellettuale engagé mi ha provocato la stessa ilarita che potrebbe procurarmi un numero di Vogue dedicato alla decenza per le seguenti ragioni:

    – anacronismo
    – cecità
    – complesso di inferosuperiorità

    ma andiamo con ordine.

    ANACRONISMO
    cioè, nell’anno 2013, con un livello di analfabetismo pari a 0 (almeno nelle parti ricche e sviluppate del mondo), con le lotte civili e le rivoluzioni “dal basso) in quel che noi chiamiamo terzo mondo (con un certo senso di superiorità, diciamocelo) e dalle nostre parti e con dei gruppi extrapartitici e/o movimenti civili (o presunti tali) in parlamento in Italia ma non solo stiamo ancora qui a menarcela sull’intellettuale engagé? mi sembra non solo un po’ demodé ma assolutamente anacronistico, cioè fuori dal tempo presente che (si suppone) si sta vivendo. Cioè vuol dire che gli intellettuali accecati dalla loro ansia di servire a qualcosa ed essere riconosciuti come tali e come utili non si rendono conto che stanno parlando ad una società che non esiste – e dunque non li ascolta. A proposito di accecamento, veniamo alla

    CECITÀ
    ma è mai possibile che non ci si renda conto che non siamo più negli anni 40 dove aveva senso che gli intellettuali engagé facessero ciò che milioni di persone non potevano fare perché stavano suicidandosi in guerra? è mai possibile che Flores D’Arcais & C. (dove la C. sta per tutti gli “intellettuali”) continuino a pensare di rivolgersi a me, a noi nei termini in cui si rivolgono – cioè come se fossimo degli idioti a cui bisogna insegnare l’ABC perché non sanno leggere né scrivere? a cui bisogna dire come fare csa fare e quando fare? è ovvio che con questo atteggiamento di

    INFEROSUPERIORITÀ
    non si va da nessuna parte: né loro (gli intellettuali, dico) né noi. Ora, gli “intellettuali” se non vogliono continuare a somigliare ad una specie protetta tipo il panda o a dei frignoni che “chiagnene e fottene” c’è bisogno che si rendano conto che il loro auditorium è cambiato e quindi la loro funzione pure.

    Tutto il discorso di Forlani sull’etimologia di in-pegnato/en-gage è il luogo in cui gli intellettuali dovrebbero andare a ritrovare la loro raison d’etre.

    Verso chi sono in debito gli intellettuali? la risposta è semplice: gli intellettuali, che per mestiere hanno la fortuna di leggere libri e pensare da mattino a sera, sono in debito con il resto dell’umanità che attraverso la propria parte di produttività all’interno di un determinato sistema economico e sociale rende possibile la figura dell’intellettuale, cioè un uomo che non fa nient’altro che leggere e pensare da mattino a sera. Se gli intellettuali dovessero fare il pane, scavare una miniera, costruire una brutta macchina della fiat, rispondere al telefono, gestire un account in una qualunque azienda etc. non potrebbero svolgere la loro funzione di intellettuali. Ecco perché c’è chi fa tutto questo per loro aspettandosi qualcosa in cambio.
    Ora le parole chiave del discorso sono proprio queste: qualcosa in cambio. Cos’è questo qualcosa? un numero di Micromega sull’intellettuale engagé? penso proprio di no. Se io passo 10 ore al giorno in ufficio e grazie a questo un’altra persona passa 10 ore al giorno in biblioteca, non lo faccio perché poi questa persona mi venga a dire stronzate su una rivista che devo pure pagare. Mi aspetto invece che tale persona studiosa e preparata sia in grado di trasmettermi le conoscenze che ha assimilato perché io non potrò mai leggere mille libri nella mia vita ma 100, che però non sono sufficienti. Come il monte ore che posso dedicare a pensare ai problemi del mondo è necessariamente ridotto visto che oltre al lavoro (costruito proprio per non farmi pensare) ho anche una vita.
    Il problema sorge nel momento in cui l’intellettuale sente questo vantaggio che possiede nei miei confronti sul sapere non come un debito che ha con me ma come un plus che lo rende superiore a me e che gli fa pensare che il suo dovere (diritto in molti casi) sia quello di dirmi cosa, come e quando devo fare che… invece io vorrei che l’intellettuale fosse in grado di trovare il modo di trasmettermi in questo mondo difficile, in questa vita difficile, le conoscenze che lui possiede perché io poi possa farmi una idea, possa trarre le mie conclusioni, senza l’utilizzo del fascino della retorica e della seduzione dei mass media e dei discorsi istituzionali. L’intellettuale è insomma colui il quale è in grado di emancipare la società di cui è parte.
    Detto ciò, la domanda è: chi si emancipa dopo aver letto un numero di Micromega sull’intellettuale engagé?
    Luigi B.

