Frammenti dalla fuga di un fuggiasco (2)

3 ottobre 2013
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Di Giorgio Mascitelli

 

Sono immerso nell’acqua melmosa fino al collo; primo o poi dovrò uscirne. Intanto essi non sono passati. Ma non posso ancora uscire perché essi potrebbero passare.

Adesso che sono nella melma fino al collo, perché qui l’acqua è melmosa, è il momento giusto per chiedersi se l’avrei fatto lo stesso, se avessi previsto che poi mi sarebbe capitato tutto quanto mi è capitato!

Ma ogni Austerlitz  ha la sua Waterloo, che è vero, ma non c’entra nulla con i miei casi passati né presenti. Ho fatto solo il mio dovere. Certo quando si è fatto il proprio dovere e si è rimasti soli, ci si sente un po’ dei pirla. Ma si tratta di una visione estremamente soggettiva. Non mi sembra che essi mi considerino un pirla, non mi considerano nulla probabilmente.

E giù un altro starnuto. Intanto il giorno trascorre, essi non passano e io resto nell’acqua fino al collo con un raffreddore incipiente. Dovrei sollevarmi dall’acqua e nascondermi in altro modo perché mi sembra più saggio a questo punto camminare di notte. Comincio a non essere più molto soddisfatto del mio piano. Per la verità non sono soddisfatto di molte altre cose. Forse ho perfino la febbre. Forse è meglio che mi tiri fuori dall’acqua. Devo cercare di asciugarmi alla bell’è meglio, che poi è quello che ho sempre fatto. Tutto quello che mi è capitato ho cercato sempre di affrontarlo alla bell’è meglio. No, non è vero: ho anche cercato di fare dei piani, ma spesso i miei piani sono finiti come questo di nascondermi nello stagno. Nuova salva di starnuti. Dovrei veramente tirarmi fuori dall’acqua. Magari dovrei fare come quel tale che era uscito dalla palude tirandosi su da solo per il codino dei capelli. Ma ciò mi sembra difficilmente realizzabile in primo luogo perché non porto il codino, in secondo luogo perché questo significherebbe forzare la mano alla pur vivida fantasia della mano che mi fa parlare.

La insoddisfazione nasce da me o dagli eventi? Questa è una domanda doverosa per rispondere con piena razionalità alla quale occorrerebbero tali e tanti elementi che non basterebbe una sola vita per accumularli. Quindi è una domanda a cui si risponde sulla base di qualche indizio spesso confuso. Non è serio invece rispondere che nasce da entrambi i fattori perché questo lo sanno anche i bambini. I miei indizi andavano verso gli eventi.

Ma insomma l’inverno della nostra insoddisfazione cederà mai il passo a una primavera se non di armonia e conciliazione almeno di speranza?

No, non ci sono più le stagioni, porca miseria!

 

 

 

Se c’è una cosa che mi fa tanto male è l’acqua dello stagno. Ho fatto bene a uscirne semplicemente con le mie gambe perché così posso sfruttare le ultime ore del giorno per asciugarmi e riposarmi. Ho strizzato meticolosamente le mie mutande, che per fortuna non hanno perso il colore. Dovrei assumere del paracetamolo, che, anche se ingerito a stomaco vuoto,  a differenza dell’acido acetilsalicilico non dà disturbi gastrici ed è pertanto il più indicato per il fuggiasco. In ogni caso non ho con me né l’uno né l’altro, perciò tremo, batto i denti e mi sento stanchissimo. Mi incamminerò dopo il tramonto e dopo aver mangiato un po’ di briciole di wafer che ho trovato sul fondo della bisaccia.

Dunque, riassumendo la mia situazione, sono fuggito sfruttando una circostanza favorevole senza aver messo a punto un piano, quando ho ideato il piano, esso si è rivelato molto più dannoso della stessa pervicacia degli inseguitori così che ora sono digiuno, febbricitante e stravolto. Ciononostante continuo a essere insoddisfatto con gli eventi e non con me. Il partito più saggio, a questo punto, sarebbe quello di arrendersi, di consegnarmi, di rimettermi alla clemenza della corte, di abbassare la testa. Perché non lo faccio? Perché non sono ancora abbastanza stanco per rinunciare a essere me stesso. Veramente l’ostinazione fa fede.

Fedele alle mie deliberazioni, pertanto, dopo il tramonto mi metto in cammino con l’unico vantaggio, non strategico, di non essere appesantito nella mia marcia da cibi poco digeribili.