    p.s.: per un discorso più o meno simile, qui
    http://www.stroboscopio.com/cari-intellettuali-una-lettera-aperta/

  5. Luigi B. il 21 settembre 2013 alle 20:58

    Ah, per evitare cattive impressioni: non sono tra quelli che pensano che gli intellettuali siano i parassiti della società. Penso che gli intellettuali abbiano una funzione che non svolgono, così come i politici ne hanno un’altra che pure non svolgono, così come io impiegato delle poste o io operaio o io agricoltore se lavoro male ho una funzione all’interno della società che però non svolgo.
    Luigi B.

  6. francesco forlani il 22 settembre 2013 alle 12:12

    Luigi cerco di risponderti aujourd’hui effeffe

  7. andrea inglese il 22 settembre 2013 alle 20:27

    ecco, con il suo solito talento per il motto di spirito, Forlani ha centrato una questione: oggi sarebbe interessante e forse più pertinente leggere come la figura intellettuale sia passata dall’impegno ai molti impegni, che una carriera come la sua implica;

    il fatto che siano stati messi in copertina Sartre e Camus, fa sospettare l’alone vintage che aleggia sul dibattito – ma non ho letto il numero, e quindi può essere un effetto ottico fuorviante;
    anche su alfabeta2, al suo primo numero, si era cercato di fare un punto della situazione: in un’ottica spero meno vintage ecco qualche considerazione:
    https://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell%E2%80%99intellettuale/

    molte delle cose dette da Luigi mi sembrano condivisibili e stanno a ricordare che il problema non è tanto se “l’intellettuale di sinistra” sia passato di moda, dal momento che quello di destra è sempre sulla cresta dell’onda e sempre molto organico; il problema è come articolare saperi specialistici con l’orrizonte globale della società, in cui tutti siamo implicati, intellettuali o meno…

  8. alevinx il 25 settembre 2013 alle 15:26

    Soffermandomi sulla descrizione di D.Buzzati su Albert Camus, proposta da F. Forlani, mi pare che da essa traspaia una interpretazione dell’intellettuale, per alcuni aspetti, molto vicina, a quella che ne delinea Edward Said nel suo “Dire la verità:gli intellettuali e il potere” (Feltrinelli ,1995).
    Mi spiego, in questo saggio, dove viene sostanzialmente riproposto un suo precedente intervento alle Reith Lectures della Bbc del 1993, E. Said ponendo l’accento sul concetto di “autonomia”, definisce l’intellettuale “come un esiliato e un marginale, un dilettante, l’autore di un linguaggio che tenta di dire la verità al potere”, insomma, un vero e proprio outsider, un “dilettante” con la vocazione di critica al potere.
    In estrema sintesi, Said nella sua riflessione sul ruolo dell’intellettuale parte da quanto scritto da A.Gramsci e J.Benda sulla questione del ruolo degli intellettuali.
    Dalla riflessione Gramsciana, Said recupera il ruolo sociale dell’intellettuale: agli intellettuali tradizionali, il pensatore sardo- come noto- aggiunge la figura dell’intellettuale organico, direttamente collegato con le classi o le imprese che si servono di lui per rafforzare il potere.
    Come spiegato nei “Quaderni del carcere”, laddove analizza il funzionamento dell’egemonia, il consenso al potere è generato da un immane dispiegamento di intellettuali attivi a vari livelli, in una grande varietà di campi e di istituzioni, per tutto l’ampio territorio della società civile. Questi “intellettuali hanno la funzione di organizzare l’egemonia sociale di un gruppo”. L’ideale di autonomia dell’intellettuale, pertanto, per Gramsci si risolverebbe in una “utopia sociale”. Come scrive lo stesso Gramsci nei “Quaderno” n° 12: in tutta la sua “olimpicità”, un intellettuale come Benedetto Croce, “[…] si sente legato fortemente ad Aristotele e Platone, ma egli non nasconde, anzi, di essere legato ai senatori Agnelli e Benni e in ciò appunto è da ricercare il carattere più rilevante della filosofia del Croce”.

    Said, ragionando sull’idea gramsciana di intellettuale in una situazione culturale totalmente diversa rispetto a quella che visse il pensatore sardo, la quale -come hanno mostrato Foucault e Gouldner- si è iperspecializzata, sino a vanificare qualsiasi universalità dell’attività intellettuale, cerca un possibile recupero del concetto di “autonomia”, che per Gramsci, come già scritto, sarebbe mera utopia. E tenta di farlo analizzando il carattere di “chierico” dell’intellettuale così come definito da Julien Benda; ossia quello status in cui predomina un certo distacco dalle passioni terrene e la ricerca quasi metafisica dei principi disinteressati della giustizia e della verità.
    I veri intellettuali, scrive Benda , sono coloro “la cui attività, per natura, non persegue fini pratici, ma cercando la soddisfazione nell’esercizio dell’arte, della scienza o della speculazione metafisica, nel possesso, insomma, di un bene non temporale, dicono in qualche modo: il mio regno non è di questo mondo”. Al contrario di quello che si possa pensare, ricorda Said, gli esempi portati da Benda dimostrano chiaramente che egli non si fa paladino di una figura di pensatore completamente astrusa dal suo periodo storico.
    In “Tradimento dei chierici” del 1927, Benda scrive: “devo ricordare il biasimo di Fènelon o di Massilon per certe guerre di Luigi XIV? La condanna di Voltaire per la devastazione del Palatinato? Di Renan per le violenze di Napoleone? Di Burcke per l’intolleranza dell’Inghilterra nei confronti della Rivoluzione Francese? E ai nostri giorni di Nietzsche per la brutalità della Germania contro la Francia?”.
    La critica che muove Benda agli intellettuali è di aver abbandonato la vocazione, venendo a patto con i propri principi. Secondo Benda, il problema della conventicola degli intellettuali suoi contemporanei è l’aver avallato, con la loro autorità morale, quella che egli definisce profeticamente l’”organizzazione intellettuale” delle passioni collettive, vale a dire il settarismo , il sentirsi massa, il nazionalismo guerrafondaio, gli interessi di classe.

    Tuttavia, osserva Said con Ernest Gellner: “Benda non dice mai come avvenga che costoro conoscano la verità né se il lampo accecante che ha schiuso loro la visione dei principi eterni sia, come per don Chisciotte, poco più di una fantasia affatto personale. I suoi personaggi sono simbolici, contrassegnati da una irriducibile distanza da obiettivi materiali, dotati di una robusta personalità, perenni oppositori dello status quo, insomma, un drappello di re filosofi che, ascoltando un proprio imperativo morale, costituiscono la coscienza dell’umanità”. Insomma, l’analisi di Benda difetterebbe di una sorta di platonismo acritico, come ebbe a sottolineare Ernest Gellner nel suo “La trahison de la trahison des clercs”.
    Pertanto, Said sintetizzando il pensiero di Gramsci e Benda, e prendendo in esame le posizioni sull’argomento di altri pensatori come Orwell, Wright Mills, Matthew Arnold, Noam Chomsky, Gore Vidal, ecc…, giunge alla conclusione che la necessaria salvaguardia dell’autonomia dell’intellettuale, intesa come salvaguardia della libertà di pensiero da parte degli intellettuali, oggi non potrebbe che essere garantita solo attraverso una condizione di esilio (reale o ideale) o di nomadismo dell’“intellettuale autonomo” o “laico”; il quale per sottrarsi all’asservimento mediatico o iperspecialistico – l’organicità gramsciana,- dovrebbe accontentarsi addirittura del ruolo di intellettuale “dilettante”, marginale alla conventicola.
    Tornando a Dino Buzzati, chiedo: può il suo pensiero su Camus -“Grazie a Dio non aveva una testa da intellettuale, ma da sportivo, chiaro, da uomo del popolo, solido, ironico, con bonomia, in un certo senso un viso da garagista”- essere letto come un tentativo di mettere positivamente l’accento sulla marginalità, “laicità”/”dilettantismo” a cui lo stesso Camus fu rilegato come intellettuale da una certa intellighenzia di sinistra francese, che, per contro, vedeva il suo “chierico” più rappresentativo in Sartre?