Sento un rumore che viene dal cielo, proprio sopra le mia testa, tipo flap flap. No, è più forte, è piuttosto un vron vron. Ma è più ripetitivo come se fosse una sorta di cutucutucu. Sì, è proprio un cutucutucututu. Alzo gli occhi e non ti vedo un elicottero che ha pure acceso il riflettore. Stanno forse usando l’elicottero per cercarmi?

– Arrenditi!- Dice una voce all’altoparlante- Abbiamo i visori a infrarossi, ti sgamiamo in un secondo!

Starei per arrendermi, prima ancora di accorgermi che stanno parlando alla cieca perché mi hanno superato abbondantemente, quando si fiondano in picchiata un bel pezzo davanti a me gridando all’altoparlante:

– Ti abbiamo beccato! I visori a infrarossi non ingannano mai!- Dall’elicottero che riprende quota come uno sparviero scornacchiato gridano qualcosa come:

– Adoriamo l’odore del napalm alla mattina presto.

Ma è ancora notte e l’elicottero si allontana, prosegue il suo giro, ma da bordo urlano un “torneremo!”.

Adesso, nonostante i tremiti, mi sforzo di trattenere il respiro, anche se è perfettamente superfluo, visto che non mi hanno localizzato neanche prima. Starei per prendere tutta una serie di provvedimenti di dubbia utilità, visto che per sfuggire a un elicottero basta camminare sotto gli alberi di notte, ma mi distrae per fortuna la curiosità impossibile da soddisfare di sapere cosa hanno scambiato per me.

Beh, se usano perfino l’elicottero per inseguirmi vuol dire che come fuggiasco qualcosa valgo, porca miseria!

 

 

C’è una casa nel bosco: la vedo, la intravvedo, ora che il sole sorge di nuovo. Io sono sporco, stanco, affamato, ho la barba incolta. La foga con cui mi sono dato alla fuga si sta esaurendo inesorabilmente.

Mi chiedo se, conciato così, mi daranno ricetto. Certo se decidono di accogliere un fuggiasco non possono pretendere che si presenti da loro lustrato e inamidato. D’altra parte vedendomi arrivare così, non mi lasceranno certo parlare e spiegare che sono un fuggiasco, ma mi cacceranno. Non so neppure se mi convenga rivelare che sono un fuggiasco, magari sono delle spie o addirittura essi si sono nascosti nella casa per tendermi un’imboscata. Forse mi conviene girare al largo. Ma girare dove e per dove conciato così? In realtà l’unico elemento di ottimismo in questa situazione  deriva dalla mia memoria cinematografica.

Magari è una casa disabitata, ma è troppo ben tenuta per esserlo. Magari sono via per il week end, ma a parte che oggi dovrebbe essere un giorno feriale, in effetti anche il week end potrebbero trascorrerlo qui all’aria sana degli Appennini.

La natura, tuttavia, interviene a togliermi da questo penso stato di incertezza perché dopo una mia poderosa salva di starnuti si accende la luce e si apre una finestra della casa. Una donna di mezz’età mi squadra con un’aria non priva di severità e mi domanda:

– Sei della comune?

– Sì.

– Peccato che qui in zona non ci sia nessuna comune, pirla.

– E va bene: sono un fuggiasco.

– Ma guarda un po’. Credevo che fossi un rappresentante di aspirapolveri.

Poi mi passa dalla finestra una canna e del sapone e mi dice di lavarmi prima di entrare in casa; quando avrò finito, uscirà suo marito che mi porgerà dei vestiti puliti e asciutti. Mi lamento che è fredda e lei replica che un fuggiasco dovrebbe già baciarsi i gomiti, se gli riesce di lavarsi. Quando ho finito, arriva il marito, un omone barbuto ma buono, che mi porge un asciugamani e dei vestiti. Mi offro di comprarglieli, invero non sapendo con quali soldi, visto che ho solo pochi spiccioli nelle tasche, ma l’uomo declina l’offerta. Dice che sono abiti ormai vecchi ed essendo loro anticlericali preferiscono darli a me piuttosto che alla Caritas.

Finalmente posso entrare in casa.  Sul tavolo in cucina c’è una scodella di caffellatte fumante e due piatti pieni di biscotti, oswego nell’uno e krumiri nell’altro. La padrona di casa mi dice di mangiare quelli che voglio. Io le chiedo se posso mangiare tutti e due. Acconsente un po’ infastidita. Dopo che ho terminato la mia colazione, il marito mi dice che dietro la casa, nel capanno degli attrezzi, c’è una branda: oggi posso riposarmi lì, ma al tramonto me ne devo andare. In compenso mi faranno trovare la mia bisaccia piena di provviste e anche a mezzogiorno sua moglie mi porterà un piatto di pasta e un bicchier di vino. Io chiedo se non hanno paura ad aiutarmi.

A questo punto è la donna che risponde:

– No, non abbiamo paura e non siamo neanche delle spie.  Semplicemente non importa nulla quello che facciamo noi. Gli costerebbe troppo controllare se ti aiutiamo o meno e alla fine non cambia niente: da qui, dopo qualche ora di cammino, arriverai sulla cresta di un monte dove c’è un paesello ormai abbandonato. Da lì puoi solo scendere lungo la provinciale oppure seguire il sentiero che sbocca in un posto chiamato le Bocche di fra’ Serafino. Lì ti aspettano e ti riprendono. L’importante è che tu vada in una certa direzione e per questo basta controllare due o tre snodi. Per il resto anche se gli sfuggi per un po’, poi ti ripigliano e gli costa di meno così. Anche sull’elicottero risparmiano: un tempo veniva usato una notte intera, adesso fa un giretto di un’ora e se ne torna a casina.

– Ma allora perché mi aiutate?

– Perché tu serbi un buon ricordo di noi-. Poi mi fa cenno di andare a riposare nel capanno degli attrezzi.

E io che mi sono anche preso il raffreddore per questa fuga, porca miseria!

 

 

Paese mio che stai sulla collina, ora ti vedo anche se c’è buio. Sei un po’ bruttarello, come una specie di Rio Bo, ma più del cazzo però; mi pare che si chiama Sarchiapone o qualcosa del genere. O forse dovrei dire “ si chiamava”, visto che non ci abita più nessuno. Però le case ci sono ancora e dunque il paese c’è ancora, ma gli abitanti non ci sono più, pertanto il paese non c’è più. Non è che sia poi una questione  così importante.

Entro in una casa, che deve essere quella dell’ultima vecchina che hanno portato un paio d’anni fa in una casa di riposo perché c’è  ancora appeso al muro un calendario di frate Indovino dell’anno 2010. Apro la bisaccia: due scatolette di tonno, una forchettina di plastica, due pagnotte fatte da loro, una mela, i pochi oswego che non ho mangiato al mattino. Non è che si sono sprecati, forse avevano paura che metta su pancia. O forse è quanto basta per arrivare alle Bocche di fra’ Serafino.

Insomma questo è il tempo che mi è dato ed è inutile che cammini carico come un mulo. Magari essi stanno scommettendo se scendo dalla provinciale o dalle Bocche di fra’ Serafino. Io però sono stanco e mi fermo qui. Temporeggio assolutamente, per così dire. Quando non si ha più tempo, l’unica cosa seria da farsi è sprecarlo. Ho deciso di far perdere del tempo a me e a loro.

Che essi vengano a prendermi! Perché fare ancora fatica? Io li aspetto qua e così se hanno scommesso, nessuno vince la scommessa.

All’alba mi rifocillo e il pallido sole  rende il paese ancora più tetro, il ricordo della mia allegria è l’unica nota stonata in questo paese fantasma in cui un fuggiasco aspetta che lo vengano a prendere. Certe volte il giorno si annuncia più buio della notte perché quella alla fin fine fa soltanto il suo lavoro, come tutti o quasi.

Ci vorrebbe una mossa improvvisa, una giocata alla Roberto Baggio che cambi la situazione, ma Baggio ha smesso di giocare da molto tempo.

Un raggio di sole illumina una biro che si trova su un tavolo. Scrive ancora. Non è che abbia molto senso annotare i propri pensieri sul retro del calendario di frate Indovino per poi riappenderlo alla parete. Ma non dipende da me sapere se sia un’azione del tutto priva di senso o meno.

Sento che essi vengono. Ormai sento i rumori dei motori dei suv, sento i latrati delle cagne, sento le imprecazioni perché hanno dovuto consumare la benzina per salire fin qui e perché nessuno ha vinto la scommessa.

Essi sono arrivati, porca miseria!

 

( fine)

 

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