  9. effeffe il 26 settembre 2013 alle 09:26

    Provo a replicare alle riflessioni rilanciate da Luigi b. cercando di rispondere un poco alla volta anche all’inglese e Alevinx. con la speranza che qualcuno di Micromega intervenga a questo punto.

    Caro Luigi
    le obiezioni che tu muovi partendo dal paradigma “auditorium” sono estremamente pertinenti però mi pare che non risolvano la questione riassumibile in una formula rapida et à la française: Les intellectuels sont-ils nécessaires?
    Partiamo dal tuo paradigma dell’auditorium come è formulato qui e nella lettera aperta che hai linkato; mi sembra più simile nei sensi e nei fatti all’entourage, ciò che mi sta intorno. Auditorium, invece, per me corrisponde, almeno nel senso più corrente, a un luogo in cui si può tecnicamente sentire meglio, generalmente la musica, un concerto, o qualsiasi cosa abbia un suono, una voce. Un luogo più che persone che stanno ad ascoltarti, un luogo in cui però ci si possa ascoltare “bene”. Per esempio basterebbe pensare ai due luoghi più gettonati dagli intellettuali o piuttosto per essi: la piazza e il salotto. Certo mi si dirà nulla vieta alle piazze di diventare salotti come per esempio accade a Torino dove Piazza san Carlo è dai torinesi considerata come il salotto della città. vero è che è ben più difficile che dei salotti si trasformino in piazze…
    Tu dici, mi pare, che la parola degli intellettuali è come acqua che piove sul bagnato. “Essi” parlano delle cose che sanno una cosa a persone che quella cosa la sanno già, in una sorta di rave party di visioni del mondo impasticcate di letture colte, rare, rarissime da trovare in libreria, dove la sovrapposizione però in quella danza sul posto,non è mai precisa. Gli intellettuali limano, si sa, ma non collimano mai, anche questo si sa. Ogni confronto è preceduto da “se”, “ma” “però” con distinguo che fanno somigliare la mappa degli intellettuali a quella mappina post deflagrazione del movimento studentesco e operaio degli anni sessanta, nell’infinità di gruppi, gruppuscoli, compagni che sbagliano, cellule impazzite, individualità molto ” Molti” e poco “Multitudini”.
    Per avere un’idea della parcellizzazione dei luoghi stampati basterebbe entrare in una libreria come I comunardi a Torino e dedicare una carrellata di sguardi agli scaffali sulla sinistra che con un solo colpo d’occhio ti fa vedere tutta la rivisteria della sinistra: Micromega, Aut aut, Limes, Lettera internazionale, Barricate, Lo straniero, Alfabeta, Calendario del popolo, Critica marxista, A.
    Ognuna con una sua identità, con paradigmi che fanno che un lettore dell’una non sia necessariamente e per lo più lettore dell’altra.
    Ecco allora che la domanda iniziale “Les intellectuels sont-ils nécessaires?” sembra diventare nel tuo discorso, “Les revues sont-elles nécessaires?”
    Secondo me si. E la Rete, dopo la piazza, il salotto, può assolvere quella funzione “architettonica” dell’auditorium. Effeffe

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